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martedì 22 ottobre 2013

C'E' UN CADAVERE SUL VIALE DEL CONVENTO


 Erano le prime luci dell’alba, il ragazzo correva sul viale del convento dei frati, i lampioni ancora accesi illuminavano fiocamente la strada.
 Pablito, come ogni mattina, andava all’Abbazia per aiutare i monaci a fare il pane; era abituato ad alzarsi presto,  ma quel giorno la sveglia l’aveva tradito,  sapeva che frate Gerardo l’avrebbe sgridato perciò ce la metteva tutta per recuperare il ritardo. Passando sotto il penultimo lampione vide qualcosa di scuro, man mano che si avvicinava la sagoma prendeva forma: era un uomo sdraiato per terra. «Il solito ubriacone», pensò. Arrivò all’altezza del corpo e si chinò a osservarlo, si ritrasse inorridito: non era ubriaco,  era morto!  il sangue raggrumato sul selciato aveva formato un’orribile chiazza scura. Era un uomo di circa cinquant’anni, robusto, i capelli radi e grigi, sul viso aveva la maschera della paura: gli occhi spalancati e vitrei sembrava fissassero un punto sul cielo che si stava schiarendo.
Pablito rimase a fissare il corpo senza vita come inebetito, in quel momento udì il rumore di un’auto, cominciò a correre come una lepre inseguita, giunse al convento ansante e stravolto:
«A quest’ora ti fai vivo? Ho già infornato il pane, se domani arrivi ancora in ritardo lo dico a tua madre, ci penserà lei a punirti», brontolò frate Gerardo senza nemmeno voltarsi. Il ragazzo si era seduto su una panca e non riusciva a respirare, il frate si girò e rimase colpito dall’aspetto  del ragazzo:
«Cosa ti succede? hai visto il demonio?».
Pablito non aveva più forze, cercò di riprendersi, poi la voce strozzata gli uscì dalla gola:
«Ho visto un morto per terra, sul viale…», riuscì infine a parlare, tremando.
Il religioso lo scosse per le spalle:
«Cosa stai dicendo? Dov’era? Chi era?», l’incalzare delle domande mandò ancora di più in confusione il giovane cileno.
«E’  là….sotto il lampione, ha  la testa spaccata….è  pieno di sangue».
 Preoccupato frate Gerardo si avvicinò:
«Andiamo dal priore, dobbiamo dirglielo, poi lui prenderà una decisione», sentenziò.
In tanti anni l’abate Francesco non aveva mai vissuto una simile esperienza:
 «Cosa possiamo fare noi, poveri frati, chiamiamo subito la polizia !», esclamò agitato.
Dopo qualche minuto l’agente del centralino del commissariato accolse l’accorato appello del priore  :
 «Venite subito, c’è un cadavere nel viale del convento».
Parisi si era da poco seduto alla scrivania e stava leggendo il quotidiano locale, Loredana  Caputo entrò senza bussare:
«Commissario, dobbiamo andare, ha chiamato il convento dei frati, penso che ci sia un grosso problema da risolvere», e brevemente comunicò quel poco che sapeva.
Parisi ripiegò il giornale e alzò lo sguardo sulla poliziotta:
«Vai tu, Caputo con un paio di agenti della Mobile, sto aspettando una telefonata», mentì. Quella mattina si era alzato di malumore, aveva avuto una notte agitata : il fritto di pesce mangiato in trattoria la sera prima gli era rimasto sullo stomaco.
Loredana rassegnata eseguì l’ordine.
La camionetta arrivò sgommando sul posto, gli uomini si precipitarono fuori:
«Qui non c’è niente», disse uno di loro.
«Perlustriamo la zona, magari abbiamo capito male», comandò l’agente speciale Caputo guardandosi intorno.
 Ma il risultato della ricerca fu che del cadavere non c’era nessuna traccia.
«Andiamo al convento, la denuncia viene da là», decise Loredana.
Il monastero ancora avvolto nella nebbia era severo e grigio, gli agenti intimiditi  esitarono prima di tirare il cordone della campanella. Un fraticello aprì e si ritrasse subito:
«Oh, mio Dio! La Polizia!!!», esclamò spalancando gli occhi.
La Caputo sorrise e, cercando le parole per non agitare ulteriormente il religioso:
«Possiamo parlare con il priore?».
Il giovane frate li portò dall’abate Francesco che, quando si vide davanti gli agenti della Mobile si spaventò:
«Io non c’entro proprio niente», balbettò, «Pablito mi ha raccontato questa storia e mi sono sentito in dovere di chiamarvi».
«Ha fatto bene, padre», disse rispettosamente la Caputo, poi rivolto al ragazzo che se ne stava seduto in un angolo ancora sotto choc: « però vorrei sapere come mai ti sei inventato tutto, probabilmente vedi troppi film polizieschi», concluse.
Pablito si scosse: «Non dico bugie, è tutto vero!», gridò.
«Allora, sai cosa facciamo? Vieni con me in commissariato e magari ti viene in mente qualcosa di più….se dici la verità», propose Loredana.
«Trattatelo bene», si raccomandò il frate.
«Certamente, stia tranquillo, anche se avesse detto il falso lo rimanderemo a casa. I ragazzi sono imprevedibili!», rispose lei.
Parisi era uscito in corridoio a sgranchirsi le gambe,  seduto sulla panca, in attesa di essere convocato c’era un ragazzino con la pelle leggermente scura, lui gli lanciò un’occhiata e chiamò immediatamente la sua assistente:
«Cosa è successo all’Abbazia? ...e, cosa ci fa un bambino in commissariato?», chiese brusco.
L’agente speciale spiegò brevemente l’accaduto, il commissario l’ascoltava aggrottando le sopracciglia:
 «Fallo entrare, voglio parlargli, non bisogna mai sottovalutare i giovani, magari dice la verità».
Pablito entrò con il cuore che gli batteva a mille, si sentiva morire, aveva paura di essere messo in prigione ma, dopo che Parisi gli diede del bugiardo si ribellò:
 «Quel morto c’era, l’ho visto e l’ho quasi toccato!».
Il commissario non sapeva se credergli, dopo qualche altra domanda decise di lasciarlo andare a casa, lo vedeva troppo spaventato:
«Dimmi soltanto com’era quell’uomo per terra. Giovane o vecchio?  Poi puoi andare… se veramente c’era,  prima o poi salterà fuori», concluse bonario.
Il ragazzino descrisse il cadavere come se lo ricordava: corpulento, di mezza età, capelli radi.
 Alla fine il commissario fece un cenno e lui se andò via come un razzo.
«Strana storia», borbottò fra sé Parisi, ma gli era rimasta impressa la fermezza con la quale Pablito insisteva per farsi credere.
Il commissario Parisi  dirigeva quel posto di polizia da tanti anni, in una città di provincia era raro che succedessero fatti del genere, sapere che c’era un cadavere scomparso nel nulla gli sembrava un’assurdità.
 Ma nel pomeriggio dovette ricredersi: una signora elegante, sulla cinquantina chiese di entrare, si sedette sulla punta della sedia torcendosi le mani:
«Sono Laura Degiorgi e devo denunciare la scomparsa di mio marito, il professor Mauro Ferrari, insegnante di italiano al Liceo scientifico. Questa notte non è rientrato a casa, non è sua abitudine rimanere fuori, è uscito per incontrare un amico e non è più tornato», disse con la voce rotta dall’emozione.
Parisi l’osservò per qualche secondo senza parlare:
«Ha chiesto all’amico?», disse infine.
«Certamente….è la prima cosa che ho fatto, ma Giorgio mi ha detto di averlo lasciato verso le undici, poi di non averlo più sentito, nemmeno al telefono».
«Giorgio?», chiese il commissario.
«Sì, l’avvocato Mariani, nostro consulente finanziario», rispose lei arrossendo leggermente.
Quell’atteggiamento mise immediatamente in allarme il commissario:
«Per ora faccia la denuncia, signora, le auguro che suo marito ritrovi la strada di casa», disse congedando l’ospite, ma prima che la donna uscisse le chiese:
«Ha una foto di suo marito?».
Laura frugò nella borsa:
«Sì, l’avevo portata appunto per lasciarla a voi», disse porgendo il ritratto del marito.
Parisi diede un’occhiata e ricordò le parole di Pablito: “un po’ grasso, capelli radi e un po’ vecchio”, descrizione che coincideva con l’immagine che stava osservando.
Intanto nella mente del commissario si incrociavano tanti pensieri, l’uomo sparito poteva essere morto e questo poteva avere a che fare con.... il cadavere scomparso, ma cosa c’era dietro tutta quella faccenda? E se il professore si fosse semplicemente allontanato da casa per ragioni sue e se Pablito avesse detto una balla?
Allora il caso si sarebbe risolto da solo, ma c’era qualcosa che non quadrava, un sospetto che gli era balenato mentre la moglie del professore stava facendo la sua dichiarazione.

 (continua)
 

 

 

 

mercoledì 2 ottobre 2013

FINE " QUEL VORTICE MALEDETTO"


FINE DI  “QUEL  VORTICE MALEDETTO”

 I giorni che seguirono furono terribili per Diana, riconobbe il corpo del marito solo da un frammento di orologio al polso del cadavere carbonizzato. Cercò di nascondere la verità a Marta che era molto legata al papà, quando chiedeva di lui era costretta a mentire: “E’ in viaggio, vedrai che presto tornerà”, rispondeva. Ma per quanto avrebbe potuto reggere quella bugia? Con molta fatica Diana ricominciò a vivere, portava la bambina a scuola e il resto della giornata l’impiegava a cercare  un lavoro che le permettesse di andare avanti. Per sua fortuna lo trovò  in un ufficio legale, con un ottimo stipendio e questo la risollevò da una parte delle sue preoccupazioni. Non erano passati nemmeno tre mesi dalla scomparsa di suo marito quando ricevette una strana telefonata:
“Cara signora Savini, sono l’avvocato Ortega, ho bisogno di parlarle…può venire nel mio ufficio alle diciotto, domani sera?”, chiese una profonda voce maschile.
“Posso sapere perché?”, ribatté sorpresa la donna.
“ Non posso anticiparle nulla, ma le consiglio di venire… è nel suo interesse”. Dopo aver dato l’indirizzo l’uomo interruppe la conversazione.
 Diana scosse la testa dubbiosa: “chissà cosa vuole?, speriamo che non siano altri guai”, pensò preoccupata, “però devo vedere di cosa si tratta…”.
Il giorno dopo si recò all’appuntamento in una vecchia casa di un quartiere popolare. Salì i gradini osservando i nomi  sulle porte, al quinto piano su una targhetta di ottone, lesse “Avvocato Manuel Ortega”
Suonò e le aprì un uomo basso e grassoccio che indossava una giacca spiegazzata sopra una camicia senza cravatta,: “ Diana Savini?”, chiese in tono mellifluo, “prego, si accomodi”. Aprì l’uscio di un locale arredato sommariamente. Diana sedette davanti ad una scrivania zeppa di fogli e di libri..  L’uomo si accomodò dall’altra parte.
 “Cosa deve dirmi?”; chiese ansiosa  guardandosi intorno.
 L’avvocato strinse gli occhi e la fissò :
 “ Sa che suo marito aveva un debito con il mio studio?”, chiese sporgendosi per osservare l’effetto delle sue parole..
 Diana era impallidita: “Quanto?”.
. La cifra che quell’uomo le disse la sconvolse: “Non è possibile!…comunque, lui non c’è più”, ribatté decisa.
“Ci sei tu…e la bambina”, insinuò ancora lui passando al tu senza complimenti.
“No…la bambina non dovete toccarla….cercherò di rendervi quei soldi”; la voce di Diana era diventata un soffio.
“Ti do tempo una settimana, se non paghi …questa bella bimba ce la prendiamo noi”, disse togliendo da un cassetto una foto di Marta.
Diana si sentì morire, si alzò :
 “Aprimi la porta”, sibilò , “voglio uscire di qui”.
“Ci faremo vivi noi…e non andare alla polizia, sarebbe peggio, credimi”, affermò Ortega accompagnandola all’uscio.
Diana trascorse quella settimana cercando affannosamente del denaro, si rivolse ad amici e parenti, vendette il diamante di fidanzamento, ma riuscì a racimolare solo un terzo della somma che le era stata chiesta.
Si incontrò con Ortega in un locale pubblico . “Ho questi”, disse mettendogli in mano una busta, e non chiedermi altro, non ce la faccio….” L’uomo contò le banconote:
“ E’ un po’ poco, ma mi rendo conto che non è stato facile….ti do ancora tre giorni per saldare”, bofonchiò mentre un sorriso ironico gli stirava la bocca.
Ormai Diana non sapeva più a quale santo votarsi, arrivò la sera del terzo giorno che non aveva combinato nulla. Alla telefonata del suo persecutore dovette rispondere che non poteva dargli nemmeno un euro. La mattina dopo  accompagnò Marta a scuola e andò in ufficio, pregando che non succedesse nulla a sua figlia. Dopo il lavoro tornò a prendere la bambina con il cuore che le batteva forte; con sollievo la vide uscire serena e allegra come sempre. Si incamminarono per mano lungo il viale che percorrevano ogni giorno. Non si accorsero che una vettura nera le seguiva; erano pochi metri da casa e la strada era deserta. Diana si voltò e vide la berlina che era dietro di loro.
“Corri, Marta” gridò.
Ma non fecero in tempo ad allontanarsi che la macchina  si accostò al marciapiede: due uomini scesero e strapparono Marta dalle mani di Diana che urlò con quanto fiato aveva in gola..
 In quel preciso momento una frenata li fece sobbalzare, il commissario Alex Parisi, l’immancabile Caputo e due agenti scesero da un’auto della polizia e si gettarono sui rapitori ammanettandoli in un baleno. Tutto si era svolto così velocemente che Diana quasi non se ne rese conto.. Abbracciò la figlia ancora sotto choc  e si avvicinò a Parisi:
“Grazie…come avete saputo?”; balbettò in preda a un’intensa emozione.
Il commissario la guardò sorridendo:
 “Non ringrazi me, ringrazi lui”, disse accennando all’uomo che stava scendendo dalla vettura.
Gli occhi di Diana  diventarono immensi:  
“Rocco!”, esclamò al colmo dello stupore. Lui la strinse a sé con forza:
 “Ti amo tanto, non ti ho mai abbandonato…perdonami ancora una volta…”, le sussurrò fra i capelli., poi prese in braccio Marta che era ancora stava tremando:  “Nessuno ti farà più del male”, disse emozionato.
“Ma…il cadavere, la macchina bruciata…”, balbettò Diana.
 Parisi  intervenne: “Come vede, non era lui…era il corpo di un poveretto investito sulla strada e morto mentre suo marito stava accompagnandolo all’ospedale”, batté una mano sulla spalla di Rocco:
 “Vede questo tipo? Voleva suicidarsi…con una moglie così e una splendida bambina. Per fortuna ci ha ripensato e ha inscenato la commedia mettendo al volante l’uomo già cadavere e infilandogli al polso il suo orologio…poi ha incendiato il tutto e l’ha buttato dalla scarpata…avendo cura di farci ritrovare la targa…ingegnoso no?… Dopo, in preda ai rimorsi, è venuto a raccontarci tutto e da quel momento abbiamo messo sotto controllo la sua casa e il telefono per prendere in flagrante questa banda di delinquenti… Ortega è già al fresco!”.
“Grazie, commissario”, disse Rocco porgendo la mano all’ispettore che la strinse con vigore.. “è tutto finito, ora andiamo a casa…se possiamo ricominciare”, continuò fissando negli occhi Diana.
Lei gli sorrise e l’abbracciò in silenzio.  Marta lo tirò per la giacca:
 “Sei tornato dal viaggio papà? Dopo possiamo fare un gioco?”.
“Gioco?…”, rispose lui sorridendo, “è una parola che non conosco…”.
 Si allontanarono abbracciati seguiti dallo sguardo compiaciuto del commissario Parisi che rivolgendosi a Loredana Caputo disse brusco:
 “Cosa sono quegli occhi lucidi?...ormai dovresti esserci abituata! Forza, torniamo in commissariato, c’è un sacco di lavoro arretrato che ci aspetta”.

La Pantera della Polizia guidata dall’agente speciale sfrecciò veloce lungo le vie della città.

                                                                                                                                   FINE                     
                                          

                                                                                                                                                                                                             

 

 

 

 

 

 

 

domenica 22 settembre 2013

QUEL VORTICE MALEDETTO


 



Con i nervi tesi fino allo spasimo Rocco non staccava gli occhi dal tavolo verde. Le mani svelte del croupier smistavano le fiches, poi la roulette cominciò a girare …la pallina bianca si fermò sul numero sette. L’uomo si alzò di scatto con un gesto di stizza, era pallido e con le borse sotto gli occhi, si passò una mano sul viso sudato e si guardò intorno. Una donna truccata vistosamente stava ridendo mentre accumulava i gettoni, Rocco le lanciò uno sguardo disgustato e si allontanò con le mani in tasca. Uscì dal Casino: erano le quattro del mattino e il cielo stava schiarendo; si sedette su una panchina, aveva un macigno sullo stomaco che non accennava a scendere: “Sono rovinato…ho distrutto tutto… ”, due grosse lacrime gli scesero lungo le guance. Ripensò all’ultimo periodo della sua vita quando il demone del gioco si era impossessato di lui. Aveva cominciato per divertimento, poi un giorno vinse una somma che gli aveva fatto girare la testa e da quel momento era entrato nel vortice che l’aveva portato sempre più in fondo. La magia perversa della roulette l’aveva catturato, l’altalena della fortuna che ogni tanto gli strizzava l’occhio, ma che spesso gli voltava le spalle, era diventata una droga: non era capace di farne a meno. Così aveva prosciugato il conto in banca, ipotecato la casa e si era messo nei pasticci con una banda di strozzini che non gli lasciavano tregua. Il giorno prima il boss della banda gli aveva dato l’ultimatum: doveva a saldare il debito; ma la somma che doveva rendere era troppo alta per le sue possibilità. Si alzò a fatica e andò a prendere l’auto; mentre guidava verso casa era disperato, non sapeva come affrontare sua moglie, avrebbe preferito morire. Forse sarebbe stata la soluzione per risolvere i suoi problemi.
Entrò con cautela per non svegliare Diana e la bambina, aprì la porta della camera e si avvicinò al letto: intravide sua moglie che stava dormendo serena, i capelli biondi sparsi sul cuscino: “Povera.…non se lo merita”, pensò commosso. Si allontanò in punta di piedi, aprì un altro uscio e la luce notturna dell’angioletto sopra il lettino gli permise di osservare il visino di Marta addormentata. Aveva le gambine scoperte e lui si avvicinò per tirare su le coperte finite in fondo al letto. Il sentimento che provò lo fece star male, si intenerì fino alle lacrime…sempre cercando di non farsi sentire prese un foglio di carta e  scrisse qualche parola. Come era entrato, silenziosamente uscì. Risalì in macchina mentre stava albeggiando e si diresse sulla statale che portava al fiume, pigiando sull’acceleratore.
Aveva percorso solo qualche chilometro quando fu costretto a frenare bruscamente: in mezzo alla carreggiata c’era un grosso fagotto; si fermò a qualche centimetro dall’ingombro. Scese e vide con raccapriccio che si trattava di un uomo ferito che si lamentava debolmente: era una persona anziana, con  i capelli bianchi macchiati di sangue. Rocco  si tastò freneticamente nelle tasche in cerca del cellulare :”Devo chiamare un’ambulanza…questo poveretto è stato investito e abbandonato sull’asfalto!”. Ma per quanto cercasse, il telefonino non saltava fuori, frugò nell’abitacolo della vettura…niente. “Devo averlo lasciato sul tavolo della roulette”, si disse. Intanto il ferito si lamentava sempre più debolmente e la pozza di sangue si stava allargando, gli occhi dell’uomo adagiato per terra lo fissavano chiedendo  aiuto. “Forza, ti porto all’ospedale, vedrai che ce la faremo”.  Cercando di non fargli male lo sollevò e lo adagiò sul sedile dell’auto. Partì a tutta velocità verso il paese più vicino in cerca di un pronto soccorso. Mentre guidava notò che l’uomo adagiato sul sedile posteriore non si sentiva più. Si voltò un attimo e vide che respirava ancora:
“Devo sbrigarmi”, pensò, “ altrimenti questo non resiste per molto”.

 Diana si svegliò presto, con la mano tastò il cuscino accanto a sé e si accorse che il letto era intatto: nessuno vi aveva dormito quella notte.
Come mai Rocco non era tornato? Aveva detto che avrebbe fatto tardi per lavoro, ma non che passava la notte fuori casa. Lo chiamò , ma il cellulare squillava a vuoto. Sempre più preoccupata si recò in soggiorno: sul tavolino del salotto un foglio bianco attrasse la sua attenzione. Mentre leggeva il cuore quasi si fermò: “Addio…sono un vigliacco, perdonami. Ti prego, fai in modo che Marta  non mi dimentichi”. La donna si lasciò cadere sulla poltrona, senza forze: quelle poche  parole scritte in fretta parlavano chiaro: erano di un uomo che aveva deciso di chiudere con la vita. Scoppiò in un pianto dirotto: “Perché?…perché? …”, si chiedeva disperata.

In quell’istante nell’ufficio del commissario Alex Parisi squillò il telefono. L’uomo alzò la cornetta annoiato: si cominciava una delle tante giornate sempre piene di grane… una voce d’uomo, concitata, annunciò: “Un’automobile brucia sotto il viadotto del cavalcavia sulla statale quarantasette…”.
 “Chi parla?”, esclamò nervoso Alex, ma il suo interlocutore aveva già riagganciato. “Fanno sempre così”, brontolò il commissario, “hanno paura di esporsi”. Si riavviò i pochi capelli rimasti in un gesto abituale:
“ Caputo!” urlò , “muoviti, usciamo, vai a prendere la macchina”.
L’agente speciale Loredana Caputo si alzò dalla sedia balzando in piedi:
“Va bene commissario”, rispose , poi brontolò a voce alta per farsi sentire, “ Che modi! Non sono sorda…”.-
Parisi rimase un attimo perplesso. “ Hai ragione, chiedo scusa, ma sembra che abbiano bisogno di noi urgentemente”,
La ragazza sorrise senza farsi scorgere poi sussurrò : “ Adesso va bene”.
La macchina della polizia partì sgommando ma, quando arrivò sul posto ormai la vettura sul greto del fiume, era diventata uno scheletro accartocciato. Parisi corse giù seguito dall’agente Caputo, guardarono dentro: al volante, c’era un uomo carbonizzato .Pezzi di carrozzeria erano sparsi ovunque: “Commissario” gridò  la poliziotta, “siamo fortunati…guardi qui, la targa si è staccata…così possiamo sapere chi è il proprietario”. Il commissario brontolò qualcosa che aveva a che fare con quelli che andavano troppo veloci:
“Va bene…possiamo andare, chiamate l’ambulanza”. Si rimise in macchina e poco dopo era ancora nel suo ufficio pieno di scartoffie polverose.
 La mattinata era già passata e i succhi gastrici avevano invaso il suo stomaco vuoto, si fece portare un panino che addentò svogliatamente; stava bevendo una birra quando entrò un agente: “Ispettore, una donna vuole denunciare la scomparsa del marito, la faccio passare?”. Le antenne del buon poliziotto si misero in movimento e rispose subito: “Certo, cosa aspetti?”.
 Diana era pallida e visibilmente sconvolta,  raccontò piangendo ciò che le era accaduto in quella giornata tremenda. Il commissario non la lasciò nemmeno finire, “Scusi un momento”, disse frettolosamente.
Uscì dalla stanza: “Avete controllato la targa della macchina bruciata?”, chiese al primo che gli si presentò davanti.
 “Ecco, qui ci sono i dati”, rispose subito un poliziotto. Rientrò in ufficio e chiese  con cautela:
 “Suo marito si chiama Rocco Savini e ha una Ford  del ’2003?”
 “Sì”, rispose Diana spalancando gli occhi.
Parisi non sapeva come dirglielo: il corpo trovato nella vettura carbonizzata era presumibilmente quello di suo marito. Trovò il coraggio solo dopo averle fatto bere un bicchiere d’acqua.

(continua)

lunedì 22 luglio 2013

Fine "UNA MOSTRUOSA RAGNATELA"


Anche la vita del dottor Vitali fu sottoposta alla lente d’ingrandimento, ma… oltre ad avere la giovane amante Tatiana il chimico conduceva un'esistenza lineare, perciò Parisi non riuscì a scoprire nulla che giustificasse il duplice omicidio, Vitali sembrava non avere nemici nemmeno nell’ambiente professionale.
 Ma un pomeriggio Loredana Caputo si affacciò alla porta dell’ufficio del suo capo:
«Una signora desidera parlare con lei», disse scostandosi per lasciare passare una donna di media età, in evidente stato di agitazione.
«Buongiorno commissario, sono la domestica a ore di casa Vitali, ho sentito una notizia che mi ha sconvolto. Oggi al telegiornale hanno detto che il dottore è stato avvelenato da una torta. Devo fare delle dichiarazioni importanti», si asciugò la fronte imperlata di sudore e si sedette sulla sedia davanti alla scrivania.
 «Si tranquillizzi e mi dica», l’invitò il commissario cercando di calmarla.
«E’ molto difficile rivelare certe cose, ma devo dare retta alla mia coscienza…allora sono venuta qui», disse lei tormentandosi le mani sudate.
 Parisi ascoltò la donna per quasi un’ora e, dopo quel colloquio chiamò Loredana:
 «Fai venire qui  la moglie di Vitali», ordinò brusco, «Subito!», aggiunse.
L’agente Caputo lo guardò di traverso, non replicò ma il suo sguardo diceva molte cose, tanto che Parisi stirò la bocca in un sorriso forzato e bofonchiò : «…per favore». L’agente speciale uscì mormorando qualcosa di poco piacevole.
Verso sera la signora Vitali si presentò, elegantissima nel suo completo color prugna e rimase in piedi con aria seccata: «Si sieda», l’invitò il commissario.
  «Non aspettavo di essere convocata…perché proprio io? Non ho niente a che vedere con la morte di mio marito e della sua amante, perciò vorrei essere lasciata in pace. Sono momenti terribili per me…».
«Mi dispiace ma devo farle qualche domanda», Parisi era nervoso. «Lei ha acquistato una crostata di fragole il giorno 16?», chiese a bruciapelo.
La donna ebbe un leggero sussulto: «No…», rispose.
«Eppure la sua domestica mi ha detto che in casa c’era un dolce di quel tipo», affermò lui puntandole gli occhi addosso. La signora si mosse sulla sedia e non rispose.
Un breve intervallo poi:
 «Anche se non mi crederà le dico che quella crostata l’ha portata a casa mio marito: era il mio compleanno e io adoro quel tipo di dolce», disse infine lei. La bocca sottile era come un taglio rosso nel viso pallido.
Il commissario rimase attonito, come poteva averle portato la torta il marito?  Non ci capiva più niente. «Se mi sta dicendo la verità, perché non l’avete mangiata insieme?».
«Lui ha inventato una scusa di lavoro e non è rimasto con me», Susanna Vitali si mordeva le labbra nervosamente. Il poliziotto si fermò un attimo a pensare,  «Non ne è rimasto nulla per confermare ciò che mi dice? L’ha consumata tutta lei, in una sera?».
Lei era in evidente imbarazzo: «No, non ce l’ho fatta, l’ho assaggiata e poi è finita nel bidone della spazzatura». Il commissario rimase in silenzio, il suo sguardo vagava sul viso della donna:
«Non credo una parola di quello che mi sta dicendo, devo avvisarla che approfondirò le indagini e se ci sono le prove di ciò che penso, sarò costretto a indagarla per duplice omicidio».
 «Sta commettendo un grosso sbaglio, non risponderò più alle sue domande se non in presenza del mio avvocato», affermò la donna sconvolta.
Parisi la lasciò andare, il suo sguardo la seguì fino a quando chiuse la porta, scosse la testa: quel caso si stava complicando più del previsto, c’era qualcosa che gli sfuggiva ma non riusciva a capire cosa. Sicuramente la più sospettata era la moglie del dottor Vitali, anche perché era convinto che si trincerasse dietro un muro di bugie. Se lei aveva in casa una crostata di fragole e il marito con l’amante erano morti avvelenati da quella torta, chi aveva mandato la torta se non lei? La cameriera l’aveva vista in casa, Susanna l’aveva comprata e avvelenata, ma ci volevano prove, e il commissario non aveva niente che potesse incolparla.
Loredana Caputo aveva ispezionato tutta casa Vitali, ma della torta di compleanno che Susanna aveva mangiato sola soletta, non si era trovata nemmeno una briciola. E Parisi non ci dormiva la notte.
Le indagini continuarono per molto tempo, ma quel caso sembrava non avere soluzione: quei due erano morti avvelenati da una crostata di fragole che non si sapeva chi l’avesse acquistata.
E, a malincuore venne il giorno in cui il commissario Parisi dovette cedere le armi e archiviare il caso: non era riuscito a trovare il colpevole, quella maledetta torta sembrava essere finita in casa  di Tatiana caduta dal cielo .
 Ma quel momento era così duro da superare che volle parlarne un’ultima volta con la sua assistente.
«Caputo, tu mi conosci, non posso mandare giù questa sconfitta…io però ho un sospetto che non ho mai potuto provare», disse in tono mesto.
«Provi a dirmelo commissario, magari quel vago sospetto potrebbe certezza», rispose Loredana  battendogli una mano sulla spalla.
E il nostro commissario raccontò una storia che era molto simile all’incredibile verità…

 Nel suo laboratorio dottor Alex Vitali era chino da giorni sulle provette e quando  si accorse che ce l’aveva fatta, esultò. Finalmente, dopo tanti tentativi andati a vuoto era riuscito ad avere il risultato che cercava. Da un po’ di tempo nella sua testa frullava qualcosa di malsano, era impazzito d’amore per Tatiana e il piano criminale che stava progettando era diventato la sua ossessione. Prova e riprova scoprì che il mix di sostanze tossiche che stava sperimentando sulle cavie, si era rivelato sicuramente letale e la morte poteva essere dichiarata per arresto cardiaco. Ovviamente nei tessuti e nel sangue rimanevano le tracce del veleno, ma solo un’autopsia poteva rivelarlo.

  Quella mattina, prima di andare al lavoro si recò in un supermercato, acquistò una crostata di fragole, poi ci ripensò: «Tatiana ne va matta, ne compro una anche per lei», si disse. Nella sede della casa farmaceutica si chiuse nel laboratorio, iniettò una fiala del suo veleno in una delle torte, confezionò di nuovo con cura il pacchetto, poi lo nascose nell’armadietto dei medicinali. L’altra crostata, quella per il suo amore, l’aveva riposta nella borsa che si portava sempre appresso. Alla chiusura degli uffici, prese la torta avvelenata, la borsa e andò verso la macchina posteggiata nel grande cortile. Mise i due oggetti sul sedile posteriore e si diresse verso casa. A un incrocio fu costretto a frenare bruscamente al semaforo che da giallo stava diventando rosso, un tale dietro lui lo tamponò.
Accostò al marciapiede per vedere il danno, discusse con chi l’aveva investito, ma poi riprese la strada di casa, non era successo nulla di grave e aveva fretta di andarsene.
 Soltanto la borsa si era aperta cadendo dal sedile, la crostata era uscita, e l’altra quella al veleno era accanto. Ancora confuso dal piccolo incidente, nervoso e teso, il dottor Vitali fece l’errore che costò la vita a lui e alla sua giovane amante: rimise nella borsa la crostata avvelenata e portò a Susanna quella buona dicendole:
 «Mi dispiace cara, non posso restare, devo finire una ricerca in laboratorio che devo consegnare domani mattina a un cliente importante», disse con il suo miglior sorriso, «ma ti ho portato la tua torta preferita: la crostata di fragole…tanti auguri!», esclamò, abbracciandola. Sapeva che, golosa com’era non avrebbe resistito a mangiarne almeno una fetta. Secondo il suo piano, quella fetta sarebbe stata l’arma del delitto: al suo ritorno sua moglie avrebbe dovuto essere già morta, lui avrebbe chiamato la polizia, e fatto sparire il resto della crostata, e il medico legale non poteva che dichiarare:   “decesso dovuto ad arresto cardiaco”.

Ma un tragico destino l’aspettava, quando salutò sua moglie, sapeva che era per l’ultima volta ma non perché lei sarebbe morta, ma perché lui non sarebbe più tornato, invischiato fino alla fine nella sua mostruosa ragnatela. 

 FINE

 

mercoledì 10 luglio 2013

UNA MOSTRUOSA RAGNATELA


 
 
La signora Gemma infilò le chiavi nella toppa dell’appartamento 345 del residence La Mimosa, di solito a quell’ora Tatiana dormiva ancora, tornava all’alba e rimaneva a letto fino a mezzogiorno. Anche quella mattina la donna entrò con cautela per non disturbarla, andò nello sgabuzzino a prendere gli arnesi per le pulizie e si diresse verso il soggiorno dove solitamente regnava un caotico disordine. Ma quando aprì la porta lasciò cadere per terra ciò che aveva in mano, lanciò un urlo agghiacciante: distesa sul pavimento c’era Tatiana, immobile, accanto a lei un uomo. I due corpi non davano segni di vita. La donna si avvicinò per cercare di portare soccorso, ma si accorse che erano già morti. Sul tavolo erano rimasti gli avanzi della cena, due bicchieri ancora pieni di vino e, nei piattini, due fette smozzicate di torta. Terrorizzata Gemma e si precipitò fuori urlando.
 «Cosa è successo?», chiese il portinaio vedendo la donna scendere le scale a precipizio.
 «Ci sono due morti nell’appartamento 345, la ragazza russa e un uomo», farfugliò lei ancora sotto choc.
« Chiamo subito la polizia», decise lui.
Il commissario Parisi era appena arrivato in ufficio, si stava sedendo alla scrivania quando la Caputo aprì la porta :
«Commissario, dobbiamo andare in via delle Mimose, hanno trovato due cadaveri», annunciò.
Parisi si passò una mano sulla fronte:
«O.K.», borbottò rassegnato.
L’auto azzurra della Polizia attraversò a tutta velocità la città e non passò nemmeno un quarto d’ora che arrivarono a destinazione. Il commissario, davanti alla scena che gli si presentò davanti non mosse ciglio, era abituato a spettacoli di questo genere.  I corpi dell’uomo e della giovane donna erano distesi per terra uno accanto all’altro, sembravano dormire. Il poliziotto si aggirò per l’appartamento osservando con attenzione tutto ciò che gli interessava, si avvicinò alla tavola, annusò il cibo rimasto, e scosse la testa; poi si chinò ad osservare i  cadaveri:
« Che strano…sembrano morti per cause naturali», asserì, «non hanno nessun segno di violenza….a meno che..», il suo sguardo si posò sul resto della torta.
«Caputo, chiama la squadra omicidi, mi piacerebbe sapere se quello che penso io corrisponde a verità».  
La poliziotta eseguì l’ordine, poi fece la domanda che le bruciava sulle labbra:
«Commissario, potrebbero essere stati avvelenati?...però di solito quando è così hanno un aspetto diverso, più sofferto».
«Hai ragione, Caputo, questi due sembrano essere morti per una attacco di cuore…ma aspettiamo il medico legale che se ne intende più di noi», tagliò corto Parisi.
Non passò nemmeno un quarto d’ora che la squadra omicidi, sparpagliata per l’appartamento, cominciò ad analizzare tutto ciò che poteva interessare a svelare la causa della morte dei due, e il dottor Lojacono, dopo averne costatato il decesso, affermò che sembravano morti per arresto cardiaco, :
 « Però è stranissimo che tutti e due abbiano avuto un malore nello stesso momento, ad ogni modo, portate via tutto il cibo e le bevande che sono sul tavolo, non dimenticate nemmeno una briciola». Il dottore si avvicinò ai cadaveri pensieroso e scosse la testa: «chissà cosa è successo! », borbottò rivolgendosi al commissario.
 «Hai ragione, c’è qualcosa che non va, mandami subito i risultati del laboratorio, vedi di farlo il più presto possibile, fai analizzare tutto quello che era sulla tavola.», si raccomandò Parisi  battendo una mano sulla spalla del collega, «è tutto così strano! Poveracci, hanno fatto una brutta fine». Uscì da quell’appartamento con la faccia scura:
«Andiamo, Caputo, dobbiamo iniziare le indagini, è un caso abbastanza anomalo», disse alla sua assistente .
 Come sempre, in tutti i casi in cui si brancolava nel buio, Parisi si buttava a capofitto nelle indagini, la vita delle vittime, il loro under ground sociale, le parentele, le abitudini, gli amori, gli amici e gli eventuali nemici, erano passati al setaccio e in quel caso voleva sapere tutto sul dottor Alex Vitali e sulla bella Tatiana. Tornò in commissariato e si mise subito al lavoro.
«Commissario, ci sono i risultati del laboratorio scientifico», Loredana entrò di corsa nell’ufficio del capo.
Parisi lesse con cura il referto del medico, era ansioso di sapere la causa della morte: «Sono stati avvelenati dalla torta», disse fra sé il commissario, «il cuore non c’entra,  hanno trovato del veleno nel sangue e nei tessuti»
Si mise una mano sulla fronte: era uno di quei rompicapi che gli facevano perdere il sonno. Innanzitutto cominciò le indagini sulle vittime, e chi aveva mandato la torta avvelenata doveva saltare fuori!
 Dalla scientifica avevano appurato che il veleno era uno strano miscuglio di sostanze letali e che era stato iniettato in più parti con una siringa su un dolce non casalingo ma di pasticceria. Sguinzagliò i suoi collaboratori per trovare dove era stata acquistata la crostata e, dopo innumerevoli visite nelle pasticcerie della città senza risultato, scoprirono che era stata confezionata nel reparto dolciumi di un supermercato. Ovviamente nessuno dei commessi ricordava l’acquirente, c’erano talmente tanti clienti durante la giornata che era impossibile sapere chi aveva comprato una crostata.. Intanto Parisi andava avanti nelle indagini, doveva sapere chi erano le vittime e come vivevano. Il dottore in chimica Alex Vitali lavorava come ricercatore nel laboratorio di una casa farmaceutica, sposato con una donna più vecchia di lui e poco attraente aveva il pallino delle belle donne. Infatti l’ultima sua conquista era Tatiana, una stupenda russa poco più che ventenne della quale si era perdutamente innamorato. Lui, cinquantenne, con lei riprovava i brividi e i tremori della lontana gioventù, esaudiva ogni suo desiderio e la faceva vivere nel lusso..Tutto questo era saltato fuori dagli interrogatori nell’ambiente dei locali notturni dove lavorava la ragazza.  «Era pazzo di lei», aveva detto un’amica, «e le aveva perfino promesso di sposarla». Ma, frugando nel passato della ragazza, era venuto fuori anche un altro uomo: Daniele, il proprietario del locale dove Tatiana si esibiva come cantante e con il quale aveva avuto una relazione.
 La scenata di gelosia che le aveva fatto la sera prima della sua morte, se la ricordavano tutti.
«Vattene con quel vecchio e non farti vedere mai più! Sei una donna da niente», le aveva gridato scaraventandole la borsa in strada.
Il commissario Parisi lo convocò: «Non mi sono mosso dal locale e dopo sono andato a letto, mia madre può testimoniare e non ho regalato torte a nessuno», disse il giovane, «non sono stato io …anche se lo meritavano», concluse rosso in volto.
Dopo avergli fatto ancora un sacco di domande il commissario lo lasciò andare, era sospettabile, ma doveva avere delle prove certe per poterlo dichiarare colpevole.
                                                                                                                                               (continua)

 

 

 

 

 

mercoledì 19 giugno 2013

FINALE: "IL KILLER DELLA NOTTE"

 Lo strano presagio si rivelò realtà quando nel corpo senza vita riconobbe con orrore Paco pugnalato selvaggiamente e buttato in un fosso non molto lontano da dove era stato rinvenuto il cadavere dell’amico Manuel. Quel secondo delitto riportava all’origine le indagini…perciò si doveva ricominciare tutto da capo.
Il commissario pensò molto alle parole della bionda Mirka, “quei tre si odiano”, aveva detto, e un altro di quel terzetto se ne era andato nello stesso modo, si chiedeva chi potesse volere la morte di quei poveri disgraziati arrivati da un paese lontano a fare quel mestiere per soldi… ne era rimasto uno solo.  Il commissario Parisi, era tenace come un mastino…quando aveva per le mani un caso non mollava e voleva andare a fondo…di solito ce la faceva. Non si dava tregua, il suo cervello lavorava come un computer e non lasciava mai niente di intentato.  Di quei tre ormai era rimasto José… forse era il colpevole…ma non poteva inquisirlo senza delle prove certe perciò non gli rimaneva che convocarlo al commissariato per un ulteriore interrogatorio
Seduto di traverso sulla sedia José era pallido come un morto, rispondeva alle domande del commissario facendo forza su se stesso per non scoppiare in lacrime: sapeva di essere in una brutta posizione e sapeva anche di non avere un alibi nell’ora del delitto. Secondo le testimonianze dei frequentatori della zona un’auto blu aveva caricato Paco all’una di notte e lui non era lì. Era tornato alle tre per ricominciare a battere sulla strada. “Con chi sei stato fino a quel momento?”; chiese Parisi .
“Era un tale che non avevo mai visto, non so come si chiama e nemmeno dove abiti…non so dirle niente commissario, soltanto che non sono stato io….glielo giuro”, balbettò il ragazzo tormentandosi le mani.
Alex Parisi l’osservava in silenzio, era incerto se credergli o no, sembrava dicesse la verità, ma…quante volte aveva visto un assassino mentire con naturalezza! Anche in quel momento forse aveva davanti a sé un bravo attore che stava interpretando la parte dell’innocente…ma il dubbio lo tormentava.
Non poteva arrestarlo senza un minimo indizio, così lo lasciò andare, ma decise farlo sorvegliare in ogni sua mossa: prima o poi avrebbe fatto un passo falso, ne era sicuro…
Purtroppo se l’avesse fermato gli avrebbe salvato la vita perché soltanto dopo due giorni dal loro colloquio anche il cadavere di José fu trovato in una discarica.
 “Siamo alle prese con uno spietato serial killer che odia i transessuali”, esclamò Parisi davanti a quel corpo ancora una volta straziato da una lama affilata. 
Dopo una notte insonne l’idea che gli venne gli sembrò decisiva. Appena arrivato convocò nel suo ufficio Loredana:
« Cosa ne pensi dell’agente Lojacono?», chiese a bruciapelo.
Lei rimase un attimo zitta un po’ meravigliata della strana domanda, ma era abituata ormai alle stranezze del suo capo:
« e’ un ottimo poliziotto», rispose .
«Non lo trovi bello?», continuò Parisi mandando nel pallone la Caputo.
«Sì…ma non vedo cosa c’entri con le indagini», disse sconcertata.
«Ti assicuro che c’entra…anzi è fondamentale!», continuò imperterrito lui, «anzi, vallo a chiamare , gli devo proporre qualcosa di insolito».
 Poco dopo entrò in ufficio del commissario l’agente Lojacono:
«Comandi commissario», e batté i tacchi mettendosi sull’attenti.
 “Sei un bel ragazzo, Lojacono….”, cominciò Parisi osservando attentamente il poliziotto impalato davanti a lui. L’agente sbarrò gli occhi per la sorpresa evidentemente imbarazzato. Loredana ebbe un sussulto e pensò che questa volta il commissario stava passando i limiti.
Ma Parisi proseguì tranquillamente:
“Non ti preoccupare…non sto facendo delle avances, sto solo mettendo in atto un mio piano”, lo rassicurò il commissario che aveva notato lo sguardo smarrito del giovanotto, “in poche parole, dovresti conciarti in modo da sembrare un travestito e metterti sulla strada con le altre donne del Viale delle Rimembranze”, concluse in fretta .  
 “Commissario, è proprio necessario che mi mascheri?”, domandò l’agente.
“E’ fondamentale…l’assassino mira soprattutto ai viados perciò, con le dovute cautele dovresti per qualche giorno farti credere uno di loro.
“Devo anche salire in macchina con lui se mi invitasse?”, chiese preoccupato.
“Certo…poi ovviamente ti dovrai arrangiare per evitare situazioni spiacevoli…fai attenzione e cerca di portare a casa qualche notizia interessante”, concluse il commissario.
Così, il povero Lojacono, trasformatosi in una bionda esplosiva con tanto di minigonna e tacchi a spillo, si mise a battere sul viale.
Non tardò molto ad arrivare una vettura nera guidata da un tale con un berretto calato sugli occhi. Si accostò e aprì lo sportello:
“Sei nuovo?”, chiese con una voce rauca.
Il poliziotto confermò con un cenno del capo e l’altro lo invitò a salire. Percorsero una decina di chilometri in silenzio. Poi il tipo accostò ai margini di una strada poco frequentata. Frenò con calma, si abbassò a prendere qualcosa e, quando risalì aveva in mano un coltello affilato:
 “Credevo di aver finito con i brasiliani…non la volete capire di lasciarci in pace?….vi ucciderò tutti uno ad uno…venite a rubarci il lavoro…dovete stare a casa vostra!”, urlò con la voce stridula.
Il poliziotto con una mossa fulminea riuscì a togliergli l’arma e lo immobilizzò. Gli strappò gli occhiali scuri che nascondevano metà del viso: gli occhi neri, lucidi di follia lo stavano fissando. 
 “Stai fermo…finalmente ti ho beccato!”, esclamò carico d’adrenalina. Quando gli tirò via il cappello una cascata di capelli biondi cadde sulle spalle del suo aggressore.
“Sei una donna…”, gridò al colmo dello stupore, davanti a lui c’era il viso grazioso di una ragazza, sconvolto 
dalla pazzia.
L’agente Lojacono si strappò la parrucca e si tolse il rossetto che lo metteva a disagio, prese il telefonino e chiamò il suo superiore: “Commissario, venga subito…l’ho preso!”.
Quando Alex Parisi si vide davanti Mirka infagottata in un abito maschile, la guardò con tanta pena: “Perché”, chiese accostandosi. Lei gli lanciò uno sguardo di sfida:
 “Ho due figli da mantenere e questi qui mi rubano il pane…devo farli fuori tutti…”,  sbraitò mentre lo fissava con occhi sbarrati, poi scoppiò in una risata isterica:  “ Commissario…guardati le spalle, la prossima volta faccio fuori anche te”.
Si lasciò portare via senza fare resistenza, ormai perduta nel suo mondo fatto di ombre.

FINE





sabato 15 giugno 2013

IL KILLER DELLA NOTTE


  
La notte era fredda e umida, Manuel, in arte Wanda, passeggiava su e giù stringendosi addosso la corta pelliccetta colorata. Le gambe, lunghe e slanciate, fasciate dai collant neri ondeggiavano sulle scarpe con i tacchi a spillo. L’alta figura e i riflessi dorati della parrucca bionda accentuati dalla luce del lampione, facevano sì che si notasse fra le donne che sostavano lungo quel viale. Quella sera Manuel era sul bordo della strada da più di un’ora senza aver ancora combinato niente. La berlina blu frenò, una testa si sporse dal finestrino: “Dai, vieni su”, ordinò una voce rauca.
Il brasiliano salì: “Dove andiamo?”, chiese cercando togliere i toni aspri alla voce maschile. Chi era al volante non rispose, alzò il bavero della giacca, si calcò in testa il cappello di lana, ingranò la marcia e partì.
Preoccupato Manuel osservò meglio il nuovo cliente: non riusciva a vedere bene il viso perché, nonostante il buio portava grossi occhiali fumé e aveva quel berretto di lana calato fino agli occhi che copriva mezza faccia; indossava un giubbotto nero sopra pantaloni da tuta, notò che aveva guanti di pelle e scarpe da jogging.
“Vuoi andare a casa mia?”, insistette il brasiliano cercando di trovare un punto d’incontro con quel tipo strano. “Ho del buon whisky d’annata”, continuò. Ma l’altro rimase con lo sguardo fisso alla strada e non si degnò di aprire la bocca.
“Senti…se vuoi la mia compagnia devi pagare prima”, osò ancora Manuel.
Sempre zitto il tipo trasse dalla tasca un fascio di banconote e le sbatté sulle ginocchia del travestito. Davanti a quella cifra Manuel restò imbambolato: “Non chiedevo tanto….Ora puoi portarmi dove vuoi tu”, affermò infilando sveltamente il denaro nella borsetta tigrata di finta pelle.
L’auto lasciò la provinciale e s’infilò in un sentiero laterale, poco dopo s’inoltrò in un boschetto vicino al lago e si fermò.
“Vuoi stare qui?….contento tu…a me va benissimo…”, disse Manuel cominciando a togliersi la pelliccia azzurrina. Non fece in tempo nemmeno a sfilare la manica che sentì alla gola il gelido contatto di una lama.
“Cosa vuoi fare….sei impazzito?”, urlò sbarrando gli occhi per il terrore.
Ma nessuno sentì le grida disperate quando il coltello entrò ripetutamente nelle sue carni…fino a togliergli la vita. L’assassino riprese i soldi dalla borsetta, aprì la portiera e trascinò il corpo fuori dall’abitacolo per abbandonarlo nascosto da un cespuglio. . Poi ripartì sgommando e si diresse di nuovo verso la strada maestra…
Al vecchietto, che stava andando a  pescare per poco non venne un colpo alla vista di quel cadavere straziato. Rifece di corsa il sentiero, si mise quasi in mezzo alla carreggiata per fermare la prima macchina di passaggio: “C’è un morto laggiù…”, gridò indicando con la mano tremante il bosco.
Nel distretto di polizia la notizia arrivò immediatamente e il commissario Parisi si recò subito sul posto accompagnato dal suo fido braccio destro, Loredana Caputo. Anche se ne aveva visti ormai parecchi, dopo tanti anni di mestiere, quel cadavere lo impressionò per le numerose ferite inferte con tanta ferocia.
“Poveraccio”, mormorò scuotendo il capo, “che brutta morte ha fatto….”.  
 Quel corpo avvolto nell’assurda pelliccia colorata faceva tanta pena.  “Lo troverò quel bastardo”, promise a se stesso il commissario.
La notizia del delitto arrivò come una bomba fra le passeggiatici e i viados del Viale delle Rimembranze. La paura li rese guardinghi e sospettosi, salivano sulle auto dei “clienti” col terrore di fare la stessa fine.
 La notte dopo il ritrovamento il commissario Alex Parisi si recò in quello squallido mondo fatto di lustrini e ciglia finte nel quale donne e uomini vendevano il proprio corpo; quando arrivò non fu accolto con molto entusiasmo, molti se ne andarono per non essere interrogati, ciascuno di loro aveva qualche scheletro nell’armadio….Tuttavia, riuscì a contattare i brasiliani, amici di Manuel: José e Paco che, ogni sera percorrevano, vestiti e truccati vistosamente, quel viale sotto i lampioni dove professavano il mestiere più vecchio del mondo.
“Non abbiamo la più pallida idea di chi può essere quel maledetto”, rispose José lanciando un’occhiata furtiva verso Paco. Quel gesto fu captato dall’occhio vigile del commissario:
“E tu dov’eri quella notte?”, chiese al ragazzo al quale era rivolto quello sguardo d’intesa. 
Il giovane impallidì: “Commissario…purtroppo devo risponderle che non ero qui e che non ho un alibi: ero a casa con l’influenza, ma nessuno può testimoniare per me. Non c’entro con la morte di Manuel….mi deve credere”, rispose con la voce tremante.
Parisi gli puntò gli occhi addosso: “Non ti agitare…non ti ho accusato di nulla…ne parleremo più avanti”, disse severo. Il ragazzo prese le mani del suo amico: “Diglielo tu che non sarei mai capace di fare una cosa simile”, supplicò. José rimase per qualche secondo in silenzio: “E’ vero…non avrebbe avuto nessun motivo…”, rispose senza molta convinzione.
Il commissario li guardava senza vederli, ascoltava le loro parole ma la mente era altrove. Stava pensando che poteva essere stato proprio uno di loro per motivi che ancora gli sfuggivano… però avrebbe potuto essere anche qualcuno al di fuori della loro cerchia.
“Va bene”, per adesso potete andare…però tenetevi a disposizione”, concluse congedando i due .
Stava andandosene quando sentì una voce femminile, una biondina stava venendo verso di lui visibilmente agitata: “Devo parlarle”, sibilò sottovoce guardandosi intorno guardinga.
Parisi si fermò: “Vieni domani in commissariato, parleremo con più calma”.
La ragazza annuì e ritornò a passeggiare. Il giorno dopo arrivò di mattino presto, il trucco disfatto e il viso stanco con le borse sotto gli occhi facevano pensare che non fosse neppure andata a dormire.
Il commissario, da dietro la scrivania, la squadrò da capo a piedi: la giovane donna indossava una minigonna all’inguine e un giubbottino di pelle lucida, era carina, con un viso dolce…solo gli occhi, neri sembravano lucidi come se avesse la febbre. I capelli biondo platino erano raccolti dietro la nuca con un nastro argentato. Visibilmente a disagio non sapeva come comportarsi.
“Siediti…”, la invitò il commissario, “come ti chiami?”
“Mirka”, rispose lei titubante.
“Hai qualcosa da dichiarare?”; continuò lui.
“Sì…volevo dire che quei due odiavano Miguel”, disse tutto d’un fiato.
Il poliziotto si sporse dalla sedia:
“ Perché dici questo?…Continua”, insistette. L’altra si schiarì la voce.
“Ho sentito proprio la sera del delitto Paco litigare furiosamente con Manuel “Ti ammazzo”, aveva gridato e gli si era buttato addosso per colpirlo. José li aveva divisi ma quella sera Paco non era venuto a lavorare…l’ho visto aggirarsi nelle vicinanze del viale proprio qualche ora prima del delitto”.
A Parisi venne in mente che il brasiliano aveva affermato che quella sera era a casa con l’influenza, perciò se la ragazza diceva il vero avrebbe potuto essere lui l’assassino.
“Praticamente lo stai accusando di aver ucciso l’amico”, affermò.
“No…ho detto soltanto quello che ho visto…”, farfugliò la biondina spaventata.
“Va bene…va bene…se non c’è altro, puoi andare”, tagliò corto lui.
Le dichiarazioni di quella ragazza gli misero una pulce nell’orecchio: ordinò all’agente speciale  Caputo di pedinare i brasiliani, nel frattempo convocò Paco per un interrogatorio in piena regola adoperando tutti i metodi che l’esperienza di lunghi anni di lavoro gli aveva insegnato.. Purtroppo il viados non cambiò di una virgola la prima deposizione: era rimasto in casa ammalato e, quando seppe che qualcuno l’aveva visto per strada, negò disperatamente…Senza nessuna prova decisiva non poteva arrestarlo…
Le indagini continuarono senza risultato e il commissario aveva perso molte speranze quando un fatto sconvolse tutte le sue previsioni.  Quella mattina Parisi seduto dietro la scrivania stava consultando della carte quando entrò la Caputo:
“Commissario, hanno ucciso un altro travestito…”, annunciò trafelata.
Appena sentite quelle parole ebbe un presentimento.
“Andiamo subito…fai preparare l’auto”, ordinò concitato.
(continua)

venerdì 31 maggio 2013

UN FIORE NEL FANGO

Settima puntata

Rosalia aprì gli occhi con fatica, l’odore dei medicinali le entrò nelle narici, la prima cosa che vide fu il soffitto bianco, girò lo sguardo intorno senza capire, finalmente intravide una persona che indossava un camice bianco :
“Dove sono ? Cosa è successo?”, chiese smarrita.
“Adesso deve stare tranquilla, va tutto bene”, il giovane medico si avvicinò al letto e Rosalia si rese conto di essere in un ospedale.
 “Sono tanto debole”, riuscì a sussurrare.
“Non si preoccupi, ha perso molto sangue, però il suo amico l’ha aiutata!”. Il dottore si volse verso Claude che era seduto su una sedia un po’ in penombra.
Rosalia cercò di alzare la testa per guardare, ma ricadde sul cuscino stremata.
“Claude, sei qui?”, chiese con voce flebile.
Lui si avvicinò al letto:
“Non ti affaticare, non mi sono mai mosso, aspettavo che aprissi gli occhi, dopo l’anestesia”
Lei improvvisamente ricordò l’attimo in cui la lama le era entrata nel torace:
“Sono stata ferita…adesso mi viene in mente tutto, perché il medico ha detto che mi hai aiutata?”.
Il dottore intervenne:
 “Era in pericolo di vita per una forte emorragia, c’era urgenza di una trasfusione ma in ospedale non c’era il sangue del suo gruppo, l’avevamo richiesto, ma dovevamo aspettare che arrivasse . Per fortuna Claude aveva il sangue adatto e si è offerto di donarlo per salvarle la vita”.
 “Grazie”, sussurrò Rosalia, allungò una mano per stringere quella di Claude.
“Non facciamo tante storie, cosa dovevo fare? Lasciarti morire?”, brontolò lui mentre stringeva fra le sue la mano di lei.

Rosalia  uscì dall’ospedale dopo tre settimane, Claude non l’aveva lasciata un solo giorno,
le era stato accanto senza mai farlo pesare. Lei si stava affezionando a quel ragazzo innamorato cotto, che non riusciva a starle lontano, e se pensava che gli doveva la vita si sentiva un verme perché purtroppo
  il suo sentimento si fermava alla gratitudine e all’amicizia, gli voleva bene come a un caro amico. Claude capiva che non poteva ottenere da lei quello che desiderava, ma nonostante questo non ce la faceva a staccarsi , si accontentava di starle vicino sperando sempre in un miracolo….
Tornarono nel piccolo appartamento di Montmartre, Valentina li accolse con un grande abbaccio:
“Bentornata Rosalia,  tutto è rimasto come quando l’hai lasciato tu, questa volta non ho altri ospiti da presentarti…”, guardò con intenzione Claude che stava entrando in quel momento.
Rosalia era un po’ spaesata, si era abituata alla vita semplice e agli ampi spazi del casolare in Provenza, e quel bilocale dove in ogni centimetro libero c’era sistemato un mobile le dava un senso d’oppressione. Guardò Claude: “Si stava meglio da nonna Josephine”, disse con un leggero sorriso, “ma cercherò di abituarmi ancora a questo buco”.
“Presto potrai comprarti una casa più grande dove vuoi tu”, le disse Valentina, “i tuoi lavori sono diventati di moda, non sai quante telefonate ho ricevuto per sapere come stavi!…sono venuti anche i giornalisti della TV, radio, stampa….mi sono sentita importante anch’io”, e qui Valentina si diede una sbirciatina allo specchio dell’anticamera, “ho dato una foto in cui eravamo insieme, sai non si sa mai…però hanno pubblicato solo la tua, pazienza!”, concluse delusa.
Rosalia sorrise, non si aspettava di diventare famosa, forse era una compensazione per ciò che aveva perso: l’amore, la famiglia, la sua terra…
La giovane scultrice era contesa in tutti gli ambienti artistici, le furono commissionate parecchie opere,  passava il suo tempo in un laboratorio dove aveva sistemato tutto ciò che le occorreva per lavorare in santa pace; Claude la raggiungeva di tanto in tanto…una sera si fermò più del solito, anche per dare una mano a sistemare i lavori. Stavano spostando una scultura quando si trovarono tanto vicini che lui non poté fare a meno di abbracciarla; lei dolcemente si scostò:
“Ti prego, Claude, non roviniamo tutto!”, sussurrò.
Il ragazzo la guardò negli occhi: “ Io ti amo, lo sai”.
“Lo so”, rispose lei, “ma ti ho sempre fatto capire che per ora non posso innamorarmi di nessuno”.
“C’è un altro?”, le chiese lui con la voce che gli tremava.
Rosalia rimase in silenzio, aveva un nodo alla gola, non voleva confessare tutto a Claude, ma del resto se non gli raccontava la sua storia, lui non poteva capire.
“Sì”, rispose allora dopo molta esitazione, “c’è stato e non lo posso dimenticare, ti chiedo solo di capirmi e di aspettare che quello che provo ora, sfumi nel tempo. Io ti voglio bene, ma devo essere certa che si trasformi in un vero amore”
Claude capiva fino a un certo punto, lei non gli aveva detto chi era il suo rivale. 
“E’ rimasto in Sicilia?”.
 “Non lo so, forse non lo rivedrò mai più…ma non mi sento di amare nessuno, per adesso”, concluse guardandolo negli occhi.
“Non voglio sapere altro”, rispose lui, “ aspetterò… lasciami però una porta aperta”, supplicò.
“Ti voglio molto bene…sei l’unico amico sincero che abbia mai avuto, se hai un po’ di pazienza forse le cose cambieranno”. Per Rosalia pronunciare quelle parole era un sofferenza perché era veramente affezionata a Claude e gli era riconoscente per come le era stato vicino in quel burrascoso periodo, e soprattutto per il suo gesto generoso di averle donato il sangue, ma  non voleva illuderlo inutilmente, era meglio mettere subito in chiaro ciò che provava per lui. Qualche volta le dispiaceva di essere così rigida, ma il ricordo di Giulio non l’abbandonava, c’era soltanto il tempo che poteva aiutarla a dimenticare e allora chi avrebbe voluto accanto a sé era proprio Claude.
Dopo quel momento di verità, per entrambi il loro rapporto era diventato più facile, non potevano fare a meno l’uno dell’altra, ognuno dei due chiedeva consiglio prima di prendere una decisione, ma non avevano più pronunciato la parola amore. Claude si era rassegnato ad aspettare, Rosalia non gli aveva detto di no e questa era la speranza alla quale si aggrappava nei momenti di malinconia.
+++

Dal momento in cui aveva visto la foto di Rosalia sul quel giornale francese, Giulio non ebbe più pace, il primo impulso era stato quello di prendere il primo aereo per Parigi, ma  troppi impegni e troppe scadenze lo trattenevano a Milano. Sapeva però che lei era là e che l’avrebbe ritrovata, era solo questione di giorni. La data del matrimonio era sempre più vicina ed era diventata un incubo, la notte non riusciva a prendere sonno invaso da pensieri negativi: gli dispiaceva per Clara, ma non se la sentiva di ingannarla, la donna che voleva era Rosalia, qualunque altra non lo interessava , prima però doveva vederla per sapere quanto era rimasto in lei del loro amore. Era passato molto tempo…forse per lei non era stato così importante…
Quando riuscì a partire non sapeva a cosa sarebbe andato incontro: non aveva la minima idea di dove cominciare a cercarla, aveva paura di non trovarla: in una città come Parigi non era facile rintracciare una persona. Decise di recarsi alla redazione del giornale che aveva pubblicato l’articolo e la foto: con l’aria spaesata entrò negli uffici e si diresse in segreteria. Aveva in mano il foglio del quotidiano:
“Vengo da Milano per rintracciare questa persona”, disse alla ragazza che lo fissava senza capire. Sfoderò il suo imperfetto francese e rifece la domanda. La donna alzò le spalle:
“Mi dispiace, signore, non possiamo dare l’indirizzo…deve chiedere al direttore”, rispose, cercando di mascherare con un sorriso la  risposta negativa.
In quel momento, un giovanotto entrò: “Questa è la ragazza italiana di rue  Martin ….molto carina!”, disse gettando un’occhiata alla pagina di giornale che Giulio teneva in mano:
“Grazie, sei un amico!”, esclamò lui avvicinandosi: “sai anche il numero?”, continuò.
L’altro alzò le spalle :  “Mi dispiace, non sono andato io…”.
“Non importa, la troverò”, si precipitò alla porta e uscì di corsa.
Quel piccolo episodio era un buon presagio: forse la fortuna era dalla sua parte e l’avrebbe aiutato a riabbracciare Rosalia. Con un taxi si precipitò nella via che gli aveva casualmente indicato quel redattore, ma quale era la casa in cui cercare? Era una strada lunga, colorata dai negozi con le insegne variopinte, animata dalla gente indaffarata che a quell’ora di mattina riempiva i marciapiedi. Molti turisti si soffermavano a guardare le bancarelle che vendevano di tutto. Le case erano quasi tutte uguali, con i tetti stretti gremiti di comignoli, sui muri gialli il tempo aveva lasciato i segni.
Giulio entrò in un cortile e chiese di Rosalia a un gruppetto di donne che stavano chiacchierando, queste lo guardarono meravigliate: nessuno la conosceva. Entrò nelle panetterie, nelle macellerie, in quasi tutti negozi che incontrava, ma senza risultato.  Non voleva darsi per vinto…a costo di bussare a tutte le porte di tutti gli appartamenti di quella via. Caparbiamente continuò, finché capitò in un bar frequentato da artisti:
 “Rosalia”, disse uno di loro calcando l’accento sulla a, “è mia amica”.
“Sai dove abita?”, chiese Giulio concitato.
“Sì…vedi quel portone verde? Abita là, al quarto piano”, rispose il ragazzo, poi aggiunse incuriosito: “Sei venuto a comprare le sculture?… è molto brava…”.
“Lo so, vengo dall’Italia solo per lei”, rispose lui euforico.
Uscì di corsa dal locale accompagnato dallo sguardo stupito di tutti.
Davanti a quella porta il cuore gli batteva all’impazzata: era già lì da qualche minuto…nessun rumore si udiva all’interno. Finalmente uno scalpiccio gli fece capire che qualcuno sarebbe arrivato ad aprire.
Un ragazzo biondo, assonnato, si presentò sull’uscio.
“Desidera?”, gli chiese sbadigliando.
Giulio era rimasto immobile, fissava lo sconosciuto:
“Cerco Rosalia”, le parole gli uscirono a fatica.
Lo sguardo dell’altro lo esaminò da capo a piedi: “Italiano?”, domandò ancora.
“Sì…ma questo non ha nessuna importanza”. Giulio era nervoso, “Vorrei sapere se posso vedere Rosalia”, continuò seccamente.
“In questo momento non è in casa”, il ragazzo tentò di chiudere la porta, ma Giulio glielo impedì. “Le dica solo che l’ha cercata Giulio…è molto importante”.
Subito dopo si trovò a fissare i battenti chiusi. Scese le scale con il morale a terra: l’aveva trovata, ma non nel modo che aveva sognato…forse l’uomo che era venuto ad aprire era il suo nuovo compagno, forse per lei quelle notti d’amore erano state solo una parentesi…eppure  aveva sentito fra le sue braccia che le emozioni erano le stesse. Per rispondere a tutte queste domande doveva incontrarla, guardarla negli occhi e sentirsi dire da lei… “Ho un altro, non mi interessi più”. Solo così si sarebbe rassegnato a tornare a Milano e a sposare Clara. Deciso a non lasciar perdere nulla per riuscire a parlarle, Giulio decise di appostarsi nei paraggi per fermarla al rientro.
Quando Claude  tornò dentro, la voce di Rosalia uscì da dietro la tenda della doccia: “Chi era?”, chiese.
“Un tale che voleva vendermi dei libri”, rispose lui cercando di essere il più naturale possibile.
 In realtà era confuso e nervoso, non sapeva chi fosse quell’uomo che aveva chiesto di Rosalia: il suo amore italiano?  Un altro della banda? Gli era venuto d’istinto dirgli che non era in casa…solo per proteggerla aveva agito in quel modo…Forse avrebbe dovuto parlarne con lei…o forse no, era meglio tacere e portarla via ancora una volta per tenerla lontana da tutto quello che l’aveva fatta soffrire..
Rosalia si stava preparando ad uscire, doveva andare al laboratorio a finire il lavoro che le avevano ordinato.
“Aspetta!”; esclamò Claude facendola sobbalzare, “vengo con te!”.
“Lascia stare…conosco la strada”, rispose lei innervosita.
Lui fece finta di non sentire: “Sono pronto”, disse allacciandosi il giubbotto.
Giulio li vide uscire insieme, restò fermo a guardarli mentre si allontanavano, l’emozione di averla rivista fu  forte, il cuore cominciò a battere veloce: dopo un profondo respiro si riprese e, quasi senza rendersi conto di quello che stava facendo li seguì. Lungo il percorso li osservava parlare, lei ogni tanto si appoggiava a lui, e ogni volta che gli sorrideva sentiva una fitta dentro: sembravano una coppia di innamorati. Quando entrarono in un portone, Giulio rimase a fissare quel legno ingiallito senza avere il coraggio di toccare la maniglia. Poi si fece forza e spinse l’uscio che era rimasto socchiuso. Un grande spazio ingombro di ogni sorta di oggetti gli si parò davanti ; Rosalia gli voltava le spalle: stava infilandosi un camice azzurro, Claude era dietro di lei e, sentendo la presenza di qualcuno, si voltò:
“Cosa vuoi ancora?”, esclamò, “si può sapere chi sei?”.
Lei si girò e lo vide,  lo fissava con gli occhi sbarrati  come di chi ha visto un fantasma: “Giulio!”, disse finalmente quasi sussurrando. Lui non si mosse, lei gli corse incontro e lo strinse in un lungo abbraccio. “Sei proprio tu…”, si scostò per guardarlo in viso, negli occhi verdi brillavano lacrime di gioia.
 Giulio sentiva il profumo dei suoi capelli ed era felice, sentiva che lei non l’aveva dimenticato, finalmente poteva dire di aver ritrovato il suo amore.
“Non ti lascerò mai più, principessa”, mormorò accarezzandole la fronte.
“Non credevo di ritrovarti, ora potremo stare sempre insieme”, rispose lei appoggiando la testa sul suo petto. 
Claude li guardava e capì che aveva perso per sempre Rosalia.  Anche lei si voltò verso di lui e il suo era uno sguardo per chiedergli perdono.
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Le lacrime scendevano senza ritegno lungo le guance di Clara mentre contemplava il suo abito da sposa diventato inutile.  Giulio non era tornato da Parigi, in una lunga telefonata le aveva raccontato la sua bella storia d’amore, peccato che la protagonista era un’altra… in fondo al suo cuore aveva sempre saputo che non l’aveva mai amata veramente, forse era meglio così. Almeno lui aveva trovato la felicità.
Fine.