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lunedì 15 aprile 2013

UN FIORE NEL FANGO

Seconda puntata

 Nei giorni seguenti le speranze si affievolirono: non aveva più visto Rosalia,  il  pasto gli era stato recapitato da una mano sconosciuta che si introduceva nello spiraglio della porta semiaperta. Anche questo mistero contribuiva a esasperare il suo stato: cosa stava succedendo là fuori? La sua famiglia, sua moglie, i suoi operai… quanti pensieri si accavallavano nella sua mente! Da quanto tempo era prigioniero fra quelle quattro mura che odiava con tutto il suo essere? Cominciava a temere anche per la sua vita, se qualcosa fosse andato storto sapeva che non avrebbero esitato ad ucciderlo, quella era gente spietata che pur di salvarsi non aveva scrupoli, non avrebbero certo lasciato un testimone vivo.
Quando finalmente qualcuno si fece vedere, Giulio era al colmo della tensione . Con aria strafottente  il capo entrò e lo guardò diritto negli occhi:
“Caro ingegnere”, cominciò calcando sulle parole, “si mette male per lei…sua moglie è un osso duro, non vuol cedere, si è rivolta anche alla polizia….un passo falso, mi creda, probabilmente non le importa molto che suo marito ritorni vivo da questa avventura”, un sorriso di scherno gli increspava le labbra mentre si avvicinava a Giulio con in mano un piccolo registratore, “le dica di pagare altrimenti le assicuro che finirà davvero male questa storia…” Dall’espressione dura del viso si capiva che stava dicendo sul serio, i suoi occhi freddi lampeggiarono mentre avvicinava alla bocca di Giulio l’apparecchio.
 “Non farò mai una cosa simile”, rispose il prigioniero allontanando la testa, “lasciatemi in pace!”.
“Va bene…cominceremo a mandare alla bella signora un pezzo di suo marito, così capirà che non stiamo scherzando…”,  poco dopo un uomo incappucciato  entrò con un affilato coltello fra le mani. Quando vide quella lama luccicare a due centimetri dal padiglione del suo orecchio, Giulio cercò di stringere i pugni per non far vedere che aveva dalla paura, ma in quell’istante la porta si aprì e la voce di Rosalia arrestò la mano che lo stava mutilando.
“Fermatevi!”, gridò, “non servirebbe a niente…”.
 “Tu cosa ne sai?”, le chiese pieno di rabbia il boss, “ non sono cose che ti riguardano, vattene!”
La ragazza uscì senza replicare e Giulio si accorse che il suo intervento aveva allentato quel momento di estrema tensione che si era creata quando stavano per tagliargli l’orecchio, infatti l’uomo si allontanò da lui e volse il capo verso il padrone: “Cosa faccio?”, chiese indispettito.
“Per oggi lasciamo stare…l’abbiamo spaventato abbastanza, vedremo in seguito se deciderà di collaborare”, si avvicinò all’uscio e, prima di aprirlo si voltò: “Ricordati, ingegnere, la prossima volta non ti salverà nessuno…oggi sono stato buono!”
Giulio si abbandonò sul letto ancora tremante, sconvolto da una profonda emozione, il bagliore della lama affilata a pochi centimetri dal suo viso gli ritornava in mente e un brivido di paura lo percorse.
Dopo quella scena disgustosa  tutto ritornò nel silenzio più assoluto, ogni movimento al di fuori della porta lo metteva in ansia, per due giorni non gli diedero nemmeno da mangiare, si riempiva lo stomaco con l’acqua di un rubinetto che c’era nella stanza….finché una notte, sentì muovere il chiavistello dell’uscio. Si mise subito sulla difensiva, ma riconobbe la figura che si insinuava in silenzio attraverso l’uscio e si calmò.
“Sei tu Rosalia?”, chiese sottovoce.
“Sì…devo parlarti”, rispose lei con un sussurro. Si misero a sedere sul letto, per Giulio la vicinanza di quella giovane donna era come una ventata d’aria fresca.
“Sei in pericolo… si sta mettendo male! , tua moglie non vuole pagare, anche perché non sa se sei ancora vivo, ti prego, fa’ quello che ti dicono…”, disse la ragazza prendendogli una mano. Nel buio della stanza Giulio sentiva il suo profumo, e la sua vicinanza lo turbava:
“Perché fai questo per me?…forse ti hanno mandato a convincermi”, chiese scostandosi.
“No…, ti giuro che io non c’entro con questa storia. Sono contro la violenza, contro il sopruso e non condivido quello che fa mio padre, purtroppo devo ubbidire altrimenti non mi lascia vivere…ma stanotte se ne sono andati e ho approfittato per venire ad avvisarti”. La sua voce era sincera e  Giulio lo capì.
“Ti ringrazio, farò come mi consigli, almeno avrò ancora qualche giorno di tregua”, disse.
Rosalia gli passò del pane e del salame: “Mangia qualcosa …domani si faranno ancora vivi. Ora devo andare”, si alzò, Giulio non vedeva il suo viso, ancora nascosto dal cappuccio.
“Toglilo…”, sussurrò alzando una mano, “voglio vederti”.
“No!”, esclamò lei, “e poi è buio, non riusciresti …”.
Si allontanò da lui in fretta, prima di uscire gli disse: “Verrò ancora”.
Vennero i suoi carcerieri e Giulio fece quello che gli dicevano: incise un nastro dove assicurava che stava bene e invitava la sua famiglia a pagare il riscatto.
Dopo questo,  per qualche tempo lo lasciarono in pace, Rosalia tenne fede alla sua promessa e una sera, all’imbrunire ritornò. Era vestita con un paio di jeans e una maglietta bianca che metteva in risalto il suo seno prosperoso, lo sguardo di Giulio tradiva la sua ammirazione:
“Sorpreso?”, chiese lei avvicinandosi maliziosa.
“No…sapevo che eri bella, ma ora voglio vedere anche il viso”,  con un gesto improvviso le tolse il cappuccio: i capelli neri e lucidi come seta le caddero sulle spalle e la bella faccia dai lineamenti marcati della donna del sud si rivelò in tutto il suo splendore: gli occhi verdi e grandi, ombreggiati da lunghe ciglia scure, contrastavano con i capelli corvini; la bocca carnosa lasciava intravvedere i denti bianchi e forti, un po’ irregolari. Rosalia cercò di coprirsi il viso con le mani ma Giulio le scostò, le sue dita leggere le accarezzarono la fronte soffermandosi sul piccolo neo fra le sopracciglia:
“Sembri una principessa indiana”, mormorò. I loro sguardi si incrociarono e le labbra si unirono in un bacio. Con uno scatto Rosalia si staccò da lui: “No…non posso…”, disse.
“Perché?”, rispose Giulio scostandole i capelli, ma lei fuggì lasciandolo sconvolto da quell’attimo dolcissimo, con ancora negli occhi la visione del suo viso. Quella notte era ancora sveglio quando sentì il rumore dell’uscio che si apriva, riconobbe subito l’ombra che si era intrufolata , la vide attraversare a tentoni la stanza e sdraiarsi sul letto accanto a lui, il profumo dei suoi capelli abbandonati sul cuscino lo stordì: “Rosalia!”, sussurrò. “Sono qui”, rispose lei. 
Da quel momento magico non furono più capaci di sottrarsi alla passione che li aveva catturati, per quattro giorni ogni notte Rosalia andava da lui, sfidando il pericolo di venire sorpresa, ma non le importava niente, doveva vivere fino in fondo quell’amore che non aveva mai trovato fino allora. E Giulio l’aspettava con la febbre nel sangue, tremando ad ogni rumore che preannunciava la sua visita: quando stava con Rosalia
dimenticava tutto, provava con lei sensazioni nuove, una tenerezza infinita nell’accarezzare quella pelle morbida e calda, una dolcezza mai provata quando toccava al buio i suoi lunghi capelli di seta.. 
 “Questa è l’ultima volta che ci incontriamo”, sussurrò lei  nella quarta notte dei loro incontri.
“Come fai a dirlo, non sappiamo cosa succederà di noi…”, rispose lui stringendola a sé.
“Domani sarai libero”, nella voce di Rosalia c’era tanta tristezza.
“Allora è tutto finito?”, chiese Giulio sorpreso.
“Finirà domani…te lo prometto…ma non mi cercare, la tua vita deve continuare come prima…con tua moglie”, concluse lei abbassando gli occhi.
Giulio le rialzò il viso e la baciò: “Non ti potrò mai dimenticare principessa, rimarrai sempre l’unico vero amore della mia vita. Non ti posso promettere che non ti cercherò, devo rivederti ancora….”, la strinse forte forte . Dagli occhi di Rosalia scese silenziosa una lacrima.
L’alba arrivò e lei se ne andò senza voltarsi. Poco dopo Giulio sentì al di fuori un rumore assordante di motori, la porta venne sfondata e sulla soglia si stagliò la figura di un militare che imbracciava un mitra.
“Ingegnere, è libero!”, disse l’uomo avanzando verso di lui.
Giulio attonito non si rendeva ancora conto di quello che era successo, uscì da quel tugurio maleodorante e la luce del sole gli fece strizzare gli occhi. Davanti a lui c’erano delle camionette dei Carabinieri, gli uomini armati spingevano con le canne dei mitragliatori altri uomini in manette. Finalmente poteva guardare in faccia i suoi sequestratori: riconobbe il boss dagli abiti e dagli stivali che indossava quando era entrato per l’ultima volta nella prigione, lo fissò dritto negli occhi e l’altro abbassò lo sguardo.
“Venga, ingegnere”, disse quello che sembrava il comandante, “ce l’abbiamo fatta! Li abbiamo catturati tutti, finalmente la giustizia ha trionfato!”
Giulio cercava con gli occhi Rosalia, con sollievo vide che non era fra gli arrestati.
“Come è successo?”, chiese ancora istupidito dalla sorpresa.
“La telefonata di una donna ci rivelato il nascondiglio, sulle prime si credeva alla solita soffiata di una mitomane, ma poi…abbiamo costatato che era tutto vero, “, rispose il capitano soddisfatto.
“Si sente bene?”, riprese l’uomo.
“L’importante è essere ancora vivo”, rispose Giulio, “vi ringrazio per avermi liberato”, si mise una mano sulla fronte, “sono molto stanco, la prego mi porti a casa…” , salì sulla jeep e, prima di partire si voltò ancora una volta a rivedere il luogo dove aveva tanto sofferto, ma anche dove aveva provato le emozioni più intense della sua vita.
Linda lo accolse con gioia: “Finalmente  l’incubo è finito… Come sei sciupato! Ora non ci pensare più, tutto ritornerà come prima in breve tempo, ne sono sicura.  Hai bisogno di riposare e di dimenticare”, gli disse abbracciandolo.
Come poteva dimenticare? Ci sarebbe voluto tanto tempo per ricominciare a vivere in modo normale, sentiva che i giorni trascorsi là dentro si erano impadroniti di lui, i ricordi di quando non poteva lavarsi, non aveva da mangiare, la paura che lo rendeva insonne,  lo perseguitavano, ma soprattutto lo torturava il ricordo di Rosalia: ogni notte viveva i momenti vissuti su quel letto sgangherato che allora gli sembrava il posto più bello del mondo. Percepiva accanto a sé il respiro di Linda che dormiva e la guardava sentendosi in colpa, ma non poteva farci niente, era difficile cancellare quel sentimento scoppiato all’improvviso e vissuto così brevemente da sembrargli un sogno.
Il clamore suscitato dalla sua liberazione non serviva certo a staccarlo dai ricordi, ogni giorno era costretto a rivivere la sua prigionia e questo gli era sempre più difficile da sopportare. Le interviste alla televisione, alla stampa, i lunghi interrogatori nella caserma dei carabinieri, erano diventati un incubo. Il capitano Giorgi, che dirigeva le indagini, si era messo in testa di individuare la misteriosa donna della telefonata e tempestava Giulio di domande ogni volta che l’aveva davanti. L’intuito e la lunga esperienza in casi analoghi gli avevano fatto cogliere negli occhi del suo interlocutore quell’attimo di indecisione quando gli aveva chiesto a bruciapelo: “Non ha mai visto o sentito una donna durante il sequestro?”. Ma Giulio si era immediatamente ripreso e aveva risposto “no” con decisione. L’avevano lasciato tranquillo per qualche tempo poi, una mattina si era presentato un giovane carabiniere che l’aveva gentilmente pregato di recarsi in caserma urgentemente.
“Ingegner Tomasi”, gli disse Giorgi fissandolo negli occhi, “avrei bisogno che lei identificasse una persona…”.



venerdì 5 aprile 2013

UN FIORE NEL FANGO

 Romanzo


  
La notte era chiara e l’aria ancora tiepida anche se era autunno inoltrato, la ghiaia del vialetto scricchiolava sotto le ruote del fuoristrada.  Giulio procedeva con prudenza per non schiacciare i piccoli animali notturni che uscivano nel buio dalle loro tane; i muri bianchi della villetta in stile mediterraneo s’intravvedevano attraverso i rami delle palme. Dietro le finestre illuminate c’era Linda che l’aspettava, sorrise guardando la luce, si passò una mano sulla fronte come per cancellare la stanchezza: tornava da un lungo viaggio d'affari  riguardanti l’impresa di costruzioni di cui era proprietario. Scese dalla vettura per aprire il portellone del garage: due ombre si materializzarono accanto a lui e un tampone gli soffocò in gola l’urlo di paura.
Quando si svegliò un dolore lancinante gli martellava le tempie, il suo sguardo vagò smarrito intorno ai muri, sul soffitto un grosso ragno stava intessendo la sua tela, Giulio si fermò confuso a osservare i movimenti lenti dell’insetto, ancora sotto l’effetto della droga non riusciva a coordinare i pensieri. Lentamente stava risalendo dal buco nero dell’incoscienza: “Dove sono? Chi mi ha portato qui?”.
 L’ultimo ricordo che la sua mente gli rimandava erano le finestre illuminate della sua villa, poi il buio.  La capanna in cui era rinchiuso era illuminata solo dallo spiraglio di luce che filtrava da una piccola finestra sul tetto, dalle assi malamente inchiodate del pavimento filtrava la sabbia, in lontananza sentiva il rumore del mare. Si alzò a fatica dalla branda e sentì una fitta, si toccò la gamba e la  mano afferrò una grossa catena lunga qualche metro che gli imprigionava la caviglia, intanto nella testa continuava a picchiare il chiodo doloroso che si accentuava ad ogni movimento. Su un tavolino c’era un catino e accanto una brocca piena: “Acqua…ho bisogno di acqua”. Si trascinò a fatica e bevve avidamente, il liquido gli entrò nello stomaco calmando l’arsura che aveva dentro, ne versò un po’ nel catino e si sciacquò il viso.
Il chiavistello arrugginito della porta si mosse stridendo, un uomo con il cappuccio nero in testa entrò:
“Ecco il nostro ingegnere…ti sei svegliato finalmente! Ti piace l’albergo? Non abbiamo trovato di meglio, ti dovrai adattare…”, in mano aveva un sacchetto. “Ti ho portato qualcosa da mangiare…così non andrai a dire che hai patito la fame!”. Con una risata  ironica appoggiò l’involucro sul tavolo..
 “Come mai sono qui? Tu chi sei?”, chiese Giulio, avrebbe voluto ribellarsi, ma era senza volontà. Negli occhi lucidi che lo fissavano dalle fessure del cappuccio passò un piccolo lampo: “Io sono solo un servo”, rispose l’altro, “il capo si degnerà di farti visita fra poco… chiedilo a lui perché sei qui!”, gli voltò le spalle e se ne andò richiudendo l’uscio dal di fuori con un sinistro rumore di ferraglia. Rimasto solo Giulio aprì il pacchetto che l’uomo gli aveva portato: la pagnotta e il pezzo di formaggio gli fecero voltare la testa disgustato, la nausea gli saliva fin nella gola; si rimise a sedere: “mi hanno sequestrato”, pensò, “no… non è possibile!…e adesso cosa faccio?”. Nella sua mente ancora annebbiata si stava facendo luce la realtà, immediatamente pensò a Linda. Quella sera era tornato carico di buoni propositi, era un periodo in cui fra di loro sembrava che non funzionasse più niente, non c’era più l’intesa di un tempo, ma lui sperava ancora di poter salvare il matrimonio, in fin dei conti era solo questione di cercare una via d’uscita, le incomprensioni potevano essere superate… ma non aveva avuto il tempo per dirle che il suo amore per lei non era cambiato. Ora era lì, imprigionato con quella catena al piede in balìa di una banda di delinquenti, non aveva paura per lui, sapeva già quello che l’aspettava, pensava invece al tormento che sua moglie avrebbe dovuto superare: le lunghe ore vicino al telefono in attesa di una chiamata, il clamore che inevitabilmente si sarebbe scatenato quando la notizia del sequestro si fosse diffusa, la ricerca del denaro per pagare il riscatto …tutti questi pensieri si affollavano nel suo cervello e  lo mettevano in uno stato ansioso che non riusciva a calmare. Doveva aspettarselo, era quasi un sequestro annunciato: da un po’ di tempo oscure minacce lo perseguitavano, ma non aveva voluto cedere al ricatto, sapeva che dietro quei messaggi intimidatori c’era una banda del luogo capitanata da un boss che non gradiva la sua intrusione in Sicilia per costruire un villaggio turistico in una zona dimenticata.  
Ancora lo stridere del catenaccio gli annunciò una visita: questa volta un uomo ben vestito stava entrando nella capanna, il viso nascosto dal solito cappuccio.
“Buon giorno ingegner Tomasi”, disse con un accento marcato, “ non ha voluto seguire i miei consigli e sono stato costretto a prendere provvedimenti…come vede”.
Giulio arretrò di qualche passo, l’alta figura dell’uomo che aveva accanto gli fece venire un brivido lungo la schiena. Si riprese. “Cosa volete da me ?”, chiese con voce ferma.
“Solo un po’ di soldi, se si comporta bene e soprattutto se i suoi famigliari non mettono i bastoni fra le ruote sarà tutto finito in breve tempo…questo è il prezzo che deve pagare per essere venuto a sconvolgere la mia terra”, l’uomo si sedette sulla sedia sgangherata, incrociò ostentatamente le gambe e accese un sigaro.
Il fumo acre invase la stanza, Giulio strinse i pugni per la rabbia:
“Siete dei banditi”, disse con la voce che gli tremava.
“Attento alle parole, giovanotto”, rispose minaccioso l’uomo, “non permetto a nessuno di insultami…”. Si alzò con un agile movimento e si avviò alla porta, “adesso me ne vado, tornerò quando sarà necessario”. Uscì lasciando dietro di sé la puzza del sigaro.
Per l’ingegnere cominciarono giorni di lenta agonia, nessuno si faceva vivo, tranne il garzone che gli portava il cibo, le ore erano sempre uguali, il giorno e la notte si alternavano nell’angosciosa attesa che accadesse qualcosa.. Il tempo era cambiato, ogni tanto qualche violento temporale sconvolgeva il silenzio, spesso il freddo gli entrava fin nelle ossa., sentiva la febbre arrivare con brividi violenti. Era ridotto male e se ne accorse il suo carceriere: “Cosa ti succede?”, gli chiese una mattina, aveva visto gli occhi arrossati e il pallore del suo prigioniero che non promettevano niente di buono; venne a fargli visita anche il capo, li sentì parlottare fra loro poi andarsene senza rivolgergli la parola. Una mattina, bendato e con le mani legate dietro la schiena lo fecero salire su una jeep e lo trasportarono altrove. “Vieni,”, gli dissero, “non possiamo perdere un  milione di euro…qui è troppo umido, ti stai ammalando…”
Quando gli tolsero la benda  si trovava nella stanza di una casa in muratura, i muri erano scrostati e vecchi, sicuramente era a piano terra perché non aveva fatto nessun gradino per entrare: forse era una malandata masseria in disuso. Sentiva un’aria diversa, più frizzante, come un odore di bosco, anche il cinguettio degli uccelli che proveniva da fuori gli fece capire di essere stato trasportato lontano dal mare, forse nella campagna  vicina. Un robusto portone di legno con grossi catenacci lo chiudeva dentro; le finestre erano sbarrate e non poteva guardare fuori per confermare la sua ipotesi; l’arredamento non era dei migliori, ma questa volta c’era un vero e proprio letto, anche se i materassi erano appiattiti e non esistevano lenzuola. Cercò di interrogare il ragazzotto addetto al suo pasto, ma non ebbe risposta…
“Forse si sono spaventati perché mi sono ammalato…se rimango vivo possono chiedere un riscatto con più facilità”, pensò, “certo che qui è un lusso in confronto a quella catapecchia…” Infatti si sentì meglio, dopo qualche giorno la febbre cessò, ma la  tortura psicologica non era finita, la sua fibra forte aveva reagito, però la sua volontà stava vacillando; non sapeva cosa stava succedendo fuori: gli avevano fatto delle foto mentre teneva in mano un quotidiano, poi più niente.
Una sera al posto del solito rozzo individuo entrò un giovane alto e sottile, vestito di una tuta sportiva e con il capo coperto da un passamontagna blu, Giulio lo guardò stupito perché aveva modi e portamento diversi dai tipi selvaggi che, fino ad allora l’avevano avvicinato. Si muoveva con disinvoltura, in silenzio posò il cibo sul tavolino, andò al rubinetto a riempire una caraffa d'acqua fresca e gli versò da bere. Sempre più meravigliato gli mise una mano su un braccio e lo fermò:
“Chi sei?”, gli chiese, “come mai non è venuto l’altro?”
Senza rispondere il ragazzo si liberò dalla stretta, dalla fessura del passamontagna si vedevano gli occhi verdi, le ciglia nere e lunghe e, fra le sopracciglia un piccolo neo. Uscì senza voltarsi indietro .  
 Nei giorni seguenti era sempre il nuovo vivandiere a portargli da mangiare, Giulio cercava di attaccare discorso ma non c’era niente da fare: dalla bocca del giovane non usciva nessun suono; qualche volta si intuiva, dall’espressione  degli occhi che avrebbe voluto rispondergli, ma si tratteneva.
Il tempo passava, ma per lui era sempre uguale, non sapeva quanti giorni erano trascorsi dal suo sequestro, anche l’orologio gli era stato sottratto e si regolava solo con la luce del sole che filtrava dalle fessure delle finestre sbarrate, il giorno e la notte si susseguivano senza che accadesse niente: ogni volta che una nuova alba si annunciava c’era sempre la speranza che fosse l’ultima trascorsa in quella prigione. Ormai i suoi nervi stavano cedendo, nessun altro entrava in quella stanza all’infuori del silenzioso ragazzo che regolarmente due volte al giorno gli portava qualcosa per non farlo morire d’inedia; era arrivato anche a parlare con se stesso pur di sentire il suono di una voce umana. Credeva di essere sull’orlo della follia e una volta che il ragazzo arrivò lo aggredì alle spalle:
“Rispondimi, bastardo….quando finirà questa tortura… dimmelo!”, gli gridò disperato.
L’altro si voltò e arretrò di fronte a lui: “Lasciami stare…se grido non la passerai liscia!”, urlò.
“Sei una donna!”, esclamò Giulio, “avevo avuto il sospetto…ti muovi con troppa grazia per essere uno di loro, ma con questi vestiti senza forma e quel passamontagna non ne ero sicuro…”, concluse lasciandosi andare sul letto al colmo dello stupore.
“Sì, sono una donna…e allora? Adesso cosa farai? Ti consiglio di non essere violento, perché mio padre non te lo perdonerebbe  mai!”, rispose la ragazza allontanandosi¸ chiuse la porta e lasciò Giulio annichilito.
 Qualche ora dopo il rumore dell’uscio che si apriva lo fece sobbalzare, aspettava con curiosità l’arrivo della
ragazza, chissà se avrebbe continuato con il mutismo ora che si era rivelata? Sperava proprio di poter avere qualche notizia, con una donna gli sembrava più facile chiedere…
“Come ti chiami?”, domandò appena la vide.
L’altra, che stava posando il  pane sul tavolino, non si voltò.
“Ti prego”, scongiurò , “rispondimi…non posso continuare così, sto diventando pazzo!”
 L’accento disperato di quelle parole colpì la giovane che si girò verso di lui:
“Mi chiamo Rosalia”, rispose sommessamente, “ma, mi raccomando, non dire a nessuno che ti ho parlato”, 
 nella sua voce c’era un accento di paura.
Giulio si avvicinò: “Perché fai questo? “, le chiese mettendole una mano sulle spalle e fissando il suo sguardo negli occhi verdi che brillavano dalle fessure del passamontagna.
La ragazza si scostò con un moto brusco: “Non ho altra scelta…sono costretta. Adesso basta, devo andare”, disse  improvvisamente allontanandosi. L’uomo rimase a fissare la porta chiusa, la sua mente sconvolta aveva recepito un piccolo messaggio di speranza: era convinto di poter arrivare a sapere quando sarebbe finito il suo calvario attraverso le informazioni di quella ragazza. Ce l’avrebbe messa tutta per farla parlare, ormai aveva rotto il ghiaccio e solo il pensiero di poter sapere qualcosa di più gli toglieva l’ansia che aveva addosso da quando era rimasto recluso in quella stanza.
(continua)

giovedì 28 marzo 2013

Finale : TESTIMONE A SORPRESA


«Non può entrare, commissario, questo poveretto deve essere visitato, venga in un altro momento…adesso mi scusi, ma devo andare», disse un medico con un tono leggermente nervoso.
Parisi rimase a fermo in corridoio per qualche secondo, poi se ne andò:
«Verrò fra un paio di giorni, tanto non scappa…», brontolò.
 Mentre tornava in commissariato pensava all’incidente: era una casualità oppure c’era sotto qualcosa di più serio? L’accattone era lo stesso che era stato travolto dalla corsa del presunto omicida in fuga; questo pensiero gli apriva una scatoletta nel cervello che avrebbe potuto contenere qualcosa di importante. Per il momento accantonò la miriade di pensieri che gli si affollavano in testa e si ripromise di interrogare in un secondo tempo il mendicante ferito.
Loredana andava sempre in palestra, era soddisfatta perché oltre a proseguire  le indagini era dimagrita qualche chilo. Con tatto e pazienza era riuscita a entrare in confidenza con Cristiana, ma la donna non aveva mai oltrepassato quella cortina di riserbo che impediva di conoscerla meglio.
«Sei sposata?», le chiese un giorno la poliziotta.
L’altra rimase un attimo silenziosa:
«No», rispose laconica, poi riprese: «ma ho un figlio di sei anni», la bocca sorrideva ma gli occhi erano spenti.
Loredana non chiese altro, ma sentì che c’era qualcosa di oscuro nello sguardo della sua trainer.
Una sera rimase un po’ più del solito e  la palestra stava per chiudere. Si affrettò a  vestirsi per uscire, sulla porta incontrò Cristiana che teneva per mano un bambino:
«E’ tuo figlio?...  come ti chiami?».
«Federico», rispose il piccolo alzando il viso verso di lei. Loredana notò un livido sotto l’occhio destro.
«Sei caduto?», domandò. Il ragazzino stava per rispondere, ma la mamma lo anticipò :
«Ha battuto contro lo spigolo della porta», si affrettò a dire, «scusami ma devo andare, ci vediamo domani»,  e se andò quasi di corsa trascinando il figlio interrompendo bruscamente la conversazione. Loredana, da brava poliziotta, si chiese come mai quella fretta…e la seguì. . Poco dopo la vettura di Cristiana si fermò davanti a un negozio di articoli di pelletteria, l’aspettò finché la vide uscire con un trolley e un borsone che infilò nel portabagagli.
«Questa se ne va», pensò, non sapeva il motivo ma intuiva che doveva fermarla .
Riferì a Parisi ciò che sapeva dell’amante del dottor Merli e il commissario non ci pensò su nemmeno un secondo:
«Devo vederla, falla venire in commissariato. Voglio sapere di più sulla vita del dottore, da quello che dicono non era un tipo molto simpatico anzi, era un rissoso e qualche volta anche violento, aveva parecchi nemici sul lavoro, senza parlare della moglie che lo odiava. Sentiamo anche l’amante…poi vorrei fare due chiacchiere col mendicante ancora in ospedale…così il cerchio si chiude», affermò lasciandosi andare sulla sedia girevole.
 Quando Cristiana varcò la soglia del commissariato, la prima persona che incontrò fu Loredana,  sgranò gli occhi per la sorpresa e il suo sguardo percorse tutta la figura in divisa:
«Sei una poliziotta?», chiese incredula.
«Sì…sono proprio io, mi dispiace, ma faccio questo mestiere», rispose lei.
L’altra si girò come se avesse voglia di scappare, ma Loredana la trattenne:
«Vieni, il commissario ti aspetta», disse decisa e l’accompagnò nell’ufficio del superiore.
Seduta sulla sedia davanti a Parisi la donna si tormentava le mani in preda a un nervosismo che non riusciva a trattenere.
«Dov’era alle tredici e trenta del 28 giugno?», chiese lui a bruciapelo.
Lei si accomodò meglio poi rispose sicura:
«A  casa».
«Può dimostrarlo?», continuò il commissario.
«No….ma  non capisco… non sospetterà di me, per caso?».
«Cara signora, qui c’è un delitto e devo trovare un colpevole. E’ mio dovere interrogare chi faceva parte della vita dottor Merli e lei era la donna con cui viveva ultimamente, o sbaglio?», concluse Parisi.
«Sì…ma io non c’entro, lui era uscito quella mattina per andare in clinica e non l’ho più rivisto, ho saputo della sua morte per caso…dal telegiornale». La donna parlava talmente sottovoce che quasi non si sentiva . Parisi che nel suo mestiere era diventato anche un po' psicologo, si accorse che Cristiana gli sfuggiva, non lo guardava mai negli occhi e abbassava lo sguardo non appena si sentiva osservata. La tenne sotto interrogatorio per quasi un’ora, poi la lasciò andare. Dopo quel colloquio nella sua mente si era accesa una lampadina..
«Caputo, muoviti, andiamo all’ospedale a sentire il barbone! spero che sia in grado di rispondermi».
  Quando  si allontanò dal letto del mendicante, Parisi era pensieroso. Uscì dall’ospedale e s’infilò in macchina senza parlare, Loredana era al volante e lo stava osservando con la coda dell’occhio preoccupata: quando era così aveva in mente qualcosa  e si aspettava di tutto. Infatti dopo pochi minuti il capo sbottò:
«Quell’uomo domani sarà dimesso, ha soltanto qualche contusione, ma mi ha promesso di tornare all’angolo della strada per chiedere l’elemosina come ha sempre fatto».
«Cosa vuol dire “mi ha promesso”?», chiese Loredana senza capire.
«Sì, ho in mente un piano e ho chiesto la sua collaborazione, in poche parole: lui è l’unico testimone che ha incontrato faccia a faccia quello che potrebbe essere l’assassino, infatti sono convinto che l’incidente della moto non sia stato casuale: chi l’ha investito ha cercato di farlo fuori, e sono certo che ci riproverà, non so in che modo, ma lo farà! ».
«Allora vuole dire che quell’uomo si è prestato a collaborare?», chiese Loredana .
«Proprio così…è stato coraggioso…ma gli ho assicurato che sarà sotto protezione giorno e notte. Ho già qualche sospetto sul colpevole e se tutto va come penso fra poco sapremo la verità».
«Non ho dubbi, commissario, quando lei  fiuta qualcosa è sempre sulla pista giusta», scherzò la Caputo.
   Da quel pomeriggio erano passati due giorni, l’accattone stava sull’angolo della strada seduto sul suo sgabello, con la mano tesa chiedeva l’elemosina ai passanti, nei dintorni gli agenti coordinati da Loredana si fingevano operai addetti a lavori stradali. Fino quel momento non era successo nulla di insolito, la giornata era quasi finita, stava diventando buio e un rombo di motore ruppe l’aria, un centauro con tanto di casco nero arrivò come un bolide e puntò diritto sul barbone. Con un balzo da acrobata un agente si lanciò sull’uomo, lo spostò e lo mise in salvo.. Il motociclista cercò di fuggire, ma la squadra dei poliziotti si lanciò all’inseguimento e lo bloccò dopo qualche metro.
«Vediamo chi sei!», affermò l’agente speciale Caputo togliendogli con un gesto deciso il casco,
«Cristiana?!», esclamò stupefatta.
La donna in tuta nera rimase ferma un istante, poi tentò di divincolarsi:
«Non mi prenderete!», gridò. Ma non fece un passo in più, l’immobilizzarono e qualcuno le mise le manette.
Cristiana si rivolse al mendicante che appoggiato a un muro non si muoveva:
«Non sono riuscita a liberarmi di te… eri l’unico che mi aveva vista in faccia e soltanto tu potevi riconoscermi», mormorò sconfitta.
«Hai fatto un passo falso, Cristiana…», disse Loredana mentre l’accompagnava alla Pantera della Polizia.
«Perché?», domandò lei.
«Quell’uomo è cieco…non ti avrebbe mai riconosciuto, sei caduta nel tranello del commissario Parisi», concluse la poliziotta spingendola dentro la vettura. L’altra si voltò e dopo qualche secondo scoppiò in un riso isterico: « Se non fossi tornata l’avrei fatta franca!».
«Probabilmente sì, ma al destino non si sfugge», commentò Caputo.
«Andiamo…adesso è finita! Vorrei soltanto parlare con mio figlio», chiese sommessamente.
Loredana le porse il cellulare: «Chiamalo…».
Alla centrale di polizia Parisi attendeva l’arrivo della squadra omicidi, l’operazione si era conclusa nel modo previsto, anche questa volta era riuscito a prendere il colpevole.

La personal trainer confessò l’omicidio:
«Quando l’avevo conosciuto credevo fosse l’uomo della mia vita, mi faceva sentire una regina:  un gentiluomo d’altri tempi. Ero rimasta vedova da poco con un bambino da mantenere e lui mi aveva ridato la gioia di vivere. Ci siamo frequentati finché aveva deciso di stabilirsi da me….poi, improvvisamente era cambiato tutto, con il passare del tempo aveva mostrato la sua vera faccia, …  era un violento, mi picchiava e…picchiava  anche il mio bambino…non ce la facevo più!  Il giorno prima aveva buttato a terra Federico che  aveva sbattuto la testa e aveva perso i sensi, ho urlato e lui mi ha coperto di botte …così ho deciso di farlo fuori. Il giorno dopo sono andata con lui  e…quando ci siamo fermati, l’ho colpito con un coltello.  L’odio che covavo dentro mi ha dato tanta forza da spaccargli il cuore!!! Poi sono fuggita, ho passato ore tremende pensando di essere stata riconosciuta dal barbone , ho cercato di eliminarlo una prima volta ma ero troppo tesa e ho sbagliato il colpo. Me ne volevo andare, ho comperato due biglietti per il Brasile,  ma dopo l’interrogatorio ho deciso di togliere di mezzo il testimone, ma …come potevo sapere che non ci vedeva! »,  la confessione si era conclusa e lei si alzò per andare in carcere accompagnata da due agenti.
Prima di uscire si volse verso il commissario:
«Le devo chiedere un favore…mandi Loredana a casa mia, lì c’è mia madre con Federico, dica al mio bambino che la mamma è partita per un viaggio, ma spera di tornare presto».
Parisi sentì come un groppo in gola:
«Va bene,lo farò. Con queste attenuanti credo proprio che il suo viaggio sarà breve!», riuscì a dire.
Cristiana seguì i poliziotti e il commissario chiamò la Caputo:
«Togliti la divisa e vai dal suo bambino, so che gli dirai le parole giuste!  Chiudi la porta, non ci sono per nessuno», appoggiò i gomiti sulla scrivania, si prese la testa fra le mani, chiuse gli occhi in cerca di un po’ di pace: era stata una terribile giornata!
 FINE








     

martedì 12 marzo 2013

TESTIMONE A SORPRESA


Il ragazzo, in piedi davanti al tavolo, aspettava che Parisi si decidesse a dargli retta:
«Commissario cosa le porto?», disse per la seconda volta leggermente innervosito.
Alex Parisi era immerso nella lettura del giornale e alzò gli occhi su di lui:
 «Hai detto qualcosa?», chiese serafico.
L’altro lo guardò stupito:
«Sì, è la terza volta che le chiedo cosa desidera di secondo».
«Ah. Sì! Scusami , portami una bistecca con patatine »,  rispose a mezza voce, dopodiché si dedicò alle notizie del quotidiano, incurante di quello che gli stava attorno.
Poco dopo, stava affrontando senza entusiasmo la fetta di carne che il cameriere gli aveva appena portato e  che aveva l’aria di non essere molto morbida,  quando un urlo acuto lo fece sobbalzare ; guardò fuori e vide della gente attorno a una vettura grigia posteggiata proprio davanti al ristorante.
 Seguendo il suo istinto di poliziotto, scattò in piedi e uscì, si guardò intorno per rendersi conto di quello che stava accadendo: un tipo non molto alto che indossava un giubbotto nero e un berretto di lana, stava correndo sul marciapiede della parte opposta della strada, scansando i passanti che rischiavano di essere travolti. Infatti, poco prima di svoltare l’angolo investì un accattone  che lo afferrò  per una manica  per non cadere, si guardarono in faccia, poi quel tale con uno strattone si liberò e continuò la fuga.    
Parisi si precipitò all’inseguimento, ma l’altro ormai era troppo lontano, scomparve dalla sua vista, lui si fermò con le braccia lungo i fianchi ormai senza speranza di acchiapparlo.
  Tornò sui suoi passi e si avvicinò alla gente che stava commentando.  Facendosi largo raggiunse la Toyota che tutti stavano osservando:
«Polizia», disse mostrando il distintivo, i curiosi si spostarono per lasciarlo passare.
Una donna, seduta su un gradino stava singhiozzando.
«Là…là dentro…c’è un morto..è orribile», la poveretta non riusciva a calmarsi.
Parisi guardò all’interno della vettura dove c’era  il corpo di un uomo di mezza età, un filo di sangue raggrumato gli sporcava la bocca e la giacca all’altezza del cuore era intrisa di sangue. Aprì la portiera e purtroppo costatò che quell’uomo era morto,
Il commissario si abbassò a parlare con la donna che non si era ancora calmata, un cane bianco a macchie nere era sdraiato accanto a lei e la guardava con un’espressione quasi umana, tristissima.
«E’ lei che ha gridato?», chiese .
La donna scosse la testa per dire di sì:
 «Passavo di qui con la mia cagnetta, Miky mi tirava il guinzaglio in maniera diversa dal solito, guaiva e appena ci siamo avvicinate alla macchina mi ha dato uno strattone e si è arrampicata sui vetri, così ho guardato dentro e …ho visto quel tale che non si muoveva, credevo fosse addormentato, poi ho guardato meglio e mi sono accorta del sangue sparso sui sedili…», balbettò.
«No..non lo conosco, non so chi sia…non l’ho mai visto», rispose poi alle domande del commissario.
 Parisi si mise subito in contatto con la centrale:
«Mandate una pattuglia e un’ambulanza all’incrocio con via Garibaldi».
«Vengo subito commissario, cosa è successo?», chiese Loredana Caputo che aveva preso la telefonata. 
  Parisi in poche parole la mise al corrente, poi, mentre stava aspettando la squadra mobile, entrò nella vettura: frugò nelle tasche del morto per cercare i documenti, ma non trovò nulla, erano vuote, non c’era nemmeno il cellulare. Poi gli venne in mente che la Toyota doveva avere un libretto, cercò nel cassettino e lo trovò.
ʺFranco Merli», c’era scritto e di seguito tutti i dati del poveretto riverso sui sedili.
Il suono lacerante dell’ambulanza si stava avvicinando, poco dopo anche la pantera della Polizia arrivò sul posto.
Loredana non aveva ancora fatto tempo a scendere che si sentì chiamare:
«Fai rimuovere il corpo, ispeziona la macchina e prendere le impronte …insomma fai tutto quello che devi fare, poi sappimi dire chi era», disse il commissario accennando al cadavere, e le mise in mano il libretto della macchina.
La ragazza annuì e si mise all’opera. Parisi rimase sul posto finché gli agenti della squadra non ebbero  finito, tornò al commissariato incupito, era sempre così quando era costretto a vedere il corpo senza vita di un uomo assassinato brutalmente.
Poche ore dopo, al commissariato l’agente speciale Loredana Caputo entrò nel suo ufficio:
«Novità?», chiese Parisi.
«Commissario, ho le generalità della vittima», esclamò trionfante, « si chiamava Franco Merli, era un medico, sposato con tre figli, aveva quarantacinque anni, e lavorava alla Clinica Villa Verde», rispose tutto d’un fiato lei.
«Purtroppo bisogna avvisare la famiglia…lo vuoi fare  tu?», domandò ancora il commissario, «anzi sarebbe meglio andare a casa del dottore e parlare con la moglie, comincia a fare qualche domanda, in seguito la farò venire in commissariato per saperne di più. Non me la sento di interrogarla adesso…sarà un bel colpo sapere che il marito è morto!», concluse amaramente.
La villa del medico era all’estremità della periferia, Loredana suonò, un domestico di colore aprì la porta:
«Desidera?», chiese guardandola con sospetto.
«Dovrei parlare con la signora Merli», affermò l’agente.
«Attenda, per favore».
Poco dopo arrivò una giovane donna bruna che si fermò di colpo alla vista di Loredana in divisa da poliziotta.
«Polizia? Perché», nella sua voce c’era il tremore di chi si aspetta qualcosa di brutto.
«Posso entrare?», domandò Loredana.
La signora si spostò: «Prego, si accomodi».
La condusse in un salone arredato con buon gusto, con un cenno mostrò il divano, sedendosi a sua volta rigida, in attesa …
La Caputo non sapeva da dove cominciare, poi si fece forza la mise al corrente dell’omicidio di suo marito cercando le parole più appropriate. Era sempre una cosa atroce dover dare queste notizie!
La reazione della donna la stupì: non si scompose più di tanto, si aggrappò ai braccioli della poltrona e rimase muta per qualche istante. Infine balbettò: «Era solo?»
«Doveva esserci qualcuno con lui?», chiese stupita Loredana.
«Non so…erano giorni che non lo vedevo, stava dalla sua amante», rimase un attimo a pensare poi chiese timidamente, quasi sottovoce, «non si sa chi l’ha ucciso?»
Loredana la guardò, nemmeno una lacrima negli occhi chiari:
 «No…cominceremo le indagini dopo aver avuto la certezza che sia lui. Devo chiederle di venire con me a riconoscere il corpo», concluse leggermente a disagio.
«Va bene…aspetti qualche minuto per favore», ripose la donna fredda, senza nessuna emozione…e se ne andò seguita dallo sguardo attonito della poliziotta.
«E’ lui!», affermò poi la signora Merli davanti alla salma del marito, era pallidissima con il viso contratto e lo sguardo duro.
«Posso andare?», chiese qualche minuto dopo.
«Va bene, però dovrebbe tenersi a disposizione, il commissario vuole fare quattro chiacchiere con lei». La signora annuì e Loredana la salutò  sempre più sorpresa ma poi pensò che quella donna  preferiva vedere  il marito morto piuttosto che fra le braccia di un’altra.
Alex Parisi si mise subito in moto:
«Caputo!», la voce stentorea attraversò il corridoio e arrivò nell’ufficio di fronte.
 «Eccomi commissario», rispose subito lei abituata a essere interpellata in modo alquanto vivace.
«Ho saputo che il dottor Merli aveva un’amante», affermò il commissario senza tanti preamboli.
«Sì…così mi ha detto la moglie».
«Allora informati e sappimi dire chi è, vorrei conoscerla e sapere qualcosa di più riguardo a questo medico».
Così Loredana cominciò a indagare con la solita professionalità, era una brava poliziotta e ci teneva a dimostrarlo.
Chiedendo alle persone giuste arrivò a conoscere il nome della donna che aveva indotto il dottor Merli ad abbandonare la famiglia e l’indirizzo dove abitava.. In borghese, senza la divisa, andò a chiedere informazioni alla portinaia del condominio:
«Cristiana Venturi abita qui?», chiese.
La donna la guardò con sospetto, rimase un attimo in silenzio poi si lasciò andare:
«Abitava qui, si è trasferita due mesi fa e non l’ho più rivista. Penso sia andata a stare con il suo fidanzato, un bell’uomo, più anziano di lei», si fermò e squadrò Loredana da capo a piedi, «è una sua amica?», chiese .
«Sì, è un sacco che non ci vediamo…sa dirmi il nuovo indirizzo?.
«No…ma la trova alla palestra Virtus dove fa la personal trainer», aggiunse la custode.
Soddisfatta delle informazioni  Caputo si precipitò in palestra dove si iscrisse e chiese di essere seguita da Cristiana, una bella bionda muscolosa che cominciò subito il suo lavoro.... e Loredana sudò  al vogatore, poi al tapis-roulant, indi alla cyclette…non ce la faceva più! Ma quando uscì  aveva qualche informazione in più riguardante la nuova compagna del medico assassinato. Fra una sudata e l’altra la personal trainer si era messa a parlare e le aveva detto di avere un bambino di tre anni.
Era il figlio del dottor Merli? Questo Loredana non lo poteva sapere, ma già le bastava per mettere in moto il suo istinto investigatore, si riprometteva di entrare in confidenza per farla parlare e entrare così di straforo nella sua vita. 
Il commissario Parisi intanto mandava avanti le sue indagini. .Nell’ambito della clinica dove lavorava il medico interrogò colleghi e personale.    
«Non era molto ben visto», si lasciò scappare un infermiere, «era un arrivista che non aveva scrupoli…litigava spesso. Molti hanno detto: «se lo meritava!», quando hanno saputo che era stato ammazzato».
«C’era qualcuno che lo odiava?», azzardò il commissario.
«L’ultima volta l’ho visto proprio qui, in questo ambulatorio…stava litigando con il padre di una paziente deceduta dopo essere stata operata da lui. Urlava come un matto e l’altro se era andato minacciandolo», concluse l’uomo.
Parisi stava ascoltando interessato, un orizzonte nuovo si apriva, la pista della vendetta di un padre poteva anche essere buona. Tornò al posto di polizia con il pensiero fisso di convocare quell’uomo che aveva perso la figlia per colpa del dottor Merli.
Era l’una passata, l’ora in cui di solito il commissario consumava il suo pasto solitario, e anche quel giorno entrò nella trattoria “Da Mimmo” e si sedette al solito tavolo. Mentre aspettava, guardando fuori, si accorse di un insolito via vai e si alzò per guardare: un gruppo di gente ferma davanti al chiosco del fioraio stava osservando qualcosa  per terra.
«Scusa», disse al cameriere, «vengo subito, porta quello che vuoi..», uscì e si diresse verso il capannello di persone.
Un uomo era sdraiato per terra e si lamentava: «E’ stato investito da una moto», disse un ragazzo.
«Ero lì e ho visto l’incidente: un pazzo si è diretto su quel poveretto deciso a stenderlo…poi è scappato», aggiunse un tale, «aveva un giubbotto di pelle e un casco nero, non si poteva vederlo in faccia…non saprei riconoscerlo, ma giuro che ha proprio tentato di ucciderlo!».
In quel momento l’ambulanza arrivò e portò via il mendicante dolorante ma per fortuna non in gravi condizioni.

  (continua)









 





mercoledì 9 gennaio 2013

L'ORCOBALENO


L'ORCOBALENO

In Val di Nebbia, alle pendici del Monte Grigio, c'era un piccolo paese chiamato Nerofumo; gli abitanti erano sempre tristi e immusoniti: in quel posto non c'era mai il sole, l'atmosfera era nebbiosa, le case, le strade color cenere. I gatti naturalmente erano solo grigi e i cani pure...la gente non rideva mai, tutti avevano gli occhi spenti, la bocca in giù e le spalle curve. Ma in quel disgraziatissimo paese c'era un'altra terribile cosa: in un castello immerso in una fitta foresta viveva un orco, del quale si sentivano ogni tanto le grida, ma che nessuno aveva mai visto. Era lo spauracchio di tutti, specialmente dei bambini che, ogni volta che facevano un capriccio o non volevano mangiare la minestra, si sentivano dire: "Guarda che ti porto dall'orco, sai?". E così la gente passava le sue giornate tristemente.
Un bel giorno a Nerofumo successe una cosa straordinaria: arrivò in paese una roulotte che trainava un'automobile rossa.
 I paesani guardavano con occhi spalancati quel piccolo convoglio attraversare le vie del villaggio; nessuno era arrivato prima di allora fin lì e tutti andavano a vedere la novità. Dall'auto uscirono un papà, una mamma e un bambino biondo. I tre si guardarono intorno sbigottiti senza capire dove fossero finiti, era tutto così grigio che non riuscivano a distinguere bene né le case né il paesaggio. Il bambino biondo stringeva fra le braccia una bella palla colorata.
"Dove siamo?", chiese. Nessuno gli rispose. Allora, spazientito il piccolo disse: "Questo posto non mi piace...voglio andare via!".
Un ragazzino di Nerofumo si avvicinò all'automobile rossa e la toccò, anche gli altri bambini si avvicinarono per vedere quello strano colore che non conoscevano. "Che bello!", esclamarono in coro. Mentre tutti facevano crocchio attorno alla vettura, questa a poco a poco sbiadì, la palla  del bimbo cadde per terra e...appena toccò il suolo i colori svanirono e diventò grigia.
I nuovi arrivati guardarono sbigottiti quel cambiamento:
"Cosa succede?...dobbiamo fare qualcosa!", esclamarono in preda al panico.
"Non c'è niente da fare...", disse con voce mesta un vecchietto, "ormai anche voi siete stati toccati dall' incantesimo che ci perseguita da tanto tempo...forse è tutta colpa dell'orco!".
"Quale orco?", chiese il bambino che era diventato biondo-cenere. "Io voglio andare da lui, deve ridarmi la mia palla colorata!", e  si mise a piangere come una fontana.
Il papà non sapeva più cosa fare, si guardava intorno in cerca di aiuto, ma invano, ormai tutti si erano allontanati, solo una donna disse: "Se volete trovarlo dovete attraversare il bosco, in fondo c’è un castello di pietra grigia: l'orco abita lì…buona fortuna!" , disse e se ne andò di corsa. 
 "Vieni", disse il papà al figlio in lacrime. "Andiamo voglio conoscerlo e cercare di convincerlo a far tornare la tua palla com'era..." .
 Prese il bimbo per mano e insieme si avviarono lungo il sentiero indicato dalla donna. Una fitta vegetazione impediva il cammino e dovettero farsi largo fra le erbacce. Dopo molta fatica riuscirono a raggiungere il cancello di ferro che chiudeva l'accesso a un grande castello.
Tutte le finestre erano sbarrate, ma dall'interno si sentivano venire strani rumori. I due esitarono intimoriti, poi si fecero coraggio e tirarono la corda di una campana arrugginita. I rintocchi risuonarono lugubremente nella valle.  Una voce cavernosa li fece sobbalzare: “Chi è là ?”, poi videro aprirsi una finestra.
Il papà e il bambino avevano una fifa terribile:
"Vogliamo parlare con l'orco", risposero con la voce tremante. "Siamo due forestieri, fateci entrare per favore!". Ci fu un momento di terribile silenzio, poi dall'interno venne la risposta:
"Sono io...siete sicuri di volermi vedere? Nessuno è mai venuto qui dentro, non avete paura?"
"No, aprici", dissero loro con voce sicura.
Come per incantesimo il cancello si aprì e padre e figlio percorsero un vialetto pieno di sterpaglie guardandosi intorno, arrivarono alla pesante porta che, in un attimo si spalancò...
 Un bagliore accecante uscì dall'interno; varcarono la soglia e si trovarono in un mondo di meravigliosi colori: giallo, rosso, azzurro, blu, verde, arancione....era tutto fantastico, sfavillante! Uccellini colorati volavano per l'aria, pappagalli variopinti saltellavano qua e là.
L'orco, il terribile orco che impauriva tutti quanti era un omino tondo e roseo che, con voce profonda disse: "Benvenuti!".
I due visitatori si guardarono attorno meravigliati:
"Ma tu, sei proprio l'orco?", chiese il papà.
Il bimbo, osservando attentamente tutto ciò che vedeva, esclamò:
 "E' bello qui...guarda quanti colori!...sembrano quelli dell'arcobaleno!".
"Io mi chiamo Orcobaleno, sai?", gli rispose l'orco con la faccia triste, "nel mio castello tutto è colorato, ma nessuno viene mai a trovarmi e tutti hanno paura di me. Allora sono costretto a starmene qui, solo tutto il giorno, senza poter mai parlare con nessuno. Voi siete i primi con cui scambio una parola e questo mi fa molto felice!"
"Vuoi dire che se tu uscissi di qui porteresti i tuoi colori anche in paese?", gli chiese ancora il bimbo.
"Certo, amici miei…se potessi uscire, tutto ritornerebbe come prima”
"Anche la mia palla?", insisté il bimbo che era ridiventato di un bel biondo luminoso.
"Certamente!", rispose Orcobaleno. "Ma ...per rompere l'incantesimo qualcuno deve venire con me, senza paura...deve essermi amico... Aspettavo questo momento ma nessuno aveva mai osato venire fin qui”.
"Io sono tuo amico...andiamo!" esclamò il bambino con entusiasmo e gli offrì la manina.
Orcobaleno lo guardò stupito, ma non se lo fece dire due volte, varcò il cancello del  giardino e al suo passaggio tutto cominciò a risplendere: il verde brillante delle foglie, il giallo delle spighe di grano, l'azzurro del cielo...e i tanti meravigliosi colori dei fiori nei giardini.
Povero Orcobaleno! Era felice di uscire dalla sua tana nella quale, per un malvagio incantesimo, era stato relegato per tanto tempo, finalmente poteva farsi vedere e parlare con la gente.
 Tutti lo credevano un orco cattivo ed ora poteva dimostrare che era soltanto un orco che aveva bisogno di amicizia. Gli abitanti del villaggio in un primo momento rimasero sbalorditi, poi vedendo ritornare il mondo colorato, accolsero Orcobaleno con grandi feste.
Da quel momento decisero di tenerlo per sempre con loro. Il castello dell’orco diventò un grande parco di divertimenti dove i bambini del paese, nei giorni di festa andavano in giostra e mangiavano lo zucchero filato.







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