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venerdì 14 settembre 2012

FINE : L'ASSASSINO E' DIETRO LA PORTA

Alex Parisi brancolava nel buio, c’erano diversi probabili colpevoli senza alibi e si chiedeva nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno: fra di loro c’era l’assassino di Giada? A questo interrogativo doveva rispondere con i fatti, intensificò le indagini per frugare nella vita di ciascuno, e ognuno aveva i suoi scheletri nell’armadio che avrebbero potuto essere la causa dell’omicidio.
Ma, il giorno in cui era più depresso del solito, Loredana, irruppe nel suo ufficio brandendo un fascicolo:
«Commissario: i risultati della scientifica!», e appoggiò con un gesto deciso il dossier sulla scrivania.
«Spero che ci sia qualcosa che mi aiuti a capire, questo caso è complicato, il giudice mi assilla, i media sono implacabili, vogliono tutti sbattere il mostro in prima pagina e io… partirei subito per le Maldive…ma non posso!», mormorò Parisi passandosi una mano sui capelli.
Aprì la cartella e si immerse nella lettura, erano passati non più di cinque minuti quando fece un salto sulla sedia:
«Questa sì che è una notizia!!!», esclamò.
L’agente speciale Caputo si avvicinò:
« Hanno trovato qualcosa?», chiese incuriosita.
«Sull’orlo di uno dei bicchieri c’è il DNA della moglie di Tom Mariano», un sospiro di sollievo uscì dal petto del commissario: «qui non si scappa…qualcosa di sicuro c’è».
 Loredana era già pronta a uscire, infatti dopo nemmeno un secondo, arrivò l’ordine che si aspettava:
 «Vai a prendere la signora!».
Kristel davanti all’evidenza non ebbe più la possibilità di  negare:
«Sì, quella sera sono stata da Giada per convincerla ad andarsene, ero gelosa delle attenzioni che le riservava mio marito, la sua presenza metteva in pericolo il nostro matrimonio».
«Per questo l’ha uccisa?», incalzò il commissario.
Nello sguardo della donna passò la paura:
«No!», gridò, «io non ho fatto niente, anche perché mi aveva confidato che aveva intenzione di sposarsi e di lasciare la moda…», scoppiò in singhiozzi mettendo a disagio Parisi che non poteva vedere piangere una donna.
Infatti cercò di dare alla voce un’intonazione meno brusca:
«Mi dispiace signora, devo incriminarla per l’omicidio di Giada Ferri. Il GIP deciderà sul da farsi».
Kristel si asciugò gli occhi e guardò Parisi con uno sguardo disperato:
«La prego, commissario, mi creda, non sono stata io, ho soltanto avuto la sfortuna di essere andata in quella casa prima dell’omicida…».
Parisi era titubante, quella donna gli faceva pena, ma non c’era altro da fare dopo la prova del DNA, e, come si aspettava, il giudice ordinò l’arresto. Il giorno dopo gli agenti della squadra mobile irruppero nell’appartamento di Tom Mariano e arrestarono la moglie Kristel con l’accusa di aver ucciso la modella.
 «Commissario, è stata lei?», domandò Loredana pensierosa, il commissario si volse verso la sua aiutante:
«Perché mi fai questa domanda? Per il momento su di lei abbiamo in mano una prova sicura, per gli altri ci sono soltanto indizi…e poi, non mi mettere questi dubbi, ho bisogno di stare tranquillo», rispose Parisi innervosito.
Però la domanda di Loredana se l’era fatta anche lui, non era proprio convinto che quella donna avesse ucciso Giada e…se quello che diceva fosse vero? Se l’assassino fosse arrivato appena dopo che lei se n’era andata?
Nel suo mestiere c’era sempre in agguato il pericolo di incolpare un innocente e per Parisi era un incubo che lo tormentava quando i dubbi cominciavano a ronzargli in testa: perciò decise di andare a fare un’ulteriore ispezione nella casa di Giada.
Loredana e Parisi entrarono quasi in punta di piedi nel piccolo appartamento, un’atmosfera strana aleggiava  intorno a loro, nell’aria c’era ancora il profumo di Giada, la sua presenza era quasi palpabile, questa sensazione metteva a disagio i due poliziotti quando cominciarono la perquisizione. Aprirono i cassetti e misero le mani nelle cose della modella quasi con soggezione. Frugarono in ogni angolo della casa, sotto i mobili, nell’armadio con i vestiti ancora appesi, nella speranza di trovare qualche indizio che li portasse alla verità che ancora non era chiara.
«Commissario…ho trovato questo bottone sotto l’armadietto del bagno», Loredana mostrò al superiore un bottone di metallo che avrebbe potuto essere di una giacca o anche un cappotto da uomo. Parisi lo prese e lo rigirò nel palmo della mano: «Non ho mai visto un bottone così…Che forma strana», borbottò.
«Ha ragione, questo fregio al centro è particolare», disse la ragazza osservando con cura il piccolo oggetto, «Sembra un giglio in rilievo, anzi è proprio un giglio!», esclamò.
«Mettilo nel sacchetto dei reperti, lo esamineremo con calma», rispose Parisi continuando a cercare.  Aprì un cassetto, fra le tante cianfrusaglie c’era anche un disco per  computer sul quale era scritto qualcosa, strizzò gli occhi per leggere meglio: “Sfilata del 20 settembre”, la data dell’ultima apparizione in pubblico di Giada.
«Caputo, metti via anche questo, poi andiamocene, non c’è altro da vedere…almeno credo», Parisi si volse ancora prima di uscire dal locale, una stretta allo stomaco gli ricordò il corpo di Giada immerso nell’acqua.
Quel giorno il commissario non andò nemmeno alla solita trattoria, si fece portare un panino e lo addentò mentre si accingeva a vedere  il video sul computer.
Loredana seduta davanti il PC mise il disco nell’apposita fessura, poco dopo le immagini apparvero sul monitor:  le modelle incedevano sulla passerella e Parisi si sorbì la presentazione degli abiti con una leggera noia, finché arrivò il turno di Giada vestita da sposa. Era bellissima! e questa volta fece fatica a continuare la visione, un groppo gli impediva quasi di respirare.
Alla fine della sfilata Tom Mariano uscì attorniato dalle sue ragazze e ringraziò il pubblico.
«Nulla di interessante», brontolò il commissario ma, mentre stava per far uscire il disco Loredana si fermò:
«Vado  indietro, ho notato qualcosa!» e ritornò all’ultima immagine del video.
  «Si può sapere cosa devi vedere?», brontolò spazientito il commissario.
La ragazza si alzò e poco dopo tornò, il commissario seguiva i suoi gesti senza capire.
«Ecco…guardi bene la giacca dello stilista….ha i bottoni uguali a quello che abbiamo trovato in casa di Giada», mostrò quello che teneva stretto in mano, e ingrandì l’immagine, «è uguale! Lo stesso disegno in rilievo: il giglio».
Parisi osservò con cura il bottone:
«Acc…hai ragione! Loredana sei un genio!!! Adesso Tom Mariano ci deve  mostrare quella giacca…penso che abbiamo trovato il vero colpevole…brava!», Parisi era euforico e non aspettò un istante  a precipitarsi  all’atelier di Mariano.
La sirena della polizia sconvolse la quiete di quella tiepida sera settembrina.
Una settimana dopo Alex Parisi era davanti all’edicola all’angolo della sua strada, tutti i quotidiani titolavano a grandi caratteri la notizia del giorno:
 “ Tom Mariano ha confessato. Il caso del delitto nel mondo della moda è risolto. Scarcerata la moglie dello stilista”.
L’edicolante uscì: «Congratulazioni commissario!», disse.
«Grazie…ma il merito va a tutta la squadra», rispose lui e se ne andò con il giornale sottobraccio.
Entrò in ufficio e cominciò a leggere l’articolo dedicato all’omicidio di Giada Ferri. Mentre leggeva si rivedeva quando, con Loredana, era entrato nell’atelier dello stilista e aveva chiesto  di vedere la giacca incriminata… alla quale mancava proprio un bottone ! Fu un momento indimenticabile, aveva guardato in faccia la sua aiutante che aveva approvato con il capo come per dire: « sì…è lui!» e poi,  Tom Mariano non aveva avuto più più scampo finché non aveva confessatocon la voce rotta dall’emozione:
«E' vero, l’ho uccisa io…aveva deciso di andarsene e di sposare Federico….non potevo sopportare che una seconda volta Sonia mi lasciasse…sì perché lei per me era Sonia, rivedevo in lei il mio grande amore perduto e la mia mente si è offuscata…non sono più stato in grado di trattenermi, le ho tolto l’accappatoio, l’ho immersa nella vasca e l’ho tenuta sotto l’acqua fino a quando ho visto i suoi occhi perdere la luce».
«Portatelo via», aveva sussurrato lui scuotendo la testa, «non lo voglio più vedere!».
E poi, Loredana si era avvicinata:
 «Vada a casa commissario, ha bisogno di rilassarsi… domani comperi un biglietto per le Maldive!», gli aveva detto scherzando.
 «Se vieni anche tu…potrei anche farlo» le aveva risposto sorridendo, ma dopo era andato  a casa e si era messo a dormire.

FINE




 

giovedì 6 settembre 2012

Seconda puntata: L'ASSASSINO DIETRO LA PORTA

Mentre il commissario metteva sotto torchio il custode, Loredana Caputo si aggirava per l’appartamento attenta a non toccare nulla per non inquinare le prove, in attesa dell’arrivo della polizia scientifica. Però la sua attenzione fu attirata da un pacchetto nascosto sotto il divano e non poté fare a meno di interpellare il superiore:
«Commissario, guardi qui», esclamò rivolgendosi a Parisi, questi si avvicinò:
« Non mi piace», disse strizzando gli occhi per mettere a fuoco quell’oggetto, «mettiti i guanti e toglilo da lì», ordinò alla sua aiutante. Loredana si chinò e porse il pacchetto al commissario.
«Aprilo», ordinò lui incuriosito.
Loredana tolse la plastica che lo avvolgeva, dentro un altro involucro c’erano delle bustine contenenti una polvere bianca. Il commissario ne aprì una ne annusò il contenuto e la sua sentenza fu inequivocabile: «Cocaina…ora il caso si complica», mormorò con la fronte aggrottata: « metti da parte il sacchetto, dobbiamo consegnarlo ai colleghi della scientifica per avere una conferma».
 Poco dopo la squadra arrivò e Parisi ebbe la certezza di non essersi sbagliato.
A movimentare ancor di più l’atmosfera già elettrica, un giovanotto entrò infuriato:
 «Cosa ci fa qui la polizia?», esclamò rivolgendosi al commissario che lo guardava in modo non troppo conciliante.
«Lei chi è?», chiese fissando il nuovo venuto.
«Federico Bassi…Giada dov’è?», chiese scostante.
«In bagno…ma non sta facendo la doccia, è morta annegata», rispose brusco Parisi.
L’altro impallidì e si lasciò andare su una sedia:
« Non può essere vero!!!Come è successo?», chiese con la voce strozzata in gola.
«Vorrei saperlo anch’io…e soprattutto vorrei sapere chi è stato», sbottò il poliziotto guardando dritto negli occhi il suo interlocutore. Questi chinò la testa e sussurrò:
 «Povera Giada, non è possibile! Dovevamo sposarci…».
« Ci sarebbe anche qualche altra domanda da farle a proposito di queste…ne sa qualcosa? Le usava la sua fidanzata oppure…», e mostrò al giovane le bustine trovate.
Federico Bassi tardò a rispondere, poi vedendo che Parisi stava aspettando:
«Commissario, io con quella roba non ho niente a che fare», affermò.
«O.K., ne parleremo in seguito…..se vuole vedere Giada è di là»,  il commissario indicò una porta, «comunque si tenga a disposizione, ho il dovere di interrogarla, le farò sapere quando».
«Andiamo Caputo, qui non abbiamo più niente da fare», lasciò la scena del delitto senza voltarsi indietro.
Iniziava per l’agente speciale Caputo un periodo d’inferno, sapeva che avrebbe dovuto correre in ogni luogo su ordine del capo, e per Parisi cominciavano le notti bianche visitate da incubi e pensieri neri. Quell’inchiesta appena cominciata si presentava difficile, man mano che si svolgevano le indagini spuntava fuori un probabile colpevole.
Dagli esami di laboratorio della scientifica risultò che sui due bicchieri c’erano tracce di DNA femminile: una donna aveva bevuto un aperitivo con Giada. Chi poteva essere? Un’amica? Una conoscente? Una modella come lei?
Parisi incaricò Loredana di indagare per tentare di ricostruire la giornata della ragazza prima della sua morte avvenuta intorno alle ventuno circa.
Giada era rimasta tutto il giorno nell’atelier di Tom Marciano, non c’era stato niente di  particolare se non una discussione con un’altra modella, Morena, per un abito da indossare alle sfilate. Un battibecco dettato dalla gelosia di mestiere, in effetti Giada presentava gli abiti che lo stilista riteneva i migliori della collezione e questo spesso suscitava la gelosia delle colleghe. Ma tutto si era concluso senza conseguenze. Però per Parisi, anche il più piccolo indizio era importante, e volle parlare con l’indossatrice.
Il commissario era leggermente a disagio di fronte a quella bella ragazza con le gambe accavallate seduta al di là della scrivania:
«E’ stato un piccolo diverbio che si è risolto in nulla, sul lavoro capitano certi momenti di contrasto…ero amica di Giada…non ho niente altro da dire »,  Morena si toccava nervosamente i capelli arrotolandoli sull’indice.
 Parisi, usando tutto il tatto di cui era capace, fece la domanda d’obbligo:
 «Dov’era la sera del delitto?».
«A casa mia…ma nessuno può confermarlo perché abito sola…»,  la ragazza si fermò un attimo poi riprese: «commissario non penserà che l’abbia uccisa io?», era sconvolta e agitata.
«Stia calma, sto facendo solo il mio dovere»,  replicò lui, «ma ora può andare, se ho bisogno la richiamerò», concluse.
La ragazza uscì di corsa e il commissario alzò la cornetta del telefono:
 «Caputo, mandami l’altra indiziata…sì la moglie di Tom Mariano».
Kristel entrò con aria di sfida:
«Guardi che non ho tempo da perdere», cominciò arrogante accomodandosi sulla sedia.
«Nemmeno io signora Mariano, però devo sapere qualcosa di più dopo che mi è stato riferito che non vedeva di buon occhio Giada».
La donna sussultò leggermente:
«Chi ha detto questa sciocchezza! Per me Giada era come una figlia».
«Non proprio, lei era gelosa di quella ragazza che piaceva molto a suo marito…infatti qualcuno ha sentito la sua scenata il giorno prima del delitto durante la sfilata».
Kristel si tormentava le mani:
« Erano parole dettate dallo stress, ero molto nervosa. Non avevo niente contro di lei, era una perfetta professionista».
Parisi continuò imperterrito: « L’hanno vista uscire intorno alle venti, dopo aver chiuso l’atelier, non è andata per caso da Giada?».
La signora diventò rossa e urlò: «Come si permette?! Non vorrà incriminarmi…io non ho ucciso nessuno!!», era sconvolta.
«Non ho detto che lei è l’assassina di Giada, ma può essere semplicemente stata a casa sua quella sera…per qualche ragione che non conosco».
«Nego tutto, non può trattenermi e non può insinuare nulla sul mio conto, mi lasci andare…parlerà con il mio avvocato», la donna si alzò e s’incamminò verso la porta, Parisi la lasciò andare senza  cercare di trattenerla, avrebbe voluto dirle che il laboratorio stava esaminando i DNA dei due bicchieri e….se ci fosse stato anche il suo, sarebbe stata veramente nei guai, ma per il momento non poteva incriminarla, senza prove  certe.
C’era ancora qualcuno da sentire e forse era quello che gli avrebbe fatto perdere maggior tempo: il fidanzato inconsolabile che aveva forse molte cose sulla coscienza.
Se gli interrogatori precedenti erano stati abbastanza brevi, quello di Federico Bassi prometteva di durare anche delle ore. C’era di mezzo la cocaina trovata nell’appartamento, il giovane negava di esserne al corrente, ma dalle indagini su di lui risultava che in effetti era un consumatore abituale di droga. Potevano esserci mille motivi per cui quel pacchetto era nascosto sotto il divano, probabilmente Giada non ne sapeva nulla, oppure c’entrava anche lei e qualcuno poteva averla uccisa per vendetta …per punire Federico: un regolamento di conti con gli spacciatori.
Infine dopo che Parisi non aveva più il fiato per fare altre domande il giovanotto chiuse gli occhi stremato : «Basta!», disse e… confessò:
«Sì, la coca era mia», alzò il viso verso il commissario: «lei era all’oscuro di tutto, io ho nascosto il sacchetto sotto il divano che ritenevo un luogo sicuro…. ma non ho ucciso Giada…l’amavo troppo, mi creda commissario, ho molte colpe ma non sono un assassino».
Federico Bassi uscì dalla centrale della polizia con la testa in fiamme…e con il timore di essere indiziato per il delitto.
(continua) 
  
chi è l'assassino? 

venerdì 31 agosto 2012

L'ASSASSINO E' DIETRO LA PORTA

Le ragazze sfilavano sulla passerella con passo elastico e deciso, le lunghe gambe s’incrociavano , ondeggiando sui tacchi a spillo, i visi statici non esprimevano emozioni in una specie di cerimoniale che si ripete nelle presentazioni dell’alta moda.  Tom Mariano, dietro il pesante tendaggio rosso seguiva le modelle con lo sguardo attento, trepidante come un padre che segue i rampolli al debutto, osservava con occhio critico l’effetto sul pubblico dei suoi abiti. L’ultima indossatrice presentava, come sempre, il vestito da sposa: avvolta da una nuvola di tulle bianco Giada  incedeva come una regina, il viso senza sorriso dalla pelle ambrata risaltava in tutto quel candore.«E’ stupenda!», mormorò emozionato, seguì con lo sguardo la sua pupilla per tutta al passerella,
Ricordò quando la vide per la prima volta: era con altre nel cast delle indossatrici che dovevano  presentare la sua collezione nelle sfilate della settimana dell’alta moda, di solito le ragazze le sceglieva personalmente e quando se la vide davanti era rimasto attonito: «Sonia!»,aveva esclamato sussultando. Il nome gli era sfuggito dalle labbra suo malgrado, era rimasto colpito dalla somiglianza con una donna che aveva amato e che l’aveva fatto soffrire.
Lei l’aveva guardato sorpresa:
«Sono Giada…forse mi confonde con un’altra».
«E’ probabile, sono passati tanti anni…»
La ragazza era in leggero disagio
  «Comunque non mi chiamo Sonia, mia madre si chiama così».
Tom aveva avuto un sussulto:
«Sei sua figlia! Stessi occhi, stesso sorriso... come lei», disse con la voce che gli tremava.
Non ci potevano essere dubbi, nella ragazza che aveva davanti rivedeva la top model della quale si era perdutamente innamorato vent’anni prima  e che l’aveva lasciato improvvisamente, quasi con crudeltà, per seguire un fotografo americano.
 Dopo aver avuto  la conferma che Sonia era la madre di Giada,  non esitò a assumere la giovane donna  che da quel giorno divenne la sua modella preferita.  Non chiese mai notizie di Sonia, non volle sapere niente di lei, per lui non esisteva più.
Mentre Tom stava ancora ammirando Giada che ripercorreva la passerella, Kristel, la donna che aveva sposato qualche anno dopo la fine della sua storia d’amore , gli batté una mano sulla spalla:
«Abbiamo finito», disse, «devi uscire, il pubblico ti vuole». Lui si scosse, ritornò alla realtà e si unì alle sue modelle per ringraziare il pubblico che continuava ad applaudire:  ancora una volta Tom Mariano aveva fatto centro e si era dimostrato uno dei più grandi artefici della moda.
Rientrò nei camerini stringendo il braccio di Giada: «Brava, senza di te non saprei come fare», sussurrò. La moglie li stava osservando in silenzio, il suo sguardo era carico di tensione.
«Ti devo parlare, ho bisogno del tuo consiglio», disse la ragazza appoggiandosi a lui che considerava come un padre:  la sua famiglia era in California, viveva sola, in un monolocale nel centro storico, non aveva nessuno con cui confidarsi.
«Quando vuoi, sono sempre felice di vederti», Tom l’accompagnò nel camerino e poi ritornò dalla moglie: «Grande successo!», esclamò soddisfatto. Lei gli lanciò uno sguardo di sfida:
«Scommetto che lo attribuisci principalmente a Giada, senza di lei sarebbe stato diverso?»
Colto di sorpresa lo stilista non replicò, ma si vedeva che avrebbe voluto dare la risposta che Kristel si aspettava, sì era vero, quella giovane donna era la sua musa ispiratrice, quando disegnava   gli abiti li creava immaginandoli indossati da lei.
 Quando rivide Giada aveva ancora nelle orecchie la voce stridula della moglie.
Lei si avvicinò titubante:
«Ieri sera Federico, mi ha fatto una  tremenda scenata di gelosia, non vuole che la sua donna si mostri in pubblico, poi abbiamo fatto la pace e…mi ha chiesto di sposarlo. Tu che ne pensi?»
«Sono contento per te ma, stai attenta, mi sembra che abbia un brutto carattere….ti ho visto piangere molte volte per lui, ma se lo ami sposalo, è bello e ricco… ti auguro una vita felice.» Giada spontaneamente l’abbracciò :
«Sapevo che mi avresti capita, anche se…», e s’interruppe
«Continua», disse lui leggermente ansioso.
«Mi ha messo davanti a un bivio: o lui o la moda….e non so cosa fare».
Tom la guardò intensamente negli occhi, stava per risponderle quando sua moglie si avvicinò:
«Segreti?», attaccò scostante, «cercate di concludere, perché c’è ancora tutto da sistemare»
Quando Kristel si trovò sola col marito diede sfogo a tutto il suo rancore verso Giada:
«Da quando è arrivata quella lì, non sei più tu…sei sempre nervoso, ansioso, e non hai occhi che per lei. Dopo tanti anni per colpa sua il nostro matrimonio è in crisi…ma ricordati, farò di tutto per non perderti». Tom non l’aveva mai vista così, sembrava aver perso il controllo, preferì non rispondere e si allontanò per rompere la tensione che si era creata. Ma quella sera fece fatica ad addormentarsi, pensieri, angosce, amarezza gli giravano nella mente come in un frullatore, fu una notte tormentata dai fantasmi dei ricordi. Il sonno arrivò poco prima che suonasse la sveglia.
Si annunciava un’altra giornata frenetica: finita una sfilata se ne stava preparando un’altra…
Anche per Giada fu un giorno pesante, nel suo lavoro era difficile sedersi, doveva spesso stare in piedi per permettere alla sarta di aggiustare su di lei l’abito che avrebbe indossato.
«Finalmente a casa», esclamò la ragazza entrando nel monolocale, si tolse le scarpe, si massaggiò i piedi doloranti, si preparò un bagno caldo…ne aveva bisogno per rilassarsi dopo la faticosa giornata. Si immerse nella vasca e si lasciò coccolare dalla schiuma del sapone profumato. Era talmente stanca che quasi non aveva la forza di uscire dall’acqua, ma il campanello della porta cominciò a suonare…«Uffa! Proprio adesso…».
Uscì dalla vasca e indossò l’accappatoio,  guardò dalla spia della porta e, rassicurata aprì:
 «Ciao! Come mai a quest’ora? ».

 Per fortuna al posto di polizia  era un periodo di calma, i soliti furti negli appartamenti, le risse fra extracomunitari, ma niente di sensazionale; in commissariato Alex Parisi stava leggendo il giornale e non aveva nemmeno il vago sentore di ciò che stava per succedere. L’agente speciale Loredana Caputo aprì la porta dell’ufficio: «Commissario hanno trovato il corpo di una ragazza immerso nella vasca da bagno nel suo appartamento».
Parisi posò il quotidiano sulla scrivania, con calma, poi chiese:
«Si sa chi l’ha trovato?»
«Il custode dello stabile, la porta era accostata, ha aperto e, nella vasca c’era il cadavere dell’inquilina del monolocale, una modella».
«Non ci resta che andare a vedere, aspettami in macchina», il commissario si mise la giacca, si accese una sigaretta e uscì.
Quello che vide nel minuscolo appartamento lo ferì al cuore, come sempre succedeva quando il suo mestiere lo portava dove un assassino aveva colpito.
I lunghi capelli neri fluttuavano nell’acqua, il corpo era riverso come se fosse stato spinto con forza.
«Chiama la scientifica, bisogna sapere l’ora della morte», mormorò stancamente alla sua aiutante.
Parisi si rivolse al portinaio: «Mi sa dire come si chiamava e che lavoro faceva?», chiese all’uomo che si teneva in disparte, quasi spaventato .
«Era una modella d’alta moda, di solito sfilava per Tom Mariano».
«Come custode avrà visto se frequentava uomini, ragazze, amici in generale».
«Era fidanzata con Federico Bassi, il figlio del proprietario del Grand Hotel Splendor», rispose ancora il poveretto stremato dalla serie di domande di Parisi che voleva rendersi conto dell’ambiente in cui era maturato il delitto.  
(continua)


   










martedì 7 agosto 2012

FINALE FESTA DI COMPLEANNO

 Le innumerevoli portate di quell’interminabile cena si susseguivano una dopo l’altra, i tre giovani assaggiavano il cibo sperando che la commedia avesse fine, don Calogero parlava e parlava…finché arrivò il momento del dolce finale. Dopo il brindisi con relativi auguri lo zio improvvisamente si rivolse all’uomo in livrea che stava impalato davanti alla porta del salone:  «Salvo, fai entrare i miei nuovi amici Oliver e Betty, voglio presentarli ai miei nipoti».
Le teste si alzarono dai piatti e gli sguardi allarmati dei commensali si diressero verso il punto dov’era scomparso il maggiordomo. Poco dopo Salvo si presentò con due bulldog al guinzaglio.
«Questi sono i miei tesori…venite dal padrone, anche per voi è festa! Vi meritate proprio una bella fetta di torta», mise per terra un piatto colmo di dolce e gli animali vi si precipitarono sopra leccando la panna con ingordigia.
«Chiara, ti dispiace venire qui con il tuo piatto? Portane ancora un po’, stanno mangiando così volentieri!»
La giovane donna rimase un istante ferma credendo di avere capito male…ma lo zio con voce stridula esclamò: «Sbrigati, stanno diventando impazienti!»
Chiara fece il giro del lungo tavolo con la porzione di torta che stava mangiando e arrivò vicino ai cani, i loro musi sporchi si avventarono su di lei lasciando tracce di unto sul raso del vestito.
Don Calogero allungò il collo: «Poco male», affermò con un risolino soddisfatto, «sono tre anni che porti sempre lo stesso abito, questa sarà la scusa per cambiarlo». Negli occhi c’era un lampo di perfidia e nel cuore di Chiara si scatenò un odio profondo per quel vecchio pazzo. “Questa volta hai finito!» pensò e ritornò al suo posto senza battere ciglio.
La mezzanotte era vicina, stava per concludersi l’assurdo cerimoniale che ogni anno si celebrava. Don Calogero,visibilmente stanco si alzò per porre fine alla serata:
«Al prossimo compleanno, mi raccomando non mancate, io ci sarò!», voltò le spalle agli ospiti e se ne andò appoggiandosi al bastone col pomo d’argento.
«Fammi portare in camera i sigari», comandò al fedele Salvo. Prima di scomparire si girò e disse stringendo gli occhi per mettere a fuoco le figure dei nipoti: «Ne fumerò uno, così mi concilia il sonno…buonanotte»,
Quando uscirono dalla villa i tre giovani respirarono a pieni polmoni l’aria della notte, ne avevano bisogno. Durante quelle ore da incubo la loro mente era stata occupata dalla scatola di sigari avana.
«Siete sicuri che non se ne accorga nessuno?», chiese Chiara.
«State tranquilli, il veleno non lascia traccia, il vecchio fumerà e morirà nel sonno, solo il primo sigaro è avvelenato, e ho fatto in modo che la scatola si apra solo da un lato, in modo che il primo  sia proprio quello che lui prenderà. Il medico dovrà per forza certificare che c’è stato un arresto cardiaco, non ci sono altre alternative…del resto a novant’anni è del tutto normale. Fidatevi di me, sono un chimico e di queste cose me ne intendo», affermò Giacomo imperturbabile.
Guardò in faccia ai suoi fratelli: «Calmatevi e abbiate fiducia…farà una buona morte e finalmente diventeremo ricchi! cercate di dormire stanotte, ci sentiamo domani mattina»
Senza aggiungere altro montò in macchina e mise in moto sparendo dietro la curva. Agli altri due non restava altro che fare la stessa cosa, ma durante lungo il tragitto non scambiarono una parola.
La telefonata che li raggiunse il mattino dopo nelle loro case non lasciava dubbi, il fedele Salvo annunciava che don Calogero era morto nella notte.
«Come è successo?», s’informò Chiara per essere sicura che tutto si fosse svolto secondo i piani.
« Sul certificato di morte del medico c’era scritto “arresto cardiaco”. Forse aveva mangiato troppo, alla sua età non avrebbe dovuto fare una cena così, ma don Calogero non accettava consigli», rispose il maggiordomo, «mi dispiace molto gli ero affezionato anche se aveva un brutto carattere. Ora ho bisogno di voi, siete gli unici parenti, vi pregherei di venire alla villa per aiutarmi a eseguire le formalità necessarie».
I tre fratelli entrarono compunti nella camera dove era adagiato lo zio, in ciascuno di loro non c’era il minimo segno di pentimento, avevano odiato troppo quel vecchio tiranno, e vederlo lì, immobile dava loro un senso di potenza e di rivincita. Il pensiero che avrebbero ereditato milioni di euro cancellava i rimorsi, la loro coscienza era tranquilla.
Nella stanza aleggiava ancora lo spirito di don Calogero, il libro sul comodino, la scatola di sigari dalla quale mancava il primo, quello che gli aveva dato il sonno eterno. Gli sguardi dei nipoti s’incrociarono e sulle labbra di Gigi spuntò un sorrisino come volesse dire: “Avete visto? Io non sbaglio mai».
Ai funerali del “Padrino” molti notarono il sincero dolore dei nipoti che, in gramaglie, seguivano il feretro con le lacrime agli occhi.
Lo studio del notaio era severo, arredato con mobili antichi e massicci, i nipoti di don Calogero aspettavano seduti su uno scomodo divano marrone, i tre erano nervosi e impazienti in attesa dell’ l’apertura del testamento. Ognuno di loro aveva già fatto progetti su come investire la sua parte di eredità in immobili e titoli, stavano in silenzio e  non si parlavano fra di loro. Dopo il funerale non si erano più visti anche per non destare sospetti sul delitto perfetto compiuto insieme. Preferivano tacere. La segretaria comparve sull’uscio, «Accomodatevi, il notaio vi aspetta».
Entrarono e si sedettero visibilmente tesi davanti alla scrivania del vecchio notaio che, dopo le formalità di rito iniziò la lettura del testamento:
“Io Calogero Santospirito in pieno possesso delle mie facoltà ecc… ecc…lascio tutti i miei averi mobili e immobili …”, qui il notaio si fermò e guardò in faccia i tre seduti davanti a lui.
«Continui!», esclamarono in coro.
“ ..ai miei adorati cani Oliver e Betty affinché vengano custoditi nel migliore dei modi….”.
«Noo!» dalle tre bocche uscì un solo grido.
«Non ho finito», proseguì severo il notaio,« c’è anche qualcosa per voi».
Ammutoliti e costernati i tre fratelli ascoltarono in silenzio la fine di quel testamento-beffa, degno del carattere e della perfidia di chi l’aveva scritto.
«Ai miei nipoti Luigi, Chiara e Giacomo, lascio il denaro necessario per comprarsi vestiti nuovi. Voglio che ogni anno si vestano con eleganza alla cena del mio compleanno che sarà servita puntualmente in mio ricordo, come se fossi ancora presente..».
I tre si alzarono di scatto contemporaneamente e uscirono dallo studio sbattendo la porta.

FINE


domenica 29 luglio 2012

FESTA DI COMPLEANNO



Don Calogero si alzò con fatica dalla poltrona, lentamente raggiunse la grande scrivania di mogano e premette il pulsante per chiamare la servitù.
Qualche secondo dopo il fedele Salvo comparve sulla porta:
«Mi avete chiamato?», disse con un tono di ossequio.
«Hai già mandato gli inviti per la cena del mio compleanno?».
«Certamente, state tranquillo, don Calogero, non mi dimentico mai».
« A tutti e tre, mi raccomando», insistette il vecchio signore, «questa volta ci tengo in modo particolare, compio novant’anni, un traguardo che pochi raggiungono», affermò, «voglio una festa più bella del solito».
La vita di Don Calogero era stata dura, ragazzo di strada si era arricchito associandosi alla malavita, e da allora, mettendo a tacere la coscienza, era vissuto pensando solo al denaro, qualsiasi mezzo era stato buono per arrivare a possedere un grande patrimonio. Era un uomo dal carattere forte, la sua esistenza al di fuori della legalità l’aveva fatto diventare cinico, a volte crudele. Per tutti era “Il Padrino” e la sua presenza incuteva timore, ma ormai da anni non si faceva vedere tanto in giro, preferiva rimanere rinchiuso nella sua bella villa affacciata sul mare.
Non si era mai sposato e non aveva avuto figli, gli unici parenti erano i figli di suo fratello ai quali ogni anno mandava l’invito per la cena del suo compleanno, l’unica occasione per esibire il suo potere. Sapeva che Luigi, Giacomo e Chiara non sarebbero mai mancati all’appuntamento per nessuna ragione al mondo: erano gli unici eredi della sua grande fortuna , non avevano molte possibilità economiche e non l’avrebbero mai contrastato, non certo per affetto ma soltanto in vista dell’eredità che speravano fosse vicina. Purtroppo per loro la cosa sembrava andare per le lunghe, nonostante lo zio avesse novant’anni sembrava godere di buona salute e il suo carattere non si era addolcito, anzi, col tempo era diventato ancor più dispotico e aggressivo. E allora ogni anno si sottoponevano alla tortura della cena in suo onore. La dimora del miliardario ritornava agli antichi splendori di un  tempo, quando i ricevimenti del Padrino erano l’evento più importante dell’anno e chi era invitato era guardato con invidia. Per la festa di compleanno don Calogero esigeva che l’argenteria fosse lucidata, la tavola apparecchiata con vasellame di pregio e bicchieri di cristallo. Con sottile perfidia si divertiva a sbattere sotto gli occhi dei nipoti lo sfarzo di cui si circondava, ordinava una cena raffinata e guai se tutto non filava liscio, i domestici correvano ai suoi ordini senza battere ciglio, i fornitori arrivavano con le provviste che dovevano essere di prima qualità,  il cuoco era terrorizzato dalle sue visite improvvise in cucina..
L’invito era per le ore venti, ma gli ospiti dovevano essere presenti in abito da sera un’ora prima per l’aperitivo servito nel salotto giallo Luigi IV.
Alle diciotto e quarantacinque Giacomo e Chiara erano davanti al cancello della villa:
«Sei sicuro che tutto vada bene?...sono nervosa ho uno strano presentimento», Chiara si stringeva nello scialle di seta, tremava leggermente, ma non per il freddo. 
«Stai tranquilla, questa è l’ultima volta che partecipiamo a quest’ assurda commedia»,.
«Dov’è la scatola dei sigari?», chiese ancora lei ansiosa.
«Sta arrivando Gigi, la porta lui», rispose secco Giacomo.
«L’avete comprata della solita marca…altrimenti lo zio non la degna nemmeno di uno sguardo», disse lei con un tremito nella voce.
«Accidenti Chiara, ti vuoi calmare? Mi metti un’agitazione!»,.
Entrarono nel vialetto e posteggiarono la vettura appena fuori il portone d’ingresso
 «Don Calogero vi aspetta in salotto», disse il maggiordomo scostandosi per lasciarli passare.
Chiara camminava lentamente sulla passatoia del lungo corridoio e diede un’occhiata all’orologio:
«Come mai Gigi non è ancora arrivato?», sussurrò al fratello che procedeva a piccoli passi davanti a lei.
Giacomo si voltò infuriato:
«Ti ho detto di stare calma…sarà qui a momenti».
Lo zio, seduto sul divano indossava uno smoking di buona fattura, sul suo viso rugoso gli occhi neri brillavano sotto la luce del grande lampadario di cristallo.
Il vecchio squadrò i nipoti da capo a piedi mettendoli a disagio:
«Buona sera, ragazzi, avete fatto buon viaggio?»
«Certo, zio Calogero, siamo lieti di vederti in forma», rispose Chiara avvicinandosi per abbracciarlo, «buon compleanno!», aggiunse con un sorriso forzato.
Anche Giacomo si avvicinò guardandolo fisso negli occhi:
«Buon compleanno anche da parte mia», disse a voce bassa.
«Non vedo Gigi», lo sguardo del vecchio li superò per guardare oltre, «come mai non è venuto?», chiese e il viso si rabbuiò .
«Sarà qui tra poco», rispose Chiara rassicurante.
In quell’istante la porta del salotto si aprì e comparve Gigi :
«Eccomi zio…tanti auguri e posò sul tavolino una grande scatola, «questi sono per te».
 Don Calogero osservò l’involucro con aria critica: «Sono sempre gli stessi, vero?», s’informò mentre scartava il pacchetto, «ah…benissimo fumo solo questi sigari avana, ormai lo sapete, aspetto  il vostro regalo per fare rifornimento», tentò di scherzare, strinse gli occhi come due fessure per esaminare la scatola e fece un cenno di assenso.
«Vi ringrazio, ne fumerò uno prima di andare a dormire, come faccio sempre», concluse, i tre nipoti si scambiarono un’occhiata d’intesa.
Durante la cena la conversazione non era delle più brillanti, don Calogero mangiava e osservava i nipoti con aria critica, ogni tanto si divertiva a giocare come fa il gatto con il topo, lanciava messaggi sull’eredità illustrando i suoi averi, come per dire: “posso farvi arricchire, ma dovete aspettare…quanto dovete aspettare? non si sa...” i nipoti gustavano gli ottimi piatti in silenzio, assentendo ogni tanto ai discorsi del vecchio.  I camerieri in guanti bianchi versavano da bere quando i bicchieri erano vuoti.

  (continua)
    

venerdì 13 luglio 2012

FINALE DI "UNA NOTTE MAGICA"

L’enigmatica risposta stupì Adriano che voleva sapere di più, ma fu interrotto dal suono del telefono, l’uomo della reception chiedeva alla contessa se doveva mettere le catene alla sua vettura.
Poco dopo Adriano e Azzurra scesero tenendosi per mano, e si presentarono al bureau per pagare il conto sotto gli occhi attoniti del segretario.
La lussuosa berlina nera era pronta davanti alla porta dell’hotel, misero le valigie nel bagagliaio e la donna appoggiò con cura il grande pacco con la carta dorata, sul sedile posteriore.
La contessa si mise al volante e partirono. Da quando erano entrati nell’abitacolo, Azzurra era ammutolita, tanto che Adriano era a disagio, cercava argomenti banali per far passare il tempo, ma otteneva soltanto risposte a monosillabi. Lei era diversa dalla donna frizzante e disinvolta della sera prima, ora gli sembrava un’altra, anche l’espressione del viso si era indurita, più cupa, una riga le attraversava la fronte aggrottata. “Forse la strada la preoccupa, con questa neve c’è poco da scherzare”, pensò. Arrivarono giù, nella valle dove la strada era sgombra, Azzurra riprese velocità ma non cambiò atteggiamento:
«Ho fatto qualcosa che non va?», chiese infine lui, stanco di sopportare quel silenzio che lo innervosiva.
La giovane donna rimase un attimo in silenzio:
«Tu non mi hai fatto niente…anzi, mi hai dato tanto, ti chiedo solo di sopportarmi, ne avrò ancora per poco…poi passerà», distolse per un attimo gli occhi dalla strada e lo guardò, «somigli molto a qualcuno che dovrebbe essere al tuo posto», concluse amaramente.
Diede un rapido sguardo all’orologio, continuò a guidare fino ad arrivare al casello dell’autostrada.
La vettura nera s’infilò nella corsia di sorpasso e si sparò come un proiettile in mezzo al traffico. Adriano si aggrappò al sedile, e lanciò uno sguardo al tachimetro che segnava duecento.
«Vai più piano, vorrei arrivare a casa tutto intero», quasi gridò.
«Non ti preoccupare…questa è la mia velocità abituale», rispose lei tranquilla.
Adriano era teso, il rumore ritmico che sentiva nell’abitacolo da quando erano partiti aumentava il suo disagio:
«Senti anche tu questo ticchettio?», chiese infine .
Azzurra rispose senza staccare gli occhi dalla strada:
«In quel pacco sul sedile c’è un giocattolo per un bambino, forse è stato schiacciato qualche pulsante e la batteria si è messa in funzione».
Adriano si accontentò della risposta ma non ne era molto convinto: pensava a un guasto della macchina, a quella velocità se si fosse rotto qualcosa, sarebbe stato pericoloso.
«Fermati al primo autogrill, voglio dare un’occhiata al motore».
«Non abbiamo tempo, ho i minuti contati», rispose seccata la donna.
«Guarda l’insegna, fra un chilometro ce n’è uno, ti prego, facciamo una sosta, è più prudente».
Azzurra si fermò di malavoglia, Adriano scese a controllare il motore e la carrozzeria, ma non trovò niente che potesse far pensare a un guasto.
«Andiamo a prendere un caffè?», propose, voleva alleggerire la tensione che si era creata tra loro.
Lei lo guardò freddamente: «Va bene, ma poi ce ne andiamo subito», sibilò.
Il bar era affollatissimo, Adriano si mise in coda per pagare i caffé, fra i banchi, in esposizione, c’era un orsetto molto carino con un buffo berretto rosso e gli venne voglia di prenderlo, ma non ne ebbe il tempo, il suo turno alla cassa era già arrivato.
Al banco sorseggiarono la bevanda calda in silenzio, poi Azzurra si avviò all’uscita.
 Lui la seguì, ma appena fuori fu preso dall’irresistibile desiderio di acquistare quel peluche, voleva darlo a Federico, il nipotino che adorava e al quale aveva promesso un regalo.
«Scusa, vengo subito», e tornò sui suoi passi.
Azzurra si voltò inviperita. «Sbrigati, ti aspetto in macchina», urlò, negli occhi aveva un’espressione di follia.
Adriano stava uscendo dall’autogrill con il pacchetto in mano, quando un enorme boato scosse l’aria: pezzi di lamiera stavano volando dappertutto, la vettura di Azzurra era esplosa disintegrandosi e…dentro quella macchina c’era lei!
Impietrito lui restò sul piazzale stringendo fra le mani il giocattolo che gli aveva salvato la vita.
Seppe poi che la contessa Brandi, disperata per un amore sbagliato, si era suicidata portando nella vettura una bomba a orologeria: quel regalo avvolto in carta dorata, con il nastro rosso, che aveva posato delicatamente sul sedile posteriore.
Adriano si chiese perché quella bella donna avesse scelto lui come suo partner in quel viaggio verso la morte… forse, come aveva detto lei, assomigliava a qualcuno che l’aveva fatta soffrire.

FINE 



     

sabato 7 luglio 2012

UNA NOTTE MAGICA



La pioggia stava scendendo a dirotto, i tergicristalli con un ritmo frenetico schizzavano l’acqua dai vetri, la luce dei fari fendeva a malapena la cortina nebbiosa che oscurava la strada . Adriano stava tornando dall’Austria, dove era andato a un congresso di medicina, procedeva con prudenza sulla strada viscida dove, a ogni curva c’era pericolo di sbandare. Improvvisamente in mezzo alla carreggiata si materializzò un grosso tronco, caduto dagli alberi vicini, Adriano frenò di botto, la macchina sbandò e andò a sbattere contro il muretto che delimitava la strada. Rimase un secondo di più attaccato al volante per sincerarsi di non essere ferito, poi scese e allargò le braccia in un gesto di sconforto: la berlina aveva il davanti distrutto. Guardò giù dal muretto e gli vennero i brividi: sotto di lui si apriva un pauroso precipizio . “L’ho scampata bella”, pensò con terrore. Chiamò il carro attrezzi che poco dopo lo condusse in un piccolo borgo alpino con poche case. Stava venendo sera e, dopo aver lasciato la macchina nell’unica officina meccanica, chiese che gli indicassero un posto dove passare la notte.
«Provi alla “Locanda del Lupo”, gli consigliò il meccanico.
Adriano si avviò per la via indicata, le porte delle case erano sbarrate e con fatica scorse     
l’insegna della locanda. Entrò, i tavoli erano tutti occupati, gli occhi dei presenti si volsero verso di lui, una donna bionda e robusta si avvicinò.
«Avete una camera per questa notte?», chiese Adriano guardandosi intorno.
«Se vuole mangiare…ma per dormire non ho più posto», rispose lei accennando un sorriso.
Confortato dal calore che emanava da una grande stufa di ceramica, Adriano si sedette a un tavolo e ordinò il menù del giorno. La rubiconda ostessa arrivò con un piatto fumante e, dopo averlo posato sul tavolo, si fermò un attimo per vedere se era gradito. Il profumo del capriolo in salmì con la polenta stuzzicò le narici di Adriano che approvò con un gesto di soddisfazione l’ottima scelta.
Timidamente, con una voce sottile che contrastava con la sua corporatura la donna disse:
«Se vuole posso darle l’indirizzo di un albergo poco lontano da qui, è l’Hotel del Bosco, sicuramente hanno posto, è un vecchio castello ristrutturato e ci sono tante camere».
«La ringrazio, lei è molto gentile. Quando ho finito questo magnifico piatto ne parliamo», rispose Adriano accingendosi ad affrontare l’invitante cena.
«Se vuole telefono subito», propose la donna.
«Oh…sì, grazie», farfugliò lui con la bocca piena.
Dopo pochi minuti: «Signore, può andare…nell’albergo c’è posto. La faccio accompagnare da mio figlio», annunciò con un largo sorriso.
Più tardi il dottor Adriano Rinaldi, si presentò nell’Hotel del Bosco: un vecchio maniero che manteneva la sua aria severa anche se le luci al neon dell’insegna cercavano di dargli un aspetto più moderno. Nella hall cosparsa di poltrone in velluto rosso, faceva spicco un enorme tappeto persiano, l’uomo della reception gli diede le chiavi della camera:
«Non ha bagagli, signore?», chiese
Adriano con poche parole spiegò la sua presenza in quell’albergo:
«Rimango solo stanotte, domani cercherò di raggiungere una stazione ferroviaria. Ho avuto un incidente e ho la macchina in riparazione», disse conciso.
Stava avviandosi all’ascensore quando fu avvicinato da una giovane donna bruna:
«Ho sentito che è in difficoltà», disse la sconosciuta puntandogli addosso gli occhi neri nei quali brillava una strana luce.
Adriano notò che era una bella donna , con il viso dai lineamenti forti che le davano un aspetto interessante, l’abito nero le fasciava il corpo snello e ben  fatto.
«Ho quasi distrutto la mia macchina, ho trovato un ostacolo sulla strada, ho frenato e ho sbandato contro un muretto», rispose lui osservandola con interesse.
La sconosciuta gli allungò una mano lunga e sottile:
«Sono la contessa Brandi, anch’io mi fermo solo per stanotte, domani mattina ritorno in città, se vuole posso darle un passaggio…odio viaggiare da sola», disse con un sorriso accattivante.
 Adriano rimase un attimo perplesso, l’invito arrivava a proposito e non seppe rifiutare, tanto più che la bella signora lo stava guardando in un certo modo.
«E’ stata un’insperata fortuna a conoscerla…posso offrirle qualcosa?».
«Con piacere, andare in  camera mi rattrista, se vuole facciamo quattro chiacchiere».
Adriano non se lo fece ripetere due volte, non avrebbe mai pensato di concludere la serata in compagnia di una bella donna!
 Il cameriere servì il whisky e appoggiò i bicchieri sul tavolino di cristallo, la bevanda forte contribuì a dare a entrambi l’euforia necessaria per cominciare una piacevole conversazione che durò a lungo. Non si accorsero che era passata mezzanotte quando lei disse:
«Si è fatto tardi, andiamo?», nel suo sguardo c’era un palese invito che Adriano colse, del resto era scapolo e libero, un’avventura poteva permettersela, quella donna lo intrigava, gli piaceva non solo per l’aspetto ma per il suo modo di fare diverso dalle donne che era solito frequentare.
Salirono lo scalone che portava alle camere, guardarono fuori, dai finestroni e con sorpresa videro che la neve stava scendendo copiosa.
«E’ bellissimo», sussurrò lei ,« è una notte magica…», nel suo sguardo perduto nel buio c’era un’ombra di tristezza.
Adriano si fermò a osservarla:
«Qualcosa non va?», chiese.
«Non ci faccia caso, è solo un momento di debolezza», rispose la contessa.
Le loro camere erano vicine: «Non ho sonno», disse la donna.
Adriano si fece coraggio : «Possiamo continuare a parlare in camera mia», azzardò.
Lei lo guardò: «Perché no… ma preferirei stare da me, se ti fa piacere, naturalmente», era passata al tu senza tanti preamboli e lui non aspettava che questo.
Entrarono nella stanza arredata con mobili antichi, una grande pacco avvolto in una carta dorata e legato con un fiocco rosso era posato sul letto. La contessa lo prese con delicatezza e lo posò su una sedia. «E’ un regalo che mi sono fatta…», disse. Poi si volse verso Adriano: « sei sposato, hai bambini?», chiese fissandolo.
«No…sono single convinto», rispose lui.
«Meglio così», sussurrò la donna facendogli una lieve carezza sui capelli. 
«Non mi hai detto ancora il tuo nome», disse lui abbracciandola.
«Mi chiamo Azzurra…come un cielo sereno che non mi assomiglia...e adesso stringimi…», bisbigliò buttandogli le braccia al collo.
Da quel momento il tempo non ebbe più dimensione, le ore sembravano minuti, l’alba li colse abbracciati nel grande letto con baldacchino. Si addormentarono e quando si svegliarono c’era il sole. «Meno male che non nevica più», disse Azzurra guardando fuori dalla finestra che Adriano aveva spalancato. «dobbiamo partire», sussurrò con la voce impastata di sonno, aveva il viso un po’ gonfio e gli occhi avevano perso la brillantezza della sera prima.
«Forza… alzati, devi farmi da autista», scherzò lui, «te la senti?».
«Sono in gran forma…ho sempre sognato una notte così prima di…», si interruppe bruscamente.
«Prima di che cosa?», domandò lui sorpreso.
«Niente, sono cose che non puoi capire», rispose lei a bassa voce.
 (continua)



     

sabato 30 giugno 2012

Soluzione dell' ASSASSINIO ALLO CHALET PARADISO"

 Il professore era morto in un incidente sull’autostrada, l’unica cosa che poteva essere plausibile era che la moglie avesse fatto manomettere la vettura del marito. Parisi giocò d’astuzia: mise alla calcagna della vedova l’infaticabile Loredana, munita di macchina fotografica. Per giorni e giorni non accadde nulla di nuovo, ma una mattina, mentre il commissario controllava le foto che la Caputo regolarmente gli mostrava, fece un balzo sulla sedia: «Guarda qui, questo è una nostra vecchia conoscenza…è il Biondo, il ladro di macchine, cosa ci fa con la moglie del professore?», esclamò, «fallo venire subito! Potrebbe dirci cose interesanti».
Nella foto la vedova Sanfelice era ritratta in compagnia di un tipo con i capelli lunghi e biondi.
Il pregiudicato, convocato subito dopo, “cantò” per paura di essere accusato di duplice omicidio. Disse che la notte della domenica in cui era stato commesso il delitto, accompagnò la signora Sanfelice allo chalet Paradiso, rimase ad aspettare fuori finché la donna riapparve, scarmigliata e rossa in viso.
 L’uomo fece una pausa come se avesse paura di continuare.
«Vai avanti», ordinò Parisi impaziente di conoscere il seguito.
«Avevo notato che la signora si toccava l’orecchio sinistro e mi accorsi che le mancava un orecchino, sul destro ne aveva uno di perle, sa, quelli che pendono come una goccia», proseguì il Biondo.
«Aspetta un momento, continui dopo…»,. lo interruppe il commissario.
«Caputo!», urlò, «vai allo chalet e trovami un orecchino di perle…cerca dappertutto, ma non farti vedere finché non l’hai scovato!». La povera Loredana si mise le mani nei capelli: «Spero di trovarlo capo».
«Non tornare senza…ci deve essere!», concluse perentorio il commissario.
«…e tu vai avanti», disse rivolto al Biondo.
«Dunque», riprese l’uomo, «la signora mi diede cinquantamila Euro per allentare i freni della Mercedes», confessò l’uomo con la testa bassa.
Parisi l’osservò con disprezzo: «Lo sai che vai dentro anche tu?», gli sibilò sulla faccia,
«Sì, ma almeno mi sono liberato da un incubo», rispose l’altro, «io sono solo un ladro di macchine e quella mi ha fatto diventare un assassino!».
 In quel momento la porta si aprì, l’agente speciale Loredana Caputo mostrava un orecchino di perle e brillanti tenendolo delicatamente fra il pollice e l’indice: «Eccolo!», esclamò trionfante.
«Brava Caputo», rispose il commissario dandole una pacca sulla spalla, «questa volta ti meriti una licenza premio».
E il bravo commissario Parisi, finalmente dormì sonni tranquilli: il caso era risolto!
La vedova Sanfelice confessò dopo lunghi interrogatori: era lei l’assassina di Barbara e del professore, ovviamente il movente era impossessarsi della  ricchezza del marito.
Aveva dato appuntamento alla ragazza inviandole un messaggio con il cellulare di Gonzales  sottratto a sua insaputa durante una cena, poi era andata allo chalet in compagnia del Biondo per fare ricadere su di lui i sospetti, aveva ucciso Barbara e, per completare il suo diabolico piano aveva pagato il pregiudicato per sabotare la vettura del marito, sicura che il complice non avrebbe mai parlato. Ma non aveva fatto i conti con la tenacia di Parisi e con il rimorso di chi non avrebbe mai voluto essere un assassino. Però, la prova determinante era stata il ritrovamento dell’orecchino di perle della signora sul luogo del delitto!                                      FINE