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sabato 14 giugno 2014

SESTA PUNTATA " INSEGUIRE UN SOGNO"


 

 

 

6°puntata

 

Walter, il fratello di Serena, già da quando erano iniziate le prime indagini sull’assassinio di Marcello, aveva pensato bene di dileguarsi. Si era nascosto in un piccolo paese del sud, protetto dal silenzio dei compaesani, ma viveva con la paura di essere scoperto. Passava le giornate rintanato in casa , si faceva portare i giornali del nord, in special modo il “Corriere della Sera”, il quotidiano milanese che in quei giorni pubblicava notizie sull’assassinio del pittore.

Leggeva ansioso gli articoli che riguardavano il caso con il terrore che scoprissero il suo rifugio.

 Effettivamente Parisi era una brutta bestia, tenace e cocciuto come un mastino; aveva sguinzagliato molti dei suoi collaboratori dappertutto e  la sventurata Caputo ne aveva fatto le spese. Dopo estenuanti viaggi per le autostrade di tutta Italia, dopo interrogatori e colloqui interminabili con gli informatori della mala milanese, riuscì a sapere il nome del paesello dove si era rifugiato il suo ricercato. La poliziotta non se la sentiva di andare a prelevare un conterraneo e cercò di essere esentata dall’incarico, ma il commissario fu irremovibile

E Caputo si rifece l’Autostrada del Sole in direzione Sud.

Non fu difficile per l’agente speciale scoprire la tana del fratello di Serena, e Walter si lasciò ammanettare e trasferire dalla Calabria a Milano dove l’aspettava Parisi.

 Davanti al commissario , Walter voleva fare il duro, ma dentro di sé tremava come una foglia, si rendeva conto di essere in una situazione tragica, era imputato di omicidio, ma non aveva ucciso il suo amico, non l’avrebbe mai fatto! Tutte le prove erano contro di lui, anche la portinaia dello stabile l’aveva riconosciuto per quel tale che saliva le scale quella mattina, quando era stato scoperto il corpo senza vita di Marcello. Prima tentò di negare tutto, poi messo alle strette, davanti all’evidenza crollò.

“Sì, è vero, sono andato su da lui per parlargli…ma era già morto, e sono scappato!”

“Giovanotto…a chi credi di darla da bere…confessa e sarà meglio per te!”, gridò infuriato il commissario.

Erano già più di sei ore che i due uomini si fronteggiavano, Walter era madido di sudore e Parisi passeggiava nervosamente per l’ufficio accendendosi una sigaretta dietro l’altra.

“Quei maledetti diamanti li avete rubati in coppia?…vero?”, si fermò a un centimetro dal viso dell’imputato puntandogli addosso gli occhi pieni di rabbia.

“Sì…c’ero anch’io…”, rispose Walter abbassando lo sguardo, poi di scatto rialzò la testa: “…ma non ho ammazzato Marcello…era mio amico”, urlò.

“ Qualcuno vi ha sentiti litigare furiosamente…vero??”

“ Sì, ma poi me ne sono andato e Marcello era ancora vivo e quando sono ritornato per riprendere la discussione era morto!! Non sono stato io, ve lo giuro!”

 Nel suo viso c’era tanta disperazione che anche il commissario quasi s’impietosì.

“Va bene…va bene.. tanto per questa sera non riuscirò più a cavarti niente.. Caputo! Fallo mettere dentro!”

Parisi era un uomo dalla scorza dura, era difficile entrare nei suoi sentimenti, aveva tanti anni di mestiere sulle spalle che aveva dovuto mettersi una corazza. Le persone che doveva affrontare tutti i giorni non erano certo delle mammolette, sapeva come prendere certi soggetti, ma quando il dubbio si insinuava nel cervello non si dava pace. Anche quella sera andando a casa pensava agli occhi disperati del ragazzo che aveva torchiato per tutto il giorno; certo non era uno stinco di santo ma…e se non fosse stato lui?

Ci pensò su tutta la notte e la mattina dopo entrò in commissariato spettinato più del solito e con la barba lunga. I suoi collaboratori si misero subito sulla difensiva: avevano capito che l’aria che tirava non era delle migliori, infatti poco dopo cominciò ad impartire ordini.

“Caputo!…vai a prendere la macchina…sbrigati”.

Quando Parisi si metteva in testa qualcosa era difficile farlo tornare indietro, in quel caso non era molto convinto della colpevolezza del Molinari e voleva andare a fondo…e così  ladri, spacciatori, drogati, malavitosi di ogni specie non ebbero più tregua. La sua cocciutaggine infine fu premiata perché riuscì a trovare un appiglio nella giungla intricata della droga.

Risultò dalle indagini che  Marcello Rinaldi saltuariamente spacciava eroina, aveva un disperato bisogno di soldi proprio nel periodo in cui decise di rapinare il gioielliere, la banda che gli forniva la roba pretendeva l’incasso della vendita e…il pittore non aveva più il denaro, l’aveva dilapidato al gioco.

Fatta la rapina nascose i brillanti nella cornice del quadro raffigurante Serena e lo portò alla galleria d’arte di via Brera pregando il proprietario di tenerlo per qualche giorno: sentiva il fiato sul collo e sapeva che quei preziosi sassolini sarebbero finiti nelle tasche dei suoi persecutori.

Quando Parisi capì di essere sulla strada giusta fu come sollevato, anche questa volta il suo fiuto gli aveva dato ragione, non mollò finché non ebbe il colpevole vero… lo trovò dopo parecchi giorni, era un killer della mafia.

 L’assassinio del pittore era stato il solito regolamento di conti: in quell’ambiente quando uno sgarra deve essere punito con la morte

Il fratello di Serena era stato complice nella rapina dei gioielli ma non c’entrava con l’omicidio di Marcello. Il caso era finalmente chiuso .

+++

 

Serena, carica di pacchetti camminava spedita per la strada, i suoi capelli biondi ondeggiavano ad ogni passo, era vestita con una minigonna e una camicetta di seta, molti si voltavano a guardarla; stava andando a un appuntamento di lavoro ed era già in ritardo. Passò davanti a una rivendita di giornali e si ricordò di non aver ancora acquistato il quotidiano italiano, come faceva tutti giorni. Infilò il giornale in una busta insieme ad altre cose, si riprometteva di leggerlo come d’abitudine nella pausa del pranzo. Entrò nello studio fotografico che erano già tutti pronti, aspettavano solo lei.

 Raniero le andò incontro furibondo: “ Si può sapere dove ti sei cacciata?   dobbiamo finire prima di sera… non riesco mai a capire perché sei sempre in ritardo!”

“Calmati… mi preparo subito…”, rispose Serena senza scomporsi; sapeva che le ire di Raniero sbollivano in fretta, in fondo era un uomo dal cuore d’oro.

Dopo qualche ora sentì il bisogno di riposarsi: “Facciamo una pausa?” chiese con la sua voce più dolce.

“E va bene…”, acconsentì il fotografo, “ Mangio un panino anch’io, mi è venuta una fame da lupo”.

La ragazza si mise seduta su una poltroncina e, mentre sbocconcellava un toast diede un’occhiata al giornale. Poco dopo si alzò di scatto lasciando cadere quello che aveva in mano:

“Mio Dio!”, esclamò diventando pallida.

“Cosa succede ?”, Raniero si avvicinò allarmato.

Serena nascose in fretta il giornale: “Scusami, non è niente… ho creduto di leggere una brutta notizia, mi sono sbagliata…non preoccuparti…”

L’uomo la guardò in viso e vide che aveva cambiato espressione:
“Se c’è qualcosa che non va, dimmelo, sono sempre pronto a venire in tuo aiuto”, disse mettendole paternamente una mano sui capelli. Raniero si era affezionato a quella ragazza come a una figlia, aveva intuito che c’era un mistero nella sua vita, qualcosa che la turbava e che la rendeva infelice, spesso la sorprendeva a guardare nel vuoto, con aria assente, come se la sua mente vagasse perduta fra i ricordi.

“Ti assicuro che tutto è O.K.!”, rispose la ragazza con un mesto sorriso.

.Il fotografo si rese conto che non avrebbe ottenuto nessuna spiegazione: Serena si era chiusa in se stessa come un’ostrica. Con molta delicatezza non le chiese più niente, ma aveva notato che era molto distratta, tutto quello che faceva sembrava costarle molta fatica. Alla fine della giornata Serena si avvicinò:
“Raniero…devo partire”. Disse . La sua voce era come un sussurro, tanto che quasi lui non aveva capito.

“Come dici?”, chiese l’uomo sorpreso.

“Devo tornare in Italia…”, riprese lei, “è successo qualcosa che per ora non ti posso dire…ti prego, lasciami andare, tornerò presto, te lo prometto”.

“Come faccio a lasciarti andare adesso?…dobbiamo finire questo servizio, ti rendi conto ? Abbiamo preso un impegno che non posso rimandare!”.

 L’uomo puntò gli occhi sul viso di Serena: “Cosa ti sta succedendo? Me lo vuoi dire una buona volta? Ti ho dimostrato fiducia e…ormai sono affezionato a te, cosa ci posso fare…confidati, cercherò di essere dalla tua parte”.

La ragazza prese dalla borsa il giornale che aveva nascosto e glielo  mostrò:
“Ecco leggi qui”, disse rassegnata. Sulla pagina spiccava un titolo: “Riaperto il caso Rinaldi. Un amico sospettato dell’omicidio del pittore.” All’interno dell’articolo c’era la foto di Walter.

“Ho visto”, disse il fotografo guardando interrogativamente Serena. “Non capisco…tu cosa c’entri?”

Puntando il dito sul piccolo riquadro, Serena rispose con le lacrime agli occhi:

 “E’ mio fratello! Devo aiutarlo”, nella sua voce e nei suoi occhi c’era tanta angoscia che l’uomo si intenerì; la fece sedere vicino a sé e, delicatamente le sollevò il viso:

“Adesso mi racconti tutto…voglio sapere quello che ti tormenta da tanto tempo. Cosa credi che non me ne sia accorto? Sei una bella ragazza, ma tanto triste e avevo sempre sospettato che c’era qualcosa nel tuo passato che non mi avevi detto…Su, coraggio… poi ti lascerò andare”, rispose Raniero bonariamente “ma…non prima di aver ultimato il lavoro in corso”, concluse con un sorriso per cercare di sdrammatizzare quel momento di tensione.

Serena cominciò a parlare a bassa voce, mano a mano che le parole le venivano alle labbra riviveva quei giorni tremendi, ma finalmente poteva dire il suo segreto a qualcuno e si accorse che questo le faceva bene, si stava liberando dal peso che l’aveva oppressa fino a quel momento.

Non sapeva però che nel frattempo il commissario Parisi aveva risolto il caso, sul giornale non comparivano le ultimissime notizie e Serena era stata presa dalla smania di tornare in patria per sapere la verità. Dopo aver ascoltato il racconto della sua pupilla, Raniero non ebbe il coraggio di trattenerla e la lasciò partire. Tornava a Milano dopo quasi un anno di assenza, durante il quale era diventata qualcuno e aveva accumulato denaro sufficiente per poter pagare un buon avvocato che difendesse Walter: era questo il suo obiettivo e durante il viaggio di ritorno non faceva altro che pensare a suo fratello. Era tormentata anche da mille paure: rivedere Sandro e soprattutto rivedere i luoghi dove era sbocciato il suo amore per Philip.

Ritornava indietro con i ricordi: il momento in cui si erano conosciuti…il primo baco sotto un portone  e l’ultima notte passata con lui. Il rimorso di averlo tradito non l’aveva mai abbandonata e il non averlo più rivisto aveva lasciato nel suo animo una ferita che non si era mai rimarginata. Molto spesso lo sognava e al mattino dopo era contenta, iniziava la giornata con più allegria. Purtroppo i sogni non erano la realtà e, sperando in un miracolo, qualche volta era andata alla redazione del suo giornale per chiedere se era tornato, ma la bionda signora che la prima volta l’aveva informata con tanta naturalezza che “ il signor Randon era partito” le aveva puntualmente risposto che era ancora in India…

+++

L’uomo che scendeva dalla scaletta dell’aereo dell’Air India era un tipo  singolare: la barba biondiccia che gli incorniciava disordinatamente il viso gli dava un’aria trasandata, anche i capelli spettinati che gli arrivavano quasi sulle spalle ne accentuavano l’aspetto rude. Indossava un giaccone verde militare dalle cui tasche spuntavano gli oggetti più disparati. A tracolla un borsone e la macchina fotografica. Si guardò in giro e alzò gli occhi al cielo:

“Finalmente a casa!”, borbottò. Si incamminò con gli altri passeggeri all’uscita, prima di infilarsi dentro un taxi si fermò per comprare dei giornali: la sua attenzione fu attirata dalla copertina di Vogue sulla quale compariva un viso che gli fece aumentare i battiti del cuore. “Serena!”, esclamò. Qualcuno si voltò stupito da quel tipo strano che parlava da solo.

Philip Randon  stava ritornando dalla lunga permanenza in India come inviato speciale, aveva pregato il suo direttore di affidargli quell’incarico per cercare di dimenticare l’assurda e misteriosa storia con la donna che l’aveva fatto innamorare perdutamente, doveva andarsene per non continuare a cercarla come aveva sempre fatto dopo il suo rientro a New York dall’Italia. Tutte le telefonate, le varie indagini fatte fare da amici erano risultate vane: Serena era sparita nel nulla , come se non fosse mai esistita, di lei gli era rimasto solo il ricordo struggente delle ore trascorse insieme, niente altro…Del quadro nessuna traccia, aveva perfino parlato con il direttore della galleria d’arte dove l’aveva comprato, ma anche lui gli aveva dato risposta negativa: “Mi dispiace, mister Randon, sono completamente all’oscuro di tutto…del quadro non ho nessuna notizia e tanto meno della ragazza”. La telefonata all’antiquario era stata l’ultima della lunga serie, poi Philip si convinse che non l’avrebbe trovata mai più e se ne andò in India dove niente avrebbe potuto ricordargli lei…

(continua sabato prossimo)

sabato 7 giugno 2014

QUINTA PUNTATA " INSEGUIRE UN SOGNO"


 



 

L’aereo per New York volava oltre le nubi, rannicchiata in un sedile Serena tremava per l’emozione: non sapeva a cosa andava incontro, l’unico suo pensiero era di fuggire il più lontano possibile. Le era rimasto ancora  denaro sufficiente per partire e mantenersi qualche giorno in una città qualsiasi.

Quando si era trovata all’aeroporto, al momento di fare il biglietto l’unica meta sicura le era sembrata la città dove avrebbe trovato Philip, era certa che lui l’avrebbe aiutata.

Accanto a lei sedeva un uomo maturo con grandi occhiali scuri che ogni tanto si voltava a guardarla. Serena non l’aveva nemmeno notato, era troppo intenta a pensare … “A quest’ora Sandro starà impazzendo per cercarmi… non mi può denunciare, altrimenti sarebbe coinvolto anche lui, come spiegherebbe alla polizia la scomparsa dei diamanti della rapina?…per il momento anche mio fratello non corre rischi…” Questi ed altri pensieri frullavano per la mente di Serena quando sentì qualcosa di strano salirle alla gola e vide oscurarsi tutto davanti a lei.

Il tizio che le sedeva accanto si accorse del suo pallore:

“Signorina, si sente male?”, chiese preoccupato.

Serena cercò di riprendersi, ma sentiva che le forze le venivano meno. L’uomo prese una fiaschetta dalla tasca e cercò di fare bere un sorso di liquore alla ragazza. Questa ingollò il liquido forte e poco dopo il viso riprese colore.

“Grazie”, sussurrò. “Forse sarà perché non mangio da parecchie ore”

“Se è per questo risolviamo subito”, disse il suo vicino. Chiamò la hostess e si fece portare qualcosa di sostanzioso.

“Mi chiamo Raniero e faccio il fotografo di moda”, disse il suo salvatore .Serena conosceva bene quel nome, aveva sempre sperato in passato di lavorare con lui, ma non ce n’era mai stata l’occasione: non disse niente, tanto ormai quel tipo di lavoro non la interessava più.

Il fotografo la guardava con insistenza.

“Va anche lei a New York?” le chiese.

“Sì, vado da un amico”, rispose lei. “Spero di trovarlo, altrimenti non saprei come fare”, aggiunse in fretta.

Raniero non rispose, stava osservandola.

“E’ da quando siamo partiti che vorrei farle una proposta…”

Serena lo guardò di traverso .

“No, non mi fraintenda… sto proprio cercando una ragazza come lei per una serie di servizi di moda che dovrò fare negli Stati Uniti, se vuole… venga a trovarmi nello studio di New York”.

Serena non si aspettava nulla di simile, prese il biglietto che l’uomo aveva fra le mani e lo guardò incredula:

“Non so…”, disse, “non posso promettere niente, non so nemmeno cosa sarà di me domani…”

“Ho capito che si trova in difficoltà…se posso, sarò ben felice di aiutarla” .Dietro i grossi occhiali cerchiati di tartaruga gli occhi dell’uomo ispiravano fiducia.

Quando l’aereo atterrò all’aeroporto di New York, Serena si diresse di corsa verso un posteggio di taxi e si fece portare al giornale dove lavorava Philip. Non vedeva l’ora di incontrarlo anche se avrebbe dovuto spiegare troppe cose e aveva quasi paura di non essere creduta. Tremava per l’emozione quando si trovò nella grande sala open space della redazione. Non sapeva a chi rivolgersi e si guardava in giro smarrita, finalmente una graziosa signora bionda le rivolse la parola:

“Posso esserle utile?”, chiese con garbo.

“Vorrei parlare con Philip Randon ..sono una sua amica…”, rispose titubante.

L’altra la osservava con simpatia : “E’ italiana?”, disse sorridendo.

“Sì…sono arrivata da poco… “

“Oh, io adoro l’Italia…Roma…Venezia…Firenze”, sussurrò la donna con occhi sognanti.

Serena era sulle spine, avrebbe voluto affrettare i tempi ma non osava interrompere la sua interlocutrice che si era lanciata in una descrizione appassionata delle bellezze italiane.

“Scusi… potrei vedere mister Randon?”, riuscì a porre la domanda in una breve pausa.

“Ah, sì… Philip  non è qui…ho dimenticato di dirle che è partito per l’India la settimana scorsa…” rispose la signora come se annunciasse una bella notizia.

Sul viso di Serena passò una nube:

“Quando ritorna?”, disse con la voce che le tremava.

“Non so… forse tra sei mesi…un anno…”, rispose l’altra alzando le spalle.

Sussurrando un flebile “grazie” Serena se ne andò a capo chino, senza voltarsi indietro .

Sul marciapiede della grande città si sentiva annientata: non conosceva nessuno, non sapeva dove andare, i soldi che si era fatta dare da Sandro con la scusa dello shopping erano dimezzati. La gente frettolosa la spintonava , i grattacieli con la loro presenza maestosa le mettevano angoscia, vagava per la strada senza una meta e le lacrime scendevano copiose a bagnarle il viso. Mise la mano in tasca per prendere il fazzoletto e si trovò fra le dita il biglietto del fotografo incontrato sull’aereo. Le tornò alla mente lo sguardo bonario dell’uomo dietro le lenti , si ricordò delle sue parole “ se si trova in difficoltà venga da me, cercherò di aiutarla”; non aveva altra scelta e decise di seguire il destino …

Lo studio fotografico si trovava al ventesimo piano di un grattacielo, l’ascensore saliva velocemente e Serena avrebbe voluto scendere, non sapeva a cosa andava incontro e aveva timore di aver preso la decisione sbagliata. Quando finalmente arrivò si trovò catapultata nel caos più totale: le modelle seminude stavano cambiandosi per indossare gli abiti ammucchiati su un divano blu, grandi teloni bianchi facevano da sfondo nel grande spazio occupato da riflettori e attrezzature fotografiche; truccatori, assistenti, redattori di moda, si muovevano freneticamente ai comandi di Raniero che stava su una specie di trespolo in maniche di camicia e bretellone rosse. Serena si fermò sulla porta senza dire una parola, non osava avanzare di un passo per non intralciare il lavoro degli altri, si guardò intorno cercando qualcuno cui rivolgersi, ma erano tutti talmente indaffarati che non l’avevano nemmeno notata. Stava per andarsene quando sentì la voce del fotografo:

“Vieni avanti, non stare lì impalata… sei arrivata proprio come il cacio sui maccheroni!”

“Dice a me?”, chiese la ragazza stupita.

“Sì, dico proprio a te, sono contento che tu sia venuta…”, l’uomo scese dallo sgabello e si diresse verso Serena, la prese per le braccia e la diresse al centro del locale.

“Vedi?… stavo proprio cercando una faccia come la tua…queste ragazze sono belle”, disse indicando il gruppetto delle modelle, “ma non hanno la tua espressione… sono fredde…non hanno anima…”.

Serena arrossì. L’uomo vedendo che le sue parole l’avevano confusa disse:
“Non credere che questi siano complimenti…sei veramente bella e… mi servi per lavoro, dunque…mettiamoci all’opera!”

Il grande peso che Serena aveva nel cuore si dileguò: poteva dire di aver risolto in parte i suoi problemi; seguì docilmente Raniero e cominciò a posare per le foto. Serena si muoveva disinvolta davanti all’obiettivo, il clic del fotografo era come impazzito, scattava in continuazione preso dall’entusiasmo: era stupito dalla professionalità della ragazza.

“Non dirmi che è la prima volta”, disse “ sei troppo brava!”

Serena preferì tacere per non sciupare quel momento magico e per lasciargli la soddisfazione di aver scoperto un “talento naturale”, come diceva lui. Lavorarono fino a notte alta, poi spossata chiese una pausa.

“Accipicchia! Hai ragione, non mi sono accorto che è tardissimo…vieni con me, ti trovo una stanza nel mio albergo, domani si continua…”,disse Raniero allargando la bocca in uno sbadiglio. Era evidentemente contento delle foto scattate, mise una mano attorno le spalle di Serena e le disse serio:

“Sono contento di aver trovato una stella….stammi vicino e non te ne pentirai”.

Da quel momento Serena visse come dentro una favola, si trovò improvvisamente al centro di un turbine: Raniero ne fece una fotomodella richiesta dalle agenzie e dai giornali del settore, gli stilisti se la contendevano per farle indossare i loro abiti, il suo bellissimo viso occupava le copertine delle più importanti riviste di moda. Ma nonostante che la fama e la ricchezza le fossero piombate addosso di colpo lasciandola quasi stordita, nel cuore di Serena c’era una vena di tristezza, il suo passato tornava per ricordarle che c’era sempre una minaccia in agguato.

Da parecchi mesi era negli Stati Uniti e non aveva avuto più notizie né di Sandro e tantomeno di suo fratello Walter, viveva nell’ansia di sapere come erano andate a finire le cose. Sfogliava i giornali italiani con la paura di leggere il nome di Walter fra gli imputati di omicidio. Pensava spesso anche a Philip, ma aveva abbandonato l’idea di rivederlo, era ormai passato troppo tempo e non si illudeva di essere ancora nei suoi pensieri. Molti uomini la desideravano, ma per lei c’era solo il lavoro, le piaceva stordirsi in lunghe ore davanti all’obiettivo del fotografo, era continuamente in viaggio per il mondo, ma non era più tornata in Italia.

+++

La telefonata di Serena aveva portato lo scompiglio alla Questura Centrale di Milano; immediatamente la macchina della giustizia si era messa in moto e le indagini sulla rapina di via Montenapoleone erano state riaperte. La lettera contenente la chiave della cassetta alla stazione era arrivata puntualmente e il commissario Parisi si era recato di persona a prelevare la piccola borsa di pelle nera contenente i diamanti.

Quando, nell’ufficio del commissariato, aprì la valigetta non poté trattenere un’esclamazione di meraviglia: “Guarda qui che roba!...sembrano proprio i diamanti della rapina in Montenapoleone…chissà perché ce l’hanno restituiti”. Alzò il capo e puntò il dito contro chi gli stava vicino: “Caputo!”, disse perentorio, “dobbiamo ricominciare tutto da capo”.

Loredana Caputo annuì rassegnata, incrociò le braccia e aspettò: sapeva che di lì a poco il commissario l’avrebbe mandata chissà dove. Infatti Parisi nello spazio di pochi secondi sciorinò una serie di indagini che la povera Caputo doveva effettuare entro le ventiquattrore, non c’era stato niente da fare: quando il commissario dava ordini bisognava scattare, subito, senza fiatare.

Il giorno dopo infatti l’agente speciale entrò nell’ufficio del capo trionfante:

“Sono stata dal solito confidente, sa quel tale che chiamano lo slavo, e mi ha detto che un biondino ha venduto qualche brillante proprio la settimana scorsa. Glieli ha comprati Samuel , il ricettatore di porta Romana”, disse tutto di un fiato.

La ragazza aveva la gola secca e non riusciva ad andare avanti. Però Parisi non era molto paziente e alzando la voce gridò:

“Vuoi sbrigarti a parlare?…non ho tempo da perdere, spero che tu sia andata da quel Samuel!”

“Certo capo, ma prima vorrei bere un bicchiere d’acqua…”, rispose Caputo con la voce impastata.

Ingollò tutto d’un fiato un enorme bicchiere di liquido, poi si ricompose.

“Dunque, sono andata dal ricettatore e sotto la minaccia di metterlo dentro mi sono fatta dire chi gli aveva venduto i diamanti”.

“Chi è questo galantuomo?”, disse il commissario con un sorrisetto.

“E’ un tale Sandro, che frequentava il giro dei pittori, anzi era amico del Rinaldi…quello trovato morto nella mansarda”.

A queste parole le orecchie di Parisi si fecero più attente:
“Brava Caputo, forse abbiamo trovato qualcosa di molto, molto interessante…”, disse accendendosi una sigaretta. “Per prima cosa dobbiamo assolutamente mettere le mani su questo Sandro, poi penso che troveremo la strada in discesa… prenderemo due piccioni con una fava…cioè, risolveremo due casi in un sol colpo!” Si fregò le mani, si infilò il soprabito e uscì.

Nella mente di Parisi si era fatta strada un’ipotesi che voleva verificare, il furto dei diamanti e il delitto della soffitta potevano essere collegati, doveva interrogare il biondino, ma la sua ricerca si era dimostrata più difficile del previsto, era scomparso da parecchi giorni e nessuno sapeva dove fosse andato.

Per parecchio tempo il commissario brancolò nel buio, aveva messo sottosopra tutto il quartiere, nessuno parlava, anzi più passavano i giorni e più si allontanava la soluzione del caso.

Ma la mano del destino era pronta ad aiutarlo. Sandro, dopo aver inutilmente cercato Serena a Montecarlo, aveva deciso di tornare a Milano, era furioso, deluso e ancora incredulo che quella fanciullina dal viso d’angelo gli avesse tirato quel tiro mancino…non poteva aver fatto tutto da sola, certamente qualcuno l’aveva aiutata…non poteva essere andata lontano, e lui l’avrebbe trovata!

Ricominciò a bazzicare per i soliti posti, a frequentare i soliti amici, a interrogare qua e là per cercare di scoprire dove era finita Serena. A furia di farsi vedere in giro anche il commissario Parisi riuscì a pizzicarlo e a portarlo in questura.

In principio cercò di negare tutto: “State prendendo un granchio, io non c’entro per niente… non so nemmeno di cosa state parlando”. Ma quando il commissario gli mostrò la borsa con i diamanti il suo viso si sbiancò, capì di essere intrappolato e, con sadico compiacimento per punire Serena, spifferò tutto quello che aveva sentito nella famosa notte di gennaio tirando in ballo naturalmente Walter, sul quale si dovevano concentrare i sospetti per l’omicidio di Marcello. Aveva capito che la ragazza si era vendicata restituendo il malloppo alla polizia e l’unico modo per renderle pan per focaccia era quello di denunciare suo fratello, come aveva sempre minacciato di fare.

Per Parisi ricominciava la caccia all’uomo.

(continua sabato prossimo)

sabato 31 maggio 2014

Quarta puntata " INSEGUIRE UN SOGNO


 


Da quel momento avrebbe assecondato Sandro poi, conquistata la sua fiducia, voleva fuggire il più lontano possibile.

Scese per la cena nella grande sala, molti uomini si voltarono a guardarla, lei entrò a testa alta e si diresse al tavolo dove l’aspettava  Sandro. Questi, sorpreso, si alzò di scatto. Indossava una giacca di lino nero dal taglio impeccabile su pantaloni bianchi. Alto e asciutto com’era portava bene gli abiti eleganti, si poteva dire un bel ragazzo: capelli un po’ lunghi sul collo, biondi e sottili, occhi neri con forti sopracciglia, il viso aveva un’espressione dura accentuata da due pieghe che gli solcavano le guance.

“Sei in forma, a quanto pare!”, si rivolse a Serena con un risolino di scherno. “Si vede che la mia cura ti ha fatto bene!”.

Lei non rispose e sedette con calma.

“Vogliamo cominciare con un cocktail?”, disse sorridendo.

“Non credo a me stesso”, disse lui . “Sei sempre la Serena di due ore fa?”

“Sempre quella, anzi migliorata a quanto vedi”.

 Chiamò il cameriere e ordinò.

Bevvero il liquido dolciastro e forte in due grandi bicchieri di cristallo, Serena cominciò a chiacchierare senza un preciso argomento prendendo a pretesto qualunque cosa. Si sforzava di essere allegra, ogni tanto scoppiava in una risata. Sandro meravigliato la assecondava e finì per cedere all’atmosfera di allegria che si era creata fra loro, alla fine della cena le propose di andare in un night-club.

Serena salì in camera a prendere una sciarpa da mettere sulle spalle, passando davanti a uno specchio si guardò, notò l’espressione falsa, non abituale che c’era nei suoi occhi, si fermò un attimo: avrebbe saputo resistere fino a compiere il suo piano? Doveva averne la forza, altrimenti sarebbe stato tutto inutile. Si gettò la morbida stola sulle spalle e scese con tutta calma.

La notte estiva era rinfrescata da una leggera brezza marina, la lama d’argento del raggio lunare solcava il mare creando strani effetti di luce sulle onde, la costa si stendeva come un lungo serpente sinuoso pigramente adagiato sulla riva del mare tempestato da punti luminosi. Il paesaggio era incantevole: non mancava niente, la luna, il cielo stellato; loro due sembravano una coppia di romantici innamorati che passeggiavano sul lungomare. Purtroppo la realtà era ben diversa anche se Sandro, sempre più stupito, cominciava a guardare Serena con occhi diversi. Fra di loro si era creato il silenzio, nessuno dei due aveva niente da dire, troppo intenti a inseguire ognuno i propri pensieri. Camminavano vicini, lentamente, Sandro passò un braccio attorno alle spalle di lei. Serena istintivamente si ritrasse, ma si riprese subito e alzò il viso verso di lui sorridendogli.

L’atmosfera del night era di quelle solite: fumosa e greve. L’orchestra suonava un blues, una cantante nera, fasciata in un lungo abito di lamé, cantava con voce roca e sensuale, poche coppie ballavano sotto le luci azzurrate. Il cameriere li condusse a un tavolo appartato, ordinarono da bere e si sedettero. Nel frattempo sulla pedana era salito un giovanotto che cantava una canzone d’amore. Le note romantiche si diffondevano nell’aria, Sandro si alzò e senza parlare prese la ragazza per una mano conducendola in pista. Il corpo morbido di Serena, i suoi capelli profumati nei quali affondava il viso mentre si muoveva lentamente al ritmo della musica, gli davano un turbamento mai provato. Lui, il ragazzo di periferia cresciuto in mezzo alla strada, con tutti i sensi allenati a parare i colpi duri della vita, si sentiva come svuotato. Una mollezza interiore mai provata si era impadronita della sua anima a contatto di quel corpo femminile che aveva già posseduto con rabbia ma che ora gli lanciava segnali di sentimenti oscuri che gli mettevano addosso una strana inquietudine. Stringeva Serena con il piacere fisico di sentire il contatto dei suoi seni, dei suoi fianchi contro di sé. Lei lasciava fare, sentiva le mani di Sandro che la accarezzavano e intuiva che il desiderio di lui non era puramente fisico, con troppa tenerezza la toccava, ogni tanto allontanava la testa per guardarla con un’espressione che non gli aveva mai visto. “Bene”, pensava, “voglio che s’innamori di me, sarà più facile avere la sua fiducia”.

Sandro la riaccompagnò al tavolo, con un gesto galante le scostò la sedia:

“Prego”, disse guardandola negli occhi. Poi con la voce sommessa: “Sai che sei stupenda stasera?”

“Lo so”, rispose lei con un sorriso malizioso. Con un gesto della mano scostò dal viso i lunghi capelli biondi. Doveva affinare tutte le sue armi femminili di conquista per farlo cadere nella rete; aveva cominciato solo quella sera, ma notava che era a buon punto, non c’era ancora molto da fare...Quella notte finse, finse in tutti i modi il piacere che non provava e cercò di essere come la voleva lui, le costò fatica sperando che fosse l’ultima volta…

Il mattino dopo Sandro non aveva occhi che per lei, capiva di essere stato accalappiato da quella bionda che si era portato dietro solo per non farla parlare e per divertirsi come aveva già fatto con tante altre, ma non aveva fatto i conti con la dolce bellezza di Serena e con il suo modo di fare così accattivante che l’avevano completamente spiazzato.

Serena con un gesto grazioso si stirò come una gattina: “Che magnifica notte è stata!”, disse in un soffio. Sandro la prese per le braccia: “Mi prometti che non mi lascerai mai?”, il tono della sua voce e l’espressione degli occhi erano supplicanti.

“Ma certo, amore mio!”, gli rispose lei.

“E il giornalista?” chiese ancora Sandro.

Serena fece una pausa: “Tu me l’hai fatto dimenticare…”, disse puntandogli l’indice contro. Nel pronunciare queste parole ebbe una stretta al cuore, sapeva di mentire, come poteva aver dimenticato Peter!… Improvvisamente Sandro disse: “Oggi partiamo”.

“Per dove?”, chiese Serena distrattamente, come se la cosa non la interessasse affatto.

“Andiamo a Montecarlo da un tale che è disposto a comprarmi i diamanti …vedrai Serena, diventeremo ricchi, molto ricchi! Non ti pentirai di essermi stata vicina”.

 Sandro le prese il viso tra le mani e la baciò sulla bocca. Lei non si mosse, intanto la sua mente lavorava, mille pensieri si accavallavano fra loro: doveva trovare il modo di togliersi da quella situazione…era certa che se ne sarebbe andata, ma prima doveva mettere a punto un piano sicuro.

L’occasione si presentò poco dopo mentre stavano preparando le valigie:
“Guarda qui…”, Sandro le stava mostrando un piccolo necessaire di cuoio nero. “Ricordati di tenere sempre d’occhio questa valigetta…contiene il nostro futuro…la nostra vita insieme”.

Il ragazzo fece scattare la serratura e agli occhi stupefatti di Serena apparvero i diamanti…brillavano di una luce fredda sul fondo di velluto nero: erano tanti, grandi e piccoli, luminosissimi…lei non aveva mai visto tanta bellezza racchiusa in un pugno di sassolini iridescenti. Si mise una mano sulla bocca per non lasciarsi sfuggire un grido di meraviglia.

“Allora… che ne dici?”

Serena guardava assorta quel nido di luce: “Sono stupendi…”, rispose avvicinando la mano allo scrigno.

“No! “, la fermò lui. “Non si toccano”. Con un gesto secco fece cadere il coperchio. Improvvisamente Serena provò una grande tristezza, da quelle pietre venivano morte e dolore, per il loro possesso era stato ucciso Marcello e lei aveva tradito Peter rovinando così il loro amore appena sbocciato.

“Cosa ti succede? Hai cambiato faccia…non sei contenta?”, le chiese Sandro. “Ah, ho capito… , ma non ci pensare, il passato non conta più…godiamoci il presente!”, esclamò abbracciandola.

Lei istintivamente si ritrasse:

“No, stai tranquillo, non penso proprio a niente”, gli mise una mano attorno alle spalle. “Anzi, se proprio lo vuoi sapere, sai cosa penso?”, si fermò un attimo, poi riprese: “che avrei bisogno di qualche soldo, devo fare delle spese…”.

“Ma certo”, rispose Sandro sollevato, “sei stata una brava bambina e te lo meriti”.

Da una borsa prese tre pacchetti di banconote: “Ecco qua, sono tre milioni…oggi voglio essere generoso…tieni, sono tutti per te”.

Serena lo guardò sorpresa.

“Ho venduto tre brillanti e ho ricavato un sacco di soldi…e questi sono solo gli spiccioli. Prendi, non aver paura, vedrai che andrà tutto liscio come l’olio”. Nel dire questo infilò il denaro nella borsetta. “Adesso però devi sbrigarti, dobbiamo essere a Montecarlo prima di sera”.

 

Mentre la Ferrari filava a più di duecento all’ora sull’autostrada , Serena era nervosa. Accese la radio per distrarsi : un piano si stava costruendo nella sua mente; le ruote macinavano veloci l’asfalto bollente. In breve tempo furono al confine con la Francia, passarono il casello e proseguirono per il Principato di Monaco, poco dopo la baia di Montecarlo apparve ai loro occhi. Il porto era zeppo di yacht , le navi da crociera erano ormeggiate al largo, cominciavano ad accendersi le prime luci... era uno scenario fantastico! Ma nemmeno quello spettacolo straordinario riuscì a distogliere Serena dai suoi pensieri. Stavano percorrendo una lunga discesa tutta curve, quando Sandro disse:

“Qualcosa che non va?…non hai detto una parola per tutto il viaggio”.

Serena si scosse e, cercando di mascherare la sua inquietudine:

“No, tutto a posto. Sto guardando il panorama…è la prima volta che vengo da queste parti”.

Sandro non era molto convinto della risposta:

“Non essere preoccupata…in fondo stiamo facendo questo anche per tuo fratello. Ricordati che posso mandarlo in galera e…se le cose vanno bene a me, va bene anche per lui”.

Serena non rispose, ma le parole di Sandro dette in quel tono sarcastico la convinsero ad agire al più presto.

Montecarlo era pieno di gente, il traffico nelle strade strette e tortuose era congestionato, faticarono molto a trovare un parcheggio nei pressi del Casinò, dopo diversi tentativi riuscirono a infilare la Ferrari in un angolo in divieto di sosta, ma non c’era più tempo, Sandro doveva incontrare il compratore assolutamente prima delle diciannove, altrimenti questi se ne sarebbe andato.

“Aspettami qui, vado a vedere se c’è ancora il mio tipo”, disse nervosamente prima di scendere. Chiuse la portiera , ma si affacciò ancora dal finestrino: “Attenta! Il malloppo è sotto il sedile…”

Si allontanò in fretta senza voltarsi indietro. Il cuore di Serena accelerò il ritmo: ecco il momento che aspettava! Doveva agire al più presto. Aveva osservato, prima di partire, dove Sandro aveva sistemato i bagagli, il prezioso pacchetto era stato messo sotto il sedile posteriore. Per tutto il viaggio aveva aspettato di rimanere sola in macchina per una qualsiasi ragione: una sosta al grill, aveva perfino pensato di mandare Sandro in farmacia simulando un malore, ma nessuna di queste situazioni si era verificata, e ora non c’era neppure un attimo da aspettare…questa era l’ultima chance poi i diamanti sarebbero spariti. Aspettò qualche minuto , vide Sandro salire i gradini del Casinò e sparire dietro il portone, frugò freneticamente finché mise le mani sulla scatoletta di pelle nera. L’afferrò, mise la borsetta a tracolla e si precipitò fuori dalla vettura. Si mise a correre inseguita dagli sguardi stupiti dei passanti, infilò una viuzza tortuosa; con il respiro affannosa percorreva la salita voltandosi indietro di tanto in tanto, sbucò in una piazza dove c’era un posteggio di taxi: ecco la salvezza! Si accostò a una vettura e chiese tutto di un fiato: “A’ la gare!…alla stazione per favore”. L’autista la guardò sorpreso ma non fece commenti: ne aveva viste tante di persone strane!

Sul treno che la riportava in Italia Serena si era sistemata in uno scompartimento vuoto, era già buio, le luci della costa schiarivano quella notte estiva che aveva segnato un momento tanto importante della sua vita: stava ritornando se stessa, aveva finito di fingere l’amore… Non sapeva cosa le avrebbe riservato il futuro, ma a questo avrebbe pensato dopo, ora doveva solo compiere per intero la sua vendetta.

Arrivò a Milano che albeggiava, con la borsa ben stretta al petto scese la larga scalinata della stazione centrale. Un brivido la percorse, si guardò addosso e si accorse di essere vestita solo con una maglietta e un paio di jeans. Voleva andare a casa a prendere qualche indumento, ma aveva paura… avrebbe potuto incontrare Sandro, con la Ferrari in poche ore poteva essere arrivato prima di lei. Meglio essere prudenti. La piccola borsa con il tesoro le pesava come un macigno, quelle pietre sporche di sangue dovevano essere restituite! Con una telefonata anonima alla Questura si tolse dal cuore questo grande pensiero. Sistemò il necessaire in una cassetta per il deposito bagagli alla stazione, mise la chiave in una busta e la inviò alla polizia. Un grande respiro di liberazione uscì dal suo petto quando imbucò la lettera…

 

(continua sabato prossimo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 24 maggio 2014

TERZA PUNTATA " INSEGUIRE UN SOGNO"


 

 Stancamente si rialzò e andò a controllare se nella ventiquattrore c’erano rimasti almeno i documenti. La valigia era aperta, ma il contenuto intatto: soldi, documenti, biglietto dell’aereo, non mancava niente. Ritto in mezzo alla stanza cercava di riordinare le idee: se c’erano stati dei ladri, perché avevano lasciato quel bel mucchietto di dollari? Sommariamente fece un inventario per vedere cosa mancava e con stupore si accorse che la sola cosa rubata era proprio il quadro. Il primo impulso era stato di rivolgersi alla polizia, ma poi ci ripensò.

“Calma”, si disse, “in questa faccenda c’è qualcosa che non mi convince, tutta questa messinscena è stata fatta per simulare un furto, ma quello che interessava  era soltanto quella tela”.

 Prese il cellulare e chiamò Serena. Il suono intermittente gli perforava l’orecchio, restò in attesa per qualche minuto…dall’altro capo non rispondeva nessuno. Interruppe la comunicazione e  rimase immobile a fissare il vuoto; non sapeva cosa pensare né cosa fare: la sua testa era un tumulto di pensieri.     Quel pomeriggio Serena si era comportata in modo strano, specialmente da quando aveva incontrato quel ragazzo in jeans.  Rifece il numero sperando di sentire la voce di Serena,  il segnale si ripeteva monotamente, ma inutilmente. Con un gesto rabbioso buttò il telefono sul letto: il disordine nella stanza gli fece salire il sangue alla testa. Per calmarsi  cominciò a buttare nelle valigie vuote i suoi vestiti e tutto quello che gli capitava in mano, avrebbe dovuto comunque mettere via tutto quella sera in previsione della partenza, tanto valeva farlo subito così si scaricava la tensione accumulata in quella mezz’ora. Quando i bagagli furono finalmente fatti ritentò ancora la telefonata a Serena e dovette arrendersi, non rispondeva nessuno. “Benissimo”, si disse, “vado a parlarle di persona…”.  Si precipitò fuori dalla camera e infilò le scale a precipizio senza aspettare l’ascensore, attraversò l’atrio di corsa seguito dallo sguardo esterrefatto del portiere. Sempre correndo attraversò il parcheggio, si fece consegnare le chiavi della Jaguar dal ragazzo e partì facendo stridere le ruote sull’asfalto. Guidava nervoso premendo il piede sull’acceleratore, attraversò Milano incurante dei semafori rossi, rischiando un incidente ad ogni angolo di strada; il pensiero fisso a Serena con la smania di parlarle per capire cosa stava succedendo. Si arrestò davanti al portone del residence con una brusca frenata, scese sbattendo la portiera e si precipitò dentro. Una voce lo fermò: “Ehi! dove va?” Il custode lo fissava con uno sguardo inquisitore.

“Vado da Serena Molinari”, rispose Philip spazientito.

“La signorina è partita”, l’uomo scoprì i denti gialli in un sorriso idiota: “lei è il signor Randon?”, aggiunse.

“Sì, sono io”, rispose lui seccato.

“Ho una lettera per lei”, e gli allungò una busta bianca sulla quale a carattere stampatello era scritto il suo nome.

 Philip la prese e non disse nemmeno grazie, si allontanò di qualche passo mentre il portinaio allungava il collo per sbirciare incuriosito. “Amore mio, perdonami, devo partire e non posso spiegarti altro. Forse non ci rivedremo mai più, però ricordati che ti amo. Serena”.

A Philip scappò una parolaccia. Delusione, amarezza, dolore, sensazioni violente mai provate, lo sconvolsero. Una stretta allo stomaco gli faceva quasi mancare il respiro. Accese una sigaretta nervosamente, il sapore acre del fumo gli entrò in gola e lo fece stare peggio. Con un gesto rabbioso buttò la sigaretta sull’asfalto e la schiacciò col piede. Rigirava il foglio di carta fra le mani: non avrebbe mai immaginato di rimanere così bastonato e distrutto. Lentamente si diresse verso la macchina, entrò e si mise al volante. Rimase così per qualche secondo immobile. Perché? Si chiedeva. Perché?

Avviò il motore e partì. Le immagini gli si paravano davanti come sfocate: rivedeva Serena sdraiata nel letto quella mattina, i biondi capelli sparsi sul cuscino, la piccola bocca imbronciata, sul viso ancora la mollezza della notte d’amore passata con lui. Rivedeva la sua immagine dipinta sul quadro con quell’espressione intensa e misteriosa che l’aveva colpito. E non riusciva a capire quale importante parte avesse quel quadro in tutta la vicenda, qualcosa doveva pur significare se era sparito, se gliel’avevano rubato mettendo a soqquadro tutta la stanza.

Passò la notte agitata, si assopiva per brevi periodi poi si svegliava di colpo. Accendeva la lampada sul comodino, cercava automaticamente con la mano il pacchetto di sigarette e l’accendino; restava fermo a sedere sul letto a fissare le volute di fumo azzurro che si alzavano lentamente nell’aria. Vide dalle finestre aperte stingersi il cielo a poco a poco nei colori dell’alba…

L’aereo per New York partiva alle dieci dall’aeroporto della Malpensa, ormai non poteva più rimandare: il suo direttore l’aspettava per proporgli un altro incarico che avrebbe accelerato notevolmente la sua carriera.. I bagagli erano già fatti, non gli restava che aspettare il portiere di giorno per saldare il conto, poi avrebbe lasciato Milano. Ma doveva tornare, doveva sapere, doveva ritrovare Serena, non poteva cancellarla così dalla sua vita.

L’aereo partì puntuale in una mattinata di sole, addio Italia, addio Milano, anzi arrivederci!               

+++

 

Era una giornata perfetta: una leggera brezza mitigava la calura, il mare appena increspato brillava sotto i raggi del sole, il cielo era terso, senza una nuvola, qualche vela bianca creava qua e là delle macchie rompendo la monotonia di tutto quell’azzurro. Con gli occhi socchiusi, immobile, Serena se ne stava allungata su una sedia a sdraio lasciandosi scaldare dai raggi del sole: il suo corpo abbronzato sembrava una statua. Pensava a Philip , era stata costretta a lasciarlo così bruscamente che ancora non si era resa conto del male che gli aveva fatto…forse non l’avrebbe più rivisto! A questo pensiero una stretta al cuore le fece capire che si era innamorata di lui , avrebbe voluto che non fosse successo per non soffrire ancora. Era stata coinvolta suo malgrado in un gioco pericoloso dal quale era molto difficile uscire, ma quando si ritrovava con se stessa il pensiero correva irresistibilmente ai giorni trascorsi con lui, ricordava l’ultimo giorno …e ancor più l’ultima notte.

Una voce alle sue spalle la fece trasalire:

“Cosa fai tutta sola?”

Sandro l’aveva raggiunta alle spalle e si chinò per baciarla. Lei istintivamente si ritrasse.

“Cosa c’è? Qualcosa non gira per il verso giusto?”, il ragazzo si accucciò vicino a lei con un movimento lento e pigro.

Serena non aveva voglia di parlare: “Niente…non c’è niente…ho solo un po’ di emicrania”, rispose distrattamente.

“L’emicrania è sempre una buona scusa quando si vuole fare la schizzinosa…”, aggiunse lui sarcastico.

La ragazza non rispose e si girò dall’altra parte.

“Ah, ho capito, la signorina sta pensando al giornalista…Sono contento di aver fregato quell’americano, mi stava proprio sulle scatole!”

Serena si alzò, raccolse gli zoccoli abbandonati sulla sabbia, prese la borsa e fece per andarsene.

Sandro la prese per un polso e strinse forte.

“Mi fai male!” La ragazza si volse e lo guardò in viso con l’aria di sfida.

“Non credere di andartene così, ti ho fatto una domanda…mi devi rispondere”.

Sandro aveva la faccia dura, i capelli biondi scompigliati sulla fronte, le vene del collo turgide, l’ira repressa dava al suo viso un’espressione cattiva.

“Allora, se lo vuoi sapere stavo pensando proprio all’americano e mi dispiace di averlo trattato in quella maniera, non se lo meritava! Se mi davi tempo si potevano fare le cose diversamente… avresti recuperato lo stesso quei tuoi maledetti diamanti…”.

Serena era sconvolta, il suo corpo snello vibrava come una corda tesa, i suoi occhi chiari si erano incupiti, le lacrime stavano per sgorgare … si allontanò per non farsi vedere da Sandro, per non fargli capire che era veramente innamorata di Philip.

Il ragazzo la guardò allontanarsi, “ ci penserò io a fargliela passare, non posso permettere che una ragazzina mandi a monte il mio piano perfetto..”.

Già da quando era cominciata tutta la faccenda aveva messo in dubbio che Serena avesse il sangue freddo per portare a termine il colpo, troppo romantica e con la testa fra le nuvole, ma poi aveva dovuto fidarsi di lei: era la sola che potesse avvicinare il giornalista senza destare sospetti.

L’aveva convinta con il ricatto. Ne sapeva di cose lui sul conto di Walter, il fratello di Serena, un poco di buono amico di Marcello, il pittore assassinato! L’aveva visto quella sera di gennaio, quando tutti e due reduci dalla rapina al gioielliere di via Montenapoleone, erano rientrati nella mansarda a notte alta. Fuori nevicava e faceva un freddo cane, appostato dietro una colonna del cortile li aspettava. Sapeva del colpo, avrebbe dovuto partecipare anche lui ma l’avevano estromesso all’ultimo momento, voleva affrontarli per chiedere spiegazioni. I due erano scesi dalla macchina , avevano raggiunto il portone e di corsa erano filati sulle scale. Furtivamente li aveva seguiti, la notte era gelida ma il sudore gli colava dalla fronte. Marcello e Walter si erano chiusi la porta di casa alle spalle, poco dopo aveva sentito le voci degli amici alzarsi di tono e si era fermato a origliare: “I patti non erano questi, sei un bastardo!”, era la voce di Walter.

“Se ti va bene è così, se no vai aff…”, aveva gridato Marcello. Le cose si stavano mettendo male, e Sandro aveva preferito svignarsela prima di essere scoperto. Il giorno dopo aveva rivisto Walter: “Quel porco mi ha fregato”, gli aveva detto senza preamboli, “mi ha promesso solo un terzo del malloppo, il resto lo vuole per lui, ma stasera deve sputare tutto, altrimenti…”.

Dal tono minaccioso si capiva che non scherzava, a qualunque costo avrebbe preteso la sua parte. La mattina seguente aveva letto sul giornale del delitto e ne aveva tratto le sue conclusioni. La polizia l’aveva interrogato, ma dalla sua bocca non era uscita una parola. Nel frattempo si era fatto le indagini per proprio conto e, nel mondo della mala c’è chi sta zitto ma c’è anche chi spiffera per qualche euro in più. Aveva saputo che anche Walter era rimasto a bocca asciutta, dei diamanti neanche l’ombra. Il caso era rimasto insoluto e le indagini si erano arenate.

Aveva lasciato passare qualche giorno poi, con un pretesto, si era introdotto nella soffitta di Marcello: aveva provato un senso d’angoscia nel vedere il luogo dove il suo amico aveva perso la vita, ma si era ripreso subito e, senza lasciarsi prendere dagli scrupoli, come era nel suo carattere, aveva rovistato freneticamente dappertutto: negli stipiti delle porte, dentro gli armadi, perfino sotto le mattonelle sconnesse e nei tubetti di colore…niente. Aveva dovuto arrendersi e andarsene.

Per puro caso, dopo qualche mese, aveva fatto un’incredibile scoperta: il pittore nell’ultimo giorno della sua vita aveva ceduto il quadro raffigurante Serena (una delle sue opere migliori) a una galleria d’arte in via Brera. Gli era balenata l’idea che poteva anche essere quella giusta: Marcello aveva nascosto i suoi diamanti dentro la cornice, aveva messo al sicuro il quadro e se lo sarebbe ripreso quando le acque si fossero calmate. Si era precipitato alla galleria ma… il quadro era già stato venduto, a un certo giornalista americano, gli aveva detto l’antiquario.

Allora il piano aveva preso forma nella sua mente: Serena, la ragazza di Marcello!

L’aveva aspettata una sera davanti all’uscita dello studio fotografico dove la ragazza stava posando per delle foto pubblicitarie:

“Ciao, Serena, ti ricordi di me?” Lei l’aveva fissato stringendo gli occhi.

“Certo che mi ricordo, sei Sandro. Come stai?”

“Ti sei fatta più bella, lo sai?”

“Non direi, con tutto quello che ho passato…”

“Si vede che il dolore ti dona…vuoi un passaggio?”

La ragazza aveva accettato la corsa in moto con una certa riluttanza. Davanti al cancello di casa le aveva chiesto senza preamboli: ”Posso salire un momento?”

Serena aveva farfugliato una scusa: “Non posso, c’è mia zia in visita.”


“Dai raccontala a un altro la storia della zia, a me non mi freghi”, aveva esclamato Sandro con un risolino canzonatorio. “Anzi, devo chiederti notizie di Walter e credo sia molto meglio andare in casa.” L’aveva spinta con malgarbo verso il cancello: “ Dai, non fare la stupida, devo parlarti”.

Di sopra, le aveva detto bruscamente: “ Sai che tuo fratello è nei guai?”

“Perché?”, aveva risposto lei con la voce strozzata.

“…e se non è nei guai ce lo metto io” , aveva continuato lui “ a meno che…”


Serena era spaventata e si aspettava qualsiasi cosa da quel tipo.

“Tu non collabori”, aveva continuato lui .

“Cosa devo fare?” aveva chiesto lei con un filo di voce.

“Ascoltami bene, tuo fratello è un gran figlio di puttana, sono certo che è stato lui ad uccidere Marcello”.

“No…non è vero! Sei un bugiardo…”, l’urlo le era uscito dalla gola , era sconvolta, con le mani si era coperto il viso bagnato di lacrime.

“Gli ho parlato, l’ho visto e ho sentito quando minacciava Marcello, se non mi credi, prova a chiederglielo…a proposito dov’è andato? Sarà uccel di bosco per un bel po’ di tempo ormai…Ma se vuoi puoi aiutarlo, solo tu lo puoi fare”.

“Come ?” aveva chiesto Serena talmente scossa che non aveva più reazioni.

“Devi manipolarti un tale, il giornalista che ha il tuo quadro, devi mettercela tutta per portarglielo via… mi hai capito? Se non ce la fai tu, ci penserò io. Prima però devi andare dall’antiquario e promettergli qualsiasi somma per ricomprarlo”.

“Perché?”, aveva chiesto lei stordita dalle sue parole.

“Sono sicuro che dentro la cornice c’è una bella sorpresa!”

Alla fine Serena, stremata aveva acconsentito, era disposta a fare qualsiasi cosa pur di tenere Walter in libertà. Era molto affezionata a suo fratello, fin da piccola vedeva in lui il suo difensore, il paladino che la salvava dai draghi; avevano trascorso l’infanzia in un piccolo paese di provincia dove la vita non era facile e la miseria era di casa. Ora toccava a lei ricambiare e difenderlo come poteva anche se in cuor suo non poteva credere che lui fosse un assassino. Era stato sviato dalle cattive compagnie, ma non poteva essere diventato così cinico e feroce da togliere la vita al ragazzo di sua sorella. Purtroppo in quel momento non le rimaneva altra scelta e aveva ascoltato sottomessa tutto quello che le diceva Sandro. 

+++

Abbandonata sul letto, Serena piangeva. Dalla finestra aperta entrava una luce accecante, là in fondo il bagliore azzurro del mare era offuscato dalle lacrime che le riempivano gli occhi e scendevano sulle guance. Non le importava niente di niente, il paesaggio stupendo, l’albergo di lusso, l’armadio pieno di vestiti griffati…avrebbe dato tutto per ritornare a essere la ragazza che si guadagnava da vivere lavorando onestamente. Pensava a Philip,a come era stata felice con lui, in un periodo così triste della sua vita. Rivedeva il suo viso dai lineamenti marcati, la ruga sulla fronte, la bocca sottile che si apriva in un sorriso simpatico, l’espressione severa degli occhi che si addolciva quando la guardava…le tempie leggermente brizzolate…risentiva le carezze delle sue mani asciutte sul suo corpo…non era possibile dimenticare tutto questo. Il suo grande rammarico era di averlo tradito, di aver carpito con l’inganno il suo amore.

Due colpi alla porta la fecero trasalire, la voce di Sandro era stizzita:

“Serena, fammi entrare!”

“Non mi sento bene.”, rispose lei.

“Fammi entrare o sfondo la porta!”, il tono non ammetteva dubbi.

Serena si alzò con fatica e a piedi nudi andò ad aprire l’uscio. Indossava solo un bikini bianco che faceva risaltare l’abbronzatura del suo corpo giovane: le gambe lunghe, i seni piccoli, le spalle esili ma non magre, i lunghi capelli biondi le ricadevano in ciocche disordinate illuminati dalle mèches naturali del sole, gli occhi chiari luccicavano per le lacrime. Sandro entrò infuriato, ma si calmò subito alla visione di lei.

“Cosa fai, piangi?”, le chiese cercando di mettere della tenerezza nella sua voce.

“Non importa”, rispose la ragazza e con il dorso della mano si asciugò gli occhi. “Cosa vuoi?” chiese.

“Volevo vederti”. Il suo sguardo voglioso scrutava il corpo di Serena, si avvicinò mettendole una mano sui fianchi.

“Posso consolarti? Io so farlo molto bene…”.

Lei si ritrasse istintivamente con un moto brusco, la mano di Sandro cadde inerte.

“Eh, no, non devi fare così, non era nei patti…ricordati sempre di Walter. Se l’hai dimenticato questo è il momento di rinfrescarti la memoria”.

L’abbracciò con forza e la tenne stretta contro di sé. Serena si divincolò, riuscì a sfuggirgli solo per un attimo, lui le balzò addosso e con uno spintone la buttò sul letto.

Lei sentiva il respiro affannoso di lui sul collo, le sue mani frugarla tutta, strapparle il costume…non aveva la forza di resistergli e lui la prese con una furia bestiale che la lasciò stordita e dolorante.

Giacquero supini e immobili senza parlare, lei non aveva il coraggio di voltare il viso verso di lui, per brevi istanti che sembrarono eterni, nessuno dei due si mosse; poi lentamente con mossa studiata Sandro si alzò.

“Adesso sei la mia ragazza, hai capito bene? Nessuno ti deve guardare e tu non devi pensare a nessuno…ci siamo intesi?”

Serena non rispose, non ne aveva la forza, una specie di nausea le saliva dallo stomaco e le impediva qualsiasi movimento. Lo guardò diritto negli occhi per fargli capire tutto il suo disprezzo. Sandro uscì sbattendo l’uscio.

Serena andò sotto la doccia, lentamente, come se si preparasse a un rito purificatore. L’acqua tiepida le scorreva lungo il corpo, le bagnava i capelli, cancellava le lacrime dal viso e lei stava lì a farsi lavare, immobile, come per cancellare l’oltraggio subìto. Aveva una rabbia dentro che la faceva star male, doveva vendicarsi, in qualunque modo, ma doveva far pagare caro a quel mascalzone la violenza cui era stata sottoposta.

Piano piano si calmò, si asciugò con cura, andò nell’armadio e scelse il suo vestito più raffinato: un lungo peplo di chiffon bianco che si raccoglieva in un morbido drappeggio sulla spalla sinistra e scendeva fluttuante e ampio fino ai piedi. Si truccò con cura, guardandosi allo specchio con attenzione, sottolineò il contorno degli occhi, ravvivò le ciglia, passò un rossetto corallo sulla bocca, una goccia di profumo dietro le orecchie e nella scollatura. Indossò un prezioso collier e un bracciale di turchesi: ecco, era pronta per cominciare la sua vendetta.