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domenica 29 luglio 2012

FESTA DI COMPLEANNO



Don Calogero si alzò con fatica dalla poltrona, lentamente raggiunse la grande scrivania di mogano e premette il pulsante per chiamare la servitù.
Qualche secondo dopo il fedele Salvo comparve sulla porta:
«Mi avete chiamato?», disse con un tono di ossequio.
«Hai già mandato gli inviti per la cena del mio compleanno?».
«Certamente, state tranquillo, don Calogero, non mi dimentico mai».
« A tutti e tre, mi raccomando», insistette il vecchio signore, «questa volta ci tengo in modo particolare, compio novant’anni, un traguardo che pochi raggiungono», affermò, «voglio una festa più bella del solito».
La vita di Don Calogero era stata dura, ragazzo di strada si era arricchito associandosi alla malavita, e da allora, mettendo a tacere la coscienza, era vissuto pensando solo al denaro, qualsiasi mezzo era stato buono per arrivare a possedere un grande patrimonio. Era un uomo dal carattere forte, la sua esistenza al di fuori della legalità l’aveva fatto diventare cinico, a volte crudele. Per tutti era “Il Padrino” e la sua presenza incuteva timore, ma ormai da anni non si faceva vedere tanto in giro, preferiva rimanere rinchiuso nella sua bella villa affacciata sul mare.
Non si era mai sposato e non aveva avuto figli, gli unici parenti erano i figli di suo fratello ai quali ogni anno mandava l’invito per la cena del suo compleanno, l’unica occasione per esibire il suo potere. Sapeva che Luigi, Giacomo e Chiara non sarebbero mai mancati all’appuntamento per nessuna ragione al mondo: erano gli unici eredi della sua grande fortuna , non avevano molte possibilità economiche e non l’avrebbero mai contrastato, non certo per affetto ma soltanto in vista dell’eredità che speravano fosse vicina. Purtroppo per loro la cosa sembrava andare per le lunghe, nonostante lo zio avesse novant’anni sembrava godere di buona salute e il suo carattere non si era addolcito, anzi, col tempo era diventato ancor più dispotico e aggressivo. E allora ogni anno si sottoponevano alla tortura della cena in suo onore. La dimora del miliardario ritornava agli antichi splendori di un  tempo, quando i ricevimenti del Padrino erano l’evento più importante dell’anno e chi era invitato era guardato con invidia. Per la festa di compleanno don Calogero esigeva che l’argenteria fosse lucidata, la tavola apparecchiata con vasellame di pregio e bicchieri di cristallo. Con sottile perfidia si divertiva a sbattere sotto gli occhi dei nipoti lo sfarzo di cui si circondava, ordinava una cena raffinata e guai se tutto non filava liscio, i domestici correvano ai suoi ordini senza battere ciglio, i fornitori arrivavano con le provviste che dovevano essere di prima qualità,  il cuoco era terrorizzato dalle sue visite improvvise in cucina..
L’invito era per le ore venti, ma gli ospiti dovevano essere presenti in abito da sera un’ora prima per l’aperitivo servito nel salotto giallo Luigi IV.
Alle diciotto e quarantacinque Giacomo e Chiara erano davanti al cancello della villa:
«Sei sicuro che tutto vada bene?...sono nervosa ho uno strano presentimento», Chiara si stringeva nello scialle di seta, tremava leggermente, ma non per il freddo. 
«Stai tranquilla, questa è l’ultima volta che partecipiamo a quest’ assurda commedia»,.
«Dov’è la scatola dei sigari?», chiese ancora lei ansiosa.
«Sta arrivando Gigi, la porta lui», rispose secco Giacomo.
«L’avete comprata della solita marca…altrimenti lo zio non la degna nemmeno di uno sguardo», disse lei con un tremito nella voce.
«Accidenti Chiara, ti vuoi calmare? Mi metti un’agitazione!»,.
Entrarono nel vialetto e posteggiarono la vettura appena fuori il portone d’ingresso
 «Don Calogero vi aspetta in salotto», disse il maggiordomo scostandosi per lasciarli passare.
Chiara camminava lentamente sulla passatoia del lungo corridoio e diede un’occhiata all’orologio:
«Come mai Gigi non è ancora arrivato?», sussurrò al fratello che procedeva a piccoli passi davanti a lei.
Giacomo si voltò infuriato:
«Ti ho detto di stare calma…sarà qui a momenti».
Lo zio, seduto sul divano indossava uno smoking di buona fattura, sul suo viso rugoso gli occhi neri brillavano sotto la luce del grande lampadario di cristallo.
Il vecchio squadrò i nipoti da capo a piedi mettendoli a disagio:
«Buona sera, ragazzi, avete fatto buon viaggio?»
«Certo, zio Calogero, siamo lieti di vederti in forma», rispose Chiara avvicinandosi per abbracciarlo, «buon compleanno!», aggiunse con un sorriso forzato.
Anche Giacomo si avvicinò guardandolo fisso negli occhi:
«Buon compleanno anche da parte mia», disse a voce bassa.
«Non vedo Gigi», lo sguardo del vecchio li superò per guardare oltre, «come mai non è venuto?», chiese e il viso si rabbuiò .
«Sarà qui tra poco», rispose Chiara rassicurante.
In quell’istante la porta del salotto si aprì e comparve Gigi :
«Eccomi zio…tanti auguri e posò sul tavolino una grande scatola, «questi sono per te».
 Don Calogero osservò l’involucro con aria critica: «Sono sempre gli stessi, vero?», s’informò mentre scartava il pacchetto, «ah…benissimo fumo solo questi sigari avana, ormai lo sapete, aspetto  il vostro regalo per fare rifornimento», tentò di scherzare, strinse gli occhi come due fessure per esaminare la scatola e fece un cenno di assenso.
«Vi ringrazio, ne fumerò uno prima di andare a dormire, come faccio sempre», concluse, i tre nipoti si scambiarono un’occhiata d’intesa.
Durante la cena la conversazione non era delle più brillanti, don Calogero mangiava e osservava i nipoti con aria critica, ogni tanto si divertiva a giocare come fa il gatto con il topo, lanciava messaggi sull’eredità illustrando i suoi averi, come per dire: “posso farvi arricchire, ma dovete aspettare…quanto dovete aspettare? non si sa...” i nipoti gustavano gli ottimi piatti in silenzio, assentendo ogni tanto ai discorsi del vecchio.  I camerieri in guanti bianchi versavano da bere quando i bicchieri erano vuoti.

  (continua)
    

venerdì 13 luglio 2012

FINALE DI "UNA NOTTE MAGICA"

L’enigmatica risposta stupì Adriano che voleva sapere di più, ma fu interrotto dal suono del telefono, l’uomo della reception chiedeva alla contessa se doveva mettere le catene alla sua vettura.
Poco dopo Adriano e Azzurra scesero tenendosi per mano, e si presentarono al bureau per pagare il conto sotto gli occhi attoniti del segretario.
La lussuosa berlina nera era pronta davanti alla porta dell’hotel, misero le valigie nel bagagliaio e la donna appoggiò con cura il grande pacco con la carta dorata, sul sedile posteriore.
La contessa si mise al volante e partirono. Da quando erano entrati nell’abitacolo, Azzurra era ammutolita, tanto che Adriano era a disagio, cercava argomenti banali per far passare il tempo, ma otteneva soltanto risposte a monosillabi. Lei era diversa dalla donna frizzante e disinvolta della sera prima, ora gli sembrava un’altra, anche l’espressione del viso si era indurita, più cupa, una riga le attraversava la fronte aggrottata. “Forse la strada la preoccupa, con questa neve c’è poco da scherzare”, pensò. Arrivarono giù, nella valle dove la strada era sgombra, Azzurra riprese velocità ma non cambiò atteggiamento:
«Ho fatto qualcosa che non va?», chiese infine lui, stanco di sopportare quel silenzio che lo innervosiva.
La giovane donna rimase un attimo in silenzio:
«Tu non mi hai fatto niente…anzi, mi hai dato tanto, ti chiedo solo di sopportarmi, ne avrò ancora per poco…poi passerà», distolse per un attimo gli occhi dalla strada e lo guardò, «somigli molto a qualcuno che dovrebbe essere al tuo posto», concluse amaramente.
Diede un rapido sguardo all’orologio, continuò a guidare fino ad arrivare al casello dell’autostrada.
La vettura nera s’infilò nella corsia di sorpasso e si sparò come un proiettile in mezzo al traffico. Adriano si aggrappò al sedile, e lanciò uno sguardo al tachimetro che segnava duecento.
«Vai più piano, vorrei arrivare a casa tutto intero», quasi gridò.
«Non ti preoccupare…questa è la mia velocità abituale», rispose lei tranquilla.
Adriano era teso, il rumore ritmico che sentiva nell’abitacolo da quando erano partiti aumentava il suo disagio:
«Senti anche tu questo ticchettio?», chiese infine .
Azzurra rispose senza staccare gli occhi dalla strada:
«In quel pacco sul sedile c’è un giocattolo per un bambino, forse è stato schiacciato qualche pulsante e la batteria si è messa in funzione».
Adriano si accontentò della risposta ma non ne era molto convinto: pensava a un guasto della macchina, a quella velocità se si fosse rotto qualcosa, sarebbe stato pericoloso.
«Fermati al primo autogrill, voglio dare un’occhiata al motore».
«Non abbiamo tempo, ho i minuti contati», rispose seccata la donna.
«Guarda l’insegna, fra un chilometro ce n’è uno, ti prego, facciamo una sosta, è più prudente».
Azzurra si fermò di malavoglia, Adriano scese a controllare il motore e la carrozzeria, ma non trovò niente che potesse far pensare a un guasto.
«Andiamo a prendere un caffè?», propose, voleva alleggerire la tensione che si era creata tra loro.
Lei lo guardò freddamente: «Va bene, ma poi ce ne andiamo subito», sibilò.
Il bar era affollatissimo, Adriano si mise in coda per pagare i caffé, fra i banchi, in esposizione, c’era un orsetto molto carino con un buffo berretto rosso e gli venne voglia di prenderlo, ma non ne ebbe il tempo, il suo turno alla cassa era già arrivato.
Al banco sorseggiarono la bevanda calda in silenzio, poi Azzurra si avviò all’uscita.
 Lui la seguì, ma appena fuori fu preso dall’irresistibile desiderio di acquistare quel peluche, voleva darlo a Federico, il nipotino che adorava e al quale aveva promesso un regalo.
«Scusa, vengo subito», e tornò sui suoi passi.
Azzurra si voltò inviperita. «Sbrigati, ti aspetto in macchina», urlò, negli occhi aveva un’espressione di follia.
Adriano stava uscendo dall’autogrill con il pacchetto in mano, quando un enorme boato scosse l’aria: pezzi di lamiera stavano volando dappertutto, la vettura di Azzurra era esplosa disintegrandosi e…dentro quella macchina c’era lei!
Impietrito lui restò sul piazzale stringendo fra le mani il giocattolo che gli aveva salvato la vita.
Seppe poi che la contessa Brandi, disperata per un amore sbagliato, si era suicidata portando nella vettura una bomba a orologeria: quel regalo avvolto in carta dorata, con il nastro rosso, che aveva posato delicatamente sul sedile posteriore.
Adriano si chiese perché quella bella donna avesse scelto lui come suo partner in quel viaggio verso la morte… forse, come aveva detto lei, assomigliava a qualcuno che l’aveva fatta soffrire.

FINE 



     

sabato 7 luglio 2012

UNA NOTTE MAGICA



La pioggia stava scendendo a dirotto, i tergicristalli con un ritmo frenetico schizzavano l’acqua dai vetri, la luce dei fari fendeva a malapena la cortina nebbiosa che oscurava la strada . Adriano stava tornando dall’Austria, dove era andato a un congresso di medicina, procedeva con prudenza sulla strada viscida dove, a ogni curva c’era pericolo di sbandare. Improvvisamente in mezzo alla carreggiata si materializzò un grosso tronco, caduto dagli alberi vicini, Adriano frenò di botto, la macchina sbandò e andò a sbattere contro il muretto che delimitava la strada. Rimase un secondo di più attaccato al volante per sincerarsi di non essere ferito, poi scese e allargò le braccia in un gesto di sconforto: la berlina aveva il davanti distrutto. Guardò giù dal muretto e gli vennero i brividi: sotto di lui si apriva un pauroso precipizio . “L’ho scampata bella”, pensò con terrore. Chiamò il carro attrezzi che poco dopo lo condusse in un piccolo borgo alpino con poche case. Stava venendo sera e, dopo aver lasciato la macchina nell’unica officina meccanica, chiese che gli indicassero un posto dove passare la notte.
«Provi alla “Locanda del Lupo”, gli consigliò il meccanico.
Adriano si avviò per la via indicata, le porte delle case erano sbarrate e con fatica scorse     
l’insegna della locanda. Entrò, i tavoli erano tutti occupati, gli occhi dei presenti si volsero verso di lui, una donna bionda e robusta si avvicinò.
«Avete una camera per questa notte?», chiese Adriano guardandosi intorno.
«Se vuole mangiare…ma per dormire non ho più posto», rispose lei accennando un sorriso.
Confortato dal calore che emanava da una grande stufa di ceramica, Adriano si sedette a un tavolo e ordinò il menù del giorno. La rubiconda ostessa arrivò con un piatto fumante e, dopo averlo posato sul tavolo, si fermò un attimo per vedere se era gradito. Il profumo del capriolo in salmì con la polenta stuzzicò le narici di Adriano che approvò con un gesto di soddisfazione l’ottima scelta.
Timidamente, con una voce sottile che contrastava con la sua corporatura la donna disse:
«Se vuole posso darle l’indirizzo di un albergo poco lontano da qui, è l’Hotel del Bosco, sicuramente hanno posto, è un vecchio castello ristrutturato e ci sono tante camere».
«La ringrazio, lei è molto gentile. Quando ho finito questo magnifico piatto ne parliamo», rispose Adriano accingendosi ad affrontare l’invitante cena.
«Se vuole telefono subito», propose la donna.
«Oh…sì, grazie», farfugliò lui con la bocca piena.
Dopo pochi minuti: «Signore, può andare…nell’albergo c’è posto. La faccio accompagnare da mio figlio», annunciò con un largo sorriso.
Più tardi il dottor Adriano Rinaldi, si presentò nell’Hotel del Bosco: un vecchio maniero che manteneva la sua aria severa anche se le luci al neon dell’insegna cercavano di dargli un aspetto più moderno. Nella hall cosparsa di poltrone in velluto rosso, faceva spicco un enorme tappeto persiano, l’uomo della reception gli diede le chiavi della camera:
«Non ha bagagli, signore?», chiese
Adriano con poche parole spiegò la sua presenza in quell’albergo:
«Rimango solo stanotte, domani cercherò di raggiungere una stazione ferroviaria. Ho avuto un incidente e ho la macchina in riparazione», disse conciso.
Stava avviandosi all’ascensore quando fu avvicinato da una giovane donna bruna:
«Ho sentito che è in difficoltà», disse la sconosciuta puntandogli addosso gli occhi neri nei quali brillava una strana luce.
Adriano notò che era una bella donna , con il viso dai lineamenti forti che le davano un aspetto interessante, l’abito nero le fasciava il corpo snello e ben  fatto.
«Ho quasi distrutto la mia macchina, ho trovato un ostacolo sulla strada, ho frenato e ho sbandato contro un muretto», rispose lui osservandola con interesse.
La sconosciuta gli allungò una mano lunga e sottile:
«Sono la contessa Brandi, anch’io mi fermo solo per stanotte, domani mattina ritorno in città, se vuole posso darle un passaggio…odio viaggiare da sola», disse con un sorriso accattivante.
 Adriano rimase un attimo perplesso, l’invito arrivava a proposito e non seppe rifiutare, tanto più che la bella signora lo stava guardando in un certo modo.
«E’ stata un’insperata fortuna a conoscerla…posso offrirle qualcosa?».
«Con piacere, andare in  camera mi rattrista, se vuole facciamo quattro chiacchiere».
Adriano non se lo fece ripetere due volte, non avrebbe mai pensato di concludere la serata in compagnia di una bella donna!
 Il cameriere servì il whisky e appoggiò i bicchieri sul tavolino di cristallo, la bevanda forte contribuì a dare a entrambi l’euforia necessaria per cominciare una piacevole conversazione che durò a lungo. Non si accorsero che era passata mezzanotte quando lei disse:
«Si è fatto tardi, andiamo?», nel suo sguardo c’era un palese invito che Adriano colse, del resto era scapolo e libero, un’avventura poteva permettersela, quella donna lo intrigava, gli piaceva non solo per l’aspetto ma per il suo modo di fare diverso dalle donne che era solito frequentare.
Salirono lo scalone che portava alle camere, guardarono fuori, dai finestroni e con sorpresa videro che la neve stava scendendo copiosa.
«E’ bellissimo», sussurrò lei ,« è una notte magica…», nel suo sguardo perduto nel buio c’era un’ombra di tristezza.
Adriano si fermò a osservarla:
«Qualcosa non va?», chiese.
«Non ci faccia caso, è solo un momento di debolezza», rispose la contessa.
Le loro camere erano vicine: «Non ho sonno», disse la donna.
Adriano si fece coraggio : «Possiamo continuare a parlare in camera mia», azzardò.
Lei lo guardò: «Perché no… ma preferirei stare da me, se ti fa piacere, naturalmente», era passata al tu senza tanti preamboli e lui non aspettava che questo.
Entrarono nella stanza arredata con mobili antichi, una grande pacco avvolto in una carta dorata e legato con un fiocco rosso era posato sul letto. La contessa lo prese con delicatezza e lo posò su una sedia. «E’ un regalo che mi sono fatta…», disse. Poi si volse verso Adriano: « sei sposato, hai bambini?», chiese fissandolo.
«No…sono single convinto», rispose lui.
«Meglio così», sussurrò la donna facendogli una lieve carezza sui capelli. 
«Non mi hai detto ancora il tuo nome», disse lui abbracciandola.
«Mi chiamo Azzurra…come un cielo sereno che non mi assomiglia...e adesso stringimi…», bisbigliò buttandogli le braccia al collo.
Da quel momento il tempo non ebbe più dimensione, le ore sembravano minuti, l’alba li colse abbracciati nel grande letto con baldacchino. Si addormentarono e quando si svegliarono c’era il sole. «Meno male che non nevica più», disse Azzurra guardando fuori dalla finestra che Adriano aveva spalancato. «dobbiamo partire», sussurrò con la voce impastata di sonno, aveva il viso un po’ gonfio e gli occhi avevano perso la brillantezza della sera prima.
«Forza… alzati, devi farmi da autista», scherzò lui, «te la senti?».
«Sono in gran forma…ho sempre sognato una notte così prima di…», si interruppe bruscamente.
«Prima di che cosa?», domandò lui sorpreso.
«Niente, sono cose che non puoi capire», rispose lei a bassa voce.
 (continua)



     

sabato 30 giugno 2012

Soluzione dell' ASSASSINIO ALLO CHALET PARADISO"

 Il professore era morto in un incidente sull’autostrada, l’unica cosa che poteva essere plausibile era che la moglie avesse fatto manomettere la vettura del marito. Parisi giocò d’astuzia: mise alla calcagna della vedova l’infaticabile Loredana, munita di macchina fotografica. Per giorni e giorni non accadde nulla di nuovo, ma una mattina, mentre il commissario controllava le foto che la Caputo regolarmente gli mostrava, fece un balzo sulla sedia: «Guarda qui, questo è una nostra vecchia conoscenza…è il Biondo, il ladro di macchine, cosa ci fa con la moglie del professore?», esclamò, «fallo venire subito! Potrebbe dirci cose interesanti».
Nella foto la vedova Sanfelice era ritratta in compagnia di un tipo con i capelli lunghi e biondi.
Il pregiudicato, convocato subito dopo, “cantò” per paura di essere accusato di duplice omicidio. Disse che la notte della domenica in cui era stato commesso il delitto, accompagnò la signora Sanfelice allo chalet Paradiso, rimase ad aspettare fuori finché la donna riapparve, scarmigliata e rossa in viso.
 L’uomo fece una pausa come se avesse paura di continuare.
«Vai avanti», ordinò Parisi impaziente di conoscere il seguito.
«Avevo notato che la signora si toccava l’orecchio sinistro e mi accorsi che le mancava un orecchino, sul destro ne aveva uno di perle, sa, quelli che pendono come una goccia», proseguì il Biondo.
«Aspetta un momento, continui dopo…»,. lo interruppe il commissario.
«Caputo!», urlò, «vai allo chalet e trovami un orecchino di perle…cerca dappertutto, ma non farti vedere finché non l’hai scovato!». La povera Loredana si mise le mani nei capelli: «Spero di trovarlo capo».
«Non tornare senza…ci deve essere!», concluse perentorio il commissario.
«…e tu vai avanti», disse rivolto al Biondo.
«Dunque», riprese l’uomo, «la signora mi diede cinquantamila Euro per allentare i freni della Mercedes», confessò l’uomo con la testa bassa.
Parisi l’osservò con disprezzo: «Lo sai che vai dentro anche tu?», gli sibilò sulla faccia,
«Sì, ma almeno mi sono liberato da un incubo», rispose l’altro, «io sono solo un ladro di macchine e quella mi ha fatto diventare un assassino!».
 In quel momento la porta si aprì, l’agente speciale Loredana Caputo mostrava un orecchino di perle e brillanti tenendolo delicatamente fra il pollice e l’indice: «Eccolo!», esclamò trionfante.
«Brava Caputo», rispose il commissario dandole una pacca sulla spalla, «questa volta ti meriti una licenza premio».
E il bravo commissario Parisi, finalmente dormì sonni tranquilli: il caso era risolto!
La vedova Sanfelice confessò dopo lunghi interrogatori: era lei l’assassina di Barbara e del professore, ovviamente il movente era impossessarsi della  ricchezza del marito.
Aveva dato appuntamento alla ragazza inviandole un messaggio con il cellulare di Gonzales  sottratto a sua insaputa durante una cena, poi era andata allo chalet in compagnia del Biondo per fare ricadere su di lui i sospetti, aveva ucciso Barbara e, per completare il suo diabolico piano aveva pagato il pregiudicato per sabotare la vettura del marito, sicura che il complice non avrebbe mai parlato. Ma non aveva fatto i conti con la tenacia di Parisi e con il rimorso di chi non avrebbe mai voluto essere un assassino. Però, la prova determinante era stata il ritrovamento dell’orecchino di perle della signora sul luogo del delitto!                                      FINE


                                                                                                                                                       
   




  

martedì 19 giugno 2012

Segue: "Assassinio allo Chalet Paradiso"

Non ci misero molto ad arrivare davanti alla villa del professor Sanfelice, suonarono al citofono:
«Polizia», rispose il commissario a chi gli chiedeva chi fossero. Immediatamente il cancello si aprì, un uomo li fece entrare nel salone arredato con mobili antichi; grandi tappeti persiani coprivano il pavimento, alle pareti quadri d’autore completavano lo sfarzo del locale, i due si guardarono attorno sbalorditi da tanto lusso. «Accidenti che casa!», si lasciò sfuggire Loredana, «devono essere ricchissimi». Ma non commentò oltre: la figura di una donna apparve sulla porta in fondo al salone. Era alta, robusta, con i capelli corti. Il commissario si fece avanti:
«Sono il commissario Parisi, vorrei parlare con il professor Sanfelice».
La donna lo squadrò da capo a piedi: «Mio marito non è in casa», rispose freddamente, «Se vuole dire a me…», concluse leggermente infastidita.
«Lei ha una figlia di nome Barbara?», cominciò Parisi titubante, non sapeva come continuare, ma alla risposta affermativa dovette farsi forza e comunicare la disgrazia.
La donna si appoggiò al tavolo e chiuse gli occhi: «No…», sussurrò, «non è possibile! Suo padre sarà distrutto dal dolore!».
«Signora, la capisco, cerchi di farsi coraggio!», in queste circostanze Parisi non sapeva mai cosa dire, le parole non servivano a nulla davanti allo strazio di chi che aveva perso la figlia in un modo così atroce.
La donna  si asciugava gli occhi con un piccolo fazzoletto di pizzo. Passò qualche momento in cui i due poliziotti non seppero cosa fare e rispettosamente lasciarono sfogare la madre di Barbara in silenzio.
«Chi l’ha uccisa!...e perché?», esclamò infine la donna sconvolta.
 Parisi ci mise qualche secondo prima di rispondere:
«Non lo sappiamo, stiamo facendo le indagini ma, devo chiederle, conosce Alonso Gonzales?».
Il lieve sussulto della signora Sanfelice gli fece capire che lo conosceva.
«Sì, è amico di famiglia», rispose lei dopo una breve esitazione.
«Sa che Barbara è stata trovata morta nel suo chalet?», incalzò il commissario. Poi continuò, «era la sua amante, lo sapeva?», e la guardò in viso per vedere la reazione, ma la donna non si scompose.
«Lo sospettavo», rispose, «ma con Barbara c’era poco da fare, era un carattere ribelle, se si metteva in testa qualcosa nessuno poteva impedirglielo», rimase un attimo estraniata, come se stesse pensando a qualcosa.
Parisi non si aspettava questa risposta, corrugò la fronte cercando di capire, ma poi continuò a chiedere  notizie di Barbara, sulle sue amicizie, su chi frequentava al di fuori della famiglia: «Mi scusi se le faccio tutte queste domande , ma devo sapere…».
In quel momento si sentì il rumore di una macchina che percorreva il vialetto d’ingresso:
«E’ arrivato mio marito», sussurrò la signora con un filo di voce.
Infatti poco dopo entrò il professore che si fermò, sorpreso di vedere due poliziotti in casa sua.
«Cosa succede?», chiese allarmato e, quando gli spiegarono il motivo di quella visita inaspettata impallidì e il suo viso si pietrificò. Rimase così per qualche secondo, poi volle sapere tutto. Parisi dovette raccontare ancora che Barbara era stata trovata senza vita nella vasca da bagno dello Chalet Paradiso.
.Il commissario se ne andò dopo un’ora, era sempre difficile parlare di queste cose, e lui aveva cercato di farlo nel modo meno traumatico, ma aveva lasciato una scia di dolore dietro di sé.
Tornò al commissariato e si mise subito al lavoro: quando c’era un caso complicato da risolvere di solito era Loredana Caputo che doveva darsi da fare e anche questa volta Parisi non l’aveva risparmiata. Le aveva ordinato di indagare sugli amici di Barbara che erano stati sentiti uno a uno, Loredana aveva saputo che la ragazza aveva cercato di ripescare dal tunnel della droga Daniele, il figlio di Gonzales. Gli aveva prestato parecchi soldi per estinguere un debito che aveva con gli spacciatori, e il giovane era stato visto litigare furiosamente con lei.
Parisi  proseguì su questa pista, interrogò Daniele ma senza risultato poiché il giorno del delitto era all’estero e aveva testimoni che potevano confermare il suo alibi.
Il caso si stava ingarbugliando sempre di più: tutti quelli che avrebbero avuto un movente per assassinare Barbara avevano un alibi di ferro, anche la moglie di Gonzales che avrebbe potuto uccidere per gelosia, quel giorno era al capezzale di una zia ammalata.
Sempre più nervoso e irritabile Parisi passava le notti in bianco a rimuginare: chi era l’assassino di Barbara? A farne le spese era sempre la Caputo, scaraventata nei luoghi più impensati per fare indagini che risultavano sempre senza fondamento.
Una mattina Loredana aprì la porta dell’ufficio del capo senza bussare ed entrò come un bolide. Parisi alzò la testa sorpreso:
«Cosa succede?», chiese.
«E’ morto il professor Sanfelice!», esclamò lei trafelata.
«Come è morto?».
««Ha avuto un incidente sull’autostrada, la Mercedes ha perso il controllo ed è andata a sbattere contro il guard- rail», la Caputo si fermò per respirare, «poi ho un’altra grande notizia!», continuò con la faccia rossa per l’emozione.
«Parla!», le intimò il superiore.
«Barbara non è la figlia della signora Sanfelice, è figlia della prima moglie del professore, morta quando lei era piccola», concluse la poliziotta senza prendere fiato.
«Adesso sì che la cosa si fa interessante!», affermò il commissario.
Un’altra pista si era aperta e Parisi non intendeva abbandonarla. Già dalla sua prima visita in quel lussuoso appartamento aveva riportato una strana impressione della moglie del professore, aveva notato che aveva degli occhi chiari, freddi, che non trasmettevano emozione. Quando avvertiva queste sensazioni doveva assecondarle, aveva constatato con l’esperienza che il suo fiuto non sbagliava mai. Ma poi si chiedeva: perché la donna avrebbe dovuto eliminare Barbara? La risposta poteva essere una delle più semplici: per denaro. Togliendo di mezzo l’unica erede sarebbe stata lei a mettere le mani sull’enorme ricchezza del marito e …facendo fuori anche lui avrebbe compiuto l’opera. Sì, tutto era possibile, il mosaico si stava componendo.
Ma come provare che era lei l’assassina?  

(continua)
   




  

mercoledì 30 maggio 2012

ASSASSINIO ALLO CHALET PARADISO


Chi era quel mostro che aveva infierito con tanta ferocia sul corpo di quella ragazza così bella? Il commissario Parisi era abituato a certi spettacoli, ma ciò che vedeva in quel momento gli dava una rabbia sorda. Stringeva i pugni osservando il cadavere della giovane donna immerso nella vasca da bagno, massacrato da innumerevoli coltellate. Se avesse potuto avere fra le mani chi l’aveva ridotta così, non l’avrebbe passata liscia, anche a costo di rimetterci la carriera. Ma nel suo mestiere non era permesso lasciarsi prendere dai sentimenti di vendetta e distolse lo sguardo cercando di calmarsi. Anche l’agente speciale Loredana Caputo, non aveva parole per esprimere l’orrore che provava, stava impalata accanto al suo capo, in silenzio. Si riprese quando Parisi le chiese di chi fosse lo chalet in cui si trovavano.
 «Di Alonso Gonzales», rispose con un filo di voce.
«Quello del caffè?», domandò ancora il commissario.
«Proprio lui!», negli occhi dell’agente passò un lampo di malizia.
«E la ragazza, chi è?», incalzò Parisi.
«Ancora non lo sappiamo», disse lei allargando le  braccia.
«Chi ha avvertito la polizia?», ogni volta la domanda del commissario era come una staffilata. La povera Caputo cercava di stare al passo con il suo superiore.
«La donna delle pulizie, quando è arrivata ha telefonato chiedendo aiuto. Siamo corsi subito».
Il commissario uscì dal bagno e si diresse verso il salone: una donna accasciata su una poltrona guardava nel vuoto.«E’ lei che ha trovato il corpo?», le chiese Parisi.
«Sì….questa mattina sono arrivata presto, ho trovato la porta aperta e ho avuto paura che fossero venuti i ladri, ma non immaginavo di trovare quella ragazza», la donna si coprì il volto con le mani e scoppiò in lacrime.
Un grande difetto di Alex Parisi era che non sopportava di veder piangere nessuno, si avvicinò e le mise una mano sulla spalla:
ʺNon si disperi signora, la lascio andare a casa. Ma le devo chiedere ancora una cosa: la conosceva?».
Lei alzò il viso: «No», rispose,«non l’ho mai vista».
«Grazie, ho finito», la rassicurò il poliziotto.
Lo sguardo del commissario percorse il locale, poi urlò:
«Caputo! Vieni qui, dove ti sei cacciataʺ.
L’agente arrivò di corsa mettendosi sull’attenti.
«Avete perquisito la casa? Interrogato i vicini?», Parisi osservò la sua assistente impalata davanti a lui. «E’ possibile che ogni volta devo dirvi tutto? Muoversi…muoversi, vai a sentire gli inquilini delle case qui attorno».
Loredana se ne andò alzando le spalle, ormai era abituata ai modi di Parisi. Ritornò poco dopo con la faccia di chi non ha nulla di buono da raccontare: «Commissario, nessuno la conosce».
Parisi l’osservò per qualche secondo, si mise una mano sulla fronte come per riordinare i pensieri in tumulto:
«O.K.», disse, «aspettiamo il medico legale per stabilire l’ora del decesso poi si vedrà».
Il dottor Maggi arrivò puntuale, esaminò il corpo con meticolosità professionale e sentenziò:
«La ragazza è morta ieri tra le ventidue e le ventiquattro, le sono stati inferti dieci colpi di arma da taglio, la morte è avvenuta per dissanguamento».
Detto questo il medico riprese la sua borsa: «Io ho finito», disse laconico, «ci vediamo in commissariato».
Parisi uscì dalla villetta con il capo chino, lo rialzò solo per leggere la targa sul cancello “Chalet Paradiso”. ‘Una beffa del destino’, pensò e se ne andò scuotendo la testa.
Sulla pantera della Polizia che lo riconduceva in città, il commissario aveva ancora davanti agli occhi l’immagine dei lunghi capelli neri fluttuanti nell’acqua rossastra. No, quell’assassino doveva pagare il delitto, non gli avrebbe dato scampo, doveva prenderlo!

L’uomo che stava seduto al di là della scrivania indossava un completo grigio di ottima fattura, la camicia azzurra e la cravatta regimental completavano l’insieme. La carnagione scura denunciava le sue origini sudamericane. Parisi lo osservava cercando di farsi un’idea di chi aveva davanti: ‘bell’uomo, sicuro di sé, che piace molto alle donne’ , pensava scrutandolo.
«Dunque, signor Gonzales, lei non sa chi sia la ragazza che abbiamo trovato morta nella vasca da bagno del suo chalet in montagna?», chiese ironico guardando negli occhi il suo interlocutore che si muoveva sulla sedia in evidente imbarazzo.
«Gliel’ho già detto, non l’ho mai vista!!», rispose innervosito l’altro.
Ma  il fiuto del commissario Parisi era maturato in anni di esperienza: non si faceva prendere in giro e la reticenza di quell’uomo era così evidente!
 Continuò l’interrogatorio per ore facendo pressappoco la stessa domanda finché la sua vittima non si arrese: «Sì… la conoscevo», confessò Gonzales sfinito dalla tortura psicologica del poliziotto, «non posso ancora credere che sia morta, avevamo una relazione, ci incontravamo di nascosto un paio di volte alla settimana nel mio villino. La facevo passare dalla porta del garage così non la vedeva nessuno….si chiamava Barbara, era la figlia del professor Sanfelice».
Parisi l’interruppe: « Il famoso psichiatra?», chiese meravigliato.
 «Sì», affermò Gonzales chinando il capo, ma da un tratto si riprese e puntò lo sguardo sul commissario: «Non crederà che sia stato io?? Sono tornato poche ore fa dal Brasile dove ero andato per acquistare una partita di caffè. Cerchi di sapere chi l’ha ammazzata, lo faccia anche per me…volevo molto bene a Barbara..», la sua voce strozzata era diventata come un lamento. 
Questa volta Parisi volle credergli, sembrava sincero, si accontentò di aver finalmente appreso il nome della povera ragazza uccisa e lo lasciò andare. Prima di uscire, l’industriale si accostò alla scrivania: «Commissario, la prego, non faccia sapere niente a mia moglie», sussurrò.
Parisi lo guardò di traverso: " Vada pure" gli disse poi, quando Gonzales uscì, urlò attraverso la porta socchiusa:
«Caputo! Vai a prendere la macchina…usciamo».
L’agente speciale si fiondò nella rimessa auto della Polizia e poco dopo era al volante di una pantera azzurra.
 (continua)

  






giovedì 17 maggio 2012

CONCLUSIONE "LA REGINA NERA"

Adami salì in camera a prendere il collier di rubini e lo consegnò al commissario che sgranò gli occhi davanti a tanto splendore. 
«Caputo, chiama la scientifica e fai valutare questa collana», disse poi alla sua aiutante rigirando il gioiello fra le mani, «per essere sincero trovo stupende queste pietre», si volse verso Adami e aggiunse, « forse la mia professione mi porta sempre a essere sospettoso».
Sentì su di sé lo sguardo cupo di Valentina:
«Mi dispiace, signora, ma questo è il mio mestiere…», affermò, «se non è come penso, le anticipo le mie scuse. Ora devo andare, ci vediamo domani alle nove in commissariato per il responso della perizia», tagliò corto, salutò e se ne andò seguito dagli sguardi preoccupati di Valentina e suo marito.
Il giorno dopo il dossier della perizia sui rubini dello sceicco era in evidenza sopra tutte le altre pratiche sulla scrivania di  Parisi che continuava a guardare l’orologio in attesa dei coniugi Adami, le sue dita tamburellavano ritmando il tempo nervosamente.
«Avevamo l’appuntamento alle nove…sono le dieci!», sbuffò guardando di traverso il suo braccio destro. Loredana si limitò ad alzare le spalle senza rispondere.
Poco dopo il commissario si calmò:
«Gli Adami sono arrivatiʺ, annunciò finalmente la  Caputo tirando un sospiro di sollievo, non sopportava l’impazienza del commissario e il suo nervosismo….le veniva un cerchio alla testa!
Marito e moglie entrarono, Parisi li invitò a sedersi ed entrò subito in argomento:
«Ecco il responso: il nostro esperto ha sentenziato che…», prese la cartella della scientifica e, lentamente, scandendo le parole continuò, «queste pietre sono degli stupendi…», e qui si fermò guardando in faccia i due che sorrisero:
«…fondi di bicchiere», concluse. Il sorriso si spense sulla bocca dei suoi interlocutori.
Adami si mise una mano al petto: «Presto, Valentina…le pillole, mi sento male…», mormorò con un filo di voce.
Il commissario era a disagio: «Mi dispiace, ma sono soltanto delle meravigliose imitazioni….l’avevo previsto, la verità è come pensavo», concluse restituendo la collana.
Valentina lo guardò mestamente:
 «Allora, commissario è stato il principe…cioè il falso principe, praticamente un ladro d’alto bordo», continuò, nei suoi occhi si leggeva una grande delusione.
«Purtroppo i miei sospetti erano veri, ora continueremo le ricerche di quel tale, le preannuncio però che non sarà facile rintracciarlo, non sappiamo nulla di lui…non ha lasciato sul posto nemmeno le impronte».
«Ma, come ha potuto rubare i gioielli se era con noi al night! …probabilmente aveva un complice», aggiunse Adami che si era faticosamente ripreso dal malore.
«Certamente….», rispose Parisi, «continueremo a cercare ma, mi creda, non si disperi, si calmi e pensi alla sua salute…non ne vale la pena per un mucchietto di gioielli, molto preziosi, ma soltanto degli oggetti», cercò di consolarlo ma l’altro gli lanciò un’occhiata di fuoco e  uscì  con la moglie dall’ufficio quasi senza salutare.
Il commissario non reagì:
«Si sono offesi, volevo soltanto dire che è meglio un furto di una malattia…bah!», e allungò le gambe sotto la scrivania. Loredana Caputo chiese il permesso di uscire.

Qualche mese dopo Valentina stava imbarcandosi su un aereo diretto in Brasile accompagnata da un bel giovane bruno. Sedettero vicini e lei si strinse al suo braccio:
«Sono felice James…o ti devo chiamare Alì», sussurrò, «finalmente è tutto finito…ho riscosso anche i soldi dell’assicurazione e qui dentro…», la sua mano batté sulla borsa
 di coccodrillo, «c’è la Regina Nera…e gli altri gioielli, non poteva andare meglio!!».
«Sei stata fantastica», rispose lui accarezzandole i capelli biondi ,« il direttore aveva ragione: quella cassaforte era a prova di ladro…ma conoscendo la combinazione, tutto è stato più facile. Il nostro complice non ci sarebbe mai riuscito senza il tuo aiuto».
Il grande aereo decollò, Valentina guardò fuori dal finestrino mentre la terra si allontanava:
ʺAddio signor Adami», disse alzando una mano, «poveretto, mi dispiace avergli dato questo dolore, ma in fin dei conti è pieno di soldi fino alle orecchie!...è una brava persona ma non l’ho mai amato, l’ho sposato appunto per la sua ricchezza…lo sai che amo soltanto te».
Appoggiò la testa sulla spalla di James e chiuse gli occhi: cominciava il suo viaggio verso la felicità.
Tutto questo il commissario Alex Parisi questa volta non l’aveva previsto, forse affascinato come tutti dalla bellezza di Valentina che aveva bene interpretato la parte della vittima.  
 FINE



giovedì 10 maggio 2012

seconda parte La regina nera

 La luce dell’alba filtrava dalle persiane ancora chiuse, il commissario Alex Parisi si era addormentato da poco, da qualche giorno soffriva d’insonnia, le ragioni erano tante: il suo mestiere che lo obbligava sempre ad essere al massimo e le cene solitarie in pizzeria dove cucinavano pesante. Stava sognando che il telefono squillava e lui non poteva rispondere…cercava di svegliarsi ma le palpebre erano dei macigni. Improvvisamente aprì gli occhi e si rese conto che il telefono che suonava non era un sogno ma una realtà. Guardò l’orologio sul comodino, erano le cinque e trenta : «Chi è quel rompiscatole che mi sveglia a quest’ora», brontolò .
La voce concitata dell’agente scelto Loredana Caputo uscì dal microfono:
«Commissario un furto colossale al Grand Hotel!!! Stanotte  hanno svuotato la cassaforte del petroliere Adami e hanno rubato la Regina Nera!!!».
«Quale regina? Cosa stai dicendo e…dove sei in questo momento?», ribatté Parisi ancora con le idee confuse.
«Sono al Majestic e la regina è una perla rarissima che vale una fortuna, scusi se l’ho disturbata a quest’ora, ma qui non si capisce più niente, ».
«Senti Caputo, non è morto nessuno…in fin dei conti anche se preziosissimo hanno rubato un gioiello? Troveremo il colpevole. Adesso fai quello che devi fare, interroga, chiama la scientifica, ma lasciami dormire…ci vediamo in ufficio alle otto», rispose lui interrompendo la conversazione.
Non riuscì più a prendere sonno ma alle otto in punto era seduto dietro la scrivania al commissariato.
Loredana Caputo entrò nell’ufficio del capo con il viso stravolto, era stanchissima, il commissario Parisi si fermò un attimo a osservarla:
«Cosa hai Caputo? Sei un po’ pallida…ma adesso raccontami tutto», disse sbrigativo.
La giovane poliziotta gli spiegò come era avvenuto il furto , senza tralasciare nessun particolare: disse dello sceicco che aveva stretto amicizia con i coniugi Adami e del collier di rubini regalato alla signora.
«Vorrei conoscere questo tale così magnanimo. Vieni con me, andiamo al Majestic a interrogarlo…».
Loredana rimase un attimo interdetta,  ma era abituata alla stravaganze del commissario, e poco dopo erano in hotel. Il direttore appena se li vide davanti si confuse:
«In che cosa posso essere utile?», chiese con la voce tremante.
«Vorrei solo parlare con il signor Alì Behari», affermò il commissario.
«Ma non posso disturbarlo, è appena tornato in camera, starà riposando… è una persona molto importante…non so come comportarmi», balbettò il poveretto. Ma Parisi non accettò scuse, e il direttore diede ordine a un cameriere di avvisare il signor principe che avrebbe avuto visite.
Poco dopo il ragazzo tornò: «Il signor Behari non è in camera…è partito».
Il commissario scosse la testa e rimase in silenzio per qualche secondo, poi:
 «Come mai questa fretta?», chiese.
In quel momento Adami e la moglie, che ancora non erano rientrati nelle loro camera, si avvicinarono e si presentarono.
«Vedo che è sorpreso dalla partenza del principe, ma aveva affari importanti da sbrigare nel suo paese, così ci ha detto», affermò il petroliere, «e poi credo sia assurdo sospettare di lui, è ricchissimo…il gioiello che ha donato a mia moglie vale quanto tutti quelli rubati, io me ne intendo, sono rubini meravigliosi».
Parisi si avvicinò e lo toccò su una spalla:
«Dia retta a me che sono vecchio di questo mestiere…li faccia valutare, non si sa mai!».
I due coniugi si scambiarono un’occhiata di terrore.
«Lei si sbaglia commissario! …non credo che Alì ci abbia ingannati, sono certo che quelle pietre sono autentiche», esclamò Adami con voce stridula.
ʺMi permetto di insistere, anzi, li facciamo valutare da un nostro esperto, qualunque sia il risultato è necessario per le indagini del caso», ribatté Parisi.

 (continua)

 Saranno veri rubini???





mercoledì 2 maggio 2012

LA REGINA NERA

La regina nera

Appoggiato al bancone del bar del Grand Hotel Majestic,  un giovanotto bruno stava osservando una coppia che scendeva lo scalone. La donna era di una bellezza sconvolgente: lunghi capelli biondi coprivano le spalle come un manto di seta, il viso dai lineamenti perfetti era illuminato da grandi occhi pervinca, il corpo snello fasciato in un abito nero, metteva in risalto le curve, tutte al punto giusto. La collana di diamanti, che aveva al centro una stupenda perla nera, brillava sul profondo decolté.
L’uomo che l’accompagnava era più anziano di lei di parecchi anni: capelli brizzolati, una piccola barba bianca e grossi occhiali cerchiati di nero.
«Chi sono?», chiese il giovane al barista mentre non abbandonava con lo sguardo i due che si stavano dirigendo nella sala dove era in corso un galà di beneficenza.
«Il petroliere Adami e sua moglie», rispose il ragazzo.
«Ospiti dell’hotel?», chiese ancora il cliente curioso.
«Sì, da qualche settimana».
«Molto bella», ammise l’uomo mentre si allontanava, alludendo alla visione bionda.
Il barista si accorse con piacevole stupore che il cliente gli aveva lasciato come mancia un biglietto di grosso taglio.
«Grazie!», esclamò, ma l’altro se ne era già andato.
Poco dopo l’uomo entrò nella sala della festa e percorse con lo sguardo il locale colmo di gente, poi si diresse deciso verso il tavolo dove era seduta la bella signora con il marito. In mano teneva un bicchiere colmo di un liquido rosato e, quando arrivò nei pressi della coppia, inciampò nell’orlo sollevato di un tappeto e, cercando di rimettersi in equilibrio rovesciò il contenuto del calice nella scollatura della donna  che si voltò infuriata:
«Cosa sta facendo!! Stia più attento, mi ha rovinato il vestito!».
Il giovane aveva la fronte imperlata di sudore. «Stia fermo», disse lei innervosita colpendo la mano che cercava di rimediare al danno con un fazzoletto.
«Sono costernato, la prego di perdonarmi…non volevo», farfugliò lui.
Il marito che fino allora non era intervenuto aiutò la moglie ad alzarsi :
 «Vieni cara, ti accompagno in  camera a cambiarti», la sua voce gelida e l’occhiataccia lanciata all’incauto intruso erano più che eloquenti: «Se ne vada!», sibilò.
L’uomo si allontanò imbarazzato, seguito dagli sguardi incuriositi degli ospiti seduti ai tavoli.
Il giorno seguente un fattorino recapitò nella camera 215 dei signori Adami un grosso scatolone:
«Chi lo manda ?», chiese la signora meravigliata. Il marito consegnò  il biglietto che accompagnava l’involucro alla moglie che lesse lentamente: «La prego di accettare questo omaggio per farmi perdonare la sbadataggine di ieri sera”, tolse dalla scatola uno stupendo abito di raso nero:
 «E’ bellissimo…è di Armani», sussurrò appoggiandoselo sul corpo.
«Valentina!», esclamò spazientito il marito, «Si può sapere chi te lo manda?».
«Il biglietto è firmato Alì Benhari, credo sia quello che ieri sera mi ha rovesciato addosso lo champagne rosé», rispose lei affascinata dall’abito.
 «Non possiamo accettarlo, non conosco questo tale», sbottò innervosito Adami mentre stava chiamando la reception: «Vorrei sapere chi ha mandato lo scatolone che mi è stato recapitato poco fa. C è un biglietto con firma Benhari. Chi è?».
«E’ un principe arabo, ospite dell’hotel », rispose l’usciere.
«Come posso incontrarlo?», chiese ancora il petroliere.
«Il principe cena tutte le sere in albergo», rispose l’altro.
  Adami interruppe la conversazione e borbottò:
 «Lo ringrazierò di persona ma…non era il caso per due gocce su un vestito…».
«Lo metterò stasera», cinguettò Valentina, «sai, questi sceicchi…meglio non contraddirli, magari si offendono».
Quella sera stessa la giovane signora Adami fece il suo ingresso in sala da pranzo fasciata nel lungo abito di seta, molti si girarono a guardarla.
Mentre raggiungeva il tavolo le venne incontro Alì Benhari che s’inchinò sfiorandole la mano con le labbra: «Sono felice che abbia accettato il mio piccolo dono, dovevo farmi perdonare l’involontario danno al suo vestito », i suoi occhi neri e brillanti si puntarono sul viso di Valentina facendola arrossire.
«Sarei molto lieto di avervi miei ospiti stasera», continuò il giovane principe rivolto al marito.
C’era tanto garbo in quella proposta che il petroliere non seppe dire di no.
La serata trascorse amabilmente anche per merito di Alì che aveva una conversazione brillante e raccontava cose interessanti, ad un certo punto si fermò e, guardando il collier di Valentina:
«E’ magnifica quella perla», disse ammirato.
La donna accarezzò il gioiello, «E’ la “Regina nera” una delle  più belle al mondo, regalo di mio marito, disse rivolgendo un sorriso al consorte.
«E’ rarissima», proseguì il principe Benhari, «non ne ho mai viste di così grandi, ha una luce particolare», i suoi occhi neri fissavano Valentina.
Poi si volse verso Adami : «La signora merita anche qualcosa di più vivace. Se permette…», trasse di tasca il cellulare, compose un numero e parlò nella sua lingua mentre Valentina e il marito lo stavano guardando stupefatti. Qualche minuto dopo un ragazzo di colore posò sul tavolo un astuccio. Sempre più meravigliati i signori Adami stavano osservando la scenetta senza dire una parola.
«Ecco cosa ci vuole per la signora!», disse Benhari aprendo la scatola: sul velluto blu scintillava uno stupendo collier di rubini. Gli occhi di Valentina si spalancarono per lo stupore.
«Che meraviglia!», esclamò attratta dallo splendore delle pietre.
 «Ormai siamo diventati amici e nel mio paese un amico è sacro. Per rendere più stretto il nostro legame vi prego di accettare questo modesto omaggio», disse galantemente il principe.
«No», il tono del signor Adami non ammetteva replica, «mi dispiace, non possiamo…non ne vedo il motivo, lei è stato fin troppo gentile a inviare l’abito che indossa mia moglie», concluse freddamente.
Sul viso di Alì Benhari passò un’ombra di disappunto, la sua bocca si strinse in una smorfia.
«Se non accetta vuol dire che mi è nemico!», pronunciò queste parole con un tono di voce gelido e fece l’atto di alzarsi dal tavolo. Valentina e il marito si lanciarono un’occhiata attonita, non sapevano come comportarsi davanti a quell’uomo in piedi che li guardava con occhi di sfida.
«Se la mettiamo su questo tono», farfugliò Adami, «non ci resta che accettare», disse allargando le braccia in un gesto di resa.
«Molto bene, ma non dovete sentirvi obbligati…ora possiamo continuare la serata in allegria. Brindiamo alla nostra amicizia!», concluse Alì, risiedendosi.
In camera, prima di coricarsi Valentina non resistette alla tentazione di indossare il gioiello, si mise davanti allo specchio rimirandosi compiaciuta.
«Vale una fortuna! Mi sembra di vivere una favola; ho sentito tanto parlare di questi  ricchissimi nababbi che distribuiscono denaro e gioielli come noccioline…ma non ne aveva mai conosciuto uno», sussurrò. Il marito la stava osservando, ma non profferì parola, si ficcò sotto le coperte: «Buona notte», disse voltandosi dalla parte opposta a quella di lei.
La sera dopo Valentina sfoggiava il collier di  rubini che le donava luce al viso dandole un tocco di raffinata eleganza. Mentre si recavano a cena incontrarono lo sceicco nella hall:
«Le sta molto bene», le disse ammirato alludendo al collier, «purtroppo questa è l’ultima sera che ci vediamo, domani parto e sono felice che le resti un mio ricordo», disse fissandola negli occhi, «non mi dimenticherò mai di lei, Valentina», aggiunse a voce bassa. In quel momento Adami aveva la sensazione di essere di troppo.
«Anche per noi lei sarà indimenticabile…anzi, per ricambiare le sue gentilezze, proporrei di andare al night a terminare la serata», rispose lei turbata dai modi del giovane arabo. Il marito la guardò meravigliato, ma accettò per non contraddirla.
Nel locale notturno aleggiava un’atmosfera coinvolgente, un cantante al pianoforte  sussurrava motivi soft, si sedettero a un tavolo e ordinarono da bere. Fra un bicchiere di champagne e uno di wisky, ad una certa ora della notte erano molto allegri e continuarono così finché arrivarono all’alba quasi senza accorgersene. Ritornarono all’hotel e salirono nelle loro camere salutandosi un’ultima volta davanti all’ascensore: sul viso di Alì c’era un’ombra di malinconia.
Ma, la sorpresa che aspettava i signori Adami quando aprirono la porta della camera 215 non fu molto piacevole: la cassaforte era aperta e…vuota. Tutti i gioielli della signora erano spariti e fra questi naturalmente la rarissima “regina nera”.
Poco dopo nella stanza regnava la confusione più totale, c’erano almeno una decina di persone che si guardavano intorno incredule : il direttore dell’hotel, i camerieri ai piani, l’addetto alla reception, e qualche cliente curioso.
Valentina seduta sul letto era in preda alla disperazione, suo marito sbraitava con il povero direttore:
«In che razza di albergo sono finito! Mi avevate assicurato che le casseforti erano impenetrabili, che non era mai successo niente, invece…ci hanno rubato tutto….tutto…compresa la “regina nera”!
«Che cosa?», chiese spalancando gli occhi il suo interlocutore.
«Sì, una perla rarissima, di un valore inestimabile!», si diresse verso la moglie, «cara, non fare così sapessi quanto mi dispiace, vedrai che la ritroveremo, è quasi impossibile smerciare un gioiello di quel valore. E poi è assicurata», accarezzò la donna cercando di consolarla.
Il suo sguardo si diresse verso il collier di rubini che Valentina indossava ancora: «Questo forse ci ripagherà in parte del danno subìto, non sarà lontano dal valore della collana rubata».
                                                                                                                                                    (continua)