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domenica 4 settembre 2016

TUTTO COMINCIO' IN UN GIORNO D'ESTATE - 2° PUNTATA


“Come stai?”; disse  lui puntandole addosso quegli occhi che la turbavano, “non ti ho più vista…”.

“Sono andata in giro con amici”, rispose Nadia con un certo distacco: era in collera con se stessa perché quando lo vedeva si sentiva rimescolare tutta.

“Fai colazione con me? qui fanno un ottimo  cappuccino!”, insistette ancora il giovanotto.

“ Lo so” rispose lei , “ ci vengo spesso”.

Il cappuccio con brioche che ogni mattina le sembrava delizioso, in quel momento le andò quasi per traverso:
“Cosa devi fare ?… vuoi venire a fare un giro in barca?”, le stava chiedendo Rudy.

Certo che era un tipo insistente!…ci pensò su qualche secondo poi accettò, sapendo di sbagliare: quel ragazzo aveva un fascino che l’attraeva... “in fin dei conti non faccio niente di male, solo una gita in barca”, si disse per giustificarsi.

Al porto affittarono una barchetta e Rudy cominciò a remare, passando davanti al grosso motoscafo di Nadia si lasciò scappare :
“Guarda qui…quei pieni di soldi…figli di papà che non sanno cos'è la vita , quella vera! e pensare che tanta gente se la guadagna la pagnotta, come me per esempio. Stamattina sono rientrato alle quattro distrutto. Poi ho dovuto lasciare la stanza perché il tale che la divide con me doveva fare entrare una ragazza…avrò dormito tre ore…”, brontolando  si avviò verso la piccola barca a remi che li stava aspettando.
Nadia non profferì parola, assentì chinando il capo.

  Si allontanarono vogando lentamente e si diressero verso la spiaggetta di Paraggi: si erano tolti i vestiti ed erano rimasti in costume. Approdarono in un angolo nascosto, Rudy tirò in secco la barca e si stesero al sole. Lui si mise accanto a Nadia e le prese una mano:
"Hai un ragazzo?", le domandò mentre aveva gli occhi chiusi. Perché Nadia aveva risposto di no?. . non se lo spiegava, ma le era venuto spontaneo rispondere così. In quel momento non c’era nessuno nella sua vita, neppure Matteo… stesa su una roccia calda, con i raggi che le bruciavano la pelle, vicina a Rudy, stava vivendo un momento magico. Poi se ne sarebbe pentita, ne era certa, ma quello era l’attimo fuggente che voleva prendere e godere fino in fondo. Strinse la mano del ragazzo e rimase così, immobile ad aspettare che qualcosa la togliesse da quella beatitudine, oppure che il suo destino si compisse in quel momento. E così fu, perché anche per Rudy avvenne la stessa cosa, accarezzò il corpo di Nadia e non si seppe più trattenere: nessuno li osservava in quel momento, la baciò lungamente con tutta la passione che aveva dentro.

Nadia non avrebbe mai creduto che si potesse essere tanto felici, non aveva termini di paragone perché Matteo era stato il primo e unico amore e non sapeva che c’era un altro tipo di amore, quello che ti fa vibrare dentro, tremare, soffrire…

Dopo quella giornata vissuta in un’altra dimensione e come se i loro corpi appartenessero ad altri, tornarono nel porticciolo, quando il tramonto tingeva di rosso il mare.

 “Ti accompagno a casa”, propose Rudy.

Nadia sobbalzò: “No…vado da sola…non ti preoccupare”.

Lui sorrise: “Non scherzare…non ti lascerei andare sola per nessun motivo”, disse, “ora voglio stare con te più tempo possibile”.

Nadia fu obbligata ad accettare, ma fece la strada che la separava dalla villa col cuore che le batteva forte, non poteva confessare di essere la figlia del proprietario e quando arrivarono davanti al cancello si fermò: “Abito qui”, disse sottovoce.

“Accipicchia…ma chi sei?”, chiese lui sgranando gli occhi.

“Solo la nipote del custode”, rispose lei precipitosamente.

“Allora ci vediamo domani…ciao amore, ti amo!”, l’abbracciò così stretta che le fece mancare il respiro.

Nadia si avviò verso casa come in trance: era accaduto tutto così in fretta che ancora non se ne rendeva conto. Si stava svegliando a poco a poco dal sogno nel quale era stata avvolta fino a quel momento.
A casa trovò i messaggi di Matteo, la sua voce che usciva dalla segreteria le fece un certo effetto: in quella giornata così densa di emozioni l’aveva dimenticato! Come aveva potuto? Mentre ascoltava le sue parole si sentiva sopraffare dai sensi di colpa…però ciò che aveva provato durante il tempo trascorso con Rudy era stato troppo bello…dentro di sé si sentiva un verme nei confronti del fidanzato ma non poteva fare a meno di sentire il cuore palpitare in modo diverso quando pensava al giovane fotografo americano.

Più tardi Matteo le telefonò: “Amore come stai?…mi manchi…”, il tono affettuoso della sua voce la ferì, in quei pochi giorni lui era rimasto lo stesso ma lei era cambiata, se ne stava accorgendo in quel momento.. Dopo la lunga conversazione, dove Matteo le riconfermò il suo amore, si sentì ancor di più colpevole.

“Cosa hai fatto oggi?”; le stava chiedendo il suo ragazzo. Come poteva dirgli che aveva preso il sole, sdraiata accanto a un altro e che, attirata da lui l’aveva baciato appassionatamente? Così mentì rispondendo alla sua domanda:
“Ti ho pensato tanto…”, poi aggiunse: “Torna presto….”,  voleva cercare di superare quel momento di smarrimento e ritrovare la sua vita .  

Il mattino seguente, dopo una notte trascorsa a pensare, si avviò verso il porto per incontrare Rudy e dirgli  tutto di lei: chi era, che doveva sposarsi presto …insomma  voleva  rimettere le cose a posto come se nulla fosse accaduto.  Però si accorse che non era così facile, quando lo rivide ebbe la conferma di aver preso una formidabile sbandata per quello straniero con lo sguardo tenero, anche se non sapeva niente di lui…una morsa le afferrò la gola e l’emozione le fece tremare le gambe. Era questo l’amore? Fino a quel momento aveva creduto che ciò che provava per Matteo fosse il massimo del sentimento, ma ora accorgeva che le emozioni erano diverse e intense…non sapeva che si potesse arrivare a tanto…perciò tenne il suo segreto tutto per sé.

“Vieni…oggi ho preso lo stipendio e sono ricco…ti porto in un ristorantino dove si mangia benissimo”, Rudy appena la vide la prese per mano e la condusse verso la moto parcheggiata poco lontano.

“Si va con questa?”, chiese lei, non era avvezza ad andare su una due ruote, era stata abituata ad essere trasportata su vetture potenti e di lusso. Salì sul sellino posteriore un po’ titubante; percorsero i pochi chilometri che li dividevano da Rapallo a velocità sostenuta, ad ogni curva Nadia si abbarbicava alla schiena di Rudy e chiudeva gli occhi sperando che quel tormento finisse presto….non era fatta per andare in moto!

La trattoria in un vecchio carrugio era una di quelle a conduzione familiare, alla buona, con i tavoli con le tovagliette a quadri. Nadia entrò e il suo sguardo percorse l’ambiente che, a differenza dei ristoranti che frequentava con Matteo, le apparve squallido e poco confortevole: l’odore di fritto aleggiava per l’aria,  i clienti parlavano a voce alta, c’era un chiasso fastidioso; Rudy notò il suo disagio:
“Non ti piace?”, chiese, “non guardare l’ambiente, qui fanno le trenette col pesto più buone di tutta la Riviera…dai vieni, sediamoci altrimenti non troveremo più posto”. Si inoltrò e si sistemò ad un tavolo apparecchiato con piatti di ceramica a disegni floreali:
“Ecco qui va benissimo…ho una fame!”, disse entusiasta il ragazzo scostando una sedia.

Lei si sedette un po’ rigida: in quella trattoria non si trovava a suo agio…ma a poco a poco l’atmosfera paesana la conquistò, mangiò di gusto il piatto di pasta  che una donna robusta con la faccia simpatica le aveva portato. Quando poi arrivò il fritto misto di pesce aveva lasciato nel dimenticatoio i vari ristoranti con quattro camerieri dietro le spalle ed era passata dalla parte della trattoria casalinga dove tutto ciò che vedeva era tanto semplice da sembrare finto…

Dopo il caffè e l’amaro offerti dal padrone, mano nella mano camminarono per le vie strette della cittadina ligure, si ripararono dal sole sotto le palme della passeggiata sul mare, beati di stare vicini, e di accorgersi di essere fatti l’uno per l’altra.

“Non avrei mai creduto di incontrarti…ti aspettavo da tempo”, disse ad un tratto Rudy fissando la sua compagna intensamente. Lei non seppe rispondere, avrebbe voluto dire che anche per lei era la stessa cosa, ma il pensiero di Matteo la frenava, risentiva la sua voce: “ciao amore…mi manchi…”.

“Andiamo a casa mia…la stanza è libera, il mio amico è tornato in città per qualche giorno…”, propose lui accarezzandole dolcemente i capelli…la sua mano indugiò fra la chioma bionda e un’intensa emozione trasparì dagli occhi verdi. Lo sguardo di Nadia percorse il volto di Rudy: doveva decidere della sua vita in quel momento…il desiderio era forte, avrebbe voluto rispondere di sì, subito…perché doveva respingere quel sentimento?…ma le si pararono davanti tutte le difficoltà in cui andava incontro se avesse scelto il suo istinto…oltre al fatto di confessare a Matteo il tradimento, avrebbe dovuto affrontare il giudizio dei genitori e di tutto il mondo cui apparteneva…amici, parenti, praticamente sarebbe diventata la pecora nera della famiglia.

“Ti senti bene?”, le chiese Rudy vedendola così assorta, “sto aspettando una risposta, amore mio”.

Lei si scosse e finalmente trovò dentro di sé il coraggio di scegliere ciò che in quel momento le dettava il cuore. “Andiamo”, rispose stringendosi a lui. La strada del ritorno le sembrò molto più lunga e quando entrarono nella stanzetta in una vecchia casa che era stata in passato di pescatori, si strinsero fino a farsi mancare il respiro e si amarono appassionatamente su un lettino col copriletto azzurro a disegni astratti che in quel momento sembrò a Nadia quello di un hotel a quattro stelle.

Dopo, sdraiato accanto a lei Rudy le stava accarezzando i capelli biondi e lisci come la seta.

“E’ stato bellissimo…”, mormorò, “mi chiedo come ho fatto a vivere fino ad oggi senza queste emozioni”.

Lei lo fissò negli occhi: “Ti sarai fatta un’opinione pessima di me…non ci conosciamo e sono già a letto con te…”, disse a bassa voce vergognandosi un po’.

Il ragazzo si alzò a sedere:
“So che doveva succedere…non penso nulla , sento che è stata la stessa magia che mi ha colpito appena ti ho vista….e per te è stata la stessa cosa…”.

Nadia annuì in silenzio, si accostò a lui e lo baciò, gli accarezzò il viso e passò una mano sui capelli arruffati: “Come mai sei venuto in Italia?”, gli chiese poi.

“Te l’ho detto, voglio fare il fotografo… un richiamo prepotente mi ha portato in questo meraviglioso paese….qui c’è l’arte, la storia…qui ci sono mille occasioni per fotografare la bellezza. Sono partito contro il parere della mia famiglia, ed ora sono felice di averlo fatto…ho incontrato te…in un secondo tempo verrà anche il lavoro, ne sono sicuro”, affermò Rudy, “… ora vorrei sapere tu chi sei, oltre ad essere la ragazza speciale che ho incontrato sulla mia strada?”, concluse sorridendo.

Lei  non rispose subito, decise di non rivelare la sua vera identità ormai non poteva più smentirsi….si ricordava di aver detto che lavorava in un giornale:

“Sono impiegata in una casa editrice di Milano…”, rispose a mezza voce.

“Interessante…”, rispose lui, “ho sempre desiderato lavorare per la stampa… fare servizi per un settimanale, sarebbe il massimo”, confessò lui, “ma sono soltanto sogni…vedremo…finita la stagione mi metterò seriamente in cerca di un lavoro. Qui la vita è cara e non mi rimane in tasca nulla dello stipendio di barman…”.

Nadia sentì una fitta allo stomaco, perché non poteva aiutarlo, lei che poteva? Ma ormai si era messa su una strada dalla quale era difficile tornare indietro.

“Rudy guardò l’orologio: “Accipicchia…è tardi, devo andare a lavorare. Sapessi quanto mi dispiace lasciarti!”, esclamò accarezzandole il viso, “ti accompagno a casa poi me ne vado”.

Scesero in fretta le scale strette e buie, la moto li aspettava in strada.

“Andiamo nella tua bella villa….certo che sei fortunata ad avere uno zio che abita lì”, esclamò montando in sella.

 Dal grande cancello di ferro battuto stava uscendo la moglie del custode, la donna sgranò gli occhi nel vedere Nadia scendere dal sellino della moto di uno sconosciuto. La ragazza si sentì morire: “ecco, si disse, adesso viene fuori tutto…speriamo che Rosa non faccia qualche gaffe… “, pensò allarmata.

“Fermati qui per favore”, disse a Rudy poco prima di arrivare, “non mi voglio far vedere da mia zia”.

“Ormai ci ha già visti”, rispose lui incamminandosi per andare a salutarla.

Quasi un grido strozzato uscì dall’ugola di Nadia. “No!”,

Lui si voltò stupito: Perché?”, chiese serafico.

“Tu non la conosci…è severissima, mi ha proibito di andare in moto…mi farebbe una scenata”, riuscì a dire tutto d’un botto la ragazza che aveva il cuore in gola.

Rudy si fermò: “OK non sapevo questo lato del carattere della zia”.

“Sai…si sente responsabile nei confronti dei miei genitori…ha paura che mi succeda un incidente”, ormai mentiva con disinvoltura meravigliandosi di se stessa…

Salutò Rudy e s’incamminò per il vialetto, nella villa vicina la finestra del salone era illuminata. Di solito a quell’ora era tutto buio tranne le luci della dependance. Le venne il sospetto che fosse tornato Matteo, infatti controllò il cellulare che aveva lasciato a casa e vide che c’erano diverse chiamate senza risposta, tutte dal numero del suo fidanzato. Uscì di nuovo e andò suonare al cancello vicino.

Matteo l’accolse un po’ freddamente, ma Nadia non volle accorgersene.
“Sei tornato improvvisamente…perché non mi hai avvertito?”, gli chiese.

“Ti ho chiamata tutto il santo giorno…al telefono fisso e al cellulare, ma non sono riuscito a parlarti…dove sei stata?”, domandò leggermente seccato

Nadia presa alla sprovvista non seppe rispondere subito, poi ebbe un lampo di genio: ormai era diventata una professionista nel creare bugie da spifferare con disinvoltura.

“Sono stata a Rapallo a fare shopping”, disse stirando le labbra in un sorrisetto e cercando di dare un tono veritiero alle sue parole.

“Da sola?…ho chiesto anche a Paolo ma mi ha detto che non ti vede da tre giorni…”, affermò lui sarcastico.

“Paolo mi ha seccato…non stavo bene e sono rimasta in casa”, ribatté Nadia continuando a mentire.

 “Va bene…non parliamone più…vieni qui”, disse lui abbracciandola e cercando la sua bocca. La giovane sentì irrigidirsi qualcosa dentro…tentò di scostarsi, ma capì che non lo poteva fare.

Il bacio, che fino a tre giorni prima era stato un’attrazione reciproca era diventato un dovere al quale non si poteva sottrarre. Il suo cuore era a pezzi, il pensiero andava a qualche ora prima quando aveva fatto l’amore con Rudy, si sentiva a disagio e non sapeva come affrontare il futuro da quel momento in poi…Si era cacciata in un pasticcio dal quale era costretta ad uscire: o mandava all’aria il matrimonio, ed allora avrebbe dovuto dire anche a Rudy che aveva mentito, oppure doveva accettare di restare la tranquilla fidanzata in attesa delle nozze…a meno che non decidesse di confessare tutto! In quei brevi minuti decise della sua vita: capì che non poteva rinunciare al grande amore, piuttosto avrebbe affrontato quello che l’aspettava… e allora scelse di dire la verità.

“Devo parlarti”, disse a Matteo facendo uno sforzo tremendo. Lui si accorse del suo disagio e lo scambiò per risentimento: “Scusami per prima, non volevo offenderti…”, disse abbracciandola.

Nadia con il viso contro il suo petto tremava, stava cercando dentro di sé il coraggio che non aveva…Matteo si scostò e la guardò intensamente: “Mi hai perdonato? Non parliamone più…anzi usciamo stasera?”, disse conciliante. Lei assentì in silenzio, non ebbe l’animo di mettere in pratica il suo proposito, capì di aver perso la battaglia contro se stessa e…rinunciò a parlare..

“Prima andiamo a mangiare la zuppa di pesce al “Gambero rosso”, poi finiamo la serata al Covo…noi due soli…sperando di non incontrare nessuno che ci conosca. Voglio stare con te stasera”.

Nadia sobbalzò: al Covo no, non ci poteva andare…al massimo sarebbe andata al ristorante, e dopo avrebbe trovato una scusa..

La cena a due si trascinò senza entusiasmo, Matteo si stava accorgendo del distacco della sua ragazza.

“Tesoro…ti senti bene?”; domandò ad un tratto rompendo un silenzio imbarazzante.

“Perché mi fai questa domanda?”.

“Hai un atteggiamento strano, come se dovessi dirmi qualcosa”; continuò lui guardandola con intenzione.

Nadia pensò che aveva proprio ragione, eccome se doveva dirgli qualcosa….doveva dirgli che gli voleva bene dopo tanti anni passati insieme, ma che non l’amava più…doveva dirgli che aveva incontrato l’amore quello vero, quello che lei non sospettava nemmeno che esistesse…quante cose doveva dirgli…ma non disse niente…allungò una mano sul tavolo per cercare una delle sue:
“No…non c’è nulla che devi sapere….tutto è come sempre…ma ho un feroce mal di testa, scusami ma faccio fatica a parlare…”, disse la ragazza stringendosi le tempie.

“Se è così andiamo subito a casa…prendi un calmante e ti stendi sul letto…forse hai bisogno di dormire”, concluse Matteo.

“Ti ringrazio, domani starò meglio, stasera non sono nella forma migliore…mi dispiace”.

 

                                                                                                                                            ( continua)

 

  

 

 

lunedì 29 agosto 2016

TUTTO COMINCIO' IN UN GIORNO D'ESTATE


 

 

   Il  ragazzo si scostò con un salto appena in tempo per evitare   la Ferrari che  saliva rombando sulla la strada che da Santa Margherita va  a Portofino: “ Acc… bello essere ricchi!”, brontolò seguendo con lo sguardo il bolide che si allontanava.

A  bordo c’erano Matteo e Nadia, rappresentanti di quell’universo dorato in cui avevano tutto: denaro, fortuna, lusso e anche l’amore.  Si conoscevano fin da piccoli, da grandi si erano innamorati e avevano deciso  sposarsi con la benedizione delle rispettive famiglie. Ricchi e belli formavano una coppia Vip, spesso in copertina dei rotocalchi come esempio di felicità.

 La  giornata era splendida: l’immensa distesa del mare punteggiata dalle vele bianche di una regata, brillava sotto i raggi del sole, il promontorio di Portofino apparve dietro la curva; Nadia si scostò una ciocca di capelli che  il vento aveva scompigliato.

“Siamo arrivati…restiamo qualche giorno in villa poi torniamo a casa, ci sono ancora un mucchio di cose da fare…pensa che non ho ancora spedito le partecipazioni e nemmeno gli inviti…”, disse.

Matteo guidava con il braccio fuori dal finestrino, si voltò verso di lei:
“Tutto quello che vuoi…per me non fa nessuna differenza…ho bisogno solo di fare una pausa dal lavoro…sono stressato”, rispose distratto. “ricordati di invitare anche i Rossini, mi servono per concludere un affare…e poi prendi accordi con la stampa”, continuò distratto imboccando un vialetto nascosto fra i pini marittimi.  Con una brusca frenata l’auto si fermò davanti alla villa: una splendida costruzione in stile neo-classico, circondata da un parco profumato dai fiori bianchi delle magnolie….. I due giovani scesero dalla vettura, il giardiniere si avvicinò:
“Ben arrivati…”, disse prendendo le valige dal portabagagli.

“Grazie Antonio…quando hai finito metti la macchina nel box”, ordinò Matteo, si stirò e prese la ventiquattrore dal sedile. Anche Nadia uscì indolenzita dall’abitacolo: avevano fatto tutta una tirata senza mai fermarsi, nemmeno a prendere un caffè al grill.

Salirono, mano nella mano, la scala che portava alla vetrata d’ingresso, insieme erano veramente un bella coppia. Lei bionda, alta, esile, con un viso dai lineamenti delicati, gli occhi chiarissimi e la bocca carnosa. Matteo bruno, atletico, con una bella faccia intrigante, di quelle che rimangono nella memoria. Anche il suo modo di fare attirava le donne: molto virile, brusco e sbrigativo, senza indulgenze verso tutto ciò che poteva essere scambiato per debolezza. 

La casa, di proprietà della famiglia di Matteo, era adiacente a quella dei Franchi, genitori di Nadia.

 I due ragazzi erano figli unici ed eredi di potenze industriali e finanziarie di enorme portata; per loro era naturale avere dimore principesche in ogni parte del mondo, yacht alla rada nei porti d’élite, un parco macchine a disposizione: dall’utilitaria per girare in città alla supersportiva di lusso per correre in autostrada, senza contare gli aerei privati che potevano portarli ovunque. Matteo si occupava dell’enorme capitale di famiglia diversificato in holding in vari settori; Nadia per hobby faceva la giornalista in un periodico femminile della  casa editrice di proprietà del padre, si  occupava di servizi di moda e tempo perso...il resto lo i piegava in viaggi e shopping.  


“Rimani qui stanotte o vai a villa Mimosa?”, chiese il giovane entrando nel salone arredato con mobili d’epoca, i  tendaggi alle finestre  rendevano l’ambiente fresco, molto gradevole nella giornata estiva.

“Preferirei rimanere….di là non c’è nessuno, mia madre è ai Caraibi e mio padre è rimasto in città”, rispose Nadia lasciandosi andare sulla poltrona di velluto blu, “Sono distrutta e…ho una sete terribile”.

Chiamarono Carlotta, e si fecero servire due drink ghiacciati:
“Che meraviglia!…ci voleva proprio”, esclamò la ragazza dopo aver trangugiato avidamente la bevanda.

“Vieni qui…”, disse Matteo passandole il braccio attorno alle spalle, “Ho voglia di fare l’amore con te…oggi sei divina…” concluse con la voce roca dal desiderio.

 Si alzarono avvinghiati per andare ad amarsi in una delle tante camere già pronte per la notte…

Nadia era innamorata di Matteo, aveva per lui un’attrazione fisica prepotente, ogni volta che facevano l’amore provava sensazioni bellissime.  Lui era stato il primo e ancora l’unico, con lui era diventata donna, lo considerava l’uomo della sua vita e sperava che nulla potesse cambiare: doveva essere così per sempre. Era bella e ricca, molti avrebbero fatto carte false pur di arrivare a conquistarla, ma lei non aveva occhi che per il suo Matteo.

 Si alzarono dal letto e  si affacciarono alla terrazza a picco sul mare, c’era tanto silenzio in quel momento, il sole era al tramonto  tingeva di rosso il mare:

“Andiamo a prendere l’aperitivo in piazzetta?”, domandò Nadia sottovoce, ancora turbata per gli attimi di passione vissuti poco prima.

Lui la guardò:

 “Va bene, cucciolo…così salutiamo la compagnia, ci saranno tutti sicuramente”, rispose rivestendosi. Arrivarono verso l’ora di cena; i tavolini all’aperto del bar sul porticciolo, erano quasi tutti occupati.

 La sera era dolce e lo sciabordio dell’acqua contro i motoscafi ancorati produceva un suono piacevole, rilassante… Molti turisti si godevano la pace di quell’angolo di paradiso.

“Guarda chi si vede”, disse un giovane alzandosi dalla sedia per andare incontro ai due ragazzi, un altro gruppo si mosse…..pacche sulle spalle, urla di benvenuto ed epiteti vari!

“Cosa facciamo stasera?”, chiese Paolo.

“Potremmo andare al Covo”, propose Patrizia

“Ma nooo…andiamo a Rapallo”, ribatté una voce ..

“Mettiamo ai voti”, disse qualcuno.

Per otto a dieci vinse il Covo. Dopo aver mangiato il pesce nel ristorante sotto i portici, la compagnia si mosse verso la mezzanotte per arrivare poco dopo al locale più “in” della Riviera di Levante.

 Entrarono nella caratteristica costruzione in pietra a picco sul mare con la voglia di divertirsi; era domenica e c’era la ressa dei giorni festivi, nella grande sala la musica suonava incessante: i ragazzi si lanciarono sulla pista a ballare.

Il dee-jey alla console, un tipo con i capelli lunghi e una fascia sulla fronte, incitava a scatenarsi: “Forza ragazzi…spassiamocela…la vita è breve…” Paolo, un altro dei ricchi e famosi, cercò Nadia nella confusione generale: quando la trovò la prese per un braccio e cominciò a dimenarsi a suon di musica davanti a lei. … Tum…tum…tum…il ritmo scandito dalla batteria spezzava l’aria greve della discoteca:
“E’ vero che ti sposi?”, urlò il ragazzo.

Nadia a sua volta rispose alzando la voce per farsi sentire: “Sì…perché?”.

Tum…tum…tum…il ritmo si faceva sempre più pressante.

   “Sei sicura di quello che fai?”, incalzò lui senza smettere di ballare.

“Certo…non sono mai stata così convinta…ma a te, cosa importa?”, ribatté la ragazza.

“Con questa confusione non sento niente…vieni, andiamo fuori”, propose Paolo.

 Nadia cercò invano Matteo per avvertirlo, in mezzo al caos l’aveva perso di vista.

Il cielo era punteggiato da miriadi di stelle e la notte era serena; la luce fredda della luna illuminava la terrazza sul mare. Paolo cinse con un braccio la vita di Nadia:

 “Posso parlarti un attimo?”, i suoi occhi brillavano come se avesse la febbre..

La ragazza lo guardò meravigliata, scostandosi:

“Si può sapere cosa devi dirmi di tanto importante?”.

Il giovane avvicinò il viso e la prese di sorpresa, la sua bocca si incollò su quella di Nadia.

Lei si divincolò con forza: “Sei diventato scemo?”, urlò, la mano partì e si fermò con violenza sulla guancia di Paolo.

 “Non ti sei mai accorta che mi sei sempre piaciuta?”, continuò il ragazzo strofinandosi la faccia; poi ricominciò a cercare di baciarla…

“Smettila…cosa ti prende… stasera hai bevuto troppo”, con uno strattone Nadia si divincolò dalla presa.

In quel momento una voce maschile uscì dal buio:
“Lasciala stare”, disse un ragazzo avanzando minacciosamente verso Paolo. Questi si girò come una furia:
“E tu chi sei?…non sono fatti tuoi, non impicciarti altrimenti…”.

“Altrimenti che cosa?”, si fece sotto lo sconosciuto: i visi dei due giovani erano vicinissimi, si guardavano con astio pronti ad accapigliarsi…

Nadia si precipitò fra di loro tentando di dividerli: “Basta!”, urlò…ma Paolo si era già lanciato sull’avversario buttandolo per terra. L’altro, di corporatura molto più forte, si rialzò e sferrò un pugno sulla spalla di Paolo… La ragazza non sapeva più cosa fare, cercò in tutti i modi di farli smettere, finché il nuovo arrivato, la fissò a lungo, sembrava volesse dirle qualcosa, ma se ne andò senza voltarsi.

Paolo non commentò…guardò Nadia con sufficienza:
“ Meno male che se l’è squagliata…ha capito che con me c’era poco da fare…Dai, torniamo dentro anche tu però…quante storie per un bacetto…hai trovato anche il paladino che ti ha salvata dal bruto…”, borbottò ricomponendosi “Ti pregherei di non spifferare in giro ciò che è successo questa sera”! aggiunse con un tono di voce tagliente.

“Me ne guardo bene! Ci faresti una magra figura…”, rispose risentita la ragazza.

 Quando raggiunsero gli amici, dalle loro bocche non uscì nulla sull’accaduto, ma Nadia aveva cambiato umore

“Torniamo a casa”, pregò, rivolgendosi a Matteo che la stava osservando preoccupato.

“E’ successo qualcosa ?”, chiese notando il viso della sua ragazza che aveva l’espressione alterata.

“No…questo baccano mi fa scoppiare la testa”, rispose la giovane stringendosi le tempie.

Mentre tornavano alla villa Nadia ripensò all’increscioso episodio: certamente era stato un bicchiere di troppo a far perdere il controllo a Paolo…non diede importanza alla cosa, altre volte, quando beveva si era comportato in modo strano… le venne in mente anche il ragazzo che aveva preso le sue difese: chissà chi era quel tipo, mica male però…la terrazza era poco illuminata ma aveva avuto modo di accorgersi che aveva un bel fisico…e dei bei muscoli.. anche la faccia era interessante, un po’ rude, forse, ma probabilmente erano le circostanze che avevano indurito l’espressione…prendersi a pugni con un altro non era piacevole…

Il giorno dopo, Matteo ricevette una telefonata che lo richiamava subito in città:

“Mi dispiace, ma dobbiamo tornare…volevo fare una pausa…ma non mi è permesso…ci sono grane in vista”, affermò rimettendo in tasca il cellulare con gesto nervoso.

 Guardò Nadia avvilito: “Non so proprio cosa fare…”, aggiunse allargando le braccia.
“Uffa…siamo appena arrivati… senti…perché non vai tu, io rimango, a villa Mimosa c’è il custode con la moglie, non ti devi preoccupare per me, starò benissimo, qualche volta è piacevole rimanere qualche giorno soli con se stessi…”, disse alzando lo sguardo verso lui

“Mi dispiace lasciarti, ma non posso proprio rifiutare, la mia presenza è indispensabile. Se vuoi rimanere, mi raccomando, stai attenta, non ti mettere nelle grane e….ricordati che dobbiamo sposarci!”, ribatté sorridendo.

 Matteo ripartì a bordo del suo bolide e Nadia si trasferì nella villa di famiglia, non era la prima volta che rimaneva da sola….sapeva come passare il tempo :  passeggiate rilassanti e qualche bagno in mare .

Decise quella stessa mattina di andare lungo il sentiero all’ombra di oliveti e pini marittimi che conduce a Portofino Vetta per ammirare ancora una volta lo stupendo panorama.

Con comode scarpe da jogging cominciò la camminata. La brezza marina mitigava il calore del sole, Nadia a passo svelto si inerpicava sulla salita godendo della limpida giornata, là in fondo l’azzurro dell’ampia distesa lucente le apriva il cuore, sentiva i polmoni aprirsi per respirare quell’aria che sapeva di salmastro e che le accarezzava i capelli. Era in un momento di beatitudine, stava gustando quegli attimi di felicità che capitano raramente; ogni tanto veniva superata da persone in vena di fare una bella sgambata in quella mattina serena. Più avanti notò un uomo, in bilico su un sasso ai bordi della strada, che stava fotografando il panorama. Mano a mano che le distanze si ravvicinavano le sembrò di riconoscere in lui il difensore della notte. Per paura di fare una gaffe non osò salutarlo, ma lui la vide e le sorrise:
“Ciao…guarda chi si vede…sei la ragazza di ieri sera?”, le chiese spostandosi dalla precaria posizione in cui si era andato a cacciare e venendole incontro. Nadia rimase un attimo perplessa, visto da vicino e alla luce del sole era molto diverso, aveva perso quell’aria da bullo che aveva sulla terrazza, anche il suo sguardo era cambiato, era molto più dolce.

“Sì…”, rispose titubante.

“Sono contento di vederti, avrei voluto salutarti, ma ero troppo arrabbiato, quel tale ti stava importunando e non sono stato capace di tacere…come è andata a finire?”, domandò.

“Ti ringrazio dell’intervento…ma quello era un mio amico che faceva lo stupido, era soltanto ubriaco ma…non pericoloso”, rispose lei.

“Allora vuol dire che ci siamo dati dei cazzotti per niente?”, obiettò il giovanotto.

“Mi dispiace, non avrei voluto che la cosa finisse in rissa…non ho fatto in tempo a fermarti, sei partito come un fulmine… io mi chiamo Nadia”, affermò allungando una mano.

“ E io sono Rudy”, ribatté lui.

Rimasero così a guardarsi per qualche secondo: “Non sei italiano?”, chiese la ragazza notando il suo accento straniero.

“No…sono americano, della California…però mio bisnonno era siciliano”, rispose lui sorridendo.

“Ho capito subito che non eri di qui…nessuno avrebbe preso le mie difese, anche se si fosse trattato di uno stupro in piena regola”, scherzò Nadia. “Che bella macchina fotografica!”, esclamò poi notando il vistoso apparecchio che Rudy teneva in mano.

“E’ professionale, sono fotografo”, rispose il giovane.

“Interessante…per chi lavori?”, chiese ancora lei.

“Veramente sto ancora cercando …tante promesse ma niente di serio, per il momento mi guadagno la vita facendo il barman nel locale dove mi hai incontrato ieri sera…ecco perché mi hai visto là…non ero un cliente, non me lo posso permettere, lì ci sono solo figli di papà pieni di soldi”, affermò lievemente sarcastico.

Nadia in quel momento si sentì quasi in colpa: lei era una di quelle. Guardò attentamente il ragazzo che aveva di fronte: indossava jeans stinti e stracciati, polo bianca, un cappellino con visiera e…le fece un’ottima impressione. Lui stava facendo la stessa cosa nei suoi riguardi, la stava osservando compiaciuto.

“E tu cosa fai?…”, domandò lui dopo l’attento esame.

Lei  ebbe un attimo di perplessità, non le veniva la risposta pronta.

“Sono stato indiscreto?, scusami”, disse Rudy vedendo la sua esitazione.

“No…anch’io lavoro…in un giornale”, rispose precipitosamente.

“Adesso sei in ferie?”, continuò lui.

“Sì…sì…sono qui in vacanza da mia zia”, mentì Nadia.

Rudy si avvicinò: “Dove stai andando?”, come un martello pneumatico la bombardava di domande, Nadia si sentì sotto processo e cercò di tergiversare, non aveva nessuna intenzione di passare la mattinata con quel tipo anche se le era simpatico.

“Vado a fare semplicemente una passeggiata”, rispose infastidita, “ ma ora…scusami sono in ritardo, mi aspetta un’amica”.

 Lesse la delusione negli occhi di lui: “Allora ti lascio andare…però sono contento di averti vista”, disse cercando le sue mani. Nadia si ritrasse, anche perché si era accorta di essere attratta da quel ragazzo con gli occhi verdi e il ciuffo rossiccio. Riprese il cammino seguita dallo sguardo di Rudy che stava ammirando le sue gambe abbronzate che uscivano dagli shorts.

Durante i giorni successivi Nadia trascorse le giornate con la solita compagnia, c’era sempre qualcuno che organizzava qualcosa: la gita in motoscafo, le immersioni sub fino al Cristo degli Abissi, poi la sera se ne andavano preferibilmente nelle discoteche dei paesi vicini, Paraggi, Santa Margherita, Rapallo erano le loro mete preferite.

 Nadia  non pensava più al giovane americano conosciuto in circostanze particolari finché un giorno lo vide seduto al bar dove andava di solito a  fare colazione.


(continua)





venerdì 17 giugno 2016

Storie per tutti.: FORSE TI RIVEDRO'

Storie per tutti.: FORSE TI RIVEDRO':       I ricordi delle scene di guerra gli tormentavano la mente, la tragedia di morti, feriti, bambini e donne straziati l’aveva im...

giovedì 16 giugno 2016

FORSE TI RIVEDRO'


 


 

 I ricordi delle scene di guerra gli tormentavano la mente, la tragedia di morti, feriti, bambini e donne straziati l’aveva immortalata nel servizio fotografico che aveva fatto nella zona di guerra in Siria, scattare quelle foto gli era costato parecchio: emozione, paura e fatica, ma Alex Giuliani, reporter free-lance, innamorato del suo lavoro non aveva badato a niente. Era stanco,  aveva trovato un posto all’ultimo minuto sul volo per l’Italia, si era seduto e aveva chiuso gli occhi cercando di rilassarsi, non si era accorto che, accanto a lui, una giovane donna era in difficoltà.
 La ragazza aveva le mani abbarbicate ai braccioli del sedile, il viso terreo, si vedeva che cercava in tutti i modi di dominarsi. Il volo procedeva bene, ma ciò che si vedeva fuori poteva aumentare l’ansia per chi aveva paura di volare: nuvole nere si stavano addensando e c’era in arrivo un temporale. I vetri dei finestrini si appannarono, un colpo di vento fece sbandare l’aereo, di poco, ma sufficiente a mettere addosso il terrore all’agitata passeggera. Alex fu costretto ad uscire dal torpore da un lamento proveniente dalla sua destra, si girò e quasi si spaventò: la giovane era irrigidita, con gli occhi sbarrati, in preda ad un attacco di panico.
«Si sente male?», chiese preoccupato, pronto a chiedere aiuto al personale di volo.
Lei si scosse, lo guardò con occhi spaventati:
«Non si preoccupi, sto bene. Ma, le chiedo un favore: posso prenderle una mano? mi farebbe stare meglio», affermò arrossendo.
Alex sorrise: «Se questo l’aiuta, non è un problema», rispose cercando la mano della sua vicina e stringendola con la sua. Le dita sottili si serrarono come una morsa:
«Si calmi, non possiamo arrivare a destinazione così, mi blocca la circolazione», disse ancora lui pazientemente. La ragazza allentò la presa:
«Scusi, ha ragione; mi rendo conto d’essere ridicola, ma non ci posso fare niente, ho sempre avuto paura di volare e ogni volta per me è una tragedia, ho bisogno di un contatto umano per superare la crisi».
«Se dobbiamo stare uniti, almeno presentiamoci: sono Alex, giornalista, abituato ad ogni sorta di pericolo», affermò il giovanotto.
Sul viso di lei spuntò un sorriso: «Sono lieta di conoscerti, mi chiamo Miriam, archeologa e reduce da una spedizione di tre mesi nella necropoli di Dedan, nel deserto arabico, dovrei anch’io essere abituata a tutto, però il mio tallone d’Achille è proprio l’aereo, so di essere ridicola, ma capita anche a chi  è più  forte di me, perciò mi consolo», rispose; la tensione si era allentata e il momento difficile stava passando.
Lui notò che aveva un sorriso particolare, luminoso e che gli occhi erano nocciola, dolci e sereni. I due giovani trascorsero le ore del viaggio piacevolmente, lui raccontò che  i servizi fotografici che proponeva ai più noti settimanali erano spesso in zone di guerra dove il coraggio non basta a superare la paura vera delle bombe che esplodono vicine e preghi che non ne cada un’altra più appresso. Lei invece, disse che aveva lasciato i colleghi per tornare in patria a sposare l’uomo che conosceva da tre anni e che finalmente si era deciso a regolarizzare il loro rapporto chiedendole di diventare sua moglie. L’aereo atterrò felicemente:
«Sei più calma adesso, posso lasciarti? Il pericolo è passato…scusami ma devo correre, in redazione aspettano le mie foto, la prossima volta che ci incontreremo non fare complimenti, una mano te la dò sempre», scherzò Alex afferrando la borsa, se ne andò in fretta facendosi largo fra i passeggeri che scendevano. Miriam raccolse le proprie cose con calma, si accorse però che Alex, nella fretta di andarsene, aveva dimenticato la macchina fotografica sul sedile. 
 Si affacciò sulla scaletta sperando di vedere Alex, ma guardò dappertutto, di lui non c’era traccia, era stato così svelto che aveva preso il pulmino precedente. Resosi conto dell’importanza, Miriam cominciò ad agitarsi, sapeva che perdere il materiale fotografico sarebbe stata una tragedia per il giornalista: giorni e giorni sotto le bombe; aveva rischiato la vita  per niente.
La ragazza uscì dall’aeroporto guardandosi intorno, con la speranza che lui si fosse accorto della dimenticanza e tornasse indietro a cercare. Purtroppo non lo vide più, e con angoscia ripensando alla loro conversazione in aereo, si rese conto che non si erano scambiati né il numero di telefono, né le generalità, ognuno di loro sapeva dell’altro soltanto il nome.
Intanto Alex arrivò di corsa in redazione:
«Sono ancora in tempo?», chiese trafelato alla segretaria.
«Sì, vai…il direttore ti aspetta», rispose Renata.
Senza neppure togliersi il giaccone entrò in direzione:
«Finalmente, aspettiamo solo te, devo consegnare il materiale entro oggi, altrimenti salta il servizio
«Non ti preoccupare, è tutto qui, ti avviso che sono foto shoccanti, ma è ciò che ci vuole in questo momento per scuotere l’opinione pubblica.», rispose Alex aprendo la cerniera del trolley.
 Il giornalista cominciò a frugare dentro il bagaglio, in un primo momento tranquillo poi, sempre più nervoso mentre un leggero sudore gli imperlava la fronte.
«Scusami, ma devi avere un attimo di pazienza, adesso salta fuori questa benedetta macchina fotografica…sono certo di averla messa qui», disse sempre più agitato .
Ma la ricerca affannosa non stava dando nessun frutto, il direttore l’osservava con occhio scettico:
«Allora?….L’hai dimenticata, se non è lì vuol dire che l’hai lasciata da qualche parte», disse infine.
A quelle parole un lampo attraversò la mente di Alex, rivide il suo gesto quando aveva appoggiato l’apparecchio fotografico sul sedile dell’aereo per cercare qualcosa in valigia: ormai era certo, l’aveva dimenticata lì.
Costernato si scusò: «Telefono subito in aeroporto, mi auguro che l’abbiano trovata», disse avvilito.
L’altro scosse il capo. «Spero che tutto finisca bene, ormai questa settimana salta il tuo servizio, metterò qualcos’altro», brontolò.
Dopo aver telefonato invano, Alex cercò di ricordarsi qualcosa della ragazza che gli sedeva accanto, era scesa dopo di lui e, forse, avrebbe potuto aver visto se c’era la fotocamera sul sedile, però gli venne in mente soltanto che si chiamava Miriam, ma niente altro.
Nello stesso momento, sul taxi che la portava a casa, lei si scervellava per ricordarsi qualcosa di preciso di ciò che le aveva raccontato Alex, sapeva che collaborava con i più noti settimanali e, vagamente le tornò alla mente il nome di un periodico, nominato dal reporter durante la conversazione. Arrivò, appoggiò le valigie in corridoio e, senza aspettare neppure un attimo, si precipitò a telefonare al giornale:
«Lavora per voi un fotografo che si chiama Alex, non so il cognome, mi scusi ma è della massima importanza, devo riconsegnarli la sua macchina fotografica che ha smarrito in aeroporto», disse tutto d’un fiato.
Dall’altro capo un attimo di silenzio, poi:
«La metto in contatto con Alex Giuliani», disse la voce.
Forse quella fu la telefonata più bella dell’ultimo periodo della sua vita, Alex sentì il cuore diventare leggero, emozionato e con la voce tremolante disse:
«Non sai quanto mi fai felice, dimmi dove sei… corro!».
Quella fu una sera speciale, Miriam insistette per trattenere Alex a cena . Cenarono raccontandosi un mucchio di cose scoprendo piacevolmente di avere molto in comune. Ambedue sentivano che nell’altro c’era qualcosa che li attraeva. Lui non poteva fare a meno di ammirare la serenità e la dolce bellezza di Miriam, la vedeva muoversi con disinvoltura come se si fossero sempre conosciuti, in ogni suo gesto vedeva il ripetersi di qualcosa di già visto e si rese conto di stare bene con lei, come non gli era successo da lungo tempo con altre donne. Si fermò un attimo a pensare perché il destino li aveva fatti incontrare  quando forse era troppo tardi, lei aveva tutto della donna che aveva sempre sognato: bella, dolce, elegante e intelligente. Invece tutte le sue storie sentimentali erano state un disastro, a trentacinque anni era senza legami.
«Allora quando ti sposi?», le chiese con una punta di malinconia.
Miriam captò quell’accento e, prima di rispondere lo guardò negli occhi:
«Dovrei sposarmi fra un mese», rispose senza abbassare lo sguardo.
«Perché usi il condizionale?», chiese ancora lui.
 «Non sai cosa ti succederà domani, figurati fra un mese!», scherzò lei, ma aveva nello sguardo un lampo di malizia.
 Alex, da quella sera pensò spesso a Miriam, non aveva il coraggio di chiederle di uscire, per non metterla in imbarazzo. Ma non sapeva che anche per lei era la stessa cosa:si era accorta che pensava a lui e il desiderio di baciarlo, di essere stretta dalle sue braccia si faceva intenso, doveva imporsi di scacciare dalla mente quei sogni appassionati che la allontanavano dalla strada che stava per percorrere con Antonio, l’uomo che aveva scelto di sposare. Non si riconosceva più, si imponeva di pensare a lui, ma non c’era niente da fare, la figura di Alex era sempre presente: il suo modo di muoversi, di parlare, l’espressione del viso, così maschio e affascinante, non la lasciavano in pace.
Le foto del servizio uscirono sul periodico la settimana seguente, e per Miriam non ci fu miglior scusa per telefonare al reporter.
«Complimenti, hai fatto un lavoro stupendo, sono immagini che non si dimenticano. Cosa ne dici di festeggiare il tuo successo?», gli disse appena sentì la sua voce.
Alex non aspettava altro:
«Fantastico!… però andiamo a cena in un ristorante dove dico io», propose.
 Miriam disse una bugia ad Antonio per assentarsi quella sera, ebbe qualche scrupolo mentre inventava di andare ad una cena di lavoro con i colleghi tornati dall’Arabia, ma dentrodi sé sentì che non poteva fare a meno di rivedere Alex : voleva verificare quanto di vero c’era nell’attrazione che provava per lui.
Il ristorante fuori mano era di quelli con l’atmosfera intima e raffinata, i tavoli apparecchiati con tovaglie ocra su cui erano accesi candelabri d’argento a due braccia, una musica soffusa aleggiava nell’aria, camerieri impeccabili e una cena squisita.
Per Miriam era come una favola stare lì con Alex, aveva dimenticato che fra un mese si sposava con Antonio, che aveva già ordinato partecipazioni e bomboniere, e che ormai anche le pubblicazioni erano fatte e doveva soltanto dire di sì.
Ma un sì, quella sera lo disse ad Alex, quando, dopo cena, prima di riaccompagnarla le propose di andare a casa sua a bere un drink.
«Perché no! finiamo in bellezza di festeggiare l’avvenimento e il travagliato ritrovamento delle foto», disse già un po’su di giri.
La casa del giornalista era un appartamento prettamente maschile, disordinato e un po’ freddo, con i mobili supermoderni e funzionali, si notava la mancanza di una presenza femminile.
Miriam si guardò intorno: «Non ti ho mai chiesto se hai una donna», chiese facendo finta di niente, ma quella domanda l’aveva sulla punta della lingua da parecchio tempo.
Lui la guardò e scosse il capo:
«Non c’è nessuna donna nella mia vita», rispose, poi dopo un attimo di silenzio riprese: «fino a questa sera», concluse. I suoi occhi erano diventati liquidi, lo sguardo la percorse tutta e si fermò sulla sua bocca. Si avvicinò di più:
«Mi piaci da morire…», le sussurrò all’orecchio.
Lei sentì le gambe tremare, una vampata di calore le attraversò il corpo, si abbandonò fra le sue braccia. Alex la sollevò e la posò sul letto, lentamente cominciò a spogliarla e lei, senza più resistenza, lo lasciava fare. Non aveva la forza di sottrarsi alla passione che le covava già dentro fin dal momento in cui aveva preso la mano di Alex in aereo.   Dopo la notte ardente venne l’alba che li trovò addormentati una nelle braccia dell’altro.
Miriam si svegliò per prima, vide accanto a sé Alex ancora nel sonno, lo osservò con tenerezza,si rivestì senza fare rumore, prima di andarsene diede ancora uno sguardo all’uomo che l’aveva fatta felice in quella notte:
 « Amore mio, ti devo lasciare», sussurrò, aveva gli occhi umidi. Chiuse la porta delicatamente e uscì per tornare alla sua vita.
 Ma in fondo all’anima, dove ci sono le speranze nascoste, c’era una voce che le diceva che forse non ce l’avrebbe fatta a non vederlo più!

 

 
 
 
 

martedì 19 gennaio 2016

LA NOTTE DELLE STREGHE


 


 
 

Il massiccio dello Sciliar era lì, davanti ai suoi occhi, plumbeo e aspro, imponente e inquietante, le sue cime frastagliate lo facevano sembrare un enorme sasso spezzato. Michele aveva aperto la finestra della stanza e la vista della montagna era stato un colpo al cuore, non credeva che gli facesse quell’effetto a distanza di cinque anni. La voce di Daniela era ancora dentro di lui:

«Se non puoi, non ti preoccupare vado con il mio gruppo, stai tranquillo», gli aveva detto quando le avevano proposto l’escursione sull’Alpe di  Siusi.  Appassionata di trekking, si era iscritta a un club di alpinisti e quando poteva con scarponi e zaino in spalla si avventurava sui sentieri  impervi a contatto con la natura, non la fermava nessuno. Di solito andavano insieme, ma quella volta per un improvviso impegno di lavoro non aveva potuto accompagnarla. Era partita all’alba:

«Ciao amore, ti aspetto domani sera, me l’hai promesso», aveva detto abbracciandolo forte.

Sentiva ancora il calore del bacio sulla bocca, l’ultimo bacio perché non era più tornata.

Aveva appreso la notizia della disgrazia la sera, mentre stava preparando la borsa per raggiungerla, una spada di dolore gli aveva trafitto il cuore, non voleva credere che l’amore più grande della sua vita non ci fosse più, partì disperato e disperato arrivò in quel posto maledetto dove gli dissero che il destino stava aspettando Daniela su un ponticello sopra un dirupo, il legno si era spezzato e lei era caduta nel burrone.
 La sua mente era tornata a quel giorno, un sospiro profondo gli uscì dal petto: il ricordo di lei era così vivo che il tempo non aveva cancellato nulla, Daniela era sempre con lui, avrebbe dato qualsiasi cosa pur di rivederla anche un solo istante. Si stava facendo sera, il sole al tramonto cambiava l’aspetto truce della montagna che era diventata rosa, Michele non avrebbe mai pensato di tornare in quei luoghi, ma la sua professione di ingegnere l’aveva portato proprio dove non avrebbe mai voluto andare.

Dopo aver portato a termine il suo impegno decise di restare ancora un giorno, qualcosa lo spingeva a tornare dove Daniela aveva perso la vita.

Quella notte fu piena di incubi, con la fronte sudata si svegliò di soprassalto e si accorse che stava gridando il nome di Daniela: aveva sognato la sua donna, bella come quando era con lui, l’aveva fissato a lungo, poi era scomparsa in una nebbia fluorescente.

 Il mattino dopo si svegliò tardi con  la bocca impastata di sonno, indossò l’attrezzatura da trekking e scese nella hall dell’albergo:

«Buongiorno ingegnere, va a fare un’escursione, da solo?», chiese incuriosito il ragazzo che stava dietro il banco della reception.

«Conosco la zona», rispose Michele laconico.

«Però cerchi di tornare prima di sera, questa è la notte delle streghe, e nessuno di noi andrebbe sullo Sciliar ».

«Perché?».

«Qui c’è un’antica leggenda: quando le streghe fanno il sabba sul monte è più prudente starne lontani», rispose il giovanotto seriamente.

«E tu ci credi?».

Il portiere assentì, Michele non aveva voglia di continuare la conversazione:

«Io vado ugualmente, tornerò prima di notte», tagliò corto e il ragazzo non chiese altro.

Michele infilò lo zaino sulle spalle e se ne andò. La giornata era bella e il cielo sereno, soltanto dietro la cima c’era qualche nuvola, Michele superò le ultime case del paese e cominciò a salire, in principio non gli pesava, poi la camminata si fece più lenta, era fuori allenamento, i muscoli delle gambe sentivano la fatica. Si sedette in un punto panoramico dove era solito sostare con Daniela, nei flash-back della memoria rivedeva la sua compagna accanto a lui l’ultima volta che avevano fatto quel percorso assieme:

«Giura che non mi lascerai mai», gli aveva detto all’improvviso.

«Ti pare che abbia intenzione di vivere senza di te? Giuro su ciò che vuoi che saremo insieme per sempre», aveva risposto lui, poi aveva raccolto delle ginestre, ne aveva fatto un mazzetto e gliel’aveva appuntate sul giubbetto bianco: «Questo è il bouquet da sposa», le aveva detto guardandola intensamente. Lei gli aveva sorriso solo come sapeva fare lei. I ricordi lo tormentavano, si alzò e riprese il cammino, era nelle sue intenzioni arrivare fino al ponticello di legno, ripercorrere la strada in pellegrinaggio al suo amore perduto, sapeva che avrebbe sofferto ma dopo si sarebbe sentito meglio. Ricominciò a salire, il sentiero si inoltrava in una fitta pineta, il profumo di resina era inebriante, Michele andava su, ma la mente era staccata dal corpo, era tornata indietro di cinque anni, frugava nella memoria per farsi del male.

Ad un tratto il rumore di un tuono lo fece sobbalzare.
 «Spero che non venga il temporale», pensò, «qui non saprei dove andare a ripararmi».

Affrettò il passo, l’aria si era fatti più fresca, un’altra serie di tuoni cominciò a preoccuparlo.

Ormai era uscito dall’abetaia e attraversò la radura quando le prime gocce cominciarono a scendere.

«In fondo ci dovrebbe essere quel vecchio maso diroccato, se riesco a arrivarci evito di bagnarmi».
 Si mise a correre, il cielo era diventato plumbeo carico di pioggia,arrivò trafelato al rifugio coperto dalla vegetazione. Spinse la porta di legno che si aprì su una stanzetta buia, entrò a tentoni, non vedeva niente, gli occhi non si erano ancora abituati all’oscurità. Intanto fuori  il temporale era al culmine, la pioggia batteva sul tetto e faceva un baccano incredibile.

 «Sono tagliato fuori, devo chiedere subito l’intervento del soccorso, devono venire a prendermi prima che faccia notte». Michele tastò ripetutamente in tutte le tasche per cercare il cellulare, dopo tanti tentativi dovette convincersi che non c’era: inspiegabile ma era la verità. Era proprio in balia degli eventi, si augurò che quell’inferno finisse, tuoni e fulmini si alternavano senza tregua, fuori c’era il diluvio. Accese l’accendino per orientarsi all’oscuro, c’era una sola stanza, un tavolo e qualche sedia, aprì il vecchio mobile che conteneva qualche attrezzatura per farsi un pasto, sicuramente era il rifugio dei pecorai quando portavano il gregge al pascolo. Trovò anche una candela e l’accese, si sedette accanto al tavolo sgangherato, un odore di muffa e di stantio aleggiava nell’aria. Guardò l’orologio, erano solo le sei di sera. Appoggiò i gomiti e si prese la testa fra le mani: era in un’assurda situazione dalla quale non sapeva come uscire, non gli restava che aspettare.

Era stanco, anche perché la notte prima non aveva mai dormito, chinò la testa sulle braccia conserte e la mente ripercorse ancora una volta il cammino della sua vita con Daniela.

Il giorno prima che partisse per l’escursione le aveva fatto un regalo.

«Tu sei matto, questo anello vale una fortuna!», aveva esclamato lei .

«Niente è troppo quando si incontra una donna come te, ti giuro che non ho rapinato un orefice…è un gioiello antico, era di mia nonna, fammi vedere come ti sta». Le aveva preso la mano sinistra e l’anello, un fiore di rubini e brillanti brillava all’anulare.

«Ora non mi scappi più», aveva scherzato circondandole la vita con le braccia.
Daniela aveva alzato su di lui gli occhi neri e profondi: «Ti amo», non lo toglierò mai», aveva sussurrato accarezzando il pegno d’amore.

La pioggia batteva inesorabile senza tregua, Michele chiuse gli occhi ed entrò in un altro mondo.

Daniela, vestita di bianco, con il mazzetto di ginestre appuntato sull’abito era accanto a lui.

«Svegliati, sono tornata», lo stava scuotendo per svegliarlo.

 Lui la fissava e allungò una mano per toccarla:

«Non ci credo! Sei proprio tu!», esclamò incredulo, «allora non sei morta, sono venuto apposta sulla montagna, ero certo di rivederti», la sua voce era spezzata dall’emozione.

«Amore mio, questa è una notte speciale, vieni, è troppo tempo che ti aspetto»,.

Lui sentì la sua bocca morbida sulla sua, ritornò indietro di tanti anni  e riprovò in un attimo l’incanto di un tempo, quando faceva l’amore con lei e non gli bastava mai.
Era sopravvenuta la notte, la pioggia aveva cessato di battere sul tetto, intorno alla misera capanna si erano accesi tanti falò, le streghe stavano ballando attorno ai fuochi, dentro il maso due anime e due corpi si incontravano dopo tanto tempo…ed entrano nel mondo del mistero.

L’alba stingeva di rosa il cielo, i primi raggi timidi filtravano attraverso le cime degli alberi, la natura, sempre in movimento, ma sempre uguale, dopo la notte burrascosa era tornata a sorridere.
+++

Il mistero della  scomparsa dell’ingegnere Michele Sarti suscitò scalpore, diventò un caso inspiegabile, poiché dal momento in cui aveva salutato il portiere e si era avventurato sulla montagna, non era più tornato in hotel. Le ricerche erano continuate per giorni e giorni senza risultato : l’ingegnere sembrava sparito nel nulla, forse vittima di una disgrazia o forse, come dicevano tutti in paese, ostaggio delle streghe secondo la leggenda che si tramandava di padre in figlio Tutti sapevano che in quella notte magica non era permesso a nessuno di salire sullo Sciliar, chi aveva osato farlo non era più tornato. I soccorritori avevano trovato dentro il rifugio un mozzicone di candela e, sulla branda impolverata, un piccolo mazzo di ginestre appassite.
+++

L’uomo sulla cinquantina, con la barba grigia che gli scendeva fin sul petto, stava preparando il giaciglio per la notte sotto il portico di una chiesa, la giovane volontaria dei City Angels, si avvicinò:

«Ciao Michele, come va? Hai mangiato?».

Lui si strinse nelle spalle: «Veramente, oggi non è andata molto bene», rispose, «se ci fosse qualcosina non la rifiuterei».

«Certo, ti vado a prendere un bel panino con il prosciutto, così dormirai meglio», la ragazza andò al furgone dove c’erano altri giovani che giravano di notte per le strade della città per aiutare chi era meno fortunato di loro, e tornò con un sacchetto.

L’uomo addentò avidamente il panino, gli occhi ridevano mentre ingoiava il cibo.

«Grazie Susanna, sei il mio angelo, se non ti vedo non riesco ad addormentarmi», farfugliò con la bocca piena. Lei si sedette sul bordo del marciapiede:

«Senti, sono curiosa, sei un tipo intelligente, devi essere stato qualcuno nella vita normale», disse cercando la confidenza di quell’uomo che vedeva ogni notte e con il quale si fermava a parlare di tutto, era un gradevole conversatore, solo che ogni tanto diceva cose che potevano sembrare frutto di una fantasia malata: asseriva di aver trascorso molti anni con Daniela, la sua donna, dopo la sua morte. Lui si pulì con il gomito: «Hai da bere?», chiese evitando di rispondere.

Con pazienza Susanna tornò a prendere una lattina di birra:

«Ecco qua,  però non hai risposto alla mia domanda», proseguì lei imperterrita.

Dopo aver bevuto, l’uomo si mise accanto a lei.

«Sei curiosa, però sei anche simpatica», disse battendole una mano sulla spalla, «hai indovinato, ero un ingegnere, sono stato lontano per tanto tempo, quando sono tornato tutte le porte si sono chiuse, nessuno ha creduto che avevo ritrovato Daniela ed ero rimasto con lei, fino al quando mi è stato concesso», raccontò con la voce bassa.

La giovane donna era perplessa: «Mi dicevi che la tua donna era caduta in un burrone in montagna, come potevi averla ritrovata?».

«Ora ti dirò qualcosa per la quale anche tu mi crederai pazzo, come tutti, cinque anni dopo la disgrazia, tornai sul posto e volli andare sul monte Sciliar per ripercorrere il cammino dell’ultima escursione di Daniela, in quei luoghi c’è una leggenda: nessuno deve andare in montagna nella notte delle streghe, e quel pomeriggio erano le ore antecedenti alla notte magica, mi era stato detto di non andare ma un impulso più forte della mia volontà mi spingeva sul monte.

Mi rifugiai durante un improvviso temporale in una baita, mentre stava arrivando la notte, mi addormentai», il barbone si fermò emozionato, Susanna pendeva dalle sue labbra:

«Dai, vai avanti…come hai visto Daniela».

«Lei arrivò vestita di bianco, con il mazzolino di ginestre che le avevo regalato tanto tempo prima durante una passeggiata: “Amore mio”, mi disse, “ ti aspettavo…hai avuto il coraggio di venire fin qui proprio questa notte magica dove può succedere di tutto….e io sono la tua ricompensa e tu sei il mio regalo, chi muore su questo monte può rivivere nella notte delle streghe”.  Non mi sono chiesto altro, era così tanta la felicità di stare con lei che non m’importava più di ciò che sarebbe successo in seguito».

«Scusami, ma stai farneticando, stai dicendomi che sei stato con lei per tanti anni?»

L’uomo la fissò e scosse il capo tristemente:

 «Sapevo che non avrei dovuto parlare, fai finta che non abbia detto nulla, sono un povero pazzo che sta delirando. Parliamo di cose serie: hai un altro panino?», chiese sorridendo mestamente.

Si mise una mano sul viso come per togliersi di dosso pensieri e ricordi, l’anello di rubini e brillanti a forma di fiore brillava sulle sue dita.

«Che bello!», disse Susanna, ammirando l’antico gioiello, «con questo potresti fare una vita regolare, perché non lo vendi?»

Lui sobbalzò: «E’ di Daniela, non lo farei mai», rispose, «sono felice così».

Addentò il secondo panino: «A domani Susanna, buonanotte!».

«Un giorno ti porterò via quando avrai messo la testa a posto», rispose lei salutandolo 

con la mano alzata.

«Non ci sperare, sto bene qui», riprese a mangiare di gusto seduto sul gradino della chiesa.

 

 FINE

 

 

  

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

martedì 15 dicembre 2015

ARRIVA BABBO NATALE

Ron…Ron…con il pancione all’aria  Babbo Natale sta russando, è stanchissimo, da giorni sta lavorando da mattina a sera per caricare sulla sua scintillante slitta tanti giochi da portare ai bambini buoni.  Si è buttato sul letto ed è piombato  in un sonno profondo

I vetri della stanza tremano a ogni suo rumoroso respiro.

  E’ l’alba, nella casetta affondata nella neve, entra trafelato l’elfo Tolky:

«Svegliati, siamo in ritardo, non c’è tempo per dormire», esclama scuotendo il grande vecchio.

«Che ore sono? Già le cinque?», risponde lui stirandosi nel lettone.

«Abbiamo tante cose da fare: c’è ancora qualche regalo da impacchettare, e alcune letterine da leggere», dice l’elfo mentre l’aiuta a infilarsi le bragone rosse.

Babbo Natale si alza e guarda fuori: la neve sta scendendo fitta, tutto è bianco, immacolato, gli abeti hanno le cime incappucciate.

«Brr…che freddo», esclama. Esce e tuffa le mani nella neve fresca, ne prende un po’ e si lava il viso, la lunga barba si irrigidisce per il gelo.                                                                                                                                                          

 «Andiamo prima nella stalla a dare da mangiare alle renne», dice avviandosi per il sentiero, ad ogni passo gli stivali affondano nella coltre bianca.

Sdraiate sulla paglia le nove renne (che nella notte della Vigilia attraversano il cielo trainando la slitta dei doni) aspettano come ogni giorno la visita del loro padrone.

«Come state amiche mie?», chiede Babbo Natale mentre riempie le mangiatoie. Le renne lo guardano con occhi sofferenti e nessuna si muove.

«Non avete fame? Forza, alzatevi, fra poco ci aspetta un lungo viaggio», esclama lui mentre si avvicina a Freccia che sembra la

più pigra.

Le tocca il naso: «E’ un po’ secco, non avrete la febbre per caso?».

Preoccupato va verso le altre e si accorge che tutte hanno il naso freddo e secco.

«Tolky, vai a chiamare l’elfo Doc, le renne non stanno bene», grida in preda al panico. «Poverine!», si avvicina a ogni renna e, una per volta le accarezza:

 «Cometa, Ballerina, Fulmine, Donnola, Freccia, Saltarello, Donato, Cupido, vedo che proprio non vi reggete in piedi, e anche tu, Rudolph, il tuo naso rosso è diventato rosa pallido. Coraggio, sono certo che vi rimetterete presto, sarà soltanto un’indigestione e domani potremo partire, non si può fare aspettare i bambini».                                                                        

Babbo Natale cerca di tranquillizzare le povere bestiole spaventate ma, quando arriva l’elfo Doc il suo responso non lascia sperare nulla di buono: «Hanno preso un virus, guariranno fra una settimana,  hanno bisogno di riposare e di stare al caldo», afferma.

Dopo queste parole Babbo Natale si toglie il berrettone rosso e si gratta la testa, pensieri neri frullano nel suo cervello. Se ne torna in casa e si accascia davanti al camino. Una lacrima scende lungo la barba bianca. «Sono disperato», sussurra a Tolky che lo guarda preoccupato.

«Non fare così, vedrai che troveremo una soluzione. Mi ritiro nel pensatoio, mi verrà in mente qualcosa». Se ne va seguito dallo sguardo triste del buon vecchio.

Un giorno è trascorso e viene la sera, è la notte che precede il Natale e i bimbi nei loro lettini non riescono a prendere sonno: sperano di sorprendere Babbo Natale mentre mette i regali sotto l’albero.

Ma non sanno che, in un paese lontano, fra i ghiacci del Polo si sta consumando una tragedia: il grande vecchio con la lunga barba bianca sta singhiozzando davanti al camino, nessuno l’aiuta: le renne stanno male, non sa come farà a portare i regali.  sente solo e disperato.                                                                                             

La luna brilla nel cielo scuro, è una notte serena, però non è sereno il cuore di Babbo Natale. Il tempo passa inesorabile, la mezzanotte si avvicina…

Improvvisamente la porta si apre, un vento gelido entra in casa, e Tolky compare sulla soglia:

«Presto, sbrigati, vai a prendere la slitta….non c’è tempo da perdere!», grida affannato l’elfo,«un mio amico mi ha trovato la soluzione!»

Babbo Natale si alza: «Cosa stai dicendo? Senza le mie renne, chi mi porta in cielo?».

«Vieni a vedere, questo ti porterà dai tuoi bambini», dice Tolky.

In quell’istante si sente un rumore, e all’orizzonte compare un oggetto scintillante:

«Cos’è? », esclama Babbo Natale strizzando gli occhi.

Poco dopo un elicottero d’argento si posa sulla neve, scende un elfo con il casco:

«Svelti, salite!», grida affannato.

Tolky, aggancia la slitta traboccante di pacchi, aiuta Babbo Natale a salire sullo stravagante mezzo di trasporto…e via! Finalmente si va; davanti alla luna passa  uno strano convoglio: un elicottero argenteo che trascina una slitta, un Babbo Natale che sorride beato nella notte magica perché sa che i regali arriveranno puntuali ai piccoli che dormono e non sapranno mai che hanno rischiato di non averli.