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venerdì 20 aprile 2012

FINE NOTTE TEMPESTOSA

FINE NOTTE TEMPESTOSA 

In silenzio tutti uscirono, ma prima di chiudere la porta il medico si rivolse al poliziotto:
«Mi fido di lei, non la stanchi troppo».
Il commissario Parisi replicò: «Dottore, ho fatto una promessa…può cominciare a cronometrare se vuole…», poi si avvicinò al letto di Lisa:
«Brava! vedo che  ce l’ha fatta, è stata fortunata, quel tale era venuto per ucciderla».
Gli occhi della donna erano fissi sul suo viso: lui capì che si stava chiedendo chi fosse quel tipo un po’ originale che era venuto a trovarla.
«Non si agiti, sono il commissario Parisi, e ho bisogno di lei. Non le farò perdere molto tempo», disse parlando con calma per non metterla in agitazione.
 Trasse dalla tasca della sua vistosa giacca un oggetto e lo mostrò a Lisa.
«Conosce questo?», chiese. Lei chinò il capo e sussurrò: «Sì, è di mio marito».
«Si ricorda se l’aveva con sé quando è partito?».
Parisi colse lo sguardo interrogativo della donna.
«E’ stato trovato nella doccia dove il suo aggressore si è lavato prima di fuggire».
Dentro Lisa si era scatenata la tempesta, ormai le ferite fisiche non contavano più, il suo cuore era a
pezzi. Rivide distintamente la scena della colazione, quando Manuel, fumata la prima sigaretta della giornata, si era rimesso in tasca l’accendino d’oro con le sue iniziali che lei gli aveva regalato per il compleanno: proprio quello che brillava fra le dita dell’uomo che le stava davanti.
Ormai il commissario non aveva più dubbi, la verità che cercava l’aveva trovata negli occhi disperati di Lisa.
Parisi mise una mano su quella di lei abbandonata sul lenzuolo:
«Non è facile accettare certa realtà, ma deve farsi forza…ha vinto la battaglia per la vita, questo è l’importante. Suo marito non vale le sue lacrime: è un cattivo soggetto, già schedato dalle polizie internazionali. Uccidendola ereditava il suo patrimonio, ma gli è andata male …non si disperi, ora pagherà le sue colpe», concluse amaramente.
Lisa volse il capo dall’altra parte, stava piangendo in silenzio.
«I tre minuti sono scaduti, devo tornare di là, adesso sono costretto a fare il mio dovere…mi dispiace», disse a bassa voce il commissario mentre stava uscendo. Chiuse lentamente la porta e il suo sguardo si posò sulla donna in lacrime. “Poveretta”, pensò, “non se lo meritava”.
 Qualche minuto dopo l’agente speciale Loredana Caputo faceva scattare le manette ai polsi di Manuel Garcia, mancato assassino e “inconsolabile” marito di Lisa.
FINE

giovedì 12 aprile 2012

Seconda parte notte tempestosa

Aspettava infatti i risultati delle indagini dei tre sospettati, voleva saperne di più, com’era sua abitudine, prima di prendere decisioni affrettate. Li aveva interrogati a lungo, ma non aveva ricavato un granché, brancolava sempre nel buio più fitto. Forse il più probabile poteva essere l’idraulico: un tipo con trascorsi di droga, già noto alla polizia per piccoli furti. Oppure Giorgia, l’amica disperata disposta a tutto per di uscire dalle grinfie degli usurai. Dal marito poi non aveva avuto nessun aiuto: troppo disperato per la sorte della moglie! Durante l’interrogatorio aveva risposto a monosillabi, distrutto dal dolore.
«Mi può dimostrare di avere preso quell’aereo quella mattina?», gli aveva chiesto Parisi.
«Commissario, sembra una fatalità ma l’ho perso, sono andato a Parigi con  la Porsche», si era interrotto e a vev a guardato il poliziotto meravigliato, «…cosa pensa, che sia stato io? Non ne sarei mai capace…», si era messo le mani sul viso ed era scoppiato a piangere.
«O.K. se ne può andare…», aveva risposto rassegnato Parisi ma, scrupoloso com’era, si riprometteva di approfondire le indagini per sincerarsi che il bel Manuel gli avesse detto la verità.
Si abbandonò sulla sedia girevole mentre la mente vagava, i pensieri si accavallavano, un dolore alla fronte preannunciava la solita emicrania che si presentava puntuale quando un caso era complicato.
Era passata da un pezzo l’ora di pranzo e lo stomaco reclamava. Decise di uscire, aveva bisogno d’aria…ma mentre s’ infilava la giacca l’agente speciale Loredana Caputo si fiondò nell’ufficio.
«Capo, ecco il dossier che aspettava», disse mettendo sulla scrivania una grossa busta.
«Proprio adesso dovevi venire? Sto morendo dalla fame, però devo guardare subito quei documenti, non posso resistere», poi rivolgendosi all’agente immobile accanto a lui . «Caputo…cosa fai qui impalata, vammi a prendere un panino!». La ragazza uscì a testa bassa brontolando, le sarebbe piaciuto assistere all’apertura del plico per vedere cosa conteneva.
Parisi si rimise a sedere e si immerse nella lettura delle carte, mano a mano  che passava i fogli si poteva leggere sul suo viso stupore misto a soddisfazione.«Guarda… guarda…questa sì che è una sorpresa! », mormorò.
Nel frattempo Loredana tornò con il panino:
«Ecco commissario, il suo pranzo e questo pacchetto arrivato adesso dalla villa, l’hanno trovato poco fa nella doccia», la ragazza consegnò il tutto a Parisi che, mentre addentava la pagnottella al prosciutto apriva il piccolo involucro per vedere cosa c’era dentro.
ʺAh, questa sì che è una cosa interessante», esclamò rigirando fra le mani l’oggetto trovato.
Non restò molto tempo a pensare, si alzò di scatto: «Andiamo Caputo, non c’è un minuto da perdere», esclamò. Poco dopo la sirena della polizia squarciò il silenzio pomeridiano della tranquilla cittadina.
Tre minuti per la verità
La prima cosa che colpì Lisa svegliandosi, fu l’odore acre dei medicinali, socchiuse gli occhi e si trovò in un ambiente estraneo, un mormorio sommesso le giungeva all’orecchio: “…è un miracolo se è ancora viva…sette ore di intervento…hanno rubato tutto, gioielli, pellicce, quadri d’autore…anche la cassaforte è stata svuotata…”.
Con uno sforzo la donna sollevò le palpebre e si accorse che suo marito era seduto accanto al letto.
«Manuel!», riuscì a mormorare. Lui si avvicinò.
«Si svegliata!», esclamò rivolto ai presenti.
Mentre tutti si accostavano al letto di Lisa, entrò un tizio di media statura con un’incolta barbetta fulva, che indossava un’incredibile giacca a quadri su dei jeans slavati.
«Posso? », chiese inoltrandosi nella stanza.
Manuel lo vide e l’apostrofò:
«Commissario, le sembra il momento ? Ci lasci in pace!».
Parisi stava ribattendo quando un medico cercò di ricondurlo alla porta.
«La paziente non può essere disturbata…la prego se ne vada», gli mise una mano su un braccio, ma il commissario si liberò con uno strattone:
«Devo parlare alla signora, le dò la mia parola che non rimarrò con lei più di tre minuti, però…», si interruppe il suo sguardo percorse tutti i presenti, «da solo, per favore».
Continua

giovedì 5 aprile 2012

IN UNA NOTTE TEMPESTOSA

IN UNA NOTTE TEMPESTOSA

Manuel entrò in camera frizionandosi i capelli con un asciugamano:
«Quella doccia non funziona, devi chiamare l’idraulico», disse contrariato.
Lisa era ancora a letto, si stirò mollemente godendo del tepore delle lenzuola.
«Va bene, amore, cercherò di trovarne uno », rispose,  e il suo sguardo si posò sul suo bel marito incontrato per  caso sulla spiaggia di Miami. Ricordò quel momento felice quando lui, uscendo dal mare di corsa si scontrò con lei. Rotolarono insieme sulla sabbia bagnata in un abbraccio casuale e fu in quel momento che si costruì il loro destino.
«Non partire», gli sussurrò.
«Non posso, mi aspettano a Parigi per un contratto importantissimo, è determinante la mia presenza». Rispose lui accarezzandole i capelli.
Lisa si alzò pigramente e andò in cucina a preparare il caffè, poco dopo l’aroma forte  si diffuse nell’ambiente, Manuel si sedette al tavolo:
«Questo è il momento che preferisco», disse prendendo in mano la tazzina fumante.
La donna  guardò oltre i vetri:
«Che tempo tremendo», osservò preoccupata, «a che ora prendi l’aereo?».
«Fra tre ore, ma non ti preoccupare tesoro, la pioggia non impedisce di volare. Andrà tutto bene»
Si accese la prima sigaretta della giornata e si andò in veranda a fumare.
Poco dopo ricomparve: «Allora vado, ci vediamo fra due giorni, fai la brava!», scherzò.
Prese l’accendino che aveva lasciato sulla tovaglia e lo mise in tasca.
Lisa lo guardò innamorata: era sempre affascinante il suo Manuel.
«Pensami», gli sussurrò prima di salutarlo con un bacio.
Rimase ancora sulla porta per vederlo entrare nel taxi e partire. Tornò in casa e solo sotto la doccia  riprese il controllo di sé. Rabbrividì sotto il getto dell’acqua quasi fredda.
«Ha ragione Manuel, devo proprio farla aggiustare», borbottò osservando lo scarso sgocciolìo .
S’infilò l’accappatoio tremando e consultò l’elenco telefonico, dopo vari tentativi avvenne il miracolo: trovò un idraulico disposto ad arrivare in giornata!
Mentre si stava vestendo, sentì suonare il campanello dell’ingresso, scese le scale di corsa e aprì. 
Giorgia, la sua vicina entrò come un fulmine:
«Aiutami Lisa!», esclamò tra i singhiozzi, «solo tu mi puoi salvare».
«Calmati e raccontami tutto», accompagnò dolcemente l’amica sul divano, «siediti, ti preparo una camomilla».
«Non ho bisogno di calmanti…ho bisogno di soldi».
«Cosa hai detto?», chiese Lisa stupita.
«Sì, hai capito bene, se non trovo trecentomila euro per dopodomani mio marito è rovinato. Tutto andrà in fumo: la ditta, la casa e probabilmente anche il nostro matrimonio». Concluse Giorgia disperata.
«Come è successo?», Lisa non riusciva a capire.
L’amica si portò le mani al viso: «Giuseppe è in mano agli strozzini, gli affari ultimamente sono andati male, c’è una crisi pazzesca e ha dovuto chiedere un prestito ma…non può restituire i soldi e quelli non scherzano!», alzò lo sguardo e implorò, «ho pensato a te…la tua è una famiglia ricca! Per tuo padre quella somma non è niente, mentre per noi è la vita».
Lisa la guardava commossa: povera Giorgia, l’aveva sempre giudicata frivola e superficiale, invece era tutto un paravento per nascondere il dramma che stava vivendo.
In quel momento il campanello dell’entrata suonò ancora una volta.
«Penso che sia l’idraulico», disse precipitandosi ad aprire; un uomo massiccio, bruno, viso dai lineamenti marcati, carnagione scura, la guardava con aria interrogativa. Indossava una tuta da lavoro e aveva la cassetta dei ferri. Istintivamente Lisa si ritrasse.
«Posso entrare?», chiese l’uomo inoltrandosi nell’ingresso. La sua voce era rauca e sgradevole.
Lisa intimorita l’accompagnò al piano superiore: «Ecco, la doccia non funziona, l’acqua scende quasi fredda», disse mostrandogli la stanza da bagno, «se ha bisogno di me sono giù, in soggiorno», concluse in  fretta. L’uomo si voltò, il suo sguardo la percorse da capo a piedi. Lisa arrossì, aveva ancora addosso l’accappatoio; tornò da Giorgia stringendosi nervosamente il bavero sotto la gola.
L’amica chiese, vedendola perplessa: «Ci sono problemi?».
Lisa si affrettò a rassicurarla, ma l’arrivo di quell’operaio l’aveva sconcertata, era un tipo un po’ strano e poco rassicurante.
«A proposito di quel prestito…», timidamente Giorgia riprese l’argomento.
«Ah…sì, facciamo così andiamo da mio padre domani e vediamo cosa si può fare».
Il viso della donna s’illuminò, ma Lisa aggiunse:
 «Non posso prometterti niente, non dipende da me, cercherò di convincerlo».
Giorgia non replicò, poi cercò di mascherare la sua delusione e si guardò intorno:
«Manuel non c’è?», chiese.
«E’ partito per Parigi, starà via tre giorni. Ti confesso che rimanere sola in  questa casa mi fa un po’ paura».
Non si accorse che dietro lei c’era l’uomo in tuta. In silenzio stava ascoltando le due donne.
Lisa si voltò di scatto: ʺC’è qualcosa che non va?», domandò ansiosa.
«Mi dice dov’è il rubinetto centrale dell’acqua?», poi le piantò gli occhi addosso sfacciatamente.
Infastidita lei lo portò in cucina. Quel tipo non le piaceva, non ne poteva più di vederselo in casa, la seguiva per le stanze sbirciando dappertutto.
Dopo circa un’ora la doccia funzionava e quando l’idraulico se ne andò tirò un sospiro di sollievo.
Si vestì con calma mentre parlava con Giorgia, indossò gli orecchini di diamanti sotto lo sguardo ammirato dell’amica: «Sono stupendi!», infatti disse fissando incantata il bagliore delle pietre.
«E’ un regalo di mia madre quando mi sono sposata», rispose Lisa leggermente in imbarazzo.
 Poco dopo anche Giorgia uscì e lei restò sola. Avrebbe voluto uscire, ma il tempo era pessimo, “andrò fuori quando spiove”, si disse. Ma la richiesta dell’amica le aveva messo addosso una certa tristezza. L’aveva vista andar via angosciata, sperava proprio di poterla aiutare!
Intanto la pioggia continuava a scendere senza tregua, con il passare delle ore il tempo peggiorò. A fine giornata si preannunciava una nottata infernale.
Ormai era diventato buio, Lisa cenò davanti alla televisione e verso le ventitré si preparò ad andare a letto.
Manuel le telefonò proprio in quel momento:
«Come va, tesoro? Sei sola?  Non avere paura … ficcati sotto le coperte,
e sogni d’oro». La sua voce la tranquillizzò, cominciò a leggere un libro sperando di addormentarsi. Ma il sonno tardava a venire, tendeva l’orecchio ad ogni rumore sospetto.
Fuori era scoppiato un temporale, un lampo squarciò il cielo e  la lampada del comodino si spense. «Ci voleva anche questa…è andata via la corrente…», borbottò Lisa.
Al buio cercò nervosamente la torcia, il rumore di un uscio che sbatteva la fece sobbalzare, pensò che fosse la porta-finestra  del soggiorno e si accinse ad andare a chiuderla per non fare entrare l’acqua. Cercò di orientarsi al buio tastando i muri, raggiunse le scale per scendere in salotto a chiudere. Un’ombra passò contro i vetri, Lisa si fermò impietrita, con gli occhi sbarrati fissava la poca luce che filtrava dall’esterno. Si fece coraggio…forse il vento aveva fatto ondeggiare  il pino in giardino.  Scese ancora di qualche gradino: una mano le chiuse la bocca e un dolore lancinante le scoppiò dentro. Cadde sulle scale in una pozza  sangue.

Seduto alla scrivania, con lo sguardo fisso nel vuoto, il commissario Parisi tormentava la sua barbetta rossiccia: quel caso non lo faceva dormire. “Dunque”, si disse, “c’è una donna accoltellata nel cuore della notte in una villetta isolata. Un’amica piena di debiti. Un idraulico ex tossicodipendente…e un marito a mille chilometri di distanza. Tutti e tre senza uno straccio di alibi. Senza contare i soliti ignoti.”

giovedì 22 marzo 2012

conclusione UNICO INDIZIO

Parisi si fermò di botto, si batté la fronte con una mano e guardò Loredana:
«Come fa a sapere questo particolare? Nessuna notizia è trapelata in merito, anche i giornali e la televisione hanno sempre e soltanto parlato di cravatte a pois su fondo bordeaux, ma non della marca…solo l’assassino lo può sapere».
«E’ vero, non c’è nessun dubbio: dobbiamo arrestare il professor Giordani, è lui il serial killer», affermò lei, un sorriso le illuminò gli occhi chiari, «bravo commissario!».
 «Chiama la Centrale e fai venire una squadra all’uscita del teatro, lasciamo finire l’opera, altrimenti Puccini non ce lo perdonerebbe mai e si rivolterebbe nella tomba!», esclamò lui.
Lo spettacolo era terminato, gli spettatori lasciavano lentamente il teatro commentando, una pattuglia, davanti all’uscita aspettava il grande chirurgo. Giordani era in compagnia di una bella signora, quando gli agenti gli misero le manette guardò il commissario e un’espressione di paura sconvolse il suo viso:
 «Sta prendendo un granchio», gli disse con voce tremante, «non sono io quello che cerca».
Ma, Alex Parisi e la bella poliziotta avevano centrato il bersaglio: il celebre professore, dopo ore e ore di estenuanti  interrogatori, confessò.
«Sì sono stato io!», urlò finalmente, in preda a un attacco di rabbia incontenibile, «lo odiavo, era troppo bravo…», poi si accasciò sulla sedia distrutto.
Il professor, un bell’uomo, elegante e con il fascino delle tempie grigie, circuiva le sue vittime corteggiandole, così entrava facilmente nei loro cuori e nelle loro case. La sua mente malata,  sconvolta dalla gelosia per la maestria del giovane medico che stava oscurando la sua fama di grande chirurgo estetico, aveva partorito un piano diabolico. Uccidendo e sfigurando le pazienti di Salvi distruggeva a colpi di bisturi, con la furia della follia, l’opera del collega che ridava la giovinezza. Terminava il macabro cerimoniale strangolandole con la cravatta di seta per far cadere i sospetti sul giovane dottore, colpevole soltanto di avere la passione per le cravatte di lusso. 

 Lucilla


  



giovedì 15 marzo 2012

seconda puntata

«Devo avere l’autorizzazione del primario», affermò l’impiegato.
 «Ci vado io, non si scomodi, così cercherò di saperne di più».
Il professor Giordani un bell’uomo sulla cinquantina, abbronzato, con i capelli pepesale, era uno dei chirughi plastici più in voga in quel momento.
«A cosa devo la sua visita? », chiese mentre il suo sguardo percorreva da capo a piedi la poliziotta leggermente in imbarazzo.
Loredana spiegò il motivo della sua presenza, e il professore chiamò la segretaria per consegnarle l’elenco richiesto, con sorpresa la poliziotta notò che, nella lista, erano presenti anche i nomi delle ultime vittime del killer delle donne sole, praticamente tutte e quattro avevano subìto interventi di chirurgia plastica dallo stesso chirurgo.
«Non sapevo che anche queste sfortunate signore avessero cambiato il loro aspetto in questa clinica», disse l’agente Caputo meravigliata.
«Già, è stato il dottor Salvi l’autore della loro nuova giovinezza….anche se è durata poco», rispose il professore diventando improvvisamente serio.
La bella poliziotta tornò al commissariato con la testa confusa, una strana sensazione le diceva che proprio da Villa Salus partiva un sottile filo di sospetti che legava le quattro donne uccise.
A quel punto conoscere il bravo dottor Salvi era la cosa più importante, infatti nella stessa giornata il giovane medico era seduto davanti alla scrivania di Parisi. Era un tipo alto e magro, portava occhiali spessi cerchiati di nero, mentre stava aspettando il commissario era in stato di evidente nervosismo, non poteva fare a meno di stringere le mani abbarbicate ai braccioli della sedia. Alex Parisi da quell’interrogatorio venne a sapere che Salvi era stato diverse volte in casa delle quattro signore, dopo l’intervento di lifting, per visite di controllo. Anzi qualcuna di loro l’aveva pure invitato a cena.
«Praticamente erano diventate quasi sue amiche», disse il commissario ironicamente, fissando in viso il dottore.
«Beh, sì… mi erano riconoscenti…c’è qualcosa di male?», rispose lui sempre più in imbarazzo.
«Assolutamente nulla….comunque, dottore si tenga a disposizione, avremo bisogno ancora di lei», tagliò corto Parisi mentre si alzava in piedi per congedarlo. Lo seguì con lo sguardo mentre usciva dalla porta dell’ufficio, poi chiamò il suo braccio destro:
«Loredana, indaga su quel dottorino, non mi convince», ordinò perplesso..
Infatti dopo qualche giorno la Caputo venne a sapere che Salvi era un tipo strano, spesso usciva di sera e vagava per la città senza meta, ritornava dopo molte ore…le sue finestre rimanevano illuminate quasi fino all’alba. Chi lo conosceva affermava che le cravatte erano la sua passione, non usciva mai senza. Ne aveva di tutti i tipi della stessa marca, preferiva però quelle a pois su fondo bordeaux. Dopo queste interessanti notizie Parisi non sapeva che pesci pigliare: in effetti non bastava essere un amante delle cravatte e delle passeggiate notturne per essere un assassino. Però erano troppe le coincidenze che potevano destare sospetti: avendo confidenza con le vittime poteva entrare in casa senza problemi e poi, per un oscuro motivo scatenante, uccideva assalito da un raptus scatenato dalla follia…
“Ancora un giorno, poi lo farò indagare…voglio pensarci ancora”, si disse il commissario mentre rientrava nel suo appartamento.
 Prima di guardare nel frigo per cercare di mettere insieme una cena solitaria, volle dare un’occhiata alla posta. Una busta conteneva due biglietti per il teatro.
Loredana quella sera era stanchissima, arrivò a casa con un cerchio alla testa e la voglia di buttarsi sul letto, non si aspettava certamente l’invito del commissario Parisi per una serata all’opera.
«Ma…commissario, proprio stasera?», chiese meravigliata.
«Certo, mi hanno regalato due biglietti per la Bohème, devo buttarli via? Sai che qui non ho nessuno che possa venire con me…mi rimani solo tu....prendilo come un ordine!», esclamò lui.
La giovane poliziotta non ebbe il coraggio di replicare e cominciò a scegliere qualcosa di adatto da mettersi addosso: indossò un vestito rosso, con una scollatura che metteva in risalto il suo decolté. Infatti, quando Alex se la trovò davanti non seppe trattenersi:
«Sei bellissima! Anche con la divisa non sei male…però stasera hai una marcia in  più».
Seduti in platea, uno accanto all’altra, seguirono l’opera emozionatiu dalla musica pucciniana; alla fine del primo tempo mentre stavano passeggiando nel foyer, Loredana si sentì apostrofare:
«Buona sera…anche lei alla prima?», il professor Giordani si diresse verso di lei, mentre Parisi stava osservando in disparte.
«Commissario, le presento il professor Giordani, primario di Villa Salus», disse intimidita la giovane. Il commissario strinse la mano del medico:
«Felice di conoscerla, anzi, sarei venuto da lei uno di questi giorni», affermò.
«Perché?... non ho nulla sulla coscienza…però tiro a indovinare! Vuole informazioni sul dottor Salvi», affermò il luminare.
 «Non è questa la sede per parlare, ci sono indagini in corso», rispose leggermente seccato il commissario.
«Il mio braccio destro! E’ un ottimo chirurgo», si affrettò ad aggiungere Giordani, «quasi più bravo di me».
Alex, pentito di aver intavolato quel discorso in un ambiente non adatto cercò di sottrarsi, le luci si stavano attenuando: «Professore, ci vediamo alla clinica, ora comincia il secondo tempo».
«L’aspetto commissario…le dirò tutto sul dottor Salvi, anche se è un tipo un po’ strano e porta cravatte della stessa marca di quelle del killer, tutto sommato è una bravissima persona!», disse il professore allontanandosi e scomparendo poi dietro la tenda di velluto rosso della platea.

 (continua)

L'assassino é.........








venerdì 9 marzo 2012

UNICO INDIZIO: UNA CRAVATTA DI SETA

UNICO INDIZIO : UNA CRAVATTA DI SETA

Il commissario Alex Parisi aprì gli occhi ancora impastati di sonno. Da qualche tempo non riusciva più a dormire bene, si rivoltava nel letto senza trovare una posizione adatta per entrare nelle braccia di Morfeo. Le sue notti erano popolate da incubi da quando una serie di delitti, probabilmente tutti compiuti dalla stessa mano, aveva messo in allarme gli abitanti della piccola città nella quale era stato trasferito a dirigere la stazione di Polizia locale.  In pochi mesi tre donne erano state assassinate nei loro appartamenti, strangolate tutte con una cravatta di seta a piccoli pois bianchi su fondo bordeaux e con il viso sfigurato da ferite inflitte da una lama tagliente come un rasoio. Erano donne che vivevano sole, appartenenti alla classe medio-alta della borghesia: una dottoressa , la moglie separata di un funzionario statale e per ultima un’anziana signorina che viveva di rendita. Non avevano nulla in comune, se non che erano ancora delle belle donne, curate ed eleganti, che frequentavano gli ambienti “in” della città.
Di ogni delitto era stata fatta un’analisi approfondita, era stata scandagliata la vita di ciascuna di loro e interrogato amici e parenti, ma non era emerso nulla che potesse indicare una pista da seguire, solo la presenza della cravatta di seta sempre uguale e della stessa marca che stringeva il collo delle vittime era  forse l’indizio che l’assassino era un uomo. Un serial killer, uno psicopatico che agiva sotto l’impulso di un oscuro sentimento. La città viveva nella paura, ogni giorno poteva essere l’ultimo per una donna sola.
Quella mattina Parisi aveva deciso di prendersi un giorno di ferie per andare a pescare, una sua antica passione che lo rilassava e gli faceva dimenticare per qualche ora i grattacapi del suo mestiere. Si vestì con calma: giubbotto impermeabile, cappellino antipioggia e stivali di gomma. Mise l’attrezzatura del pescatore nel baule della vettura, e si diresse verso il commissariato per avvisare che per quel giorno non sarebbe stato presente; ma non arrivò in ufficio perché il telefono squillò dopo che ebbe percorso pochi metri:
«Commissario, hanno ucciso un’altra donna…venga subito», la voce concitata della sua aiutante, l’agente speciale Loredana Caputo, gli diede una stretta allo stomaco.
«O.K.», rispose rassegnato, «anche per questa volta i pesci se ne staranno in santa pace».
Arrivò in questura di umore nero. «Come è successo?», chiese lasciandosi andare sulla sedia dietro la scrivania del suo ufficio. L’aveva chiesto ma sapeva già la risposta:
«E’ stata strangolata in casa con una cravatta di seta, uguale alle altre», aveva risposto la Caputo.
Il commissario stancamente si alzò:
«Andiamo», disse, e la pantera della polizia sfrecciò per le vie dirigendosi verso i quartieri alti della città
Quando arrivarono sul posto c’era già la solita folla di curiosi, Parisi si fece largo ed entrò nel portone di un’antica casa patrizia.
La vittima era la vedova di un industriale, viveva in un appartamento lussuoso. Il corpo giaceva in salotto, abbandonato su un grande tappeto persiano, gli occhi sbarrati in un ultimo sguardo di terrore; al collo era stretto il laccio di seta della solita cravatta, la faccia cancellata dalle ferite inferte con violenza.
Alex Parisi, sebbene fosse abituato a queste orrende visioni, sentì il sangue gelare nelle vene:
«Poveretta», sussurrò fissando con orrore quel viso che non aveva più lineamenti.
Loredana era diventata pallida e guardò il suo capo in cerca di aiuto, stava sentendosi male.
«Cosa fai? Coraggio, che razza di agente sei? Capisco che è un po’ dura, ma devi farti una corazza e andare avanti», l’apostrofò il commissario prendendole una mano. A quel contatto lei si sentì meglio e cominciò il suo lavoro.
 Fece ispezionare la casa e costatò che, come per gli altri delitti, non era stato rubato nulla:
«E pensare che qui ce ne sarebbero state delle cose da portare via», concluse poi lasciando vagare lo sguardo fra il lusso che la circondava. Mentre si guardava intorno incontrò gli occhi chiari di Parisi: «Andiamo Loredana, qui non c’è più nulla da fare, la scientifica ci dirà come si è svolto il delitto», mormorò con voce stanca il commissario, poi rivolto alla sua assistente la fissò per qualche interminabile istante : «Ti dò carta bianca, Caputo, vai, indaga, fruga ovunque, interroga tutti quelli che vuoi, ma facciamo in modo che questa sia l’ultima vittima di quell’assassino».
La ragazza alzò la testa in un gesto di sfida:
«O.K., le assicuro che ce la metterò tutta per trovarlo, ci può giurare, andrò a disturbare anche il diavolo, ma lo prenderemo».
Infatti, da quel giorno Loredana si mise alla ricerca di ogni indizio che potesse portarla alla verità: durante le notti insonni  era arrivata alla conclusione che il killer era una persona di un certo livello intellettuale. Con troppa astuzia non lasciava tracce, entrava nelle case da amico, nessuna porta era mai stata forzata, colpiva e se ne andava senza prendere niente, dopo aver eseguito il suo macabro cerimoniale: strangolare la vittima con la cravatta di seta, poi sfigurarne il viso.  Dell’ultima vittima non sapeva ancora nulla, se non il suo nome: Sonia Marini, aveva sessantacinque anni, vedova con un unico figlio che viveva all’estero, non aveva parenti stretti in città, frequentava quel tipo di ambiente di gente piena di soldi che non si fa mancare niente: viaggi, auto di lusso, case in ogni angolo di paradiso.
«Dovevamo partire per una crociera, era già tutto pronto….», singhiozzava un’amica che Loredana aveva convocato al commissariato, «era soddisfatta del suo intervento…».
«Quale intervento?», l’interruppe Parisi, presente all’interrogatorio.
«Aveva fatto un lifting e…non so quale altra cosa con un risultato clamoroso:  dimostrava dieci anni di meno».
Mentre l’altra parlava, il commissario si rivolse alla sua aiutante:
« Pensi anche tu quello che penso io?...», disse.
«Certo commissario, oggi vado subito alla Clinica Salus a indagare», rispose pronta la ragazza.
La bella poliziotta entrò negli uffici amministrativi della clinica, un impiegato seduto dietro una scrivania la guardò con interesse:
«Lei è un agente di polizia?», chiese alludendo alla divisa della ragazza.
«Certo», rispose Loredana, «non si vede? Ma lasciamo perdere i convenevoli, vorrei sapere quando è stata ricoverata la signora Sonia Marini e per quale intervento».
 «Nel mese di settembre la signora era nostra ospite per una plastica facciale, borse sotto gli occhi, guance, lifting completo. L’ha operata il dottor Salvi», rispose l’uomo, poi dopo qualche secondo di silenzio aggiunse: «in questa città quel chirurgo plastico ha stirato molte rughe, regalando l’illusione della gioventù a tante donne»
«Posso avere l’elenco delle signore che si sono sottoposte a questi interventi?», chiese ancora l’agente.
                                                                                                                                          (continua)

lunedì 5 marzo 2012

Il caso si stava sempre più complicando e Parisi ci stava rimettendo l’equilibrio mentale: non capiva più niente. Eppure ci doveva essere una spiegazione!
L’agente Loredana Caputo, intanto, era alla ricerca della moglie dell’accattone. Dopo una faticosa inchiesta in quel mondo parallelo ai bordi della legalità, riuscì a trovare chi cercava.
La donna abitava all’estrema periferia della città. Loredana con un’insospettata diplomazia entrò in casa: «Non sono qui per lei, signora, non abbia paura. Vorrei soltanto qualche notizia sul suo ex marito», iniziò cauta. L’altra stirò la bocca in un sorriso forzato:
 «Cos’ ha combinato ancora quel farabutto?», mormorò.
«Non ha avuto più sue notizie?», chiese ancora Loredana.
«No, è sparito nel nulla».
La poliziotta fu attirata da una foto:
«E’ lui?», chiese incuriosita, osservando il ritratto della donna abbracciata a un uomo. Alla risposta affermativa si avvicinò e guardò meglio. «Non è possibile!», esclamò stupefatta.
«Mi potrebbe dare questa foto per qualche giorno?», chiese non staccando gli occhi da quel ritratto.
La donna la guardò: «La prenda, tanto a me non dice più niente».
Loredana Caputo quando uscì teneva stretta fra le mani quella fotografia, non vedeva l’ora di mostrarla al suo capo. Sgommò fino al commissariato rischiando un incidente, si fiondò nell’ufficio di Parisi.
«E’ incredibile, commissario, guardi questa foto!».
Lui diede un’occhiata e fece un balzo sulla sedia:
«Questo è Silvani!», esclamò esterrefatto.
«No, è un suo sosia, questo è l’uomo col basco blu, il barbone… ossia il ragionier Beltrami quando era ancora in famiglia».
Parisi rimase qualche secondo muto, non gli pareva vero, ma, in quel momento aveva trovato la soluzione di quel caso che non l'aveva fatto dormire per tante notti.
«Adesso ho paura che questo poveretto abbia fatto una brutta fine…non lo troveremmo mai!», mormorò.
Firmò un mandato d’arresto per i coniugi Silvani per l’assassinio di quel poveretto che aveva soltanto la colpa di essere il sosia dell’ingegnere.
«Ecco chi era al telefono! Non era un amante, ma il marito!», esclamò.
Ora tutto aveva una spiegazione: Franca e il marito avevano progettato l’omicidio dopo aver visto che il mendicante somigliava in modo stupefacente all’ingegner Silvani.
«Se insceniamo una rapina e facciamo trovare il cadavere di quest’uomo al posto del mio, sono morto assassinato  e …non avrò più debiti. Tanto nessuno se ne accorgerà, siamo uguali. Poi me ne vado all’estero e tu mi raggiungerai».
 Il piano era perfetto e stava andando a buon fine, ma non avevano fatto i conti con la tenacia e il fiuto da segugio del commissario Parisi e della sua aiutante, l’agente speciale Loredana Caputo.

Lucilla


venerdì 24 febbraio 2012

segue L'uomo col basco blu

Volle interrogare la domestica e le chiese cosa aveva notato.
«Quel giorno avevo la giornata libera, sono tornata alle otto di sera e ho intravisto un tale che usciva accompagnato dalla signora. Però non l’ho guardato in faccia, non saprei riconoscerlo», si affrettò a dire la donna.
«Aveva un basco blu?», continuò il commissario.
Lei assentì e a questo punto Parisi aveva capito che il vagabondo esisteva e avrebbe potuto essere l’assassino dell’ingegnere.
Il delitto Silvani stava diventando un rompicapo, Parisi ci stava perdendo il sonno, anche perché il giudice gli stava addosso: «Deve assolutamente venirne fuori, mi raccomando commissario, ci stiamo facendo una pessima figura»
«Certo», pensò il poliziotto, «è facile pontificare dietro una scrivania», e quella sera andò a casa con il mal di testa e il fegato a pezzi. Aprì il frigorifero sconsolatamente vuoto, e decise di andare in pizzeria.
Qualche giorno dopo solita irruzione dell’agente speciale Caputo:
«Commissario, abbiamo indagato fra i barboni della città, l’uomo col basco esiste veramente, lo conoscono tutti».
Parisi stancamente fece andare la testa:
«Lo so, lo so, e questo ci riporta alla prima pista».
Ma la poliziotta continuò come se non avesse sentito:
 «Era un ragioniere, finito così perché si giocava lo stipendio e la moglie l’ha sbattuto fuori di casa. Adesso però non lo vedono dal giorno del delitto di Silvani, è molto probabile che sia scappato, aveva soldi, gioielli…una fortuna».
Parisi appoggiò i gomiti sulla scrivania e si prese la testa fra le mani: forse aveva ragione la sua aiutante, però era indispensabile trovare il mendicante. Ma dove cercarlo? Non sapevano nemmeno che faccia avesse, era una specie di fantasma che tormentava il sonno del commissario Parisi. .Gli venne un’idea, magari l’ex moglie avrebbe potuto fornirgli qualche notizia sulle sue abitudini.  
«Caputo, trovami la moglie di quel vagabondo, vorrei interrogarla, non si sa mai».
La ragazza si allontanò, ma tornò dopo qualche minuto:
«Un’altra novità, commissario. E’ stata intercettata una telefonata interessante della moglie di Silvani, gli addetti all’ascolto vogliono fargliela sentire.
Parisi si precipitò nella saletta dove i colleghi erano alle prese con cuffie e microfoni:
«Commissario, le facciamo ascoltare la registrazione».
«Amore», la voce della signora Franca era eccitata, «ancora un po’ di tempo poi sarà tutto finito, ti raggiungo e finalmente staremo tranquilli. Devi avere ancora un po’ di pazienza».
 La risposta dell’interlocutore era soltanto un gracidio confuso.
«E questo chi è?», domandò costernato Parisi guardandosi intorno, i presenti erano altrettanto attoniti.
«Un amante?», azzardò uno di loro.
«Già. Allora la cara signora Silvani c’è dentro fino al collo!», esclamò il commissario.
(continua)                                                                   .................Chi è l'assassino?

domenica 19 febbraio 2012

L'UOMO COL BASCO BLU



 L'UOMO COL BASCO BLU
La signora Franca stava attraversando la strada davanti a casa:
«Mi dai qualcosa?», l’apostrofò un mendicante. Era un tipo strano, indossava una giacca militare e, nonostante fosse estate, aveva in testa un basco blu.
Lei frugò in borsa poi si girò infastidita:
«Ecco, tieni», borbottò allungandogli un euro, alzò la testa, lo guardò e l’espressione del suo viso cambiò, qualcosa in lui l’aveva colpita. «Di solito, sei sempre qui davanti?», chiese mentre lo stava osservando.
«Sì, seduto sui gradini della chiesa», rispose lui abbozzando un sorriso.
«Hai fame?», continuò Franca.
«Quella non mi abbandona mai», l’uomo si passò una mano sullo stomaco.
La donna continuò a fissarlo per qualche secondo, poi se ne andò.
L’accattone ritornò a sedere davanti alla chiesa. Poco dopo si sentì chiamare:
«Hei, tu! Vieni qua», la signora gli stava facendo cenno di avvicinarsi.
«Vuoi mangiare qualcosa?», gli chiese.
«Perché no!».
«Allora, vieni su», la donna salì le scale e lui la seguì, entrato in casa si guardò intorno: «Accipicchia che lusso. Questi qui stanno bene, magari mi danno anche qualche soldo», si disse sfilandosi il basco.
Non sapeva di essere nell’appartamento del ricchissimo ingegner Mauro Silvani, re dell’acciaio.
«Vieni», comandò la signora, «ti do’ qualcosa da mettere sotto i denti». Poco dopo l’uomo della strada, seduto in cucina, tacitava i morsi dello stomaco con una fetta di arrosto, pane, frutta e un bicchiere di vino.
 Il padrone di casa entrò e lo salutò:
«Va meglio adesso?», chiese. Anche lui, come la moglie lo guardò con una strana espressione.
Con la bocca piena l’uomo rispose di sì.
Il giorno dopo il telegiornale del mattino divulgava la clamorosa notizia che l’industriale Silvani era stato ucciso a coltellate, in casa sua.
 La moglie aveva scoperto il corpo senza vita al mattino e, disperata, aveva telefonato immediatamente alla polizia.
Il commissario Parisi si mise le mani nei pochi capelli rimasti:
«Che grana!», bofonchiò, «Proprio a me doveva capitare».
Il corpo di Silvani era riverso sul tappeto del salone, il sangue raggrumato sulla camicia bianca formava orribili macchie sinistre, il viso era tumefatto e gonfio. Sulla parete una cassaforte spalancata e desolatamente vuota. Parisi osservò con cura il cadavere dell’industriale, doveva essere stato aggredito, buttato a terra e pugnalato. La signora Franca singhiozzava.
«L’hanno ucciso! Hanno rubato tutti i gioielli e il denaro….», aveva il viso devastato dalle lacrime che sgorgavano copiose dagli occhi chiari.
«Quando è successo?», chiese Parisi approfittando di un momento di pausa.
«Stanotte, credo, dormiamo in camere separate e non le posso rispondere con precisione, anche perché avevo preso un sonnifero e ho il sonno pesante. Non ho sentito niente! Nessuno ha sentito, nemmeno i domestici che dormono in fondo al corridoio, sono disperata, capisce commissario? Gli ho dato la buonanotte ieri sera e…stamattina l’ho visto qui, morto, ammazzato da un delinquente che era entrato per rubare».
«Questa è una delle probabilità, signora, ma dobbiamo fare le indagini necessarie per arrivare alla verità», rispose il commissario infastidito. Non sopportava che qualcuno anticipasse la conclusione del suo lavoro.
«Commissario, so quello che dico», cominciò la vedova, «ieri ho fatto entrare in casa un mendicante, mi aveva fatto pena, aveva fame e gli ho dato da mangiare. Poi è rimasto qui a parlare con mio marito ed è andato via verso le otto di sera».
Parisi l’ascoltava interessato:
«Mi dica tutto, signora, dove l’ha visto, cosa vi siete detti, che aspetto aveva».
La donna iniziò a raccontare, disse dell’uomo che portava un basco blu, e che chiedeva l’elemosina sui gradini della chiesa di fronte.
Cominciò da parte della polizia la spasmodica ricerca del misterioso personaggio. Ma contemporaneamente si delinearono altri fatti importanti nella vita dell’ingegner Silvani.
«Commissario, ci sono novità», l’agente speciale Loredana Caputo, una bella napoletana con gli occhi verdi, posò sulla scrivania di Parisi una cartella, «guardi qui. Sono libri contabili: le Acciaierie Silvani stanno andando in malora. E’ pronto il piano per i licenziamenti e la serrata».
«Perbacco, hai ragione», esclamò il commissario dopo aver dato un’occhiata al dossier, «bancarotta fraudolenta, se non fosse morto, l’ingegnere sarebbe andato dritto in galera».  Poi si fermò un attimo a pensare: «A questo punto dobbiamo seguire anche un’altra pista, qualche dipendente disperato per aver perso il lavoro potrebbe essersi vendicato. Non escludo nulla, continuiamo a cercare il vagabondo ma cominciamo anche indagini sull’acciaieria», concluse.
 Poi richiamò il suo braccio destro: «Caputo, so che sei brava in queste cose, fai mettere sotto controllo i telefoni di casa Silvani».
 Dai dipendenti dell’acciaieria uscirono soltanto ondate di livore contro il padrone:
«Adesso è morto, ma non lo rimpiango, ho perso il lavoro per causa sua, non ha saputo amministrare la fabbrica, gli piaceva la bella vita e se ne fregava di noi. I soldi se li è messi via, sono sicuro, sua moglie se li godrà, alla sua memoria!», si lamentò un impiegato della contabilità.
A Parisi venne in mente la bella signora Franca: anche lei avrebbe potuto essere colpevole, con la storia dell’uomo col basco aveva sviato le indagini. Quell’uomo esisteva?                                        (continua)

Lucilla racconta

Siete appassionati di gialli o noir?Sapete riconoscere il colpevole anche dalle prime righe?Allora rimanete con me, seguitemi sulla strada del giallo.Date vita alla vostra fantasia,trasformatevi in Sherlock Holmes : io racconterò e voi troverete l'assassino...scrivete un commento e vi dirò se avete indovinato...
Dimenticavo...il racconto sarà a puntate.
Ciao a tutti,                                                                                     Lucilla