Powered By Blogger

domenica 21 maggio 2017

IL FASCINO DI GISELLE





"Ti aspetto nel pomeriggio...l'indirizzo te lo ricordi?", disse Leonardo mentre si infilava il casco e metteva in moto il motorino. Tommaso annuì.
"Tranquillo...sarò puntuale", rispose con un cenno di saluto. I due ragazzi se ne andarono per strade diverse. Erano compagni d'università e frequentavano la stessa facoltà , si erano conosciuti quando erano in fila per iscriversi al primo anno d'ingegneria meccanica, avevano subito simpatizzato e, quel giorno si erano accordati per studiare insieme in vista della imminente sessione d'esami.
Alle sedici, come avevano pattuito, Tommaso suonò alla porta della casa dell'amico. Venne ad aprire una giovane donna in tuta bianca, i capelli biondi spettinati le cadevano sulle spalle dandole un'aria sbarazzina, aveva un viso dai lineamenti minuti, cosparso di qualche efelide. Si asciugò le mani sporche di colore con un panno e  alzò su di lui gli occhi celesti, chiari e trasparenti come l'acqua:
"Sei Tommaso?"; domandò gentilmente, "Io sono Giselle...entra, Leo ti aspetta". Si fece da parte e lo lasciò passare.
 Il ragazzo passandole accanto la sovrastò di parecchi centimetri con la sua alta statura, rimase qualche secondo impacciato .
"Vai in fondo al corridoio, l'ultima camera a destra", disse ancora lei, "scusa se non ti accompagno, ma sto finendo un lavoro...poi vi porto qualcosa da mettere sotto i denti".
Tommaso ringraziò e raggiunse l'amico in camera:
"Simpatica tua sorella...e anche molto carina!", disse appena entrato.
"Vorrai dire mia madre.... Ogni volta è la stessa storia...non sei il solo ad essere caduto nell'equivoco", rispose Leonardo divertito.
"Non ci posso credere...!", esclamò stupito l'altro.
"Quando sono nato aveva appena diciotto anni... adesso ne ha quarantadue e li porta bene...però, anche se sembra una ragazzina è sempre mia mamma", affermò Leo sorridendo, "ma...adesso bando alle chiacchiere e cominciamo a studiare".
"Hai ragione", rispose  Tommaso poco convinto, "buttiamoci sui libri...".
I due giovani si immersero nei calcoli matematici e si fermarono solo quando sentirono bussare alla porta:
"E' ora di fare una pausa...Volete una tazza di tè e qualche biscotto?".
 Giselle entrò portando un vassoio con le tazze e i pasticcini.  Mentre Tommaso stava sorseggiando la bevanda calda non riusciva a staccare gli occhi dalla madre dell'amico che si era seduta sul letto per prendere il tè con loro: l'affascinava come si muoveva, come parlava, con l'erre leggermente arrotata dei francesi.
"Non è italiana, vero?", chiese infine dopo aver riflettuto se chiedere o no.
"Chi...io?", rispose lei , "sono parigina...però da quando  mi sono sposata sono rimasta in Italia...ma dammi pure del tu, con gli amici di Leo sono abituata così", propose sorridendo.
"Va bene...spero di riuscirci", scherzò Tommaso.
"Grazie,  adesso la merenda è finita...dobbiamo continuare...altrimenti possiamo dare addio all'esame!", si intromise Leo: aprì la porta e accompagnò la mamma nel corridoio.
 Però Tom da quel momento seguì distrattamente l'amico che continuava imperterrito a studiare, il suo pensiero tornava agli occhi chiari e al sorriso di quella donna che avrebbe potuto essergli madre, ma che l'aveva colpito più di qualunque ragazza che aveva conosciuto fino a quel momento.
Quando si congedò, era molto impacciato:
 "Allora ciao...", disse a Giselle che lo stava salutando.
"Quando torni?"; chiese lei mostrando in un sorriso accattivante i denti piccoli e regolari.
"Presto", rispose il giovane sempre più a disagio.
Uscì in strada con sollievo: quel pomeriggio era stato pesante, non avrebbe voluto provare nessuna delle emozioni che l'avevano sorpreso, era consapevole che stava lasciandosi sopraffare da qualcosa che mai avrebbe avuto un seguito, però era incapace di sottrarsi ai pensieri che gli ritornavano in  mente... Lei incarnava la donna che aveva sempre sognato: così bionda e fragile, effervescente,... aveva quel qualcosa di speciale, una grazia particolare  che l'aveva colpito fin dal primo momento che l'aveva vista. "Che stupido sono", si disse, "devo smettere di farmi delle paranoie per questa cosa...ha vent'anni più di me...ed è la madre del mio migliore amico....devo essere impazzito!".
 Si ripromise di togliersi dalla testa  gli strani pensieri e ritornò ancora a studiare da Leonardo, chiamò a raccolta tutto il suo self- control per non lasciarsi coinvolgere dal sentimento...ma  un giorno, la porta dello studio era aperta e vide Giselle che stava dipingendo, si fermò ad ammirarla in silenzio: lei era controluce davanti alla tela , un raggio debole entrando dalla finestra e, passando fra i suoi capelli li faceva brillare come l'oro. Lei si voltò e lo vide:
"Cosa fai lì impalato?"; gli chiese.
Tommaso sussultò e non seppe rispondere, quegli occhi lucenti che lo guardavano gli rimescolarono il sangue.
"Non devo venire più", pensò, "sto facendomi solo del male...". Giselle smise di lavorare e si avvicinò:
"Vieni avanti, sto finendo questo quadro, ti piace?", gli chiese
"Non sapevo che dipingessi", rispose lui avvicinandosi. Rimase fermo davanti al dipinto raffigurante un tramonto sul mare e in cui l'esplosione dei colori contrastanti trasmetteva la vitalità dell'artista.
"Si vede che l'hai fatto tu", disse il ragazzo.
"Perché?", chiese lei curiosa.
"E' esuberante e frizzante come te...", mormorò Tom fissandola in viso.
In quel breve  momento aleggiò nell'aria qualcosa di magico, il gioco degli sguardi si fece più intenso, la vicinanza turbò i loro sensi. Anche Giselle fu catturata da un'ineluttabile attrazione verso il ragazzo che stava guardandola in modo troppo evidente per non capire che la desiderava. Aveva già notato in altre occasioni che Tom l'osservava in quella maniera particolare in cui un uomo guarda una donna che gli piace...e, da parte sua si era scoperta a pensare a lui non come all'amico di suo figlio...ma lo vedeva talvolta accanto a sé nelle sue fantasie amorose. Sentiva in lui il profumo della giovinezza: il fisico atletico, il viso ancora acerbo, i capelli neri, quasi corvini, folti ed ispidi, tutto le faceva tenerezza e l'attraeva ...Si scosse e uscì precipitosamente dalla stanza lasciando Tommaso turbato davanti al quadro: ognuno di loro stava combattendo una battaglia feroce per non lasciarsi andare a un sentimento  che li stava travolgendo. Era un amore sbagliato, senza speranza, ma l'attrazione che c'era fra di loro era più forte di qualsiasi proposito: nella breve vita di Tommaso nessuna aveva suscitato in lui tanto interesse, il fascino che emanava da Giselle l'aveva completamente conquistato, e lei, ritrovava in lui la freschezza di  un amore appena sbocciato ...si vergognava dei pensieri segreti, ma ritornavano sempre come un'ossessione...
Il ragazzo decise di non frequentare più la casa di Leonardo, con una scusa qualsiasi gli disse che non poteva continuare a studiare con lui , così non sarebbe più caduto in tentazione....ma le notti erano diventate bianche, non riusciva a prendere sonno. Cercò di distrarsi frequentando altre ragazze, purtroppo tutte gli sembravano prive di qualsiasi attrattiva, aveva negli occhi e nella mente soltanto il viso di Giselle, i suoi occhi luminosi, i suoi modi e la sua straordinaria e inconfondibile erre moscia...
Per fortuna l'esame di analisi matematica andò bene, Leonardo decise di festeggiare e invitò Tommaso nella casa al mare.
 "Saremo soli?"; s'informò subito Tommaso.
"Ho invitato anche Fabrizio e Giovanni...se fa bel tempo potremo andare in motoscafo...poi là conosco qualche ragazza e di sera ce ne possiamo andare in discoteca".
"Ma...i tuoi non ci sono, vero?", chiese ancora cautamente Tom.
"Cosa ti viene in mente....certo che non ci sono!", esclamò Leonardo guardandolo sorpreso.
I quattro amici partirono sull'auto di Leonardo, era una bella giornata autunnale, e i ragazzi erano contenti di andarsene a respirare un po' d'aria pulita dopo aver passato tante giornate sui libri.
La vettura correva veloce, fin troppo veloce, infatti uno dei tre ad un certo punto, visto che il guidatore pigiava sull'acceleratore l'invitò a moderare la velocità.
"Vai piano...attento alla curva!", urlò Fabrizio.
Non fece in tempo a finire la frase che l'auto sbandò e andò a picchiare contro il guard-rail , rimbalzò, girò su se stessa e si fracassò, con un rumore infernale, sul ferro della balaustra. Dalle lamiere contorte uscivano le grida dei ragazzi, qualcuno si fermò e chiamò l’ambulanza. Dei quattro passeggeri solo Tommaso era uscito indenne dall'incidente:  gli altri, per fortuna, se l'erano cavata con fratture varie e qualche ferita superficiale.
 Nell'ospedale dove erano stati ricoverati arrivò dopo poche ore Giselle, pallida e trafelata s'incontrò al pronto soccorso con Tommaso.
Il primo impulso di Tom fu di tenersela stretta sul suo petto. I segni scuri sotto gli occhi, il viso tirato, sul quale si leggeva la preoccupazione gli diedero una stretta al cuore:
"Leonardo sta bene...fra pochi giorni sarà a casa. Possiamo dire di essere stati miracolati...poteva succedere il peggio", si affrettò a consolarla per non vederla in quello stato.
Lei gli rivolse un debole sorriso e si buttò fra le sue braccia:
"Portami subito da lui, voglio vederlo...", mormorò distrutta.
"Tuo marito non è con te?", domandò Tommaso.
"E' all'estero per lavoro....tornerà fra una settimana", rispose Giselle guardandolo in viso, i loro sguardi s'incrociarono come se avessero pensato la stessa cosa. Però dalle loro labbra non uscì una parola...Restarono in ospedale fino alla sera al capezzale di Leonardo immobilizzato da una gamba ingessata.
"Io posso tornarmene in città", disse Tommaso mentre si stavano avviando verso l'uscita. Giselle non rispose, rimase in silenzio per qualche secondo poi, senza guardare in faccia il ragazzo, sussurrò:
"Forse è la cosa migliore". Continuarono a camminare senza rivolgersi la parola . Arrivati al parcheggio dove la donna aveva messo l'auto, lei si voltò:
"Ritorni  in treno? Andiamo a Chiavari e ti accompagno alla stazione",  propose.
Tommaso annuì ed entrò in vettura. Uno vicino all'altra, nello stretto spazio dell'abitacolo si muovevano cautamente per non avere l'occasione di toccarsi, rigidi e muti trascorsero il tempo del percorso con la paura di lasciare trasparire l'emozione che c'era dentro di loro.
Giselle si fermò davanti alla stazione ferroviaria, Tommaso scese, s'incamminò imponendosi di non voltarsi, ma fatti pochi passi tornò indietro correndo:
"Non ce la faccio...devo parlarti", aprì la portiera e si sedette di nuovo accanto a Giselle.
Stava per cominciare quando lei lo bloccò:
"Non dirmi niente....ho capito...", si fermò non sapendo come proseguire. Il ragazzo rimase in attesa, trepidante.
Lei si passò una mano sugli occhi arrossati, un lungo respiro uscì dalle labbra:
"So come ti senti dentro...anch'io sto provando la stessa cosa e...non so come fare", la sua mano si posò sui capelli neri di Tommaso in una lunga carezza, "è qualcosa che si è scatenato dentro di me e...me ne vergogno, ma la passione è più forte di qualsiasi altro sentimento. In vita mia non l'ho mai provata e ho sempre pensato che fosse il frutto della fantasia degli scrittori, ma devo ricredermi: esiste e ci sto dentro fino al collo...  L'amore per mio marito è una cosa diversa col tempo si è tramutato in affetto, quello che provo per te è un fuoco che mi brucia dentro.  Ho fatto tanti buoni propositi,  sono troppi gli anni che ci dividono....se l'amico di mio figlio!  Sono andata in crisi e avevo messo in dubbio anche la mia onestà: non era possibile che una donna si innamorasse di un ragazzo che aveva vent'anni meno di lei...Però mi tornavi sempre in mente e avrei voluto baciarti, stringerti come un'amante appassionata., ho avuto vergogna di me stessa e quando mi sono accorta che mi guardavi in un certo modo, ho cercato di dare un taglio netto a questo sentimento che mi stava sconvolgendo la vita, non vedendoti più ce l'avevo quasi fatta...ma oggi sei qui, vicino a me...". Tommaso si avvicinò ancor di più:
"Adesso taci...", le sussurrò sulla bocca, un lungo bacio mise fine a tutte le parole...Poi, nella casa a picco sul mare il rumore incessante della risacca cullò la loro notte d'amore.
Il mattino dopo Giselle si svegliò, si stirò fra le lenzuola e allungò una mano dall'altra parte del letto: il posto vicino a lei era vuoto, sul cuscino un biglietto. " Vado a prendere quel treno che non ho preso ieri sera.  E' giusto così. Addio Giselle, non potrò mai dimenticarti, questa notte l'ho passata in paradiso.  Tommaso".
Una lacrima scese lentamente sulle guance della donna, "Addio Tom", mormorò, "hai ragione tu...ci siamo incontrati negli anni sbagliati".
Non si videro più, ma nel loro cuore rimase per sempre il ricordo di quella passione vissuta soltanto una notte ma che sarebbe potuta diventare  un grande amore.
                                                                                                                                            FINE













domenica 14 maggio 2017

L'AMORE IMPOSSIBILE

 

 


Si erano appena svegliati dopo aver trascorso la notte insieme, fra le lenzuola c’era il tepore dei loro corpi abbracciati, la mano dell’uomo accarezzò il volto della sua donna e:
“Mi vuoi sposare?”; sussurrò guardandola negli occhi ancora languidi di sensualità.
Sara rimase in silenzio, si aspettava da tempo quelle parole ma un conto è sognare di ascoltarle e un altro è sentirsele dire e capire che Paolo faceva sul serio. Il “sì” sussurrato fra due baci suggellò la promessa di appartenersi per sempre.
Lui prese una piccola scatola, lei l’aprì e rimase attonita a guardare l’anello con diamante che brillava sul velluto blu : “…da oggi sei mia ...”, e un istante dopo sull’anulare di Sara splendeva il gioiello.
“E’ meraviglioso….”, riuscì a dire lei rimirandosi la mano sottile impreziosita dalla gemma.
Da quel momento cominciarono a fare progetti per il matrimonio: dalla chiesa dove celebrarlo, al ristorante per il rinfresco…fino agli invitati e alle bomboniere.
La loro storia durava da due anni, si erano conosciuti nel modo più banale: in casa di amici comuni, entrambi erano avvocati e frequentavano lo stesso ambiente. Si erano piaciuti subito e avevano cominciato a uscire insieme, in seguito l’attrazione era diventato amore, ma non avevano mai parlato di nozze. Abitavano in due appartamenti diversi ma questo non era un ostacolo alla loro felicità: anzi, quando decidevano di trascorrere qualche giorno insieme uno dei due si trasferiva nella casa dell’altro.
Per Sara iniziarono giorni frenetici di preparativi, ma era felice, non avrebbe mai pensato che Paolo, scapolo per vocazione, la chiedesse in moglie…era un tipo che amava la propria libertà fino all’ossessione.
Avevano deciso di sposarsi in primavera , il tempo che occorreva per sistemare la casa di Paolo che avevano scelto come loro nido d’amore.
Un giorno, a pranzo in casa dei futuri suoceri, Sara avvertì un momento di disagio: stavano parlando di Walter, il fratello maggiore di Paolo che lei non conosceva. Qualche volta aveva sorpreso il suo fidanzato confabulare con la madre a proposito di quel figlio che non vedeva da tempo. Sapeva che era all’estero, un mistero circondava la sua persona, nessuno ne parlava volentieri.
“Dovremo dirlo anche a tuo fratello…”, si lasciò sfuggire Sara in un momento di pausa, fra una portata e l’altra.
La ragazza si sentì puntare addosso gli occhi:
“Non ce n’è bisogno…mi ha telefonato che sarà qui per la fine del mese”, rispose pronta la signora Alda.
“Bene…così finalmente lo conoscerò”, ribatté la ragazza.
Paolo la guardò di sbieco e non disse una parola, si alzò e andò in cucina a prendere il piatto dell’arrosto, già pronto da portare in tavola:
“Deve essere squisito”, affermò con il tono di voce di chi vuole voltare pagina.
Sara capì e non insistette, però le rimase la curiosità di sapere: in fin dei conti quella doveva diventare anche la sua   famiglia e  aveva diritto di conoscerne anche i segreti, belli o brutti che fossero.
Il giorno dopo cercò di incontrare Linda, una cugina di Paolo che lavorava  in una ditta che aveva la sede a pochi passi dal suo studio:
“ E’ un po’ che non ci vediamo”, esordì serafica, “vorrei un consiglio sull’abito da sposa… prendiamo un caffè insieme?”
  Così Sara, fra una chiacchiera e l’altra, pilotò il discorso in modo da farlo cadere proprio su Walter, il misterioso fratello lontano.
“Come…non lo sai?”, chiese meravigliata Linda.
“Cosa devo sapere?”, ribatté Sara sulle spine.
“Walter è dovuto andarsene perché coinvolto in un traffico illecito di denaro…era stato indagato ed era fuggito prima che lo condannassero a quattro anni di carcere…ora può tornare, con l’indulto la sua pena è estinta, ma la famiglia non lo perdona, specialmente Paolo che con la sua professione di avvocato ha una reputazione da difendere…capisci adesso perché non ne vogliono parlare?”.
Sara rimase di stucco: Paolo le aveva  tenuto nascosto una cosa così importante riguardante la sua famiglia....non ci poteva credere!
 L’occasione per conoscere il misterioso cognato capitò quando una sera decise di andare a ritirare le bomboniere a casa dei genitori di Paolo. La porta si aprì e  sull’uscio non c’era il sorriso della signora Alda ma un tipo che la stava fissando interrogativamente.
“Sono Sara…c’è la signora?”, chiese.
Lo sguardo dell’uomo si soffermò con insistenza su di lei:
“Vieni”, le disse poi scostandosi, “entra, chiamo subito mia madre”.
Eccolo lì la pecora nera della famiglia, quello del quale non si doveva sapere l’esistenza, era un bell’uomo, più alto della media, aveva le tempie grigie e il viso abbronzato con la fronte solcata da qualche ruga: insomma uno di quei tipi che si dicono interessanti e che di solito piacciono alle donne.
“Sei Walter?”, si decise a chiedere Sara dopo averlo squadrato da capo a piedi.
“”E tu sei la ragazza di Paolo…la mia futura cognata …”, disse lui scoprendo in un leggero sorriso i denti bianchissimi, “dovrò fare i complimenti a mio fratello”, continuò  “ha fatto un’ottima scelta “, concluse osservandola con cura.
 Sara si sentì scrutare da quegli occhi chiari, quasi magnetici, era a disagio e si affrettò a  concludere la visita, uscì con la sensazione di avere incollato addosso lo sguardo di Walter.
Tornò a casa leggermente turbata da quell’incontro. “Ho conosciuto tuo fratello”, disse a Paolo quella sera stessa.
Lui  la guardò sorpreso e sembrava che la notizia non gli facesse molto piacere.
“Meglio così”, disse infine, “mi hai evitato una presentazione difficile”, concluse aggrottando le sopracciglia.
In seguito Sara ebbe modo di incontrare spesso Walter e si accorse che cercava il pretesto per vederlo, subiva il suo fascino e quando era sola non poteva fare a meno di pensarlo. Aveva anche scoperto che i preparativi per le nozze la entusiasmavano di meno e che seguiva distrattamente i lavori di ristrutturazione dell’appartamento in cui sarebbe dovuta andare ad abitare.
Quella sera uscì presto dall’ufficio, arrivata in strada si accorse che pioveva, “quattro gocce non fanno male a nessuno”, pensò e s’incamminò svelta verso la fermata dell’autobus, ma non fece tempo a fare nemmeno qualche metro che un acquazzone si rovesciò sulla strada già lucida di pioggia.
Si riparò sotto un cornicione, una vettura accostò il marciapiede e una testa si sporse dal finestrino:
“Ciao Sara…vuoi un passaggio?”, era Walter.
La pioggia era così insistente che accettò.
Lui  la guardava quasi divertito: “Sembri un gattino bagnato”, le disse sorridendo.
Lei si lisciò i capelli fradici: “In effetti ho fatto una bella doccia….devo essere un mostro”, si scusò.
L’altro scosse la testa: “Sei ancora più carina invece”, il suo sguardo aveva qualcosa di tenero…di protettivo.
Sara si sedette accanto a lui rigida, Walter guidava in silenzio, c’era molto traffico ed erano obbligati a fermarsi spesso, fra di loro si era creata una certa tensione, sembrava che ognuno dei due avesse timore dell’altro.
“Sei innamorata di mio fratello?”; chiese lui improvvisamente. Sara si sorprese della domanda:
“Certo…altrimenti non lo sposerei”, affermò decisa.
Walter, sempre con il viso rivolto verso la strada, ribatté:
“Tu non sei la donna per lui…ne sono sicuro”.
Sara sempre più stupita si emozionò:
 “Cosa te lo fa pensare?”; rispose dopo una pausa per cercare di calmare il cuore che aveva cominciato a galoppare.
Walter girò di scatto per una strada solitaria, fermò la vettura e finalmente la guardò in viso.
“Conosco Paolo, è un bravo ragazzo ma non è capace di slanci…tu hai bisogno di un amore più forte, più appassionato…”, aveva gli occhi lucidi, avvicinò il volto a quello di lei che si sentì morire e non seppe sottrarsi al bacio che li unì .
Sara si riprese, aprì la portiera e si allontanò sconvolta… corse sotto la pioggia senza curarsi dei vestiti fradici e dell’acqua che le correva a rivoli sul viso. Arrivata a casa chiuse l’uscio dietro di sé, quasi non era capace di respirare. “Cosa mi sta succedendo?…quell’uomo mi ha stregata, io amo Paolo…e lo sposerò”, si disse…
Con le mani tremanti compose il numero del fidanzato: “Vengo da te stasera?”; chiese, quasi pregando.
Ma la risposta la deluse: “Non posso, ho una cena con un cliente…ci vediamo domani”, rispose Paolo frettolosamente. Lei rimase in casa da sola, proprio quella sera aveva bisogno di avere vicino l'uomo che voleva sposare ma lui non l'aveva capito. 
. Dopo una notte in bianco, decise di vedere  Walter per chiarire definitivamente quella strana situazione che si era venuta a creare fra di loro. Ma appena lo vide riprovò il turbamento che la prendeva ogni volta che l’aveva davanti: quegli occhi azzurri e quel sorriso particolare le facevano venire un groppo alla gola, il ricordo di quel bacio così dolce ritornò prepotente. 
Però  fece violenza su se stessa e riuscì a dire tutte le parole che aveva preparato durante la notte senza pace.
.“Devi dimenticare quello che è successo ieri sera…io amo Paolo…è stato solo un attimo di debolezza”, sbottò dopo aver preso un bel respiro.
Walter la fissò con l’aria di chi sta ascoltando una bambina che non sa quello che dice:
 “Non dire sciocchezze, quel bacio era ricambiato e anche tu non puoi negare l’evidenza”.
“Non è vero!”, quasi gridò lei… “non ti amo….voglio sposare Paolo…lo capisci?”, ma nei suoi occhi erano spuntate le lacrime.
Lui l’abbracciò e la tenne stretta a sé:
 “Mi sono innamorato di te appena ti ho vista…”, le sussurrò fra i capelli.
Sara respirò il suo profumo, sentiva le sue braccia accoglierla sul suo petto, avrebbe voluto cedere alla tentazione ma ebbe la forza di reagire.
“Lasciami andare…torno da Paolo, vedo il futuro solo con lui… mi dà fiducia… invece tu”, si fermò perché si accorse di aver detto qualcosa di troppo. Walter si staccò da lei:
 “ So quello che pensi…sono un imbroglione e la mia famiglia te l’ha fatto credere…ma non è così.  Ho sbagliato volta sola, e ti assicuro che mi è bastata, all’estero mi sono rifatto una vita e una buona posizione…tornerò presto in Messico, ma voglio portarti con me”, affermò seriamente.
Sara si scosse : “ Non verrò mai…non pensi a tuo fratello?”, chiese con la voce che le tremava.
“…se ne farà presto una ragione…lo conosco…”, continuò Walter prendendole le mani, “tu non sei la donna per lui, è troppo razionale, tu hai la passione dentro…lo vedo dai tuoi occhi…”..
Lei stava male…tutto quello che diceva era vero…in quel momento avrebbe lasciato tutto per andarsene anche in capo al mondo con lui. Era questa la passione improvvisa, quella che ti fa perdere la testa e non capire più niente? Certamente sì… ma capì che se fosse rimasta ancora un attimo avrebbe ceduto:
“Mi dispiace”, sussurrò e se ne andò lasciando Walter in mezzo alla strada  sconcertato.
La tempesta di sentimenti la perseguitò per tutta la settimana anche perché Paolo, ignaro di tutto, era partito per un convegno di lavoro e lei era rimasta sola e indifesa . Per di più Walter continuava a telefonarle,  dopo aver  resistito, infine, stressata dalla sua insistenza Sara decise di incontrarlo, ma mentendo anche a se stessa, gli disse che voleva  salutarlo prima che partisse.
Si incontrarono in un piccolo locale: “Sono venuta a dirti addio…”, disse con un filo di voce.
“Dimmi che potrò sperare…non ti sposare…e raggiungimi”, propose lui accarezzandole il viso, “non ti posso dimenticare, sei la donna che ho sempre sperato di incontrare…è stato un colpo di fulmine e  il mio cuore non sbaglia…non ti sposare, vieni via con me…parto domani mattina con l’aereo delle nove…”, i suoi occhi lucidi la fissavano intensamente.
“Non posso…ti prego, non farmi del male, non insistere”, Sara gli buttò al collo le braccia e lo strinse disperatamente. “Addio”, sussurrò. Si alzò e uscì dal locale seguita dalla voce concitata  di Walter:
 “Sara…non te ne andare!”,
Si mise a letto con il capo sotto il cuscino, il cervello era in ebollizione…e anche il suo cuore…”..non devo…non posso…Paolo mi vuole sposare…”. Si alzò disperata…passeggiò per l’appartamento tutta la notte.

Walter chiuse le valige, salutò tutti e chiamò un taxi…aveva un’infinita tristezza, aveva sperato fino all’ultimo di poter convincere Sara, anche se si sentiva un verme nei confronti di suo fratello…ma era più forte di lui, era come un fuoco che gli bruciava dentro, non poteva farci niente, sognava Sara, il suo viso, i suoi occhi il suo corpo morbido che aveva soltanto abbracciato…e aveva capito che anche lei provava gli stessi sentimenti…partiva perciò con l’angoscia di non poterla più rivedere…Uscì dal portone trascinando il trolley, l’auto era già accostata al marciapiede:
“All’aeroporto”, disse salendo…ma il cuore ebbe un sussulto: Sara stava aprendo la portiera dalla parte opposta.
“Ciao…posso venire con te…”, la piccola pausa mise in agitazione Walter, “…in Messico?”.
Lui la trascinò dentro e …il bacio che seguì fu così appassionato che anche il tassista non sapeva dove guardare, mise in moto e sorrise scuotendo il capo “Ah.. l’amore… beati loro!”, sussurrò.


FINE


  



 









domenica 7 maggio 2017

BALLO AL CASTELLO

 

                                                                                          

       L'uomo    che osservava i passanti davanti all’uscita della metropolitana era vestito in una strana maniera: dalla giacca lunga, quasi una palandrana che gli arrivava fin sotto al ginocchio, spuntavano le gambe fasciate da una calzamaglia bianca, portava scarpe lucide a punta e, sotto la giacca, una camicia ornata di pizzi. La gente lo guardava incuriosita, ma lui sembrava non accorgersene, i suoi occhi erano puntati sempre in una direzione: la scala mobile. Improvvisamente si animò e si diresse verso una giovane donna bionda, molto bella, che stava salendo:

 “Buongiorno principessa”, disse con deferenza, “finalmente ti ho trovata, sono secoli che ti cerco”. La ragazza lo guardò:
“Dice a me?”, chiese stupita.
L’altro sorrise: “Sì, sei proprio tu…ho girato tutto il mondo e adesso sei qui…”, cercò di toccarla, ma lei si scostò bruscamente.
“Se ne vada!”, disse seccamente, “mi lasci stare…”, e si allontanò impaurita affrettando il passo.
Juliette Leblanc stava andando all’agenzia che l’aveva contattata per un servizio di moda, quell’incontro l’aveva turbata. “Che tipo!”, pensò, “conciato così…non deve avere tutte le rotelle a posto”. L’uomo che l’aveva fermata la seguì con lo sguardo, poi si girò e sparì dentro la galleria del metrò.
La ragazza entrò nel locale che stava ancora scuotendo la testa ripensando allo strano incontro:
“Stai parlando da sola?”, le chiese una morettina seduta dietro la scrivania.
“No…è che ho incontrato un tale che mi ha chiamato principessa e ancora non mi sono ripresa…”, rispose Juliette mentre curiosava fra le carte sparse sulla scrivania.
“Può essere un segno del destino: devi andare proprio dove ci sono tanti castelli e chissà quante principesse li avranno abitati. Domani parti con il fotografo e tutta la troupe per la Francia, precisamente nella zona dei castelli della Loira”, disse la ragazza.
“Finalmente torno in patria, dopo tanto tempo ho voglia di sentire parlare francese. Adesso che ci penso, sai che ho dei parenti da quelle parti?” rispose Juliette. Poi aggiunse prima di andarsene: “Viene anche Arianna?”.
Avuta la risposta affermativa se ne andò più allegra: Arianna era la sua migliore amica e se c’era lei tutto sarebbe stato più semplice.
 Juliette faceva la fotomodella da qualche anno, il fisico per fare la cover girl l’aveva: alta e magra, con un viso dolcissimo e una massa di capelli biondo cenere. C’era qualcosa in lei che la contraddistingueva dalle altre. Il portamento, forse, così altero e aristocratico; quando indossava i vestiti non erano soltanto oggetti, ma prendevano vita addosso a lei. Per questo gli stilisti se la contendevano.
Nella camera d’albergo cominciò a prepararsi per il viaggio:
 “Che vitaccia…sempre in giro per il mondo!”, brontolò posando con cura meticolosa le sue cose in valigia.
Il pulmino carico di attrezzature fotografiche e di vestiti marciava a velocità sostenuta lungo la strada che percorre la valle della Loira, la campagna aveva preso i colori dell’autunno: dal verde spento al giallo ocra, i vigneti ben allineati erano ancora carichi di grappoli maturi.
Arrivarono a Nantes di sera. Si sistemarono all’Hotel Admiral e, stanchissime si prepararono per scendere a cena.
Arianna aveva accusato un gran mal di gola durante il viaggio e aveva qualche linea di febbre.
 “Ti dispiace se non vengo?”, chiese all’amica. 
 “Forse è più prudente, altrimenti domani non sei in grado di lavorare, vattene sotto le coperte e prendi un’aspirina”, rispose Juliette.
 In quel momento bussarono alla porta, un fattorino aveva sulle braccia un grande scatolone:
“Mademoiselle Leblanc ?”, chiese. La ragazza  ritirò il pacco sorpresa.
 Strappò l’involucro, aprì la scatola e vide un magnifico vestito da sera, di seta antica di una particolare tonalità di rosa. La gonna molto ampia, la vita stretta, il corpino si fermava all’altezza del seno lasciando completamente scoperte le spalle. La ragazza non poté fare a meno di ammirare la sontuosa bellezza di quell’abito, lo prese delicatamente e se lo appoggiò addosso rimirandosi davanti allo specchio.
“Guarda qui”,  disse ad Arianna, “non è fantastico?  Vediamo chi lo manda”.
Aprì il biglietto che accompagnava la scatola: scritto a mano con una grafia ricercata c’era l’invito ad una festa: “La Signoria Vostra è invitata a partecipare al ballo al castello che si terrà questa sera. Un nostro incaricato verrà da lei per accompagnarla”.
Juliette rigirò inutilmente il cartoncino fra le mani poi, con stizza rimise l’abito dentro la scatola:
“Ho capito”, disse rivolta all’amica che la guardava sorpresa, “è il solito stilista locale che si vuol fare pubblicità. Sono stanchissima, figurati se stasera vado a un ballo…non ci penso proprio.” Guardò Arianna sdraiata sul letto:
 “Perché hanno invitato solo me?”, borbottò sopra pensiero.
“Avranno saputo da un folletto che ero febbricitante…sai, in questo posto di castelli incantati tutto è possibile”, scherzò Arianna, “ti consiglio di andare, forse erano d’accordo con l’agenzia…tu sei la modella su misura per questo stile”, continuò.
Juliette la guardò: “Dici?”, chiese dubbiosa, “però che seccatura! E va bene, mi spiace anche lasciarti sola”, aggiunse.
 “Vai tranquilla”,rispose l’altra, “ me ne andrò in camera e mi infilo a letto…”.
Quando Juliette si guardò prima di uscire si meravigliò lei stessa dell’immagine riflessa: qualcosa di magico sprigionava dalla sua figura, anche l’espressione del viso era cambiata, il modo altero di guardare non era il suo, sembrava che una nuova personalità fosse scaturita dalle pieghe morbide della seta che indossava.
L’autista che guidava la vettura di lusso che l’accompagnava a destinazione le suscitò dei ricordi confusi, ma non disse niente, si guardava intorno nel buio della notte. Dopo qualche chilometro dalla strada provinciale svoltarono a destra per imboccare una via in salita costeggiata da filari di viti: stavano salendo le pendici di una collina, un castello illuminato dalla luce delle torce si ergeva sulla cima di un poggio. Al principio del vialetto due enormi leoni di pietra sembravano a guardia del maniero. La macchina si fermò e Juliette scese sollevando con grazia la gonna dell’abito, un giovane in livrea l’accompagnò all’entrata: ai suoi occhi si presentò uno spettacolo mai immaginato. Dame e cavalieri, vestiti come nel Settecento si muovevano al suono dolcissimo di un minuetto. Centinaia di candele su grandi candelieri d’argento illuminavano con la loro luce tremolante il salone. 
“Che meraviglia! Sarà una festa in costume”, pensò Juliette e cercò con gli occhi qualcuno cui rivolgersi.
 Vide avanzare un giovane alto, che si dirigeva verso di lei, quando furono vicini lui le prese una mano e, senza parlare,  la condusse in mezzo alla sala, altri ballerini si affiancarono e iniziarono una danza fatta di inchini e giravolte.
 Con sua grande sorpresa Juliette eseguiva le mosse del ballo senza la minima esitazione, come se fosse una cosa abituale. Ogni volta che il giovane si avvicinava, l’azzurro dei suoi occhi le provocava un brividino lungo la schiena, e non poteva fare a meno di notare la sua bellezza. 
Era sogno o realtà?…L’atmosfera che la circondava aveva qualcosa di magico, era tutto come ovattato, le persone attorno a lei si muovevano con gesti aggraziati e rallentati, le sorridevano ma nessuno le rivolgeva la parola.
Juliette volteggiava al suono del clavicembalo e aveva la sensazione di essere in un altro mondo. La musica cessò e il suo cavaliere, guardandola sempre con quegli occhi magici dove si leggeva ammirazione e desiderio, l’accompagnò su per lo scalone, entrarono in un salotto arredato con deliziosi divanetti di velluto azzurro. Juliette sentì le mani di lui che le accarezzavano il viso:
 “Amore, quanto tempo ti ho aspettato…finalmente ti ritrovo”, disse.
 Avvicinò le sue labbra a quelle di lei e da quell’istante Juliette capì che cos’è la felicità.

Arianna si girò nel letto, aveva trascorso una notte agitata per via della febbre, poi era piombata in un sonno profondo, quando aprì gli occhi si accorse di stare meglio, la fronte era fresca, e sebbene non proprio in grande forma si sentiva in grado di posare per le foto. Guardò l’orologio: erano già le nove. Picchiò con vigore al muro della stanza accanto per svegliare Juliette, non ottenendo risposta uscì in corridoio e bussò alla porta senza risultato, provò ad entrare e l’uscio si aprì. ‘ Sempre la solita sbadata’, pensò, ‘è andata a dormire con la porta aperta’. Juliette dormiva con un vago sorriso sulle labbra.
“Forza, ritorna alla realtà…preparati, dobbiamo andare”., disse scrollandola delicatamente.
Juliette si stropicciò gli occhi, si guardò intorno e si alzò senza dire una parola.
“Che ti succede?”, le chiese Arianna, “non stai bene?”
La ragazza si voltò e si stiracchiò allungando le braccia: “Mai stata meglio…se sapessi cosa mi è successo ieri notte!”. Raccontò tutto all’amica che la guardava sbarrando gli occhi per lo stupore. Quando ebbe finito il racconto si guardò in giro:
“Dov’è il vestito?”, chiese vagando per la stanza in cerca dell’abito.
“Saranno già venuti a prenderlo senza che te ne accorgessi…hai lasciato la porta aperta!”, rispose Arianna scrollando la testa.
Sul pullmino che accompagnava la troupe sul luogo dove si dovevano scattare le foto per il servizio, Juliette non smetteva di raccontare: “Ecco, vedi quel castello sulla collina? È là che sono stata…una cosa così fantastica da non credere!”.
“Appunto”, si limitò a dire Arianna con l’espressione sempre più incredula.
Finite le foto ritornarono in albergo, nel pomeriggio Juliette era agitata: “Voglio rivederlo almeno una volta prima di partire, ti prego Arianna accompagnami…”, supplicò..
“Chi?…il tuo principe azzurro?”, rispose con un sorrisino l’amica, “sei proprio sicura di quel che dici?”.     
L’altra fu così insistente che dopo pranzo si trovò in macchina con lei lungo la strada che conduceva al castello incantato.
“Guarda Arianna…è proprio quello! sapessi dentro che meraviglia: una sfilza di saloni arredati con mobili d’epoca…e poi lui…: bellissimo e dolcissimo…dev’essere una persona importante perché tutti lo ossequiavano. Mi ha detto solo che si chiama Gerard, magari se chiedo al castello mi danno delle informazioni. Ci sarà qualcuno, sai questi vecchi manieri vengono affittati per le feste importanti e hanno sempre un custode che vive lì”.
 Juliette parlava a ruota libera quasi senza respirare, Arianna la lasciava dire: era così eccitata che non l’avrebbe fatta tacere nessuno.
Quando arrivarono davanti all’imponente costruzione fatta di torri e torrette con le guglie elevate al cielo, Juliette rimase ferma con la testa in su. “No, non è il castello della festa”, disse delusa, “questo sembra abbandonato”.
 Infatti il sentiero che portava al grande portone era pieno d’erba secca, i rovi erano arrivati fin sotto le mura impedendo quasi l’entrata. L’edera si arrampicava sulle inferriate e sulle finestre dove gli uccelli avevano fatto i nidi.
“Mi sono sbagliata”, ripeteva la ragazza guardandosi intorno, “eppure mi ricordo di aver fatto proprio questa strada”, lo sguardo smarrito di Juliette vagava all’intorno cercando qualcosa cui aggrapparsi per rinverdire la memoria, ad un tratto Arianna sentì un’esclamazione: “Ecco…i leoni all’ingresso del vialetto…sono proprio quelli!”. Juliette corse a toccare le statue:
“Guarda Arianna, non mi sto sbagliando…ti ricordi che ti ho detto di aver visto due leoni di pietra?”, nello sguardo di Juliette c’era come una supplica, quando lesse l’incredulità nel viso dell’amica si sedette sconsolata sul muretto: “Non mi credi, vero?…eppure non è stato un sogno…”, disse toccando con le dita l’anello che portava all’anulare sinistro, “questo me l’ha dato lui!”.
 Chiuse gli occhi e risentì le parole del suo misterioso cavaliere:
 “Prendi questo”, disse infilandole al dito il gioiello. “Ci rivedremo presto, te lo prometto!”.
 Arianna la guardava un po’ preoccupata…non capiva, era sempre più convinta che Jiuliette avesse scambiato un bel sogno con la realtà!
In quel momento il rombo di un motore risuonò nella valle. Poco dopo una vettura sportiva si fermò nello spiazzo davanti  al castello con una brusca frenata. Un giovanotto bruno scese dalla macchina, osservò le due ragazze: “Volete visitare il castello?”, chiese gentilmente.
Juliette ancora confusa non rispose, per lei prese l’iniziativa Arianna:
“Volentieri, lei è il custode?”
“No…”, disse lui stirando la bocca in una specie di sorriso, “potrà sembrare strano al giorno d’oggi, ma sono il conte Jacques de la Tour…e questo è il castello dei miei avi”.
 Arianna sgranò gli occhi: “Un conte?”, chiese sorpresa.
“Già”, rispose lui, “dal momento che sono qui, potrete approfittare per visitare l’interno…è un po’ malandato perché da tanti anni non è più abitato, ma conserviamo ancora gli arredi originali, se si trova qualche miliardario americano, magari potremmo anche venderlo!”.
Mentre chiacchierava si diresse verso l’enorme portone e lo aprì. Juliette non aveva ancora pronunciato parola, era talmente stupita di tutto quello che le stava accadendo che seguì i due come un automa. La ragazza riconobbe il salone, e soprattutto la grande scala di marmo che portava al piano superiore: si guardava intorno sussurrando: “Sono proprio stata qui”.
“Come dice?”, chiese il giovane rivolgendosi a lei e, mentre si voltava Juliette fu colpita dai suoi occhi azzurri. “Gerard…”, il nome le sfuggì dalle labbra senza che lo volesse.
“Vedo con piacere che è al corrente della storia della mia famiglia”, disse Jacques divertito, “infatti Gerard era il principe di questo castello, un personaggio romantico e infelice, morì in duello per salvare l’onore della sua innamorata…vede quel ritratto?…è la principessa Charlotte, la dama per la quale perse la vita…Sa che le rassomiglia?”, concluse scrutando interessato il viso di Juliette.
La ragazza si toccò le guance fredde, la donna del ritratto indossava lo stesso vestito che lei portava al ballo del castello e, al dito di Jaques vide brillare un anello uguale a quello  che Gerard le aveva donato.

 E l’atmosfera magica di quella notte di mistero ritornò quando lui, offrendole il braccio le disse: “Vieni con me!”
 Salirono lo scalone guardandosi negli occhi sotto lo sguardo stupefatto di Arianna.



  FINE 

domenica 30 aprile 2017

NELLA VECCHIA FATTORIA....


 Tutti conoscevano la fattoria “Il Girasole” di Tony, il grande casolare di mattoni rossi  all'ombra di un platano secolare. I filari ordinati delle viti gli facevano da contorno, la gente andava  comprare i prodotti profumati dell’orto coltivati naturalmente, come una volta.
Tony era rimasto in campagna a fare il contadino e aveva trasformato la cascina di famiglia in una tenuta agricola modello; chi voleva mangiare bene andava da lui per avere sulla tavola verdura fresca e genuina e vino di ottima qualità. Le signore, al di là della convenienza facevano volentieri  la spesa anche perché lui era un gran bel ragazzo: sempre abbronzato dal sole dei campi e con una faccia simpatica e aperta.
“Tony…cosa hai raccolto stamattina?”, era la domanda che facevano appena arrivate e… se ne andavano soddisfatte con le borse piene di ogni ben di Dio. Fra le clienti più assidue c’era Rosa che gestiva una piccola trattoria in paese, le sue insalate e i piatti vegetariani erano rinomati e trovare un tavolo libero era un’impresa quasi impossibile.  
Fra i due era nata una storia e Tony, si era innamorato di quella bella donna esuberante e piena di vita che sembrava fatta per lui che era timido e insicuro. Il loro rapporto durava da tempo e avevano anche fatto progetti per l’avvenire: “Ci mettiamo insieme e trasformiamo tutto in una bella Beauty Farm…con ristorante, maneggio, campi da tennis…”. Sognavano ad occhi aperti abbracciati nel lettone di ferro battuto in attesa di realizzare i loro sogni.
A sconvolgere il loro equilibrio una sera un’auto sportiva imboccò il vialetto che portava al casolare..
 Dal macchinone uscirono, prima due gambe inguainate in calze a rete, poi l’intera figura di una donna di una bellezza sconvolgente: alta, con i capelli lisci e biondi, un viso angelico illuminato da grandi occhi verdi
“Lei è il proprietario?”, chiese la meravigliosa creatura.
“Sì…posso esserle utile?”, rispose lui attonito; i loro sguardi si incrociarono e Tony sentì una corrente elettrica attraversargli il corpo. La ragazza si presentò:
“Sono Clarissa, dell’agenzia Publifilm, sto cercando un posto adatto per uno spot pubblicitario…la sua fattoria sarebbe il luogo ideale…se vuole ne possiamo parlare”, disse sfoderando un luminoso sorriso.
Tony sul momento non seppe rispondere, non aveva ben capito la proposta preso dal fascino della giovane donna; ci pensò un secondo poi l’invitò ad entrare. Lei si guardò intorno:
“Qui sarebbe perfetto… il camino, il pavimento di cotto, i mobili rustici, la madia della nonna…le sedie impagliate, proprio quello che cercavo…”, mormorò soddisfatta.
.Intanto lui intimidito la fece accomodare nel divanetto a rose gialle:
“Posso offrirle qualcosa?”, chiese.
“Grazie…ho una sete terribile, anche un bicchiere d’acqua va bene”, rispose lei sedendosi e scoprendo le lunghe gambe snelle. Sarà perché Tony non aveva mai frequentato un certo mondo, sarà che la fanciulla che aveva davanti era attraente, si sentiva come frastornato…andò a prendere due calici e una bibita, ma fece grande attenzione a riempire i bicchieri per non versare fuori la bevanda. Come imbambolato rimase a osservare Clarissa che beveva con avidità, la ragazza posò il bicchiere sul tavolino:
“Allora, vogliamo parlare d’affari?”, chiese lanciandogli uno sguardo malizioso.
Ma non ci fu bisogno di trattare, Tony accettò la proposta della giovane senza fiatare pur di rivederla.
Il circo dei cameramen e delle modelle arrivò il giorno dopo sconvolgendo la tranquillità della campagna. I clienti che arrivavano guardavano con curiosità l’andirivieni dei tecnici che urlavano, mettendo a soqquadro la fattoria…Ma Tony non sentiva, gli interessava solo essere accanto a Clarissa, si dava da fare in qualunque maniera pur di starle vicino...e anche lei lo guardava in modo particolare, non le dispiaceva affatto quel giovane contadino dai muscoli solidi, anzi, non perdeva occasione per fare la civetta con lui…
 Tony non le staccava gli occhi di dosso: gli piaceva il suo modo di fare, come parlava, come si muoveva come era vestita…abituato com’era ad avere attorno a lui persone semplici, quella donna sofisticata lo stava affascinando.
Rosa arrivò e si guardò intorno:
“Si può sapere cosa sta succedendo?”, chiese esterrefatta.
 Clarissa si fece avanti e :
“Stiamo girando uno spot pubblicitario…la prego si metta da parte”, disse toccandole un braccio.
 Lei si girò innervosita e stava per rispondere a dovere, quando un cameraman l’avvicinò con una telecamera sulla spalla, così fu costretta ad allontanarsi…
“Tony….mi vuoi spiegare cosa ci fa qui questa gente?”, sbottò inviperita lanciando occhiate di fuoco in direzione della bellezza bionda che si muoveva come se fosse a casa sua.
“Non ti preoccupare, mi hanno chiesto se potevano fare della pubblicità nella fattoria e ho dato il permesso…e poi ci pagano, e anche bene”, tentò di rassicurarla.
Ma il fiuto di una donna innamorata non si ingannava, Rosa notò gli sguardi del suo uomo verso quella magnifica creatura e cercò di correre ai ripari, doveva riprendersi subito ciò che era suo.
 “Ci vediamo stasera?”, chiese invitante; gli andò vicino e lo prese sottobraccio. Lui si irrigidì:
“Sono molto stanco…questa confusione mi ha stressato e…vorrei andare a letto presto”, disse cercando di non essere sgarbato. Rosa deglutì come se avesse ingoiato un rospo:
“Va bene…come vuoi…a domani”, concluse andandosene inviperita.
Tony la seguì con lo sguardo e si diede dello stupido! ... che bisogno c’era di trattare in quel modo Rosa che era sempre  affettuosa con lui? Ma lo scrupolo durò poco: la vide allontanarsi e non la richiamò, il suo sguardo non si staccava da Clarissa.
La giornata stava per finire e la carovana della pubblicità stava riponendo nel furgone gli attrezzi, le modelle se n’erano già andate. .
Clarissa con le braccia cariche stava correndo, inciampò e cadde proprio davanti a lui. Tony si precipitò ad aiutarla:
“Ti sei fatta male?”, chiese ansioso.
“No…no…almeno credo, lasciami alzare e dopo te lo dico”, rispose lei.
Il giovanotto la sorresse e il solo contatto con il suo corpo lo fece arrossire, Clarissa se ne accorse e pensò che aveva fatto colpo…anche lei era stata attratta subito da lui e in quell’attimo decise che non poteva farsi scappare un tipo così. Le sue braccia avvolsero il collo di Tony in un abbraccio:
“Non ce la faccio a stare in piedi…devo essermi slogata una caviglia”, si lamentò con la voce di una bimba viziata.
“Ti porto in casa…poi chiamiamo un medico…”, disse lui precipitosamente.
Lei gli sorrise: “Grazie…sapevo che eri un bravo ragazzo”, sussurrò dolcemente.
 Tony la prese fra le braccia e mentre la trasportava si sentiva l’uomo più felice del mondo: era tutto il giorno che desiderava toccarla, e ora l’aveva tutta per sé…L’adagiò con cautela sul letto:
“Chiamo subito il dottore…”, esclamò.
“No…vieni qui…mi sembra di stare meglio, il dolore è quasi sparito…”, disse lei trattenendolo per la camicia.
Tony non capiva più niente, avere nel suo letto quella donna che l’aveva stregato appena l’aveva vista lo metteva in ansia…non sapeva più cosa fare. Clarissa con una smorfia di dolore cercò di alzarsi:
“Penso che sia meglio per ora non sforzare il piede, vai fuori e dì a tutti di andarsene senza di me, li raggiungerò più tardi…in questo momento non posso assolutamente guidare”, sussurrò...e gli occhi verdi sembravano due smeraldi lucenti.
 Tony corse fuori e ritornò, aveva letto in quegli occhi lo stesso suo desiderio, si sdraiò accanto a lei ma non ebbe il coraggio neppure di toccarla, era intimidito dalla sua bellezza… La mano di Clarissa si insinuò nella sua, quelle dita affusolate che stringevano la sua mano callosa lo fecero fremere, lei prese l’iniziativa e lo baciò sulla bocca…La passione si scatenò, Tony ricambiò il bacio e la strinse a sé, il profumo della sua pelle lo stordì, Clarissa si tolse i vestiti lentamente, la visione della biancheria di pizzo sulla pelle bianca e liscia gli diede un brivido e finalmente si lasciò andare…era la prima volta che provava emozioni così forti, con Rosa non era così…anche se le voleva molto bene fra di loro non c’era quella febbre che lo divorava in quel momento…avere fra le braccia quella creatura raffinata e diversa dalle donne che era solito frequentare non gli pareva vero, era come se stesse vivendo un sogno…si inebriò al profumo dei capelli di seta sparsi sul cuscino e con mani tremanti accarezzò il corpo liscio e perfetto…

Rosa intanto, aveva deciso di fare un salto da Tony anche se le aveva detto che era stanco…magari solo per augurargli la buona notte, di solito era lui che la veniva a prendere per portarla alla fattoria, ma quella sera voleva fargli una sorpresa…Parcheggiò l’utilitaria fuori dal cancello e si inoltrò nel vialetto…notò una vettura sportiva sull’aia, nel cascinale tutto era silenzio, alzò gli occhi e vide che soltanto la finestra della camera da letto era illuminata. Un presentimento la spinse a guardare dentro l’abitacolo della macchina ferma. Sui sedili una borsa e una giacca femminili, inequivocabilmente la proprietaria era una donna, sicuramente la bionda indaffarata che sembrava una Barbie e lassù, in quella stanza Tony era con lei…
Un groppo alla gola le impedì di fare qualsiasi mossa, anzi decise di andarsene, non avrebbe mai creduto che lui potesse arrivare a tanto…tradirla con una di città, una smorfiosa che l’avrebbe fatto soffrire, che stupido e ingenuo! Tornò a casa delusa e quella notte non prese sonno…non ce l’aveva tanto con lui ma con quella che era venuta a scombinare la sua vita, sicuramente solo per un capriccio…
Il giorno dopo nel casolare Tony si svegliò presto, accanto a lui Clarissa dormiva ancora, sfiorò con un dito la bella bocca atteggiata in una smorfia infantile e ricordò i suoi baci… si alzò piano piano per non svegliarla…aveva ancora addosso il profumo sensuale della sua pelle.
“Sveglia, dormigliona…è pronta la colazione”, annunciò poco dopo reggendo un vassoio con un bricco di caffè fumante, biscotti e marmellata. Lei aprì gli occhi pigramente:
“Grazie…solo un caffè senza zucchero”, disse con la voce ancora impastata di sonno. 
Tony ci rimase male….era abituato con Rosa che di buon mattino mangiava con piacere quelle buone cose fatte in casa…
 Il giovane si avvicinò per porgerle la tazzina e la guardò negli occhi:
“E’ stato così bello che mi sembra di aver sognato”, sussurrò, “ti amo disperatamente”.
Lei sorseggiò con cautela la bevanda bollente, “Anche per me è stato bello…sei un uomo meraviglioso”, rispose distrattamente, “ purtroppo ora devo andare…il lavoro mi aspetta…”, disse alzandosi di slancio.
Tony l’osservò meravigliato: “La caviglia? Ti fa ancora male?”.
Lei si massaggiò la gamba:
 “No…è tutto passato….merito tuo”, gli disse nascondendo il viso nel suo petto.
Fece una doccia e si vestì in fretta, “Beh… ciao, ti telefono io,”, disse presentandosi pronta per andarsene.
“Non puoi andartene così….quando ci vediamo?”, chiese lui implorante.
Clarissa sorrise: “Mi farò viva presto, non ti preoccupare…”, l’abbracciò e gli diede ancora un bacio sulla bocca, poi scese le scale e corse all’auto su piazzale…Tony sentì il motore avviarsi, l’osservò dalla finestra mentre partiva…e già gli mancava.
Da quel momento visse soltanto aspettando una telefonata….che non venne mai.
Era diventato un’altra persona…non sorrideva più e pensava sempre a lei, ogni ora ogni minuto, ricordava la notte d’amore con Clarissa e non sapeva darsi pace ”perché non mi telefona?”, si chiedeva, non voleva ammettere di essere stato l’oggetto del capriccio di una ragazza abituata a giocare con l’amore. Per lui invece era stata un’altra cosa, aveva messo tutto se stesso in quella breve storia; era bastato un giorno, anzi una notte per sconvolgergli la vita…non poteva dimenticare le emozioni, sapeva che non le avrebbe mai più riprovate con nessun’altra donna…
 Quando telefonò all’agenzia e, per lui, Clarissa non c’era…non sperò più…
Piombò in uno stato di inerzia, la malattia d’amore lo annientò, la passione lo bruciava…il sortilegio di un’ammaliatrice come Clarissa si era impadronito del suo animo semplice…
Rosa non si fece più vedere e Tony, abbandonato a se stesso era sull’orlo della depressione, finché una sera, quando proprio non ce la faceva più, decise di andare a cenare a “L’Ortolano”, la trattoria di Rosa.
“Cosa ci fai qui conciato in quel modo?… guardati, hai la barba lunga, sei dimagrito…”, disse lei non appena se lo vide davanti con un’aria da cucciolo abbandonato. Lui la guardò intensamente:
“Ho bisogno di te…aiutami a guarire…”, supplicò, “non lasciarmi”.
Rosa in quel momento sentì il rancore sciogliersi, alzò lo sguardo verso il suo uomo e capì che non poteva perderlo:
“Ti sta bene! Sei stato uno stupido ...cercherò di perdonarti…ma tu mi devi promettere che non guarderai mai più una bionda…”, disse buttandogli le braccia al collo.
Tony la strinse e si sentì al sicuro: “Te lo giuro”, sussurrò affondando il viso nei suoi capelli che non sapevano di profumo francese…ma erano tanto rassicuranti!
FINE

 











domenica 23 aprile 2017

CINZIA



 Cinzia diede un’occhiata all’orologio e si accorse che era già l’ora di andare a casa:
“Signori fra dieci minuti la Biblioteca chiude”, avvertì. 
Il silenzio che fino ad allora regnava assoluto fu interrotto dal rumore delle sedie rimosse, dei libri che si chiudevano, delle persone che si muovevano dai loro posti.
Tutti se n’andarono salutando e la ragazza si accinse a rimettere negli scaffali i volumi consultati; si accertò che nessuno avesse dimenticato niente sui tavoli e fece il giro della sala. 
In fondo, all’ultimo posto, nascosto dietro una colonna notò qualcosa di insolito. Si avvicinò cautamente e si accorse con sorpresa che un tale stava con la testa china sul piano del tavolo. Subito ebbe paura poi, preso coraggio lo raggiunse: il respiro regolare e l’abbandono del corpo le fecero capire che stava dormendo saporitamente. Dai capelli biondi e folti s’intuiva che doveva essere giovane.
“Scusi… devo chiudere”. Nessuna risposta.
Lo toccò: “Mi dispiace….ma è ora di andarsene…”, disse con più vigore.
L’altro si scosse e alzò il capo, la fissò con lo sguardo imbambolato:
“Dove sono?”, chiese con la voce impastata.
“Sei in una Biblioteca pubblica….e devi alzarti”, gli rispose lei mentre osservava il viso singolare di quel ragazzo: aveva i lineamenti marcati, gli occhi e i capelli chiari, doveva essere straniero.
Infatti, si affrettò a rispondere in un cattivo italiano :
 “Vado subito…mi sono addormentato…”.
 Si alzò e Cinzia notò che la sovrastava con la sua alta statura. Il giovane si guardò intorno.
“Hai dimenticato qualcosa?”; domandò lei.
“Sì…il mio zaino”, disse frugando sotto il tavolo. Si rialzò e la luce del lampadario gli rischiarò il viso: le ombre scure sotto gli occhi gli davano un’aria smarrita; s’incamminò verso la porta con passo barcollante. Cinzia lo fermò: “Dove vai adesso?”, gli chiese improvvisamente.
 Il ragazzo si volse ma non rispose.
“Non voglio farmi gli affari tuoi, ma ho l’impressione che tu sia nei pasticci….forse non hai una casa e…non hai mangiato, sbaglio?”.
Lui acconsentì chinando il capo. La giovane donna si avvicinò:
“Come ti chiami?”, gli chiese, “…e da dove vieni?”.
Lui la guardò confuso: “Sono ucraino e mi chiamo Igor”, rispose, “… non ho più una casa, la padrona mi ha buttato fuori perché non avevo i soldi per l’affitto…”, le parole gli uscivano a fatica. 
La ragazza scrutò il viso del giovanotto e notò che gli occhi chiarissimi, trasparenti come il vetro erano smarriti, in cerca di aiuto.
“Hai bisogno di soldi?…Tieni, ho solo questi”, disse infine, cercò nel portafoglio e gli allungò una banconota.  Lui la prese e un sorriso gli illuminò il viso fino ad allora cupo.
“Grazie….”, mormorò, poi uscì di corsa senza nemmeno voltarsi; lei rimase a fissare la porta sopra pensiero.
Si decise ad andarsene dopo qualche minuto, chiuse la Biblioteca e consegnò le chiavi al custode.
Mente camminava ripensava allo strano incontro con quel ragazzo che si era addormentato sul tavolo, chissà dove era andato…forse non l’avrebbe rivisto mai più.
La sua giornata non era finita: il giovedì aveva preso un impegno in un’associazione di volontariato e, dopo il lavoro, andava a dare una mano a fare i pacchi da distribuire ai poveri.
Mentre sistemava gli scatoloni nel magazzino le tornavano in mente gli occhi disperati di Igor e, per la prima volta nella sua vita, provò un sentimento strano, una sconsiderata attrazione verso quell’uomo che non conosceva neppure… non riusciva a toglierselo dalla testa.
Cinzia aveva ventotto anni, nella sua vita non aveva mai avuto un amore, era una ragazza senza nessuna attrattiva, non si curava dell’aspetto fisico, portava occhiali con  lenti spesse, andava raramente dal parrucchiere per aggiustarsi i capelli neri e ricci, per lei la moda non esisteva: i suoi abiti dovevano essere comodi e semplici. La sua vita era banale, fra casa, lavoro e volontariato. Non si era mai innamorata anche perché aveva avuto ben poche occasioni per farlo.
Stava trasportando un sacco pieno di indumenti, quando il suo sguardo cadde su una branda coperta da un plaid scozzese. Immediatamente pensò al ragazzo ucraino…scacciò il pensiero, tanto non l’avrebbe più rivisto….erano soltanto fantasie…
Passò una settimana durante la quale Cinzia fissava continuamente la porta d’ingresso della biblioteca nella speranza di veder apparire Igor, chissà….magari sarebbe tornato…
Il suo cuore si fermò un attimo quando lo vide fuori, davanti all’edificio che l’aspettava.
“Sono venuto per ringraziarti…ma non so ancora come ti chiami”, mormorò lui timidamente.
“Cinzia”, rispose lei mentre l’osservava attentamente: i jeans strappati e il giubbottino spiegazzato macchiato di calce, davano ad intendere che non se la passava proprio bene.
“Non hai ancora trovato una sistemazione?”, domandò.
Il giovanotto scosse la testa: “No…ho un lavoro, faccio l’imbianchino, ma non ho una casa”.
 “Dove dormi?”, gli chiese.
“Nella sala d’aspetto della stazione”, rispose Igor tranquillamente.
A Cinzia balenò in mente il lettino nel magazzino dei vestiti smessi.
“Vieni con me”, propose decisa prendendolo sottobraccio. Igor sorpreso la seguì in silenzio. Poco dopo erano davanti al capannone, Cinzia frugò nella borsetta estrasse le chiavi ed entrarono.
“Ssst”, sussurrò mettendosi un dito sulle labbra, “facciamo piano….nessuno viene qui fino a giovedì, hai tre giorni di tranquillità, intanto cercherò di trovarti un alloggio…”.
 Parlava concitata, mentre indicava a Igor la brandina nella quale avrebbe dovuto dormire.
 “Qui c’è anche un piccolo bagno…”, disse mostrandogli uno sgabuzzino con i servizi.
 Il ragazzo era frastornato e girava per il grande spazio cercando di capire:
“Posso stare qui?”, chiese infine quando ebbe afferrato ciò che Cinzia gli stava offrendo.
A un segno affermativo della ragazza, con un moto spontaneo l’abbracciò:
“Grazie….grazie”, ripeteva.
Cinzia si strinse a lui con un trasporto che imbarazzò il giovane ucraino che si sciolse turbato.
“Ora devo andare”, balbettò Cinzia, “domani mattina metti la chiave sotto lo zerbino, verrò a trovarti verso sera”, senza aggiungere altro uscì di corsa.
Quando arrivò a casa gettò la borsetta sulla cassapanca dell’ingresso e andò in camera: si buttò sul letto e rimase a fissare il soffitto. Aveva dentro qualcosa di grande, mai provato, che voleva tenere tutto per sé. Questo era amore: stava perdendo la testa per quel ragazzo che aveva visto soltanto due volte.
Si alzò all’alba e, con una scusa, sgusciò fuori quando in casa erano ancora tutti addormentati. Si diresse con passo veloce verso il magazzino.
“Ecco il caffè e i cornetti”, annunciò appena Igor le aprì. Lui, assonnato la fece entrare e la guardò sorpreso,  con voracità si buttò sulle brioches, ingollò il liquido caldo e finalmente riuscì a dire qualcosa:
 “Sei la mia fata….è giusto?”, i suoi occhi brillavano , avvicinò il  viso a quello di lei, si chinò, con delicatezza le tolse gli occhiali e la baciò sulla bocca.
Cinzia aveva il cuore in tumulto, stava per sentirsi male, ma gli cinse il collo con forza. Lui si staccò e le prese il viso fra le mani: 
“Hai degli occhi belli”, mormorò “ e una bella bocca”.
 Nessuno le aveva mai detto parole così, in quell’istante capì che era innamorata perdutamente, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non perderlo.
Scappò via e si presentò in biblioteca sconvolta:
 “E’ successo qualcosa?”, le chiese il custode curioso.
Senza rispondere entrò e cominciò il suo lavoro. Quella mattina i frequentatori della Biblioteca comunale non capivano perché la signorina Cinzia, solitamente tanto precisa e scrupolosa consegnasse un libro al posto di un altro. In effetti la giovane aveva la testa nel pallone; si chiedeva, mentre cercava fra i volumi, perché Igor l’avesse baciata. Forse si illudeva, certamente l’aveva fatto solo per ringraziarla di averlo aiutato…però le era sembrato che ci fosse qualcosa di più. Non vedeva l’ora di rivederlo… e passò il tempo che la separava dalla chiusura sempre pensando a quel bacio. Quando infine riuscì a liberarsi si precipitò nel magazzino. Bussò ma nessuno rispose: guardò sotto lo zerbino e trovò la chiave.
Non era ancora arrivato… entrò  e si mise ad aspettarlo: quando sentì la porta aprirsi la solita morsa allo stomaco cominciò a farsi sentire. Lui entrò: aveva gli abiti impolverati, la faccia stanca… ma quando la vide si rasserenò:
“Ciao!”, la salutò allegramente.
Cinzia gli aveva portato qualcosa da mangiare, si sedettero vicini sul letto mentre Igor masticava con gusto.
Fra un boccone e l’altro, cercando le parole in una lingua non sua, il ragazzo le raccontò qualcosa di sé.
Le disse che era dovuto andarsene dalla sua terra perché mancava il lavoro e il viaggio in Italia sembrava essere la soluzione ai suoi problemi.
“Sai che sono ingegnere?”, annunciò orgoglioso”, “ ma qui non è contato molto e ….ho trovato solo da fare l’imbianchino”, concluse amaramente.
Cinzia lo ascoltava in silenzio, era sempre più attratta dai suoi occhi chiari, trasparenti, dolci…anche il suo modo di muoversi un po’ goffo le piaceva, persino l’accento straniero le sembrava affascinante.
Lui le passò un braccio attorno le spalle e la strinse a sé:
“Sei una ragazza speciale…non ho mai trovato una come te”, le disse accarezzandole i capelli, “io vorrei…che tu fossi la mia donna…ma non posso, non ho niente da offrirti”.
Cinzia posò la testa sul suo petto:
“Io mi sono accorta che ti amo, Igor…non mi importa nulla..”, confessò.
 Si abbracciarono con passione. Lui le tolse ancora gli occhiali e le tirò indietro i capelli ribelli:
 “Così mi piaci”, mormorò. Lesse nei suoi occhi ciò che voleva sapere; lentamente le slacciò la camicetta mentre lei tremava d’emozione. Non si tirò indietro e, quando Igor aprì anche l’ultimo bottone, offrì il suo corpo vergine all’uomo che aveva scatenato in lei l’amore travolgente che non aveva mai conosciuto…
Quella sera arrivò a casa sconvolta:
“Cosa sta succedendo da qualche giorno?”, le chiese sua madre non appena la vide varcare l’uscio di casa.
“Nulla, mamma…”, rispose in fretta Cinzia. Si chiuse in camera e si sedette annichilita sulla poltrona. Non era pentita, ma si chiedeva cosa l’aveva spinta a far crollare tutti i tabù che l’avevano repressa fino a quel momento e a cadere nelle braccia di uno sconosciuto. C’era solo una spiegazione: la passione folle che si era impossessata di lei a tradimento quando si era trovata a tu per tu con Igor… si era lasciata andare finalmente libera di accettare le forti emozioni dell’amore senza nessun senso di colpa…. Quella notte la passò insonne; riviveva ogni momento chiedendosi se anche per lui era stato così importante fare l’amore con lei.
Il mattino dopo, prima di uscire, si guardò allo specchio, per la prima volta con occhi critici, e decise di prendersi una mezza giornata per rimediare al suo aspetto insignificante. Voleva apparire più bella per lui. Cominciò con l’andare da un ottico e farsi applicare le lenti a contatto, poi dal parrucchiere per domare i capelli sempre in disordine che le coprivano il viso….infine, in una boutique acquistò qualche golfino nuovo, al posto dei soliti maglioni informi. Tutta nuova,, anche dentro di sé, corse al capannone per incontrare il suo uomo.
Raccolse la chiave nel solito posto ed entrò: un foglio di carta attrasse la sua attenzione. Solo poche parole con qualche errore di ortografia :”Perdono. Non posso darti niente. Ti amo. Igor”.
Cinzia si lasciò andare sulla branda senza forze:
 “Se n’è andato….era troppo bello per essere vero…l’ho perso per sempre…”, sussurrò gemendo come una bestiola ferita. Senza ritegno singhiozzò a lungo, disperata. Poi si alzò e se ne andò a casa con un macigno al posto del cuore..
Cinzia attese per giorni e giorni un cenno di Igor, le sembrava impossibile che fosse sparito dopo i momenti appassionati che avevano vissuto. Pregava e sperava, era dimagrita e depressa, il tempo passava e non riusciva a rassegnarsi a non vederlo mai più. 
I mesi passavano e lei aveva perso ormai ogni speranza….ma dopo tanto soffrire, una sera, all’uscita della biblioteca, si sentì chiamare: “Cinzia!”.
Si voltò di scatto, solo Igor pronunciava il suo nome in quel modo, infatti vide la sua alta figura venirle incontro. Quasi non lo riconobbe: al posto della tuta impolverata indossava un abito con camicia azzurra, era ben rasato e i capelli biondi ben pettinati.
“Sei proprio tu?”, gli chiese incredula toccandolo per costatare che non fosse un miraggio.
Lui si fermò davanti a lei:
 “Eccomi qua… sono venuto per portati via con me”.
“Cosa hai detto?”; esclamò Cinzia ancora sotto choc.
“Non ti ho mai dimenticata, ho lottato con tutte le mie forze per riuscire ad essere degno di te….ora faccio l’ingegnere e ti posso dare ciò che vuoi”, rispose lui tutto d’un fiato.
“Ma non hai capito che voglio solo te?”, ribatté Cinzia piangendo di felicità..
Si buttarono l’una nelle braccia dell’altro stringendosi con passione. Lui le accarezzò il viso:
 “Dove hai messo gli occhiali?”, chiese sorridendo.
“Non ti piacevano e…li ho buttati”, scherzò lei.
“Vieni”, disse lui prendendola sottobraccio, “andiamo a cena….Voglio cominciare a pagare i debiti…”.
Cinzia lo guardò, si appese al suo braccio, e pensò che anche per lei era arrivata la felicità.
FINE









 





 .