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domenica 4 ottobre 2015

L'ORCHIDEA NERA - terza puntata




Vito aspettava la risposta di Gargiulo con il cuore in gola.

“Un uomo….la donna che ha telefonato era molto agitata, dobbiamo intervenire ?”, rispose l’appuntato.
 Un profondo respiro di sollievo sollevò il petto del capitano: la vittima non era Zaira!

 “Andiamo”, disse concitato , “ chissà cosa è successo in casa del dottore”.

A sirene spiegate la Pantera dei Carabinieri attraversò il paese .

 Si fermarono davanti alla villetta , si avviarono al cancello e non trovarono resistenza: era aperto. Anche la porta di casa era spalancata.  Entrarono nel salone :

 Marisa, abbandonata sul divano pallida e con  gli occhi lucidi era lo specchio della  disperazione:

 “Venga capitano, l’ha ucciso…”, mormorò indicando il cadavere del dottore ai piedi della scala a chiocciola.

“Chi è stato?”, domandò Vito osservando il corpo dell’uomo senza vita.

 Marisa si scosse e lo fissò:

 “Quella serva negra…probabilmente mio marito l’aveva sorpresa a rubare…guardi, la cassaforte è aperta… lei l’ha spinto dalle scale. Io ero appena rientrata e ho visto tutto, poi è scappata….”, un singhiozzo interruppe il racconto di Marisa.

 Vito la guardò fisso in viso, stava dicendo la verità?  si rifiutava di credere: Zaira non poteva aver fatto ciò che diceva quella donna, c’era qualcosa di poco chiaro nella storia.

“Suo marito è precipitato dalle scale che salgono in mansarda dove era Zaira, secondo lei cosa ci era andato a fare?”, chiese Vito .

La donna ebbe un attimo di perplessità, ci mise qualche secondo per rispondere:

“Sicuramente sarà andato per chiederle come mai la cassaforte era aperta…io ero sulla porta e ho visto che lei l’ha buttato giù, lui è caduto ed ha battuto la testa”, disse Marisa abbassando lo sguardo.

Il capitano ebbe l’impressione che la donna mentisse, era troppo intenta a cercare le parole per rispondere .
“Va bene, signora…quando avremo trovato Zaira potremo sentire la sua versione dei fatti”, affermò sempre più convinto che la moglie del dottore cercasse di aggiustare le cose a modo suo.  

Dopo che il medico legale costatò la morte del dottore ; il capitano ordinò una perquisizione in camera della sospettata e…quando un agente tornò con in mano il collier, sentì un colpo allo stomaco.

“Dove l’hai trovato?”, domandò.

“Sotto il materasso, capitano”, rispose pronto l’altro. Vito rimase di sasso, ma non perse il controllo né credette, anche per un solo istante, che Zaira l’avesse rubato…

Vito uscì dalla villa disperato, doveva iniziare le ricerche di Zaira. Il suo pensiero andava a quel pomeriggio d’amore, riviveva i momenti passati con lei e un’amarezza infinita lo prese: perché il destino aveva voluto infrangere un amore appena iniziato? Chissà dov’era andata…era sola e non conosceva nessuno, l’immaginava vagare nella notte. Era sicuro della sua innocenza, ma,….perché era fuggita? Doveva esserci sotto qualcosa che in quel momento non riusciva ad afferrare…

Con una pattuglia trascorse la notte a cercarla, andò nei locali ancora aperti, percorse tutte le vie, le stradine, gli angoli, i giardini …passavano le ore e la speranza di rintracciarla si allontanava sempre più. Arrivò il mattino, le strade  si stavano animando…Vito dovette cedere: Zaira era scomparsa.

 Non ce la faceva più…era stanchissimo e decise perciò di tornare a casa. Infilò la chiave nella toppa del portone d’ingresso e salì le scale lentamente: oltre alla fatica fisica aveva il morale a pezzi. La luce fioca che filtrava dalle finestre rendeva difficile la visibilità, salendo l’ultima rampa di gradini notò una forma scura davanti alla porta del suo appartamento. Arrivato sul pianerottolo la sorpresa lo paralizzò: Zaira, accovacciata sullo zerbino lo stava guardando, nei grandi occhi nocciola si leggeva tutta la sua disperazione. Lui si chinò per aiutarla ad alzarsi e la strinse a sé:
“Amore mio…come sono felice…non devi più aver paura, adesso ci sono io…vieni, sei intirizzita”.

La ragazza si lasciò portare dentro senza dire una sola parola. Tremava, aveva le palpebre gonfie per le tante lacrime versate…Vito la fece sedere sul divano e la coprì con un plaid:

“Vado a prepararti qualcosa di caldo”, disse. Poco dopo tornò con una tazza di tè bollente:
“Bevi…ti farà bene”. Zaira ingollò la bevanda calda, il suo viso riprese colore:
“Grazie”, sussurrò posando il recipiente sul tavolo, “ora sto meglio”.

“Ho girato tutta la notte a cercarti…sono contento che tu sia venuta da me?”.

La giovane donna alzò su di lui lo sguardo spaventato:

“Sono arrivata qui d’istinto…ho suonato e non eri in casa…è passato un tale che ha aperto il portone e mi sono seduta per terra ad aspettarti… io non l’ho ucciso, è precipitato dalle scale…aiutami…”, implorò. Le parole uscivano a fatica si aggrappò a lui stringendolo con forza. Vito sentiva il suo corpo fremere.

“Ora calmati…mi racconterai dopo, troveremo insieme una soluzione”.

“No…ti voglio raccontare tutto, subito”, esclamò lei con uno scatto improvviso.

Raccontò come erano andate le cose, il tentativo di violenza, la sua ribellione e l’incidente del dottore nel tentativo di raggiungerla. Vito stava ad ascoltare, nel suo cuore si stava sciogliendo il nodo che si era formato fin dal momento in cui era stato chiamato nella villa, era sicuro dell’innocenza di Zaira e adesso ne aveva la conferma.

“Che mascalzone….sembrava una brava persona”, sibilò con rabbia, “non capisco una cosa però”.

“Cosa?”, chiese lei, dal viso teso di Vito intuì che quello che stava per dirle le avrebbe fatto male.

“Sua moglie ti ha accusata…di aver rubato un collier di grande valore…, suo marito ti ha sorpresa in flagrante e tu l’hai spinto…lei era presente e ha visto tutto…così ha detto”, affermò il capitano a disagio, “purtroppo il gioiello è stato trovato sotto il tuo materasso”, concluse amareggiato.

“Non è vero!…non so niente di tutto questo….non ho rubato, non ne sono capace”, gridò lei smarrita, “credimi…la verità è la mia”.

Vito l’abbracciò: “Ti credo, calmati….quella donna ti odia”.

“Lo so, è sempre stata gelosa….si era accorta che suo marito non mi toglieva gli occhi di dosso….anch’io avevo paura, ma speravo che tutto finisse lì, invece…”.

“Perché non mi hai detto nulla?”; chiese indispettito, “ti avrei fatto uscire da quella casa”.

“Hai ragione, perdonami, volevo cavarmela da sola…non credevo che quell’uomo arrivasse a tanto!”, Vito asciugò le lacrime che scendevano sulle guance di Zaira.

“Vedrai che tutto andrà bene…domani andremo dal giudice e racconterai la tua versione”, disse dolcemente.

La ragazza ebbe uno scatto improvviso:
“No…tu mi devi nascondere, io non verrò mai con te…non mi   crederanno. Guardami! la mia pelle è scura e sono  arrivata come una clandestina…saranno tutti contro di me”, i suoi occhi brillavano di rabbia.

Vito cercò di tranquillizzarla e convincerla a costituirsi, ma la giovane donna continuava a scuotere la testa: “No…non voglio…”.

 Stremato, Vito la prese per le braccia:

 “Se mi ami devi fidarti e fare ciò che ti dico”, affermò guardandola fissa negli occhi, “altrimenti vuol dire che non ti importa nulla di me”.

Zaira si calmò e, dopo qualche secondo di silenzio disse con un filo di voce:

 “Verrò con te”, con fatica pronunciò le parole che non avrebbe mai voluto dire.

“Così va bene, riuscirò a far venire fuori la verità…”, mormorò Vito, “vieni, andiamo a dormire….siamo sfiniti”.

 Si sdraiarono uno accanto all’altra, si abbracciarono forte, poi il sonno ebbe il sopravvento e si addormentarono..

Dopo qualche ora Zaira si svegliò, era mattina presto, i rumori della strada entravano nella camera, ma Vito era ancora nelle braccia di Morfeo. Lei lo guardò con tenerezza: stava dormendo così bene! Se quello, non fosse stato il giorno in cui doveva portarla dal giudice, sarebbe stato un momento dolcissimo.
Zaira lo guardava e pensava che da lì a poco avrebbe potuto essere in prigione, perdere la libertà. Quella libertà per la quale aveva affrontato il viaggio, abbandonato i suoi cari e  sopportato tante umiliazioni. Le passarono davanti agli occhi gli stenti, la guerra, la difficoltà di vivere nel suo paese martoriato dalla rivoluzione. “No, non ci voglio tornare…non posso farmi arrestare….mi metteranno in prigione, nessuno mi crederà…”, pensò.   Era sempre più convinta che la signora Giannini, moglie stimata del dottore, avrebbe avuto la meglio…le sue parole contro quelle di una serva di colore? Non c’erano dubbi: avrebbe vinto lei!. Si vedeva già trascinata in manette e sbattuta in una cella.

Ossessionata da questi pensieri si alzò, cercando di non fare rumore si rivestì, si avvicinò in punta di piedi al suo amore addormentato e gli inviò un bacio sulla punta delle dita: “Addio Vito, perdonami…non posso…”. Chiuse la porta con cautela e si precipitò lungo le scale. Arrivata in strada cominciò a camminare svelta, ma non sapeva dove andare i suoi piedi percorrevano i marciapiedi e le lacrime le inondavano il viso. Si trovò davanti alla stazione ferroviaria ed entrò, un treno era in partenza e salì senza nemmeno pensarci un attimo, cercò un posto in uno scompartimento e si sedette: non sapeva neppure dove l’avrebbe portata quel treno…

 Vito dormì parecchio, si svegliò e allungò un braccio per accarezzare il corpo della sua donna, ma si accorse che Zaira non era nel letto. Si alzò stirando le membra indolenzite, andò in cucina convinto di trovala lì. La chiamò ma non ebbe risposta, cominciò ad avere paura: “Zaira!”, la voce risuonò nella casa deserta …Si precipitò in strada nella speranza di trovarla….rimase sulla porta impietrito con lo sguardo perso nel vuoto e dovette cedere alla realtà: lei era andata via….era stata presa dal terrore di non essere creduta…Si passò una mano sugli occhi: perché non aveva avuto fiducia in lui? Con la sua fuga si condannava, non avrebbe più potuto fare nulla per dimostrare la sua innocenza. Ma ciò che lo faceva star male era il fatto che forse l’aveva perduta per sempre. Il rimorso di non averla ascoltata lo tormentava: se l’avesse aiutata a nascondersi o a fuggire come gli aveva chiesto non l’avrebbe persa  ma…c’era di mezzo il dovere e il giuramento che aveva fatto tanto tempo prima, quando era entrato nell’Arma. La divisa che portava non gli permetteva  debolezze: aveva l’obbligo di far rispettare la legge anche a costo calpestare il suo amore.  Si sentiva come un cane bastonato, stava male…  Chissà dov’era Zaira in quel momento? L’immaginava in strada, sola, senza soldi, esposta a tutti i pericoli  ai quali una giovane donna poteva andare incontro. Uscì per andare in caserma, a bordo della sua utilitaria percorse le strade col pensiero di organizzare velocemente le ricerche, aveva ancora qualche speranza di trovarla, come era successo la sera prima. Arrivò teso come una corda di violino, i suoi collaboratori si guardarono in faccia: “Cosa stava succedendo al capitano? Non si era mai comportato così quando dovevano trovare qualcuno scomparso”. Se avessero saputo che la ricercata era la  sua donna  non si sarebbero tanto meravigliati…  Forse era meglio scattare e ubbidire senza fare domande. Poco dopo le vetture nere lasciavano il cortile e si immettevano sulla strada sgommando, tutte alla ricerca della bella somala sparita nel nulla.


 
                                                                                                                                           (Continua)

sabato 26 settembre 2015

L'ORCHIDEA NERA - Seconda puntata

SECONDA PUNTATA


"Veramente mi aveva parlato di lavori domestici, ma forse non sono ancora in grado…e ha ragione lui. A casa sua potrò curarmi e guarire”, borbottò lei fra sé e sé.
“Comunque non ti lascerò sola…verrò a controllare che tutto proceda per il meglio”.
Zaira si chiedeva se l’interessamento del capitano fosse soltanto per dovere oppure se, come stava capitando a lei, ci fosse qualcosa di più. Quel giovane in divisa l’aveva colpita fin dal primo momento, aveva sentito per lui un’attrazione mai provata con altri; forse per i suoi modi gentili, o perché aveva gli occhi chiari, sinceri e un sorriso particolare.   
“Grazie…perché fai tutto questo per me?”, domandò .
Vito non rispose, le prese le mani e rimase così per un attimo, che a lei sembrò lunghissimo:
“Ho paura di essermi innamorato di te”, sussurrò facendo scorrere lo sguardo sul suo viso.
Zaira abbassò gli occhi:
"…mi è successa la stessa cosa”, sussurrò., " sei quello che ho sempre cercato”.
In quel momento i due giovani vissero la magia dell’incontro di due anime che si erano ritrovate.
Vito si scosse dal turbamento che l’aveva preso, era così felice di sapere che il suo sentimento era ricambiato che abbracciò Zaira sotto lo sguardo stupito della donna che condivideva la camera della ragazza. Rimasero così uniti assaporando il piacere di sentire i loro corpi vicini. Quando si sciolsero avevano ambedue gli occhi lucidi:
“Ti rivedrò presto, ho bisogno di stare con te, di conoscerti, di parlarti”, mormorò lui
 Si batté una mano sulla fronte:
“Ah, dimenticavo, ti ho portato qualcosa da metterti addosso…quando sei arrivata eri fradicia e penso che quel vestitino azzurro ormai sia rovinato”, scherzò.
 Trasse da una borsa un paio di jeans, una maglietta e un pullover.
Zaira prese gli indumenti e se li appoggiò al corpo:
 “Penso proprio che mi vadano bene…grazie, avrei dovuto uscire con il camice bianco”, alzò lo sguardo su Vito, “ho avuto una bella fortuna ad incontrarti!”, esclamò, “ormai sei diventato il mio angelo custode”.
Si lasciarono poco dopo, ognuno di loro era felice, pensavano solo al momento in cui si sarebbero rivisti.
Il dottor Giannini abitava in una villetta a schiera  alla periferia della città, di stile mediterraneo, bianca con un piccolo giardino antistante. Zaira scese dall’auto, si fermò a guardare e pensò che poteva dirsi fortunata. La moglie del dottore l’aspettava sulla porta. Era una donna ossuta, con il viso segnato, era difficile darle un’età , le borse sotto gli occhi e le rughe sulla fronte la facevano sembrare vecchia.
“Sei tu Zaira?”, chiese squadrandola da capo a piedi, “Non sembri una negra, sei molto bella”, disse ancora., “ capisco perché mio marito ti ha portata a casa….”.

 Il tono della donna era sprezzante, la giovane somala si sentì umiliata, stava per rispondere quando il dottor Giannini sopraggiunse:
“Vieni, mettiti a tuo agio….Marisa, falle vedere dove si sistemerà”, ordinò rivolto alla moglie che aveva cambiato atteggiamento non appena l’aveva visto arrivare.

Entrarono, Zaira stupita dal lusso che la circondava era intimidita. Attraversarono il salone arredato con grandi divani e morbidi tappeti persiani, sui mobili d’epoca brillavano le argenterie messe in bella mostra, salirono la scala a chiocciola che portava alla mansarda.
“Ecco, tu starai qui”, disse Marisa, “spero sia di tuo gusto”, nella sua voce c’era un tono canzonatorio che non sfuggì alla ragazza. Si guardò intorno e pensò che era una sistemazione decorosa: nell’angolo della stanza un lettino, appoggiato alla parete un armadio un po’ rovinato, ma decente, un piccolo bagno era annesso al locale.
“Va benissimo”, rispose .
“Ora ti lasciamo, ti ho messo degli abiti e un po’ di biancheria. Dopo ti dirò cosa devi fare”, aggiunse la donna che la stava guardando insistentemente.
 Rimasta sola Zaira si sedette sul letto a pensare: era contenta di avere un lavoro, si riprometteva di mettercela tutta per cercare di accaparrarsi la simpatia della signora Giannini che sentiva ostile.
Si riposò  poi scese la scala: marito e moglie erano seduti sul divano e stavano prendendo l’aperitivo, due bambini giocavano sul tappeto. La donna si alzò:
 “Ti faccio vedere la casa, così potrai renderti conto di cosa dovrai fare. Tutte le mattine pulirai i pavimenti, una volta alla settimana i vetri….ti insegnerò a fare la lavatrice, poi dovrai stirare…”.
“Scusi”, l’interruppe timidamente Zaira, “il dottore mi aveva detto che avrei dovuto fare compagnia a sua madre..”.
“Tua madre?…è morta due anni fa”, esclamò la donna rivolta al marito, “cosa le hai fatto credere? “
 Il dottore, imbarazzato, arrossì leggermente:
“Sì…quel capitano mi dava sui nervi e, per portarti con me ho detto una piccola bugia …avevo promesso a mia moglie che le avrei dato un aiuto…”, si scusò disorientato cercando di captare lo sguardo di Marisa per farsi perdonare.

Zaira lo guardò perplessa, aspettò un poco prima di rispondere: le venne in mente la miseria dalla quale era fuggita e pensò che in fin dei conti ogni lavoro aveva la sua dignità, purché fosse onesto.
“Non importa, va bene così…se la signora m’insegnerà imparerò presto”, rispose umilmente. C’era soprattutto la certezza che, se avesse avuto delle difficoltà, Vito l’avrebbe aiutata.
. L’incontrò pochi giorni dopo: l’aspettava sulla strada, davanti al cancello, lei gli corse incontro:
“Finalmente…non ne potevo più di vederti”, gli disse buttandogli le braccia al collo.

Lui era in borghese, indossava blue-jeans stinti e un maglioncino celeste, come il colore dei suoi occhi. 
“Fatti guardare…sei sempre bella, ma…c’è qualcosa che non va”, esclamò osservandola da capo a piedi, “chi ti ha dato questo vestituccio ?”, chiese.
“La signora…non avevo altro, e ho dovuto metterlo…”, rispose guardandosi addosso: era un vecchio abito fuorimoda, senza nessuna pretesa di eleganza.
“Vieni…andiamo a comprare qualcosa di meglio”, propose Vito.
Nella boutique dove entrarono la commessa li guardò con curiosità:
“Posso esservi utile?”, domandò esaminando Zaira da capo a piedi.
 Vito scelse qualcosa di suo gusto:
“Prova questo”, propose: era un tailleur pantalone-bianco da indossare sopra un top nero.    
 “No…è troppo elegante”, si schermì lei.
“Fammi solo vedere come ti sta…poi prenderemo anche qualcosa di più pratico”, insistette Vito.
Quando la giovane somala uscì dalla cabina di prova il capitano ebbe un soprassalto: non aveva mai visto nessuna donna indossare qualcosa con tanta eleganza. Sul suo corpo quell’abito di serie acquistava uno stile particolare.
Rimase ad ammirarla sempre più stregato dalla sua bellezza.
 Usciti dal negozio passeggiarono a lungo, si dissero molte cose…stavano bene insieme e il tempo che Zaira aveva a disposizione passò troppo in fretta.
 Cominciò così la loro storia: si incontravano una volta alla settimana e in quelle poche ore capirono che fra di loro stava nascendo un amore prorompente che non si accontentava di parole…avevano bisogno di stare soli, per dare sfogo alla passione che li stava travolgendo.
Una sera, dopo un bacio rubato su una panchina, Vito le chiese di andare da lui…lei tacque, ma nei suoi occhi carichi di desiderio Vito colse la risposta. Così, nel piccolo appartamento, si amarono come era già scritto nel loro destino fin dal primo momento in cui si erano incontrati.
Zaira si stirò pigramente e guardò fuori, vide che stava imbrunendo:
“Devo andare…la signora mi ha dato solo due ore di permesso”, esclamò ricomponendosi.
Vito la strinse a sé ancora una volta:
“ ti voglio per sempre…non mi lasciare”, supplicò.
Accostò il viso al suo:
 “Voglio passare la mia vita con te…ti sposerò”, affermò, era diventato serio, stava dicendo una verità che non avrebbe mai pensato di dire. Fino ad allora nessuna donna gli aveva dato quelle emozioni che aveva provato in quell'ora d'amore.
Lei scosse la testa:
 “Non facciamo progetti…., dopo quello che mi è successo ho capito che la vita va vissuta giorno per giorno”.
Si lasciarono a malincuore e Zaira tornò a casa del dottore aspettandosi i rimbrotti della moglie . Entrò cauta, era in ritardo di mezz’ora e non voleva farsi sentire; i bambini erano nella loro stanza che stavano facendo i compiti. Salì la scala in silenzio, nel piccolo locale sotto il tetto era buio, fece per accendere la luce quando si sentì afferrare, non riuscì a gridare perché qualcosa le tappò la bocca mentre veniva trascinata sul letto.
“Stai buona…”, disse una voce roca, “mia moglie non c’è…ti conviene tacere…”. Sentì sul suo corpo le mani dell’uomo che la toccavano, la frugavano, cercavano di farle violenza. Lo sentì ansimare sopra si sé con orrore. Si ribellò con tutte le sue forze, scalciò e si divincolò finché non riuscì ad alzarsi. Si strappò il cerotto dalle labbra: “Mi lasci dottore…”, implorò. Lui era come impazzito, la schiaffeggiò brutalmente, la prese per le braccia per immobilizzarla ma Zaira si liberò con uno strattone, raggiunse la porta e si precipitò per le scale. L’uomo l’inseguì, si sporse per acciuffarla ma perse l’equilibrio e precipitò, rotolò sui gradini e batté la testa sul pomolo della ringhiera in ferro. Rimase immobile, con gli occhi sbarrati mentre un rivolo di sangue macchiava la moquette della scala. Zaira, in preda al terrore, fissò il corpo del dottor Giannini senza vita, con un braccio proteso nell’ultimo tentativo di afferrare la sua preda. Un silenzio agghiacciante, poi la ragazza si voltò, sulla porta del salone, immobile, c’era Marisa che aveva assistito alla tragedia. La donna puntò un dito contro di lei “Assassina!”, gridò. Il suo urlo invase la casa. Zaira ferma, la fissava incredula: “Noo!…lei ha visto…non sono stata io…”, balbettò sconvolta. La moglie di Giannini si mosse: “Chiamo i carabinieri…l’hai ammazzato!”, nei suoi occhi c’era un odio immenso. Si avvicinò al telefono e prese la cornetta. Zaira istintivamente si mise a correre, attraversò il salone, diede uno spintone alla donna e scappò. Col fiato grosso corse, aveva negli occhi la visione dell’uomo con la testa spaccata e nelle orecchie l’urlo di Marisa.
Correva senza meta per la città deserta, la gente era a cena al riparo nelle loro case e lei era disperata….non sapeva dove andare. Si trovò davanti al portone della casa dove abitava Vito, non aveva il coraggio di suonare e si accovacciò sul marciapiede gemendo come un animale ferito.
Marisa, rimasta sola era impietrita davanti al corpo inanimato del marito, nella mente sconvolta passavano pensieri demenziali: “è stata lei, l’ha ucciso con la sua bellezza…è lei la colpevole…Claudio non aveva occhi che per lei…se non l’avesse portata qui sarebbe ancora vivo…gliela farò pagare…”. Si mosse lentamente, passò davanti alla  specchiera stile Luigi XIV e si fermò: lo specchio le rimandò l’immagine di una donna spenta, il viso segnato dalle rughe e il corpo magro, senza nessuna attrattiva. Ebbe uno scatto di rabbia, e voltò le spalle alla figura riflessa. Si diresse decisa verso un grande quadro, lo tolse dalla parete: dietro c’era una cassaforte. L’aprì e, da una scatola, estrasse un collier d’oro e brillanti.
Senza guardare il corpo del marito salì i gradini della scala a chiocciola, andò nella stanza di Zaira e mise il gioiello sotto il materasso, poi ritornò in salone e si recò nella camera dei bambini che non si erano accorti di nulla:
“Rimanete qui, mi raccomando, deve arrivare un signore importante…poi andrete dalla nonna”, disse con la voce piana, per non spaventarli.

 Per i ragazzini non cambiava nulla, stavano guardando un cartone animato e continuarono tranquilli.

 Vito era ancora in servizio, l’appuntato Gargiulo entrò in ufficio:
“Capitano, una donna dice che c’è stato un omicidio”.

Sorpreso alzò il capo dalle scartoffie: “Dove?”, chiese.
L’uomo gli disse l’indirizzo e Vito sobbalzò: era l’abitazione del dottor Giannini e il suo pensiero andò subito a Zaira.      
"Chi è stato ucciso?”, domandò .

                                                                                              ( continua)



sabato 19 settembre 2015

L'ORCHIDEA NERA


 

 1° puntata


   

L'onda gigantesca si alzò dal mare infuriato e si abbatté con rabbia sullo scafo, che galleggiava alla deriva come un fuscello sulla massa scura dell’acqua. Nella notte senza stelle si stava compiendo, ancora una volta, una tragedia del mare: la nave di clandestini si era rovesciata gettando fra i flutti il suo carico umano a qualche centinaia di metri dalla riva. Zaira si trovò nell’acqua gelida senza neppure rendersi conto di cosa fosse successo. Quando si era diffusa la notizia che la costa era già stata avvistata, un grido di gioia si era levato da quella povera gente : quel terribile viaggio era terminato, erano arrivati nella terra tanto sognata… ma la tempesta arrivò all’improvviso, i cavalloni si alzarono e l’imbarcazione cominciò ad ondeggiare paurosamente impedendo l’attracco. Le grida esultanti si trasformarono in urla di terrore, i più coraggiosi si buttarono giù, gli altri aggrappati ai parapetti delle fiancate, sferzati dai marosi fissavano annichiliti il buio in preda alla paura, poi la nave si rovesciò…

La giovane donna affondò e riemerse, cominciò a nuotare disperatamente cercando di raggiungere la spiaggia ma sentiva che le forze l’abbandonavano, le braccia si stavano irrigidendo e …si lasciò andare, il corpo s’immerse lentamente nell’acqua…

 Intanto dalla capitaneria di porto era già partito l’allarme: immediatamente erano stati allestiti i soccorsi, le lance facevano la spola fra il relitto della nave e la riva portando i naufraghi che riuscivano a recuperare, qualcuno purtroppo era già senza vita. Le ambulanze, con un andirivieni frenetico, trasportavano i feriti all’ospedale della città vicina.

Il capitano dei carabinieri Vito Lombardi dirigeva le operazioni di salvataggio; sulla battigia si abbandonavano sconvolti i clandestini portati in salvo. 

La morsa allo stomaco nel vedere quell’umanità disperata lo faceva star male; uomini, donne, qualche bambino venivano portati a riva grondanti d’acqua, nei loro occhi si leggeva il terrore. Da una lancia scaricarono una giovane donna che sembrava non dar segni di vita. Il vestito azzurro aderiva al corpo bruno, mettendo in risalto le forme perfette, aveva gli occhi chiusi e sulla bocca  una smorfia di dolore, sembrava molto giovane, poteva avere poco più di vent’anni. I marinai l’adagiarono sulla sabbia e Vito si avvicinò:

“E’ morta”, domandò.

“No, respira ancora”, rispose un ragazzo alzando gli occhi su di lui.

Vito fece un cenno, due infermieri arrivarono di corsa e stesero il corpo sulla barella. L’ambulanza partì a tutta velocità seguita dallo sguardo del capitano: “Spero che se la cavi”, si disse impietosito, senza spiegarsi perché proprio quella ragazza, fra i tanti naufraghi, aveva suscitato in lui un particolare interesse.

La giornata era stata faticosa, il via vai delle lance di salvataggio sembrava non finisse mai…i somali superstiti dovevano essere rifocillati, rivestiti, avviati in un campo di accoglienza per dar loro modo di ritemprarsi dopo l’orribile notte trascorsa. Vito Lombardi, come un automa continuava a dare ordini, arrivò al mattino distrutto. Le immagini di chi aveva visto la morte in faccia non l’abbandonavano… ma, fra i tanti che gli erano passati davanti non riusciva a dimenticare il corpo inerte della ragazza con il vestito azzurro. Chissà se era ancora viva? Questo pensiero lo assillava e si riprometteva di chiedere sue notizie all’ospedale più tardi. Il mare si stava calmando e il cielo rischiarava in procinto dell’alba. Vito si passò una mano sugli occhi che gli bruciavano per la fatica, ormai le operazioni di soccorso erano giunte al termine, purtroppo non tutti erano stati salvati, molti erano dispersi fra i flutti e non c’era speranza di poterli recuperare. Lombardi aveva fatto di tutto per portare aiuto…ormai il destino si era compiuto: decise perciò di tornarsene a casa, non prima però di aver fatto visita ai feriti.

 In ospedale il primario lo informò sulle condizioni dei superstiti:
“Ne abbiamo ricoverati dodici, dieci uomini e due donne…purtroppo una di queste non ce l’ha fatta, quando è arrivata era in condizioni disperate”, disse il medico.

Vito sussultò: “Era giovane?”, chiese con cautela.

Il dottore lo guardò meravigliato, non si aspettava quella domanda:

“No…avrà avuto circa cinquant’anni”.

“…e l’altra?…”, insistette Vito.

Il medico sempre più sconcertato dalla strana richiesta fissò il suo interlocutore:
“E’ viva, capitano…la ragazza è ancora in terapia intensiva, ma ce la farà”, rispose leggermente seccato.

Vito sentì dentro qualcosa che lo alleggerì dall’angoscia. L’altro lo osservava con curiosità e si capiva che aveva una domanda che gli bruciava sulle labbra, infine sbottò:
“Come mai questo interessamento?”.
 “Non si meravigli, dottore, l’ho vista portare fuori dall’acqua che sembrava morta e mi ha fatto molta pietà: così giovane…mi chiedevo se era riuscita a sopravvivere, tutto qui”, rispose pronto Vito.

 Arrivato a casa il capitano Lombardi si buttò sul letto e ci rimase fino alla sera…

  Zaira aprì gli occhi e, la prima cosa che vide fu il soffitto bianco, poi le sue narici si riempirono dell’odore dei medicinali.

“Dove sono?”, si chiese, era sdraiata su un lettino e su un braccio era infilato l’ago di una flebo. Non sentiva dolore, ma era in uno stato confusionale, non si ricordava nulla di quello che era successo e di come era arrivata lì. La sua mente era ancora annebbiata. Un’infermiera si avvicinò al letto.
“Bene…ti sei svegliata, come ti senti?”, domandò premurosa. La giovane somala rimase in silenzio.
“Non capisci?”; le chiese ancora la donna.

Zaira stentava a mettere a fuoco le immagini e a coordinare le idee, si sforzò e rispose:
“Sì, capisco …mio nonno era italiano”.

“Molto bene…ora chiamo il dottore di turno…ti visiterà e magari ti potremo trasportare in corsia”, affermò l’altra.

Il medico era un uomo di mezza età, alto e magro, con un viso severo, la visitò con cura:

“Come ti chiami?”, le chiese poi.

“Zaira”, sussurrò lei.

“Sei stata fortunata, te la sei cavata mentre tanti tuoi compatrioti ci hanno rimesso la vita”, il tono era spiccio, freddo, con una punta di polemica. L’uomo le sollevò il viso: “Sei molto bella…che ci sei venuta a fare in Italia?”, domandò.

La ragazza intimidita dai modi bruschi non rispose.

“Non importa…sono affari tuoi, tanto ti rimanderanno al tuo paese, prima o poi…”, tagliò corto lui allontanandosi.

Il dottor Claudio Giannini era in quell’ospedale da più di vent’anni, era considerato un bravo medico ma come uomo non riscuoteva molte simpatie. Era sposato con due figli, andava poco d’accordo con la moglie, di lui si diceva che gli piacessero molto le donne. Aveva avuto diverse storie anche nell’ambito ospedaliero, appena ne aveva occasione non si faceva scappare una bella infermiera e ci provava anche con le pazienti se erano giovani ed attraenti.

Zaira venne trasferita in una camera a due letti, si sentiva meglio e a poco a poco anche il ricordo della notte del naufragio riaffiorò nella sua mente. Aveva sperato tanto di raggiungere l’Italia per cominciare una vita senza stenti, il suo sogno era di tornare nella terra dove avevano vissuto i nonni e dove aveva le sue radici…ma ora si trovava lì, e non sapeva che fine avrebbe fatto: aveva ragione il dottore? L’avrebbero rimandata indietro? Senza un lavoro e senza il permesso di soggiorno non poteva rimanere…. Questi pensieri la tormentavano e non riusciva a prendere sonno…

Anche le notti di Vito Lombardi erano agitate: da quando aveva vissuto in prima persona il dramma di quel maledetto naufragio non era più lui. Nei sogni inquieti appariva spesso la donna con la veste azzurra, in piedi, sulla spiaggia, vedeva le linee morbide del suo corpo disegnate dalla stoffa bagnata e quando riusciva a raggiungerla lei lo chiamava per nome e gli chiedeva aiuto. Ossessionato da quella visione il capitano Lombardi decise di andare a informarsi di nuovo in ospedale. Con l’autorità che gli conferiva il suo grado chiese di conoscere i sopravvissuti.

Lo portarono in una corsia dove c’erano uomini che lo guardavano con occhi grandi e rassegnati, ad uno ad uno passò fra i letti dicendo qualche parola di conforto e sperando di vedere la giovane che disturbava i suoi sogni.

“Non c’è anche una donna?”; chiese all’infermiera che lo accompagnava.

“ Venga”, rispose lei dirigendosi verso una stanza.

Vito entrò e si trovò davanti a Zaira che lo guardò intimorita dalla divisa: negli occhi dorati passò un lampo di paura.

 La ragazza era vestita di un camice bianco che faceva risaltare la sua pelle scura, i capelli corvini, inanellati le scendevano sulle spalle: era bellissima.

“Sei venuto a portarmi via?”, chiese con un filo di voce.
“Stai tranquilla”, rispose lui, “sono qui solo per chiedere come stai…l’ultima volta che ti ho vista sembravi morta…”.

Un sospiro di sollievo sollevò il petto di Zaira:

“Ti ringrazio, ora sto meglio ma…dovrò tornare in Somalia?”, mormorò ancora, mentre la bocca si piegava in una smorfia.

“No…ti cercherò un lavoro, se vuoi…”. La giovane si avvicinò e gli toccò un braccio: “Sei buono…come ti chiami?”, domandò. Lui sentì una leggera scossa per tutta la persona: “Vito…e tu?”.

La ragazza disse il suo nome e rimasero qualche secondo a guardarsi negli occhi. Ognuno provò un’emozione sconosciuta. L’uomo si riprese e le chiese come mai parlasse l’italiano e lei gli raccontò la storia della sua famiglia: nonno Salvatore si era trasferito in Somalia negli anni trenta per lavoro e c’era rimasto perché si era innamorato di una ragazza del posto, così alla seconda generazione era nata lei, di sangue misto, che portava in sé le caratteristiche delle due razze. Purtroppo in quel paese tutto era precipitato: la guerra e la miseria l’avevano spinta ad accettare la proposta di un tale che le prometteva lavoro facile in cambio di una bella somma di denaro. Con sacrifici era riuscita a raggranellare i soldi ed era partita piena di speranze a bordo di quella sfortunata carretta del mare.

“Non so ancora come sono riuscita a salvarmi….se non ci fosse stato l’intervento dei tuoi uomini sarei annegata…ti devo la vita”, concluse Zaira avvicinandosi ancor di più.

“Sono felice che sia finita così”, mormorò lui emozionato, “non ti avrei conosciuta e avrei perso molto…”.

La giovane donna sorrise scoprendo i denti bianchissimi, sopra il labbro superiore un piccolo neo rendeva ancora più attraente la bocca carnosa.
“Anche per me è stato bello incontrarti, in un primo momento mi hai fatto paura, ma poi…ho capito dai tuoi occhi buoni che mi avresti aiutato”, asserì guardandolo intensamente. 

 Il feeling che si era creato fra loro era evidente, Vito era turbato: non gli era mai capitato di essere così imbranato di fronte ad una donna. Si riscosse : “Ora devo andare, ma verrò ancora a trovarti”, disse.

“Non dimenticarti di me…non voglio tornare là”, lo pregò lei.

“Stai tranquilla, cercherò in tutti i modi di farti restare ”.  

Per tutto il giorno Vito pensò a Zaira, oltre alla bellezza fisica l’aveva colpito la dolcezza del suo sguardo e il suo modo di muoversi: aveva una sinuosità particolare e una signorilità innata.

Ma non solo Vito era caduto vittima dell’avvenenza della giovane somala, anche il dottor Giannini ci aveva fatto un pensiero e non voleva farsela scappare. Era convinto che, pur di non essere rimpatriata, sicuramente avrebbe ceduto alle sue voglie…erano questi i suoi pensieri segreti ogni volta che l’aveva davanti… così una sera, prima di andarsene la convocò nel suo studio:

“Siediti…”, l’invitò. La ragazza si accomodò di fronte a lui, rigida, sospettosa.

“Tu non vuoi tornare da dove sei venuta, vero?”, cominciò il medico. Zaira scosse la testa per dire di no.

“Allora dovresti trovarti un lavoro….”, continuò lui.

“Come faccio?…non conosco nessuno…il capitano mi ha promesso che lo cercherà per me”, rispose sottovoce la giovane.

“Stai attenta…quel militare non mi convince…che ne diresti di venire a casa mia come domestica?”, insinuò lui con aria melliflua. “Sono sposato e ho due figli, con noi ti troverai come in famiglia”, continuò.

Zaira rimase sorpresa dall’offerta del dottore, sorpresa e contenta, se avesse accettato le avrebbero dato anche il permesso di soggiorno e non ci sarebbero più stati problemi. Poteva ricominciare a vivere.

“Non so come ringraziarla, dottore,” rispose sollevata di aver preso quella decisione; in fin dei conti quel medico si stava dimostrando una brava persona… aveva pensato male di lui quando, durante le visite si soffermava un po’ troppo con le mani sul suo corpo, le dava fastidio essere toccata in quel modo ma…ora doveva ricredersi, sicuramente era stata un’impressione sbagliata…

Quando Vito tornò a trovarla la ragazza era felice:
“Ho un lavoro!”, annunciò allegra, “appena sarò ristabilita andrò a casa del dottor Giannini”.

Il capitano le lanciò uno sguardo sospettoso:
“A fare che cosa?”, chiese rabbuiandosi.

“Aiuterò la moglie nelle faccende domestiche….per me va bene, anche se non l’ho mai fatto. I miei genitori mi hanno fatto studiare, ma non fa niente…ora l’importante è guadagnare qualcosa per aiutarli: muoiono letteralmente di fame. Se la situazione non fosse stata così disperata non mi avrebbero lasciata andare…”, disse tristemente Zaira.

Vito rimase perplesso:
“Anch’io ti avrei trovato una sistemazione…dal parroco”, propose titubante.

In quel momento entrò Giannini: “Allora, Zaira, domani ti dimettiamo e verrai con me”, annunciò trionfante sfidando con lo sguardo il capitano.

La ragazza guardava l’uno e l’altro confusa, il medico notò l’indecisione:

“Non ci avrai ripensato?”, si allarmò, “non puoi andare da nessuna parte…hai bisogno ancora di cure…e se sei in casa mia non ci sarà nessun problema…”. Mentre pronunciava queste parole guardò Vito, aveva capito di avere un rivale e giocava tutte le sue carte per vincere la partita. Il capitano Lombardi non si scompose:
“La decisione deve prenderla lei”, disse secco accennando a Zaira.

“No…”, interruppe Giannini”, “come ho detto, per il momento la ragazza non è in grado di andare altrove….ne va della sua salute…deve ancora curarsi”.

“ Non le farà certo bene fare la serva”, affermò categorico Vito.

“Ma…forse non mi sono spiegato: a casa mia farà compagnia a mia madre che è anziana, solo questo…se poi non si trova bene e se ne vorrà andare, io non la tratterrò”, continuò il dottore cercando di sorridere in modo cordiale.

Zaira era indecisa, lanciò uno sguardo a Vito come per chiedere aiuto, ma Giannini non le diede il tempo nemmeno di rispondere. “Ho pensato di anticipare ad oggi l’uscita dall’ospedale…preparati, verrò a prenderti prima di sera”, detto questo accennò ad un saluto e se ne andò senza dare il modo di replicare.

“Quel medico non mi piace”, disse Vito, “però… un lavoro vale l’altro e se si tratta di fare compagnia ad una persona anziana può andare anche bene…”.
                                                                                                                                             (continua)

 

domenica 21 giugno 2015

IL RITRATTO DI NORA ultima puntata




Nella redazione di Televerità il dottor Salvi, che sperava d’imbastire una puntata con
il seguito della storia cominciata sulla strada, aspettava impaziente  Nora alla quale aveva ordinato di andare da  Luca per  convincerlo a ritirare la querela in cambio di una notevole somma di denaro… ma lei tornò a mani vuote.

 Non posso credere che quel pittore abbia rifiutato tutti quei soldi , in fin dei conti è un emerito sconosciuto e se avesse collaborato avrebbe trovato un po’ di pubblicità e magari venduto qualche quadro i più!”.

“ Mi dispiace direttore, ho tentato di tutto ma non c’è stato niente da fare!”, mentì lei. La piccola fitta al cuore le ricordò il momento in cui aveva saputo che lui era partito con la fidanzata . Forse era meglio così, rivederlo sarebbe stato troppo penoso!

Il direttore si rassegnò e rinunciò a malincuore a  quella che lui chiamava “un’idea formidabile”,

“O.K., ormai è troppo tardi, dobbiamo metterci al lavoro … ”, congedò Nora che tornò dai colleghi a organizzare la puntata che andò in onda senza il pittore dal cuore tenero.

 

Luca aprì la porta del suo piccolo appartamento e buttò le valigie in anticamera: era distrutto. Il viaggio non era andato molto bene per via del cattivo tempo, sul traghetto aveva avuto il mal di mare a causa delle onde alte e l’aereo era partito con un’ora di ritardo.  Il morale era terra: se aveva sperato di superare la crisi , ora non ne era più tanto sicuro. La vacanza era stata bellissima ma, non era bastato allontanarsi e cambiare ambiente per cancellare ciò che provava per Nora…purtroppo non riusciva a dimenticarla. Pensava anche a Clelia che non era più la stessa da quando aveva incontrato in quel paradiso terrestre il professore, entrato in scena nel momento in cui fra loro si stava rompendo qualcosa.

Sfinito si buttò sul divano, aveva la testa pesante e chiuse gli occhi per cercare di rilassarsi. Rimase così qualche minuto, poi mise in funzione la segreteria telefonica per ascoltare le telefonate ricevute in quella settimana d’assenza. Con suo grande stupore notò che i messaggi erano parecchi e tutti con un solo obiettivo: proposte di lavoro di tutti i generi, dalla pubblicità, alle serate in discoteca…rimase annichilito ad ascoltare quelle voci sconosciute, maschili o femminili che si rivolgevano a lui lasciando indirizzi e numeri di telefono con la preghiera di farsi vivo al più presto. “Ci mancava anche questa per complicarmi la vita”, borbottò furioso. Stava per interrompere, quando sentì qualcosa che attirò la sua attenzione: una galleria d’arte voleva vedere i suoi quadri per un’eventuale mostra. Ascoltò con attenzione e annotò il numero telefonico, forse poteva essere la sua grande occasione per farsi luce nel campo che più gli premeva: la pittura. Andò nello studiolo dove erano ammonticchiate le sue opere, il quadro di Nora era lì, in bella mostra ancora sul cavalletto. Nel vederlo sentì una fitta dentro, si avvicinò e ammirò quel viso, passò le dita sugli occhi e la bocca…”non so se ti potrò perdonare…”, mormorò.

Qualche giorno dopo prese contatto con la galleria ed accettò la loro proposta. Si mise subito all’opera con entusiasmo, passava le serate a valutare ciò che poteva essere messo in mostra, preparò tutti i quadri che, secondo lui, erano i migliori. In quel periodo frequentò poco anche Clelia spiegandole il motivo della sua assenza.  Con sua sorpresa lei non reagì nel solito modo ma, al contrario, fu più accondiscendente del previsto.

 

Tornata dalle Baleari la dottoressa Clelia Valeri riprese il suo posto in ospedale. Anche per lei in quel viaggio non aveva ritrovato la serenità che sperava, anzi…l’aveva scombussolata a tal punto che non era più sicura di se stessa. Nel primo giorno di rientro era tesa, mentre si infilava il camice pensava al momento in cui avrebbe rivisto Federico. Come doveva comportarsi?…e lui, come l’avrebbe accolta?. A toglierla dall’imbarazzo ci pensò proprio Monti che incontrò nel corridoio:

“Sono felice di vederti”, le disse sorridendo, “ti vedo in forma”, aggiunse poi fissandola negli occhi e prendendole una mano fra le sue. A quel contatto Clelia sentì un calore strano che le arrossò il viso.

Cercò di liberarsi ma lui strinse ancor di più:

“Andiamo a prendere un caffè”, l’invitò.

 Lei accettò e, mentre portava alle labbra il bicchierino di carta con la bevanda calda, non sapeva come comportarsi.

“Vedo che porti il mio braccialetto”, notò lui.

Lei accarezzò il bracciale: “Sì…è un bel ricordo”, bisbigliò.

“Luca come sta?”, chiese ancora Federico.

“Non lo vedo da parecchio…sta allestendo una mostra”.

“Allora sei libera…che ne dici di andare a bere qualcosa insieme, stasera?”, propose improvvisamente Monti. Clelia rimase zitta, quella proposta l’aveva presa alla sprovvista.

“Ovviamente come amici”, si affrettò ad aggiungere lui.

Lei mormorò “Va bene…”, e alzò lo sguardo verso di lui, confusa.

I medici che erano presenti davanti alla macchinetta del caffè non credevano ai propri occhi: il professor Monti che faceva il galante con la dottoressa Valeri!  Quella specie di orso era capace di sorridere….cose dell’altro mondo…

 

Luca intanto  aveva già portato i quadri alla galleria, ovviamente il ritratto di Nora doveva avere il posto d’onore…gli era stata proposta la cosa solo se avesse messo in mostra anche il quadro che avrebbe certamente portato pubblicità…Quando aveva saputo che la condizione era quella, in un primo momento aveva rifiutato, ma poi la voglia di emergere aveva preso il sopravvento, sapeva di avere talento e fino ad allora aveva dovuto sempre lottare per farsi conoscere…non poteva certo lasciar perdere quell’occasione…se ne sarebbe pentito per tutta la vita. L’evento era stato annunciato da quotidiani, riviste, televisione, perciò ci si aspettava l’afflusso di pubblico, anche solo per curiosità.

Seduta davanti al computer, Nora stava scrivendo dei testi, quando sentì Raffaella, la segretaria che la chiamava. “Il direttore ti vuole”, stava dicendole da qualche minuto.

Lei si alzò ed entrò nell’antro del dottor Salvi che, dietro un’enorme scrivania l’accolse con un ironico sorrisetto:

“Alle diciannove c’è l’inaugurazione della mostra del suo pittore”, annunciò.

“Lo so…e allora?”, chiese Nora.

“Allora si faccia accompagnare da un cameraman e vada ad intervistarlo”, disse secco l’uomo. Quando il direttore usava il “lei”, voleva dire che tirava una brutta aria, non si poteva replicare.

Nora rimase ferma, immobile, anche il respiro si era bloccato. Poi si riprese:
“Perché proprio io?”, domandò con un filo di voce.

“Perché lei è in confidenza e avete un conto in sospeso…o sbaglio?”, proseguì Salvi imperterrito. “…e poi non voglio discussioni, sarà bene che si organizzi, altrimenti farà tardi”, concluse.

A Nora non restò altro che uscire dalla stanza a capo chino…quella tegola non se l’aspettava. Era riuscita quasi a farsene una ragione e cercava in tutti i modi di dimenticare l’uomo che aveva portato lo scompiglio nella sua vita e ora era costretta ad affrontarlo e…a intervistarlo. Quella carogna di Salvi si era vendicato perché non aveva potuto sfruttare fino in fondo quella storia…

Il vernissage si era aperto con successo, gli invitati, il pubblico di gente comune che andava ad ammirare i ritratti del pittore che aveva aiutato e ritratto la ragazza che chiedeva l’elemosina per strada, senza sapere che fosse una giornalista, era affluito numeroso. Il buffet organizzato con grande eleganza offriva l’aperitivo e snack di ogni genere. La gente si fermava davanti alle tele, l’attenzione era attirata dal ritratto di Nora che aveva già molte opzioni per l’acquisto. Ma Luca era perplesso, gli spiaceva privarsi di quell’opera che amava più delle altre; stava appunto discutendo con una signora che insisteva per aggiudicarsela, quando entrò una troupe televisiva.

“Gervasi, c’è la televisione”, lo informò il gallerista, “vorrebbero un’intervista”.

Luca si preparò ad affrontare i giornalisti, quando vide avanzare Nora cambiò espressione, divenne serio e si estraniò: rivisse in un attimo il momento in cui l’aveva tra le braccia e questo gli trasmise un’emozione intensa.

“Cosa ci fai qui?”, chiese quasi sgarbatamente.

“Il mio lavoro”, rispose pronta lei.

Si squadrarono in silenzio. “Non concedo interviste”, affermò Luca categorico.

“Ce l’hai ancora con me?…cerca di capirmi non potevo fare altrimenti…mi dispiace, non avrei voluto ingannarti”, disse Nora pregandolo con gli occhi.

In quel momento Clelia, che era arrivata in ritardo, si fece largo fra il pubblico.

“Sono qui”, gli fece cenno con la mano alzata.

Nora si voltò e una nube passò nei suoi occhi. “E’ quella la tua fidanzata?”, mormorò.

Luca stava per assentire, ma nello stesso momento vide apparire accanto a Clelia il professor Monti:
“Non ne sono più tanto sicuro”, disse pensoso, “ma non voglio parlare di me…vorrei rispondere alla tua domanda: in questo momento non sono in grado di pensare, forse ti perdonerò ma….se non ci fosse stata l’ultima parte della storia sarebbe stato tutto più facile”.

Nora capì, anche per lei l’ultimo giorno in cui si erano incontrati era stato fatale.

“Allora…posso intervistarti?”, insisté sperando che nel frattempo lui avesse cambiato idea.

“Assolutamente no…non saprei cosa dirti”, tagliò corto Luca.

La ragazza si volse verso i colleghi: “riprendiamo semplicemente la mostra: niente interviste”, affermò indispettita. Lasciò Luca alle prese con la signora ingioiellata e se ne andò voltandogli le spalle decisamente. Si limitò a fare il servizio sulla mostra, sapendo che avrebbe ricevuto una lavata di testa dal suo direttore…”pazienza, forse questo è il minore dei mali”, pensò.

Intanto Clelia si era avvicinata:
“Mi sembra la giornalista del tuo ritratto”, disse a Luca girandosi ad osservare Nora che si allontanava con la troupe.

“Non sbagli, è proprio lei…avrebbe potuto risparmiarsi questa visita”, brontolò lui, aspettava la sfuriata di Clelia e non aveva nessuna intenzione di affrontarla lì, in mezzo alla gente. Ma la dottoressa si rivolse al professor Monti:
“Non trovi che sia molto carina?”, affermò tranquilla lasciando Luca letteralmente sbalordito: non capiva più niente, era arrivato il successo ma stava perdendo le donne della sua vita.

Dopo la mostra era diventato di moda avere in salotto un ritratto di Luca Gervasi, le signore facevano a gara per posare per lui, ormai le sue quotazioni erano salite parecchio e la sua vita era cambiata: si era licenziato dal lavoro di grafico, aveva cambiato studio per uno più grande, sempre in zona dei Navigli. Avrebbe dovuto essere contento, il suo sogno si era realizzato in poco tempo: era diventato famoso, ma non era più in pace con se stesso ed era infelice… praticamente era rimasto solo. Anche Clelia aveva trovato un’altra strada in compagnia del suo professore: si era accorta di essersi pazzamente innamorata di quell’uomo che aveva sempre creduto burbero e scostante e che invece si era rivelato un romantico tenerone.

 Lo confessò a Luca, in un pomeriggio mentre passeggiavano in via Montenapoleone, tranquillamente sottobraccio come una coppia di vecchi coniugi. Erano davanti alla vetrina di un noto stilista: sembrava che Clelia ammirasse i capi esposti, in realtà stava pensando a come dire a Luca che voleva lasciarlo. Glielo disse, in fretta, senza fermarsi:
“Ti devo parlare…”, cominciò titubante. Lui la guardò sorpreso aspettando che lei continuasse.
“…ti voglio bene…ma non sono più innamorata di te…vorrei rimanere soltanto tua amica”, le parole gli erano uscite di getto…. finalmente si era liberata dal grande peso che aveva sul cuore fin dal ritorno da Formentera. Lui la fissò:

 “Stai dicendo sul serio? Lasciami indovinare perché”, fece una lunga pausa e Clelia rimase col fiato sospeso.

“Mi lasci per il tuo professore?”, domandò infine Luca . Lei fece cenno con la testa, non aveva il coraggio di dire sì. Lui le mise un braccio attorno alle spalle e disse mestamente:

 “Forse è la cosa migliore da fare… e ti devo confessare che da qualche tempo mi sta succedendo la stessa cosa”.

“C’è di mezzo la giornalista? Mi sono accorta che da quando l’hai conosciuta sei cambiato…però non voglio perderti, siamo stati bene insieme”. Lo guardò e sorrise :

“Sai una cosa?”, continuò lei, “Quello che mi ha fatto decidere è il fatto che non sono più gelosa di te”.

“Adesso se la sbrigherà quell’altro…povero professore, non lo invidio!”, esclamò Luca divertito.

Quella sera andarono al ristorante insieme, per brindare al loro nuovo avvenire con altri partners.

Anche Nora aveva deciso di  troncare, ma di troncare con se stessa, voleva cancellare Luca dai suoi pensieri e ritrovare la propria libertà…chi credeva di essere quello lì? In fin dei conti se aveva raggiunto la fama era in parte per merito suo…se non fosse apparso in televisione sarebbe rimasto nell’ombra, bravo….ma sconosciuto. Faceva tutti questi ragionamenti ma poi le veniva un groppo alla gola ripensando ai suoi occhi grigi, al suo sorriso particolare, alle braccia nelle quali si era rifugiata, alle emozioni che le aveva trasmesso…

Luca, disteso sul divano nel soggiorno della nuova casa, stava guardando svogliatamente un programma televisivo, nei titoli di coda lesse il nome di Nora Guidi e venne ripreso dalla voglia di lei.

Dopo che il rapporto con Clelia si era interrotto, era stato difficile decidere di non vederla più: una volta sola era stato con lei, ma quella volta aveva lasciato un segno impossibile da cancellare. Doveva cercarla e dirle che l’amava. Passò tutta la notte a rimuginare su come avrebbe potuto riprendere il rapporto interrotto così bruscamente. Provava e riprovava le frasi che doveva dirle…come un liceale al primo amore.

Al mattino, quando non si dorme la notte e il cervello è ancora intorpidito, si fa molta fatica a ritornare alla realtà e la realtà di quel  momento era il telefono che squillava… con la voce impastata di sonno Luca rispose: “Pronto?”

Era Nora: “Questa è l’ultima volta che ti chiedo perdono…ma non posso farne a meno, allora…abbiamo finito di farci la guerra?” .

Luca si svegliò di colpo… il cuore cominciò a battere più in fretta:
“Propongo una pace duratura…però dobbiamo incontrarci. Devo dirti una cosa molto importante”, disse.

“Cosa?”, chiese lei già sulla difensiva.

“Che ti amoooo!!!”, gridò Luca al colmo della felicità.              

lunedì 15 giugno 2015

IL RITRATTO DI NORA - quinta puntata




Così, quando l’aereo si staccò da terra, si impose di dimenticare almeno per otto giorni quell’assurda avventura.

Durante il viaggio Clelia non tacque un istante, era euforica, sfogliava gli opuscoli pubblicitari entusiasmandosi per ogni immagine che illustrava le bellezze naturali dell’isola: “Guarda che meraviglia! Potremo fare delle splendide passeggiate…vedrai che sarà una vacanza fantastica…dopo la tua stupida vicenda hai bisogno di rilassarti”.  Con pazienza Luca l’ascoltava e cercava di assecondarla.

L’aereo atterrò all’aeroporto di Ibiza, i passeggeri scesero e si avviarono a ritirare i bagagli. Sul nastro trasportatore, borse, borsoni, valige, zaini giravano in attesa di essere acchiappati dal legittimo proprietario; i due fidanzati erano attenti a non lasciarsi sfuggire le loro valigie. Clelia si girò per protestare contro un tizio che stava spingendo. 

“Professor Monti!”, esclamò stupita quando si accorse di avere dietro di sé nientemeno che il suo diretto superiore. L’uomo l’osservò per qualche secondo:
“Lei è la dottoressa Valeri?”, chiese altrettanto meravigliato osservandola con un certo interesse.

Luca stava assistendo alla scenetta senza parlare. Clelia lo coinvolse:

“E’ il primario di cardiologia dell’ospedale dove lavoro”, disse accennando all’uomo davanti a lei, “non è fantastico?. Mi permette di presentarle il mio fidanzato?”, continuò ignorando lo sguardo spazientito di Luca.

I due uomini si scambiarono un saluto:

“Scusate”, disse improvvisamente il professore, “ecco la mia valigia…arrivederci, e buona vacanza”, concluse piegandosi a prendere il bagaglio e allontanandosi poi in fretta.

Clelia scosse la testa e sorrise: “Guarda il mondo com’è piccolo…proprio il primario dovevo incontrare!”.

Un pulmino li portò al porto dove presero un traghetto per Formentera. La giornata era fantastica, il mare brillava sotto i raggi del sole con un luccichio abbagliante. L’aria salmastra sferzava i visi e scompigliava i capelli. Abbracciati, sul ponte della nave i due fidanzati in quel momento si stavano godendo quell’attimo di felicità. Rientrando sotto coperta rividero il professor Monti che li salutò affabilmente. “Non ci posso credere …anche lui va a Formentera”, bisbigliò Clelia nell’orecchio di Luca.

Sbarcarono nel porticciolo di La Savina che era quasi sera, entrarono nel piccolo hotel, situato a pochi metri dalla spiaggia. L’atmosfera era molto accogliente, dopo il cocktail di benvenuto servito dal proprietario, un ometto con i baffi e i capelli neri come l’ebano, si cambiarono per la cena e scesero a mangiare.

La sala del ristorante era gremita di turisti in diligente fila davanti a un grande tavolo dove erano in bella vista piatti di pesce freschissimo, c’era solo l’imbarazzo della scelta: crostacei, pesce azzurro, zuppe, paella aspettavano di trasferirsi nei piatti dei commensali affamati. Clelia si offrì volontaria di fare la coda anche per Luca: sapeva che a lui non piaceva questo genere di servizio e, quando ebbe la fortuna di arrivare al tavolo, si trovò ancora una volta vicina al professore che stava prendendo una porzione di aragosta:

“Come mai a Formentera, dottoressa?”, chiese lui fissandola con una certa insistenza che la mise a disagio.

“ Sono in vacanza, come lei…credo”, ribatté Clelia giocando di equilibrismo per non fare cadere i gamberoni dal piatto.

“No…per me è diverso. Sono stato a un congresso di medicina ad Ibiza e mi è venuta la curiosità di visitare l’isola più piccola delle Baleari che dicono sia la più bella… ancora incontaminata. Solo qualche giorno, poi tornerò al lavoro”, rispose il professore.

“Le auguro un buon soggiorno…”, disse lei “, “ma… ora mi scusi, sono in difficoltà”, aggiunse mostrando il precario equilibrio dei crostacei sui due piatti,” il mio partner sta aspettando la sua cena”, disse accennando a Luca che era rimasto seduto al tavolo.

“Cattive abitudini”, ironizzò l’uomo. “Cosa fate stasera?”, insisté ancora lui. ”Se non vi dispiace potremmo passarla assieme”, propose invitante, “qui non conosco nessuno”.

Clelia fece una pausa, avrebbe preferito passare la serata soltanto con Luca, ma come poteva dire di no al professor Monti?

“Con piacere”, mormorò educatamente, “allora ci vediamo dopo”. Ritornò al posto leggermente emozionata. Il primario, in ospedale era una specie di orso, era temuto per il suo carattere scorbutico, non dava confidenza a nessuno e salutava a malapena. Era un uomo con un certo fascino, vicino alla cinquantina, figura imponente, alto asciutto, occhi d’acciaio e grinta facevano di lui lo spauracchio dei giovani medici. Vederlo senza camice  in versione turista e soprattutto sorridere e lanciare qualche battuta, l’aveva sconvolta. Essere poi invitata a trascorrere la serata in sua compagnia era una cosa straordinaria che  non si sarebbe mai aspettata.  

“E’ un essere umano…”, commentò rivolgendosi a Luca.

“Chi?”, chiese lui guardandola senza capire.

“Il professor Monti. In ospedale sembra un alieno: mai un sorriso, una parola in più e qui invece…tutta un’altra cosa. Si vede che indossa la maschera prima di uscire di casa… Pensa che ci ha chiesto di stare con lui stasera. Non è  che sia entusiasta della proposta ma…non posso rifiutare ”, affermò Clelia stringendosi nelle spalle.

La serata si concluse sui divani della hall in piacevole conversazione durante la quale il burbero luminare si rivelò una persona squisita al punto da lasciarsi andare anche a delle confidenze. Raccontò di essere stato sposato per diversi anni con una collega dalla quale poi aveva divorziato. Clelia e Luca stavano ad ascoltarlo affascinati, sembrava che avesse piacere di parlare, di lasciarsi andare e che avesse trovato nei due giovani degli interlocutori con i quali si trovava in sintonia. Si rivolgeva spesso a Clelia, tanto che Luca ebbe il sospetto che lo interessasse, non solo come paziente ascoltatrice, ma come donna.

“Simpatico il tuo professore”, le disse non appena rimasero soli, “non mi sembra l’orso che mi hai sempre descritto…anzi, stasera ti stava facendo il filo…o sbaglio?”.

“Non credo”, rispose lei pensierosa, “però, hai ragione , qui sembra un altro…”.

“Per fortuna che io non sono geloso, se fosse stato l’inverso a quest’ora sarebbe già scatta la scenata”, scherzò lui. Lei rimase in silenzio, stava pensando ancora alla metamorfosi di quell’uomo che le aveva sempre messo una grande soggezione.

Al mattino dopo, aprendo le finestre si trovarono davanti un paesaggio inimmaginabile: le onde color cobalto accarezzavano dolcemente la sabbia bianchissima e fina, nel cielo non c’era nemmeno una nube.

“Andiamo in spiaggia, c’è una giornata stupenda”, esclamò Clelia entusiasta davanti allo spettacolo che si offriva al suo sguardo.

  Si rivolse a Luca che stava ancora sotto le lenzuola: “Come stai?…ti è passato il mal di testa?”, chiese passandogli una mano sulla fronte. Lui accennò ad un vago sorriso, si sentiva in colpa perché quella notte abbracciando Clelia aveva pensato a Nora; sebbene fosse in collera con lei non riusciva a togliersela dalla mente: suo malgrado era ricaduto nell’ossessione che voleva dimenticare.

Sulla spiaggia finissima cercarono un posticino tranquillo per stendersi al sole, i raggi caldi accarezzavano i loro corpi vicini, ma le loro menti erano altrove: se Luca ripensava alla giornalista che l’aveva tradito, Clelia riandava con la mente alla figura del professor Monti e a ciò che aveva raccontato la sera prima sui divani dell’hotel. “E’ un uomo interessante e mi piacerebbe conoscerlo meglio”, si scoprì a pensare. Ricacciò indietro questi propositi e si volse verso Luca con l’intenzione di fargli una carezza, ma la mano si fermò a metà strada: lui era girato dall’altra parte. Indispettita si alzò, le era venuta sete e si diresse verso un chiosco in legno sulla spiaggia dove vendevano bibite. Aspettava di essere servita quando vide avvicinarsi Monti che chiese:

“Posso offrirle qualcosa di fresco?”, il suo sguardo percorse il corpo seminudo della giovane in bikini. Clelia accettò, ma si sentì a disagio. Salì sullo sgabello cercando di fare la disinvolta.

Mentre portava alla bocca il bicchiere di liquido gelato, alzò lo sguardo e incontrò quello di lui che la fissava.

“Ho pensato che potremmo anche darci del tu”, propose Monti, “dopotutto siamo colleghi”.

“ Perché no…Federico vero?”, rispose lei arrossendo leggermente.

“E tu Clelia se non sbaglio”, ribatté subito il professore. Dopo queste affermazioni ci fu un attimo di imbarazzo.

“Credi che lui sia d’accordo?”, riprese l’uomo accennando a Luca che probabilmente si era addormentato.

“Penso che non ci sia nessun problema”, mormorò Clelia riprendendo il bicchiere e mandando giù la bibita in un sol sorso.

“Fra due giorni riparto e mi piacerebbe visitare l’isola, che ne diresti di esplorarla insieme?…ovviamente anche con Luca”.

“Per me va bene…gliene parlerò appena si sveglia”, scese svelta dallo sgabello con l’intenzione di allontanarsi.

“Potremmo affittare un gommone, e scoprire le bellissime calette che ci sono nei dintorni”, insisté Monti.

Lei non sapeva più come andarsene, improvvisamente prese la decisione e:
“…vado a sentire cosa ne dice Luca”, e con questa scusa corse via seguita dallo sguardo interessato del professore.

Affittarono il gommone e cominciarono l’esplorazione della costa, fermandosi per fare il bagno nelle piccole insenature con la sabbia candida e dove l’acqua cristallina lasciava intravedere il fondo del mare; arrivarono fino all’isola d’Espalmador per ammirare la bellezza selvaggia del paesaggio. Ma quella gita si trasformò in un vero incubo per Clelia. Sentiva su di sé, per tutto il tempo che trascorsero insieme, gli occhi del professore che la mettevano a disagio. Non sapeva come comportarsi anche perché Luca si era accorto dell’assidua attenzione del cardiologo nei suoi confronti. Ma ciò che la faceva arrabbiare con se stessa  era il fatto che si sentiva turbata quando sapeva di essere osservata: era qualcosa che le si formava a livello dello stomaco e le faceva mancare il respiro tanto che non riusciva ad apprezzare le bellezze naturali che aveva davanti a sé. Finalmente la passeggiata per mare giunse al termine, con un senso di liberazione approdarono sulla spiaggetta e riconsegnarono il gommone.  

“Non voglio più andare fuori con quello lì”, brontolò sbuffando Clelia, quando rimase sola con Luca.

“Hai paura di innamorarti del tuo capo?”, scherzò lui dandole un buffetto sulla guancia, “però hai ragione, siamo venuti qui per ritrovarci, per stare insieme…non per fare una vacanza a tre”, proseguì diventando improvvisamente serio. Per ciò che lo riguardava forse l’intrusione di Monti nella loro coppia gli era servito a non dover affrontare subito le incomprensioni che si erano create fra loro durante quello strano periodo di crisi, però si era ripromesso di cercare di superare la sbandata e di tornare ad essere quello di prima. Voleva ricucire il rapporto con Clelia dopo la grande delusione subita.

Il giorno seguente se ne andarono alla chetichella, presero le biciclette che l’hotel metteva a disposizione e si inoltrarono nell’interno. Attraverso stradine sterrate dove l’aria profumava di rosmarino e ginepro, giunsero dopo pochi chilometri a Sant Francesc: sulla piazza, davanti alla chiesa settecentesca, un mercatino di bancarelle cariche di ogni oggetto caratteristico e di souvenir attirò la loro attenzione. Si fermarono a curiosare. Clelia, in cerca di bigiotteria, mise parecchie volte a dura prova la pazienza di Luca, sostando davanti a banchi stracolmi di braccialetti, collier, spille: tutti gioielli per la maggior parte in argento, lavorati in modo particolare, con disegni arabescati .

“Guarda che carino!”, esclamò la giovane donna rigirando fra le dita un bracciale intarsiato, “me lo compri?”.

Luca trasse di tasca il portafoglio e lo aprì:
“Quanto?, chiese. Sentito il prezzo rispose deluso: “Mi dispiace…non ho con me abbastanza denaro”:

“Se permettete posso offrirlo io a Clelia, in ricordo della nostra amicizia”, disse Federico improvvisamente apparso accanto a loro come per incanto. I due rimasero di stucco e non risposero. “Rieccolo!”, pensò Clelia, “non riesco a togliermelo di torno”. Luca tentò di opporsi, lanciò un’occhiata di soccorso ma, la sua ragazza si strinse nelle spalle come per dire: “non possiamo rifiutare…è il primario…”. Così, dopo pochi minuti il bracciale ornava il polso di Clelia.

Il professor Monti partì quel giorno stesso con grande sollievo di Clelia. In quei giorni la sua presenza aveva scombussolato il suo equilibrio, si era accorta di pensare spesso a lui, ma ciò che era più grave era il fatto di lasciar passare, senza provare la fitta abituale, le occhiate di Luca alle belle ragazze sulla spiaggia. Cattivo segno! Cosa le stava accadendo? Il resto della settimana cercò di dedicarlo tutto al suo ragazzo per scrollarsi di dosso i dubbi che l’avevano assalita. Ma quella vacanza, programmata con tanta buona volontà, si stava rivelando un fallimento..

 

                                                                                                                          (segue )