giovedì 28 settembre 2017

HO VISTO COME LA GUARDAVI




Lorenzo l’aveva riconosciuta subito fra la moltitudine del sabato in un centro commerciale. La massa inconfondibile dei suoi capelli corvini si notava in mezzo alla gente. Ancor prima di vederla gli era arrivata la sua risata sommessa, un po’ rauca, sensuale, come la sua voce. Gesticolava e  stava parlando con un gruppo di persone, probabilmente amici ; era rimasto a osservarla per qualche minuto, senza farsi scorgere: rivederla dopo più di un anno l’ aveva emozionato.
 In  un solo istante era tornato indietro nel tempo, alla sera in cui le aveva detto che non era più innamorato di lei, Michela aveva sgranato gli occhi e aveva scosso la testa, incredula:
 ­«Perché?»,  aveva chiesto semplicemente.
«Ho conosciuto un’altra», aveva risposto lui abbassando lo sguardo.
Michela era impallidita:
“Non credere che non me ne sia accorta…sono mesi che ti stai comportando in un modo strano, sempre assente …sei un altro ! Il mio Lorenzo non c’è più, e questo che ho davanti non mi piace…vai pure dall’altra”, disse con gli occhi pieni di lacrime.
 Se ne andò sbattendo la porta.
Ma lei non sapeva che Lorenzo  in quel periodo  stava attraversando un momento difficile in cui tutto andava storto: la crisi aveva ridotto le entrate, lo studio  di architettura stava perdendo i clienti, l’improvvisa perdita del padre gli aveva dato il colpo finale. Era entrato in uno stato di negatività al limite della depressione.  Ogni mattina affrontare la giornata gli metteva ansia, sognava solo di andarsene per non affrontare i problemi che lo assillavano. Gli dava perfino fastidio la frenetica attività di Michela che non stava mai ferma. In quei momenti aveva bisogno di qualcuno che lo sopportasse con pazienza senza coinvolgerlo in cose che per lui non avevano più nessun interesse .
«Amore, cosa facciamo per il week-end? Andiamo al mare ?”, chiedeva lei puntualmente ogni sabato.
Per farla contenta accettava, ma per lui, che desiderava  soltanto chiudersi in una stanza e dormire, il fine settimana si trasformava in un incubo. Non era colpa di Michela, lei era una ragazza esuberante, piena di voglia di vivere, lui invece non aveva più voglia di fare niente..
 E pensare che si era innamorato di lei perché era un vulcano e non gli lasciava il tempo di annoiasi.
 Una mattina in cui era più depresso del solito, Rachele, l’ impeccabile segretaria entrò in ufficio per fargli firmare dei documenti e, mentre posava le carte sulla scrivania, per la prima volta l’ osservò più attentamente.
 La sua calma, il viso dolce, i sereni occhi chiari, gli fecero un effetto rilassante ,  senza volerlo pensò: “probabilmente questa sarebbe la donna che fa per me, tranquilla, senza grilli per la testa, sempre pronta a pianificarmi la giornata”.
Non l’aveva mai guardata sotto questo aspetto, si sorprese a pensare a lei come una probabile compagna di vita. Michela fino a quel momento aveva occupato tutti i suoi pensieri, cosa gli stava succedendo?   non aveva mai pensato di fare entrare un’altra donna nella sua vita….  Però quello che stava attraversando era un periodo particolare della sua vita  in cui cercava la tranquillità di cui aveva  bisogno, era entrato come in un tunnel dal quale aveva paura di non poter uscire.
Così Lorenzo, quasi senza rendersi conto di quello che stava facendo, invitò Rachele a cena:
«Hai impegni per questa sera?».
Lei lo guardò e diventò rossa:
 «Ma…ingegnere, dobbiamo incontrare qualche cliente?», domandò sempre più sorpresa.
«Assolutamente no…vorrei soltanto uscire con te, se vuoi, stasera ti vengo a prendere».
«Dobbiamo festeggiare qualcosa? Ci sono! E’ andato in porto il preventivo con l’architetto Salvi».
«Non chiederti tante cose, vuoi uscire con me o no?»
Lei, aggiustandosi i capelli  biondi,  rispose:
 «Va bene…a che ora?».
«Se mi dai l’indirizzo sono lì alle ventuno in punto»  disse Lorenzo  quasi divertito dal suo imbarazzo.
Andarono a cena, poi passeggiarono per le vie semideserte chiacchierando, si rese conto che stava trascorrendo una serata tranquilla, era sereno, come soggiogato dall’ aria placida di Rachele.
Da quel giorno uscirono insieme ancora tante volte,  si stava abituando a lei che gli appianava la vita non solo sul lavoro, le diceva spesso che era nata per organizzare, pianificare, risolvere i problemi difficili… però non si decideva a tagliare con Michela dalla quale, doveva ammetterlo, era ancora attratto. Gli piacevano i suoi capelli, la sua bocca, il suo corpo snello e scattante.
 E allora, confuso da questi sentimenti, Lorenzo si comportò nel modo più sbagliato: le frequentò entrambe e non si decideva a scegliere. Inconsciamente dentro di lui c’era la voglia di  cercare una via d’uscita dalla depressione e credeva di averla trovata in Rachele che gli dava la pace interiore..
Il giorno in cui decise di dire a Michela che non l’amava più, sentì che si stava staccando qualcosa, come se tagliasse un nodo che lo teneva legato a lei, non avrebbe mai creduto di arrivare a tanto dopo la passione che c’era stata fra loro, eppure l’aveva fatto!
  E si era subito giustificato facendo tacere la coscienza: “ è troppo esuberante, per me va bene Rachele, non c’è niente da fare”.
 E così aveva  fatto lo sbaglio di non ascoltare il cuore.
Poi la sfortuna si stancò di perseguitarlo, gli affari tornarono a prendere quota, l’incubo della depressione si stava allontanando, e si trovava accanto una compagna sensibile, carina, docile: insomma una moglie perfetta.
 Le chiese di sposarlo, in ufficio, mentre stava firmando la corrispondenza. Di romantico non c’era assolutamente nulla, né il luogo, né le parole con cui le disse:
 «Vuoi diventare mia moglie?»,  continuando a mettere firme.
 Rachele arrossì, rimase in silenzio, sorrise  e rispose di sì.
Non aveva più rivisto Michela né avuto sue notizie dopo la sera in cui le disse che nella sua vita c’era un’altra.
 Ogni tanto  si chiedeva se aveva fatto la cosa giusta, ma ormai era passato troppo tempo! Anche se la pensava spesso come il suo primo e grande amore.

E, quel giorno, nel centro commerciale, mentre con Rachele stava facendo la lista di nozze in un casalinghi di lusso, dopo un anno l’incontrò.  Non credeva gli facesse un tale effetto rivederla: il cuore cominciò a battere più forte.  
 «Non ti senti bene? Sei diventato pallido», gli chiese Rachele osservandolo preoccupata.
«No, sto benissimo, qui dentro manca l’aria, ti dispiace se esco?», disse mentre non lasciava con lo sguardo la sua ex che stava proprio fuori dal negozio.
«Hai ragione, vengo anch’io, continueremo un altro momento, non c’è nessuna fretta».
Uscì con Rachele nell’istante in cui Michela lo aveva visto, notò che lo stupore ingrandì i suoi occhi nocciola:
«Lorenzo», esclamò lei, lo guardò per qualche istante poi sussurrò:
«Quanto tempo che non ci vediamo! Come stai?»
«Bene…e tu?», ma le parole non servivano a niente, gli occhi erano fissi in quelli dell’altro, il tempo non era mai trascorso, in quel momento era tornato a quando l’aveva vista per la prima volta.  Era bella come allora, anzi di più, la bocca morbida che ancora non si era aperta al sorriso gli ricordava i baci che si erano dati.
Intanto  Rachele  stava chiedendo:« E’ una tua amica?».
Lorenzo si scosse e cercò di riprendere il self control:
«Scusa, dimenticavo di presentarvi: Michela e Rachele la mia fidanzata», disse tutto d’un fiato.
Michela finalmente sorrise, ma amaramente:
«Sono contenta di vederti», il suo sguardo si posò sul foglio che Rachele teneva in mano sul quale, a caratteri abbastanza grandi da poter essere visti anche a distanza, c’era scritto Lista di nozze.
«Ci sposiamo fra un mese», si affrettò a dire Rachele che aveva notato lo sguardo curioso dell’altra.
In quel momento quella frase gli fece uno strano effetto, era come se per la prima volta si rendesse conto che stava facendo un passo importante, forse il passo più importante della sua vita.
 Michela lo guardò per avere una conferma, non disse nulla ma nei suoi occhi si leggeva lo stupore.  Solo dopo qualche lunghissimo secondo, Lorenzo diede la risposta che lei già si aspettava:
«Sì, è vero ci sposiamo fra poco, stiamo scegliendo i regali», aggiunse imbarazzato.
Lei strinse le labbra e fece un gesto che lui conosceva bene, alzò la testa di scatto come per dire “ ho già perso troppo tempo con voi”.
«Scusate ma devo andare, i miei amici mi aspettano. Allora auguri e buona fortuna», esclamò e se ne andò senza voltarsi.
 Rachele chiese poi con finta noncuranza:
«E’ la tua ex?».
Lorenzo annuì in silenzio e tornarono in negozio a concludere la scelta dei regali.
Quell’incontro lasciò il segno, Michela gli tornava alla mente sempre più spesso, mentre il tempo passava e la data del matrimonio si avvicinava si sentiva mancare la terra sotto i piedi. Non era più sicuro di se stesso, né dell’amore che provava per Rachele, aveva paura di commettere un errore che avrebbe coinvolto soprattutto lei.
 «Oggi vado a provare il vestito», annunciò entusiasta la promessa sposa, e Lorenzo  non provò nessuna emozione, anzi un senso di disagio che non aveva giustificazione.  
 Cosa gli stava succedendo? Se lo domandava più volte e la risposta non era di quelle che gli piacevano: si stava accorgendo troppo tardi di non essere mai stato innamorato di Rachele. Quella che voleva e che desiderava  era soltanto Michela.
 Intorno a lui c’era la frenetica atmosfera dei preparativi: la scelta della partecipazione di nozze, quella degli invitati, del ristorante, degli abiti, del viaggio di nozze. Senza contare che l’appartamento già arredato era pronto per accogliere gli sposini. I giorni passavano e l’angoscia lo stava sopraffacendo. Non si riconosceva e  si accorgeva  anche di essere un coniglio, cioè uno che vede precipitare attorno a sé gli eventi e non ha il coraggio di affrontarli.
Ma cosa poteva fare?  non poteva tornare indietro.
Ormai soltanto dieci giorni lo separavano dalla data fatidica, gli era venuta perfino l’orticaria da stress, soffriva, per il prurito e per la voglia sconsiderata di telefonare a Michela.
Aveva in mano il cellulare e non si decideva a chiamarla, mentre navigava nell’incertezza accadde qualcosa di miracoloso: il telefono squillò e sul display apparve il nome di Michela. Gli tremava la voce quando rispose “pronto”.
«Non ci crederai, ma ti stavo pensando», le disse appena fu in grado di parlare.
«Come vedi anch’io. Ma volevo soltanto augurarti tanta felicità».
 «Grazie e…tu cosa farai?», le chiese.
«Non so…per adesso non penso a nulla», rimase in silenzio per qualche istante, « io sono di quelle che non riescono a cancellare facilmente un amore come il nostro. Per te è stato semplice, ma per me ci vorrà del tempo. Ad ogni modo buona fortuna, ho voluto risentire la tua voce, scusami, non avrei dovuto farlo, ma è stato più forte di me».
Lorenzo  rimase di sasso, non si sarebbe mai aspettato una simile telefonata: aveva ragione lei!
Non si poteva cancellare un amore così!  Ma, mentre stava rispondendo, sentì che la linea si era interrotta: Michela aveva preferito troncare la conversazione.
 Da quel momento visse in un incubo.
«Amore, che fiori scegliamo per il bouquet?».
«Quello che fai tu va bene, cara».
 «Lorenzo, ha telefonato il sarto, devi andare a fare l’ultima prova!».
«Stai tranquilla, nel pomeriggio troverò il tempo».
«Per il menù pesce o carne? Oppure due secondi? Che ne dici?».
«Non ho preferenze, per me va bene tutto», ormai era rassegnato.
«Amore, non sei felice? Ti vedo un po’ giù».
«Sto bene, sono soltanto stanco».
La notte prima del matrimonio la passò in bianco, si rigirò nel letto centinaia di volte cercando il sonno che non veniva finché la luce non filtrò dalle tapparelle: era l’alba e finalmente aveva preso una decisione. Fece qualcosa che non avrei mai creduto di avere il coraggio di fare.
Era sull’altare, accanto a lui c’era Rachele che indossava uno splendido vestito  bianco,  era pallido, tirato, sbirciava lei senza avere il coraggio di sorridere. Il sacerdote con voce calma pronunciò la domanda di rito:
«Vuoi tu Lorenzo prendere in sposa Rachele e amarla per tutto il resto della tua vita?».
Prima di rispondere si girò verso la sposa, aveva i battiti del cuore accelerati, rimase in silenzio per qualche secondo che gli sembrò un’eternità…poi disse di no.
Un mormorio di sconcerto serpeggiò per la chiesa piena di gente: Rachele lo guardò incredula, diventò pallida i suoi occhi divennero lucidi, si aspettava lacrime e insulti, ma non fu così.
Lei  reagì come non si sarebbe mai aspettato : gli prese le mani e lo guardò negli occhi, a lungo, prima di dirgli: «L’avevo capito da tempo…non sei innamorato di me. Va’ da lei, ho visto come la guardavi».
Un sospiro di sollievo gli liberò il cuore e non potè fare a meno di dirle:
«Grazie Rachele! Sei meravigliosa, ti voglio un gran bene».
Attraversò la navata della chiesa seguito dagli sguardi stupefatti, qualcuno quasi divertito, dei presenti, uscì sul sagrato illuminato dal sole, e telefonò a Michela.
 Dopo quel giorno, per mesi, sua madre non gli parlò, perse la segretaria perfetta, qualche amico non si fece più vedere,  ma ritrovò la gioia di vivere.
E… dopo qualche tempo, sull’altare di una piccola chiesa di campagna, Michela gli disse di sì.

                                                                                                                                   FINE                                                                                                                         



      



venerdì 16 giugno 2017

UNA NOTTE DI LUNA PIENA

 




 L'architetto Roberto Tommasi passava spesso dal Viale dei Platani e ogni volta guardava la casa rosa che s’intravvedeva attraverso la folta vegetazione del giardino incolto: gli piacevano le costruzioni del primo novecento vagamente liberty, aveva sempre sognato di possederne una per restaurarla  e viverci con la sua famiglia. Una volta si era anche fermato a curiosare, aveva provato ad aprire inutilmente il cancello e attraverso le sbarre aveva sbirciato l’edificio con i muri sbiaditi dal tempo, un po’ scrostati che denunciavano incuria e abbandono.
 Però quel giorno c’era una novità: un cartello con la scritta VENDESI era appeso alle sbarre arrugginite. Inchiodò l’auto e scese per vedere meglio, prese nota del numero di telefono, sapendo perfettamente che mai avrebbe avuto i soldi per acquistarla, però voleva almeno provare a chiedere quanto, per curiosità e per cancellare dai sogni quel desiderio.
“Sai che quella villa che mi piace è in vendita?”, disse la sera stessa a Loredana.
 Sua moglie lo guardò:
 “Cosa ti viene in mente, non ci possiamo permettere tanto lusso! ”, rispose lei  scuotendo la testa.
 Dalla camera accanto provenivano le grida dei figli che stavano giocando alla play-station.
“Ecco, senti? Ormai il nostro appartamento è piccolo, pensa se avessimo tutte quelle camere come staremmo tranquilli, non li sentiremmo nemmeno”, rispose lui tappandosi le orecchie.
“Sì, ho capito, ma è soltanto un sogno”, disse Loredana.
“Io ci voglio provare”, replicò Roberto determinato a non mollare.
 Prese il telefono e compose il numero.
Gli rispose una voce di donna dal timbro leggermene rauco, sicuramente una persona anziana che, alla sua richiesta rispose gentilmente:
“Non sono solita dare informazioni per telefono, se vuole, può venire da me, e le darò tutte le notizie che le interessano”.
“Dove posso trovarla?”, chiese lui .
“Naturalmente in villa, allora ci vediamo domani nel pomeriggio?”, propose la sua interlocutrice.
L’architetto fissò l’appuntamento e lanciò un’occhiata alla moglie:
“Non prendermi per pazzo, magari non chiede molto, la casa è talmente in cattivo stato che solo per restaurarla ci vorrebbero un mucchio di soldi”, borbottò aspettandosi la reazione che non tardò a venire.
“Appunto”, rimbeccò Loredana, “proprio quelli che non abbiamo”.
“Non dimenticare che sono un architetto e so come ci si muove nel mio mestiere, un po’ per volta ce la farei, e poi, ormai voglio andare in fondo, domani vado da quella signora e vedremo”, rispose Roberto cocciuto.
Puntuale si presentò alla villa, donna Clara  lo stava aspettando, era una signora alta, magra con i capelli candidi e il viso segnato dalle rughe, aveva lo sguardo dolce e il sorriso simpatico.
Si accomodarono in salotto e, dopo i convenevoli e le presentazioni la signora lo invitò a visitare la villa. Roberto osservava tutto con occhi esperti e pensava che quella sarebbe stata la casa ideale: quei soffitti alti nelle stanze ampie lo entusiasmavano.
Terminato il giro si rimisero a sedere:
“Ed ora vorrei sapere il prezzo”, disse pronto a ricevere la mazzata.
L’anziana signora lo guardò per qualche secondo senza parlare aumentando così la tensione dell’attesa..
“Vede, architetto, io non ho eredi, sono vecchia e sola, e lei mi piace”, si fermò, poi riprese, “ha bambini?”, chiese improvvisamente.
“Sì, due maschietti di sette e dodici anni”, rispose Roberto sempre in attesa di conoscere il verdetto.
 “Bene, sarei felice di concludere con lei, finalmente questa casa ritornerebbe viva”, disse con un triste sorriso. Quando finalmente la signora si decise a dire la cifra, Roberto rimase di stucco, non avrebbe mai creduto che la nobildonna chiedesse così poco: praticamente con qualche sacrificio e un mutuo avrebbe potuto permettersi di realizzare il suo desiderio. Non ci pensò due volte e accettò ,corse a casa per dire a Loredana la grande notizia.
“Sei sicuro di quello che dici?”, chiese lei incredula.
“Stai tranquilla, ho capito bene, è un grande affare, sarebbe sciocco lasciarselo scappare”, rispose lui  euforico.
Sempre più entusiasta e sempre più incredulo di aver fatto un affare , a operazione conclusa  Roberto 
cominciò subito i lavori di ristrutturazione… dopo pochi mesi la villa era pronta per ospitare la famiglia dell’architetto Tommasi. 
I ragazzi erano felicissimi, avevano tutto lo spazio per giocare e per ricevere gli amici, Loredana e Roberto stavano finalmente apprezzando la gioia di avere una bella casa.
Decisero, dopo qualche tempo di dare una festa per l’inaugurazione e invitarono amici, parenti e anche clienti dell’architetto, dopotutto, per incrementare il suo lavoro, erano necessarie anche alle pubbliche relazioni.
 La sera del ricevimento la villa era nel suo massimo splendore, tutti i lampadari di cristallo brillavano illuminando il salone preparato per l’occasione.
Marco, un vecchio amico di Roberto lo prese in disparte:
 “Come mai hai comperato questa villa?”; gli chiese con un’aria enigmatica.
“E’ stato un affare! Perché me lo chiedi?”.
“Non è molto che ti sei stabilito qui e sicuramente non sai la storia di questa casa”, incalzò l’amico.
Sollecitato da Roberto, Marco si lasciò convincere a raccontare:
“Nessuno del posto l’avrebbe acquistata, donna Clara ha cercato di venderla diverse volte ma non ci è mai riuscita. Questa casa ha una cattiva nomea “, l’uomo non sapeva se continuare e Roberto l’incalzò: “Vai avanti, se c’è qualcosa di spiacevole lo devo sapere”.
“Va bene, te lo devo dire.  Sembra che nelle notti di luna nuova si sentano delle voci e dei suoni in tutte le stanze e ci siano fenomeni paranormali, non vorrei essere in casa in quel momento”, confessò Marco rabbrividendo.
Roberto lo guardò un attimo esterrefatto poi scoppiò in una risata:
“Dovrei credere a queste fandonie, scordatelo, i fantasmi non esistono”, asserì sicuro di sé, “piuttosto, andiamo a bere un bicchiere di spumante, mi è venuta la gola secca”.
Roberto non disse nulla a Loredana né ai ragazzi, non aveva mai creduto nell’arcano mondo dell’al di là e nemmeno voleva pensare che potesse succedere proprio in casa sua, così continuò soddisfatto a vivere con la famiglia nella casa nuova.
“Sai papà”, gli disse una sera Nicolò, il figlio più piccolo di sei anni, “in questa casa ho trovato un amico”.
“Ah sì?”, rispose Roberto, “e chi è?”.
“Si chiama Samuel e viene a trovarmi tutte le sere prima di addormentarmi”.
“Vorrai dire prima di tornare a casa, l’avrai conosciuto ai giardinetti”.
“No, viene proprio vicino al mio letto e mi parla di tante cose”, disse il ragazzino.
“Ti senti bene?”, chiese Roberto toccando la fronte del bambino
“Sto benissimo, non credi a quello che dico?”; continuò il ragazzino
“Certo e, di che cosa parlate?”, chiese ancora il papà che non lo voleva contraddire .
“Lui mi racconta una strana storia, dice che la sua casa è stretta, che non si può muovere e aspetta qualcuno che lo venga a salvare. Da che cosa non l’ho capito”, affermò Nicolò alzando le spalle.
“Adesso vai a dormire e stai tranquillo, vengo io a raccontarti una favola”, lo rassicurò Roberto preoccupato.
Le parole del figlio l’avevano impressionato, ne parlò a Loredana che lo tranquillizzò:
“Molti bambini si fanno un amico immaginario, non ti preoccupare, vedrai che fra non molto gli passerà”.
Nei giorni seguenti osservò meglio Nicolò, però gli sembrava del tutto normale, anche Pietro, il fratello più grande non dava peso a ciò che raccontava, anzi si divertiva a punzecchiarlo sull’amico virtuale.
“Domani c’è la luna nuova”, disse improvvisamente a tavola Loredana mentre serviva l’arrosto.
Roberto risentì la voce del suo amico “sembra che nelle notti di luna piena avvengano fenomeni paranormali” e gli si chiuse lo stomaco. “No, grazie, per me nulla, mi è passata la fame”..
Quella notte prima di ficcarsi sotto le coperte Roberto scostò le tendine della finestra e guardò il cielo: una grande luna illuminava il buio. “Luna nuova”, sussurrò.
Poi si coricò e tentò di addormentarsi, la casa era silenziosa, tutto il resto della famiglia dormiva, era già passata la mezzanotte quando un rumore sordo lo fece sobbalzare. Proveniva dal soggiorno, rimase in ascolto, il rumore continuava, anzi era un susseguirsi di tonfi, come se un bambino corresse per la stanza. Si alzò e scese le scale, improvvisamente una ventata spalancò le vetrate, le grandi tende bianche svolazzarono creando un’atmosfera spettrale che faceva venire i brividi. Un lampo squarciò il buio, Loredana si svegliò di soprassalto: “Sta arrivando il temporale, chiudi le finestre”, raccomandò al marito con la voce impastata dal sonno, si rigirò dal lato opposto e si riaddormentò.
 “Altro che temporale, il cielo non è mai stato così sereno”, pensò lui impaurito da ciò che stava accadendo; risalì con le gambe molli e si tappò le orecchie per non sentire il tramestio nel locale sottostante. Della famiglia fu l’unico che non dormì, con gli occhi sbarrati e i sensi vigili si rigirò nelle lenzuola finché non sentì la sveglia che l’avvertiva che era l’ora di alzarsi. Scese in cucina come uno zombi e si preparò un caffè, ne aveva bisogno, mentre sorseggiava il liquido bollente lo sguardo cadde su una foto in bella vista sulla credenza, incuriosito la prese, erano persone sconosciute, e nemmeno si era mai accorto che il ritratto fosse su quel mobile.
Osservò meglio, era una famiglia, i genitori con i figli: due ragazzini fra i sette e i dieci anni, vestiti bene, ma con abiti passati di moda, forse anni quaranta, il più piccolo indossava un berretto con la visiera e sul bavero della giacca aveva un distintivo, un piccolo aereo dorato.
Quando sua moglie lo raggiunse le mostrò la foto: Loredana scosse il capo: “Non so chi sia questa gente”, rispose attonita. I ragazzi arrivarono correndo a fare colazione, Nicolò appena vide il ritratto esclamò:
“Ecco il mio amico…è questo!”, disse indicando il ragazzino col cappellino.
Suo padre gli si avvicinò: “Sei proprio sicuro?”, chiese cauto
“Ha lo stesso berretto, e il distintivo…è proprio lui, è venuto anche stanotte e mi ha detto che presto andrà via, perché lo faranno uscire dalla camera stretta e mi verrà a salutare”, disse il bambino tutto d’un fiato.
Gli altri si guardarono in viso, suo fratello sbottò:
“Smettila di dire sciocchezze, ti stai inventando tutto!”.
“Sto dicendo la verità, credetemi!”, gridò Nicolò . “Lui ha detto che parla solo con me perché sono un bambino, i grandi non possono sentirlo”, poi offeso perché nessuno gli credeva, corse via singhiozzando.
 L’architetto Tommasi impressionato decise di fare visita a donna Clara portando con sé la foto misteriosa. L’anziana signora, non appena ebbe fra le mani quel ritratto cambiò espressione, il suo viso si fece triste e gli occhi si inumidirono:
“Poveretti”, mormorò. Poi si riprese:
 “E’ la famiglia di mio zio, erano ebrei, furono deportati a Mathausen ; la loro villa, quella che lei ha acquistato  fu occupata dai tedeschi; morirono tutti, eccetto Samuel, questo ragazzino”, disse indicando il bambino con il berretto, “è sfuggito all’arresto, ma di lui non si è saputo più nulla”.
 Roberto sentì un brivido corrergli lungo la schiena, tutto coincideva con ciò che gli aveva detto Nicolò.
Quella notte si fermò accanto al letto del figlio, ma non accadde nulla, il bambino dormì tranquillo fino alla mattina, ma quando aprì gli occhi e lo vide sorrise:
“Sai papà che Samuel mi ha detto dov’è la sua casa? Anzi mi ha pregato di dirti di andare da lui, subito. “Vieni”, si alzò dal letto e prese per mano il padre.
Roberto lo seguì stordito fino alla porta sulle scale della cantina:
 “Dove stai andando?”; chiese angosciato .
 “Dai, facciamo presto!”, rispose Nicolò .
Entrarono nel locale zeppo di cianfrusaglie e si fermarono davanti ad un grande baule: “Ecco, siamo arrivati”, disse il ragazzino, “…apri”.
Con il cuore che gli usciva dal petto e le mani tremanti, Roberto alzò il coperchio con fatica, ciò che vide quasi gli fece perdere i sensi, si appoggiò a un vecchio mobile, chiuse di scatto il baule e sussurrò a suo figlio: “Vai su, ti chiama la mamma”.
“Fammi vedere cosa c’è”, insistette il bambino.
“No! ritorna in camera, te lo dico dopo”, ordinò. Nicolò andò via imbronciato.
   L’uomo non poteva mostrare a suo figlio ciò che era rimasto del corpo di Samuel, poiché si trattava proprio di lui, c’era un berretto consunto e un distintivo dorato sul bavero di quella che era stata una giacca.
Donna Clara riconobbe i resti del bimbo sfuggito ai nazisti: quando arrestarono la sua famigli era scappato in cantina, si era nascosto nel baule e non era stato più capace di aprirlo…
Qualche giorno dopo Nicolò disse serafico:
“Il mio amico vi ringrazia, è venuto a salutarmi perché non verrà più, finalmente ha trovato una casa più bella”.
“E tutti abbiamo ritrovato la pace”, sussurrò Roberto.
                                                                                                                                                            FINE








  

 


domenica 4 giugno 2017

LA SCELTA

 



Lorenzo si stropicciò gli occhi stanchi: era al computer per scrivere un articolo, aveva quasi finito, ma non gli veniva la frase finale. Cancellava e riscriveva, scuoteva la testa, e ricancellava. Ormai le idee erano esaurite, capì che era arrivato il momento di andare a prendere un caffè. Si alzò e incontrò lo sguardo di Benedetta: i suoi occhi verdi lo stavano fissando con intenzione.

“Se mi aspetti vengo anch’io”, propose la ragazza raggiungendolo in fretta.
 Lorenzo, quando aveva cominciato a lavorare in quella redazione l’aveva subito notata per la cascata di capelli neri che contrastavano con la pelle bianca del viso e la bocca carnosa, ravvivata dal rossetto acceso.
“Allora…come ti trovi?”; gli chiese lei.
 Lorenzo era stato assunto da poco al giornale, aveva aspettato a lungo quel posto e finalmente era riuscito a coronare il sogno di diventare redattore in un mensile di prestigio..
 “Molto bene”, rispose pronto, “…e tu? Da quanto tempo sei qui?”.
“Sono già due anni…il lavoro mi piace ma vorrei fare un salto di qualità…non mi tiro mai indietro,insomma mi do’ da fare ma rimango sempre lì.”
“Ti vedo un po’ troppo ansiosa …dove vorresti arrivare?”, chiese Lorenzo.
 “Capo servizio…per esempio”, confessò lei.
Lui sorrise: “Voi donne volete tutto e subito”, disse scherzoso, “ma…ti spiacerebbe cambiare discorso?. Non parliamo di lavoro, facciamo una pausa, e gustiamoci questo caffè”, disse porgendole il bicchierino fumante.
Lei lo portò alla bocca e bevve alzando gli occhi su di lui che la sovrastava con la sua alta statura.
“Messaggio ricevuto… di cosa vogliamo parlare?”, disse poi.
" Per esempio, cosa fai stasera?", continuò Lorenzo. 
Benedetta gli lanciò uno sguardo stupito: “Che fai? …ci provi?”, replicò.
“Non mi permetterei mai, forse sei già impegnata e ho fatto una gaffe…?”.
Lei rimase silenziosa per qualche istante: “No…ora non più”, rispose amara.
“Lo sapevo…come al solito ho parlato a sproposito…ti chiedo scusa”, disse Lorenzo imbarazzato.
Benedetta alzò le spalle :
“Però…ripensandoci, stasera non ho niente in programma, non sarebbe una cattiva idea uscire insieme”, riprese.
“Benissimo”, rispose lui , “dimmi dove e quando devo venire a prenderti”.

 Scovarono un piccolo locale con un’atmosfera intima; nell’aria c’era  una musica soft.
 Si sedettero e ordinarono un drink: 
“Si sta bene qui”, disse lei guardandosi intorno.
 Dopo qualche momento di imbarazzo  Benedetta cominciò a parlare di sé.
Lorenzo seppe che aveva ventotto anni, che viveva sola, e che era reduce da una relazione con un uomo più grande di lei, con moglie e figli, che l’aveva profondamente delusa.
“Sai…la solita vecchia storia: divorzierò da mia moglie….ti prego di pazientare…poi vieni a sapere che aspetta un altro figlio dalla legittima consorte”, confessò con tristezza.
Lui ascoltava in silenzio, ma quello che diceva Benedetta lo interessava poco, era attratto dalla sua bocca , dai grandi occhi espressivi di un verde intenso…e poi dal suo modo di muoversi, di accompagnare con i gesti delle mani, lunghe e sottili, ciò che diceva. Lei si accorse che era distratto:
“Mi stai ascoltando?”, chiese infastidita. Lorenzo si riprese:
“Certo…se ti fa piacere ti offro la mia spalla per piangere sulle tue disgrazie, ma…”, si interruppe un istante,"tu mi piaci molto Benedetta, e vorrei che questa sera fosse tutta per noi".
" Hai ragione, ti chiedo scusa…la cosa è recente e non mi sono ancora ripresa…”.
“Vogliamo ballare?”, propose lui prendendola per una mano.
 Abbracciati si lasciarono portare dalla musica fra le poche coppie che occupavano la pista. Lorenzo turbato dal profumo dei capelli neri capì che stava scivolando nella fase dell’innamoramento, nessuna, prima di Benedetta gli aveva dato quelle sensazioni. Quando l’accompagnò a casa fece uno sforzo su se stesso per non chiederle di salire, si limitò a baciarla  e si accorse che anche per lei non era un semplice bacio ma  era un bacio sentito.
Il giorno dopo, in redazione, si scambiarono quegli sguardi particolari di chi comincia un amore.
Quella mattina, come al solito c’era la riunione di redazione nell'ufficio del direttore Marta Ferrini ,  una bella donna sulla quarantina, molto curata nel vestire, bionda e snella, con il piglio deciso; i suoi occhi chiari e freddi davano una certa soggezione. I redattori presero posto davanti alla sua  scrivania, Benedetta e Lorenzo sedevano vicini e a volte si guardavano negli occhi. Marta notò quegli sguardi e la sua espressione si indurì.  
“Devo farti i complimenti, Lorenzo”, esordì rivolta al giovane, “stai facendo un ottimo lavoro, scrivi bene e hai l'occhio clinico, c’è la stoffa del giornalista…bravo”.
 Lui diventò leggermente rosso, Benedetta si volse a guardarlo stupita. Quando la riunione volse al termine il direttore li congedò: “Abbiamo finito e…adesso, al lavoro”.
 Tutti si alzarono. “Lorenzo…rimani per favore”, disse a sorpresa Marta Ferrini.
  Il giovanotto riprese il posto sulla sedia.
“Vuoi bere qualcosa?”, domandò la donna porgendogli un bicchiere con un liquido rosato. Il giovanotto non seppe rifiutare e si trovò in mano qualcosa che, in quel momento non desiderava ingurgitare. Si stava chiedendo il perché…il periodo di prova stava per finire e forse voleva dirgli che non l’aveva superato….eppure gli aveva fatto i complimenti davanti a tutti… Forse per addolcire la pillola amara…
“ Vedo che sei perplesso…c’è qualcosa che non va?”, domandò Marta e senza aspettare risposta alzò il calice, “alla tua carriera!”, esclamò..
 Lorenzo non capiva, ma bevve d’un fiato l’aperitivo alcolico.
“Senti…stasera devo andare al vernissage di una mostra, che ne diresti di accompagnarmi?”, continuò lei  “così potresti fare un bel pezzo per la rubrica Arte”.
Il giovanotto ebbe la visione della serata che voleva trascorrere con Benedetta: una cenetta a due in casa, poi un cinema e dopo....concludere in bellezza!  perciò rimase muto… non avrebbe rinunciato al suo programma per niente al mondo.
“Stasera non posso…mi dispiace direttore…”, ebbe il coraggio di rispondere.
 Gli occhi freddi di Marta si chiusero come una fessura: “Non fa niente”, disse, “sarà per la prossima volta….vorrà dire che ti avvertirò in tempo. Ora puoi andare”, posò il bicchiere sulla scrivania e si immerse nella lettura della posta mentre Lorenzo si allontanava in silenzio. Uscì scuotendo la testa, forse aveva fatto male a rifiutare, forse aveva compromesso l’assunzione…Con questi pensieri tornò alla scrivania per riprendere il lavoro interrotto, ma era distratto da pensieri neri.
 Benedetta, dal suo posto gli lanciò un’occhiata e gli fece un cenno come per dire: allora? cosa voleva da te?. Lorenzo le fece intendere che ne avrebbero parlato dopo. Più tardi, il grafico più anziano si avvicinò:
“Ti vedo pensieroso, qualcosa è andato storto?”. 
Lorenzo non sapeva se confidarsi oppure tenere tutto per sé, poi si lasciò andare considerando che il collega era in quel giornale da tanti anni e sapeva come andavano le cose.
“C’era da aspettarselo…sei un bel ragazzo e il nostro direttore è molto sensibile al fascino maschile. Molti hanno fatto carriera in questo modo”, confessò il suo interlocutore. “Auguri giovanotto”, concluse l’uomo battendogli una mano sulla spalla.
La notizia sconvolse Lorenzo… come si doveva comportare? Decise di non dire nulla a Benedetta, se la sarebbe cavata da solo…
Qualche giorno dopo scadeva il periodo di prova e venne chiamato in direzione.
Marta Ferrini lo accolse con un largo sorriso: “meno male”, pensò lui, “non si è offesa”.
“Il tuo periodo di prova è stato superato brillantemente”, disse la donna, “sei un elemento valido e perciò ho deciso di confermarti”, si interruppe un attimo…poi,  " cose ne diresti come caposervizio attualità?”
Il cuore di Lorenzo fece un balzo, non avrebbe mai immaginato di fare un salto di quel genere. Veniva da un giornale di provincia dove aveva imparato il mestiere, quando gli avevano proposto di fare parte della prestigiosa testata diretta dalla Ferrini  aveva accettato al volo, ora era andato oltre il sogno…ma…cosa c’era dietro tutto questo? Cosa si doveva aspettare? Tornò in redazione rosso come un papavero, Benedetta si avvicinò:
 “Allora?…com’è andata?”, gli chiese ansiosa.
Lorenzo era così felice che le rispose di botto: “Sono stato assunto come… caposervizio”.
 Negli occhi di lei passò un’ombra, il sorriso le si spense sulle labbra, diventò pallida e disse con un filo di voce: “Congratulazioni…”
 Ritornò alla scrivania e si mise al computer senza alzare la testa e Lorenzo restò impalato senza avere la forza di reagire. Sommerso dalle congratulazioni fu costretto ad ordinare da bere per tutti, mentre alzava il bicchiere guardò negli occhi Benedetta in cerca di comprensione ma lei si voltò dall’altra parte, non gli perdonava di averla scavalcata.
Quando Lorenzo riuscì a parlarle, cercò di farla ragionare, ma per lei la delusione  era stata troppo grande, aspettava quel posto da tempo e…vederselo soffiare dall’ultimo arrivato, anche se si chiamava Lorenzo ed era innamorata di lui, non riusciva a mandarlo giù.
Cominciarono giorni difficili, Lorenzo soffriva per l’assurda situazione che si era creata, ma non si sentiva in colpa…non era arrivato a nessun compromesso  per guadagnarsi la promozione, aveva la coscienza tranquilla.
 Da parte sua Benedetta, rigida sulle sue posizioni, stava mettendo in crisi il loro rapporto: nonostante si amassero c'era  fra di loro una barriera. Anche  sul lavoro c’era qualche tensione perché lei non sopportava di essere sottoposta al fidanzato… non sapeva però che il poveretto faceva salti mortali per sottrarsi alle avances del direttore: declinava spesso gli inviti per gli  avvenimenti mondani, ma qualche volta era costretto ad accettare.
 Durante quelle serate si sentiva esibito come un oggetto dalla Ferrini che lo presentava come il “migliore” giornalista della sua redazione. Si vergognava di se stesso ma… gli piaceva troppo il suo lavoro e sperava che la donna si stancasse e capisse che con lui non c’era nulla da fare.
Purtroppo non sapeva che a lei non piacevano le sconfitte. Se ne accorse durante una riunione di redazione: Marta Ferrini,  gli chiese, anzi gli ordinò di accompagnarla a Parigi per le sfilate di moda.
 In quell’istante dagli occhi di Benedetta partì uno sguardo che lo incenerì .
“Ormai hanno capito tutti come hai fatto carriera….”, sibilò lei appena furono soli.
“Se credi questo, fra noi è finita….sono stanco delle tue insinuazioni”, replicò Lorenzo offeso tornando alla scrivania accompagnato dallo sguardo stupito di Benedetta che non si aspettava quella reazione.
 Quel giorno Lorenzo uscì dal giornale, per la prima volta dopo tanto tempo, da solo …e  Benedetta se ne andò per un’altra strada.

 Dopo una notte insonne ciascuno prese la propria decisione: Benedetta, dopo essersi fatta un esame di coscienza capì di aver  esagerato e capì anche che non voleva perdere Lorenzo, aveva trovato l’uomo della sua vita e non poteva lasciarlo, la carriera poteva aspettare…il suo amore no!
Non ne poteva più che venisse giorno per andare da lui e  chiedergli perdono , ma si sentiva morire perché aveva paura che lui non accettasse .

Per Lorenzo, invece, la battaglia era un po’ più ardua: doveva ribellarsi al ricatto della Ferrini,   aveva deciso di andare da lei e chiarire una volta per tutte la sua posizione. Se per salire in alto doveva piegarsi ai capricci di quella donna e chiudere con Benedetta, non era  quello che voleva.
  Bussò e, senza aspettare, entrò nell’ufficio con passo sicuro:
“Cosa c’è …?”, chiese Marta seccata.
“Direttore”, cominciò lui, “la prego di accettare le mie dimissioni”.
 Lo stupore che apparve sul viso di lei lasciò interdetto anche Lorenzo.
“Perché?”, chiese guardandolo stupefatta.
“Vorrei chiarire, una volta per tutte, che sono un giornalista d’attualità…lontano dagli avvenimenti mondani. In questi ultimi tempi sono stato costretto a frequentare salotti e ambienti che non m’ interessano. Cercherò un altro posto adatto alle mie attitudini “, concluse in fretta, appoggiandosi spossato allo schienale della sedia….  finalmente liberato da quell'incubo!
Marta Ferrini rimase in silenzio, lo guardò per qualche secondo mentre un sorrisetto le increspava le labbra:
“Ho capito…non vuoi venire a Parigi perché c’è di mezzo la tua ragazza …peccato, mi sarebbe piaciuto andarci con te…”.
 Si alzò, passeggiò per la stanza, andò alla finestra e guardò fuori. Si girò e disse:
“Verrà con me Benedetta…una donna se ne intende di moda, mentre tu…saresti stato in difficoltà”, in quel momento nessun risentimento traspariva dal suo viso.
Lorenzo l’ascoltava annichilito, Marta aveva capito tutto e stava ritirandosi con dignità.
“Ovviamente di dimissioni non se ne parla…riprenderai il tuo lavoro senza far storie”, concluse  bonariamente.
“Grazie”, balbettò Lorenzo e uscì di corsa in cerca di Benedetta.
Lei lo vide arrivare e gli saltò al collo:
“Ti prego, scusami, non ti voglio perdere…”, sussurrò stringendolo, “portami un souvenir dalla Francia”. 
 Lui la scostò per guardarla negli occhi:
 “Sai la novità ? me lo porterai tu!”.
 “Vuoi dire che…andrò a Parigi al tuo posto?”, domandò stupita la ragazza.
“Non te lo meriti, ma… penso proprio di sì, me l’ha detto adesso il direttore”.
“Ti amo…ti amo…”, continuava a ripetere Benedetta abbracciandolo .
 Qualche collega osò un leggero battimani, come spesso  succede nei film con  lieto fine.   
                                                                                                                                                      FINE                                                                                                             

 






    


domenica 21 maggio 2017

IL FASCINO DI GISELLE





"Ti aspetto nel pomeriggio...l'indirizzo te lo ricordi?", disse Leonardo mentre si infilava il casco e metteva in moto il motorino. Tommaso annuì.
"Tranquillo...sarò puntuale", rispose con un cenno di saluto. I due ragazzi se ne andarono per strade diverse. Erano compagni d'università e frequentavano la stessa facoltà , si erano conosciuti quando erano in fila per iscriversi al primo anno d'ingegneria meccanica, avevano subito simpatizzato e, quel giorno si erano accordati per studiare insieme in vista della imminente sessione d'esami.
Alle sedici, come avevano pattuito, Tommaso suonò alla porta della casa dell'amico. Venne ad aprire una giovane donna in tuta bianca, i capelli biondi spettinati le cadevano sulle spalle dandole un'aria sbarazzina, aveva un viso dai lineamenti minuti, cosparso di qualche efelide. Si asciugò le mani sporche di colore con un panno e  alzò su di lui gli occhi celesti, chiari e trasparenti come l'acqua:
"Sei Tommaso?"; domandò gentilmente, "Io sono Giselle...entra, Leo ti aspetta". Si fece da parte e lo lasciò passare.
 Il ragazzo passandole accanto la sovrastò di parecchi centimetri con la sua alta statura, rimase qualche secondo impacciato .
"Vai in fondo al corridoio, l'ultima camera a destra", disse ancora lei, "scusa se non ti accompagno, ma sto finendo un lavoro...poi vi porto qualcosa da mettere sotto i denti".
Tommaso ringraziò e raggiunse l'amico in camera:
"Simpatica tua sorella...e anche molto carina!", disse appena entrato.
"Vorrai dire mia madre.... Ogni volta è la stessa storia...non sei il solo ad essere caduto nell'equivoco", rispose Leonardo divertito.
"Non ci posso credere...!", esclamò stupito l'altro.
"Quando sono nato aveva appena diciotto anni... adesso ne ha quarantadue e li porta bene...però, anche se sembra una ragazzina è sempre mia mamma", affermò Leo sorridendo, "ma...adesso bando alle chiacchiere e cominciamo a studiare".
"Hai ragione", rispose  Tommaso poco convinto, "buttiamoci sui libri...".
I due giovani si immersero nei calcoli matematici e si fermarono solo quando sentirono bussare alla porta:
"E' ora di fare una pausa...Volete una tazza di tè e qualche biscotto?".
 Giselle entrò portando un vassoio con le tazze e i pasticcini.  Mentre Tommaso stava sorseggiando la bevanda calda non riusciva a staccare gli occhi dalla madre dell'amico che si era seduta sul letto per prendere il tè con loro: l'affascinava come si muoveva, come parlava, con l'erre leggermente arrotata dei francesi.
"Non è italiana, vero?", chiese infine dopo aver riflettuto se chiedere o no.
"Chi...io?", rispose lei , "sono parigina...però da quando  mi sono sposata sono rimasta in Italia...ma dammi pure del tu, con gli amici di Leo sono abituata così", propose sorridendo.
"Va bene...spero di riuscirci", scherzò Tommaso.
"Grazie,  adesso la merenda è finita...dobbiamo continuare...altrimenti possiamo dare addio all'esame!", si intromise Leo: aprì la porta e accompagnò la mamma nel corridoio.
 Però Tom da quel momento seguì distrattamente l'amico che continuava imperterrito a studiare, il suo pensiero tornava agli occhi chiari e al sorriso di quella donna che avrebbe potuto essergli madre, ma che l'aveva colpito più di qualunque ragazza che aveva conosciuto fino a quel momento.
Quando si congedò, era molto impacciato:
 "Allora ciao...", disse a Giselle che lo stava salutando.
"Quando torni?"; chiese lei mostrando in un sorriso accattivante i denti piccoli e regolari.
"Presto", rispose il giovane sempre più a disagio.
Uscì in strada con sollievo: quel pomeriggio era stato pesante, non avrebbe voluto provare nessuna delle emozioni che l'avevano sorpreso, era consapevole che stava lasciandosi sopraffare da qualcosa che mai avrebbe avuto un seguito, però era incapace di sottrarsi ai pensieri che gli ritornavano in  mente... Lei incarnava la donna che aveva sempre sognato: così bionda e fragile, effervescente,... aveva quel qualcosa di speciale, una grazia particolare  che l'aveva colpito fin dal primo momento che l'aveva vista. "Che stupido sono", si disse, "devo smettere di farmi delle paranoie per questa cosa...ha vent'anni più di me...ed è la madre del mio migliore amico....devo essere impazzito!".
 Si ripromise di togliersi dalla testa  gli strani pensieri e ritornò ancora a studiare da Leonardo, chiamò a raccolta tutto il suo self- control per non lasciarsi coinvolgere dal sentimento...ma  un giorno, la porta dello studio era aperta e vide Giselle che stava dipingendo, si fermò ad ammirarla in silenzio: lei era controluce davanti alla tela , un raggio debole entrando dalla finestra e, passando fra i suoi capelli li faceva brillare come l'oro. Lei si voltò e lo vide:
"Cosa fai lì impalato?"; gli chiese.
Tommaso sussultò e non seppe rispondere, quegli occhi lucenti che lo guardavano gli rimescolarono il sangue.
"Non devo venire più", pensò, "sto facendomi solo del male...". Giselle smise di lavorare e si avvicinò:
"Vieni avanti, sto finendo questo quadro, ti piace?", gli chiese
"Non sapevo che dipingessi", rispose lui avvicinandosi. Rimase fermo davanti al dipinto raffigurante un tramonto sul mare e in cui l'esplosione dei colori contrastanti trasmetteva la vitalità dell'artista.
"Si vede che l'hai fatto tu", disse il ragazzo.
"Perché?", chiese lei curiosa.
"E' esuberante e frizzante come te...", mormorò Tom fissandola in viso.
In quel breve  momento aleggiò nell'aria qualcosa di magico, il gioco degli sguardi si fece più intenso, la vicinanza turbò i loro sensi. Anche Giselle fu catturata da un'ineluttabile attrazione verso il ragazzo che stava guardandola in modo troppo evidente per non capire che la desiderava. Aveva già notato in altre occasioni che Tom l'osservava in quella maniera particolare in cui un uomo guarda una donna che gli piace...e, da parte sua si era scoperta a pensare a lui non come all'amico di suo figlio...ma lo vedeva talvolta accanto a sé nelle sue fantasie amorose. Sentiva in lui il profumo della giovinezza: il fisico atletico, il viso ancora acerbo, i capelli neri, quasi corvini, folti ed ispidi, tutto le faceva tenerezza e l'attraeva ...Si scosse e uscì precipitosamente dalla stanza lasciando Tommaso turbato davanti al quadro: ognuno di loro stava combattendo una battaglia feroce per non lasciarsi andare a un sentimento  che li stava travolgendo. Era un amore sbagliato, senza speranza, ma l'attrazione che c'era fra di loro era più forte di qualsiasi proposito: nella breve vita di Tommaso nessuna aveva suscitato in lui tanto interesse, il fascino che emanava da Giselle l'aveva completamente conquistato, e lei, ritrovava in lui la freschezza di  un amore appena sbocciato ...si vergognava dei pensieri segreti, ma ritornavano sempre come un'ossessione...
Il ragazzo decise di non frequentare più la casa di Leonardo, con una scusa qualsiasi gli disse che non poteva continuare a studiare con lui , così non sarebbe più caduto in tentazione....ma le notti erano diventate bianche, non riusciva a prendere sonno. Cercò di distrarsi frequentando altre ragazze, purtroppo tutte gli sembravano prive di qualsiasi attrattiva, aveva negli occhi e nella mente soltanto il viso di Giselle, i suoi occhi luminosi, i suoi modi e la sua straordinaria e inconfondibile erre moscia...
Per fortuna l'esame di analisi matematica andò bene, Leonardo decise di festeggiare e invitò Tommaso nella casa al mare.
 "Saremo soli?"; s'informò subito Tommaso.
"Ho invitato anche Fabrizio e Giovanni...se fa bel tempo potremo andare in motoscafo...poi là conosco qualche ragazza e di sera ce ne possiamo andare in discoteca".
"Ma...i tuoi non ci sono, vero?", chiese ancora cautamente Tom.
"Cosa ti viene in mente....certo che non ci sono!", esclamò Leonardo guardandolo sorpreso.
I quattro amici partirono sull'auto di Leonardo, era una bella giornata autunnale, e i ragazzi erano contenti di andarsene a respirare un po' d'aria pulita dopo aver passato tante giornate sui libri.
La vettura correva veloce, fin troppo veloce, infatti uno dei tre ad un certo punto, visto che il guidatore pigiava sull'acceleratore l'invitò a moderare la velocità.
"Vai piano...attento alla curva!", urlò Fabrizio.
Non fece in tempo a finire la frase che l'auto sbandò e andò a picchiare contro il guard-rail , rimbalzò, girò su se stessa e si fracassò, con un rumore infernale, sul ferro della balaustra. Dalle lamiere contorte uscivano le grida dei ragazzi, qualcuno si fermò e chiamò l’ambulanza. Dei quattro passeggeri solo Tommaso era uscito indenne dall'incidente:  gli altri, per fortuna, se l'erano cavata con fratture varie e qualche ferita superficiale.
 Nell'ospedale dove erano stati ricoverati arrivò dopo poche ore Giselle, pallida e trafelata s'incontrò al pronto soccorso con Tommaso.
Il primo impulso di Tom fu di tenersela stretta sul suo petto. I segni scuri sotto gli occhi, il viso tirato, sul quale si leggeva la preoccupazione gli diedero una stretta al cuore:
"Leonardo sta bene...fra pochi giorni sarà a casa. Possiamo dire di essere stati miracolati...poteva succedere il peggio", si affrettò a consolarla per non vederla in quello stato.
Lei gli rivolse un debole sorriso e si buttò fra le sue braccia:
"Portami subito da lui, voglio vederlo...", mormorò distrutta.
"Tuo marito non è con te?", domandò Tommaso.
"E' all'estero per lavoro....tornerà fra una settimana", rispose Giselle guardandolo in viso, i loro sguardi s'incrociarono come se avessero pensato la stessa cosa. Però dalle loro labbra non uscì una parola...Restarono in ospedale fino alla sera al capezzale di Leonardo immobilizzato da una gamba ingessata.
"Io posso tornarmene in città", disse Tommaso mentre si stavano avviando verso l'uscita. Giselle non rispose, rimase in silenzio per qualche secondo poi, senza guardare in faccia il ragazzo, sussurrò:
"Forse è la cosa migliore". Continuarono a camminare senza rivolgersi la parola . Arrivati al parcheggio dove la donna aveva messo l'auto, lei si voltò:
"Ritorni  in treno? Andiamo a Chiavari e ti accompagno alla stazione",  propose.
Tommaso annuì ed entrò in vettura. Uno vicino all'altra, nello stretto spazio dell'abitacolo si muovevano cautamente per non avere l'occasione di toccarsi, rigidi e muti trascorsero il tempo del percorso con la paura di lasciare trasparire l'emozione che c'era dentro di loro.
Giselle si fermò davanti alla stazione ferroviaria, Tommaso scese, s'incamminò imponendosi di non voltarsi, ma fatti pochi passi tornò indietro correndo:
"Non ce la faccio...devo parlarti", aprì la portiera e si sedette di nuovo accanto a Giselle.
Stava per cominciare quando lei lo bloccò:
"Non dirmi niente....ho capito...", si fermò non sapendo come proseguire. Il ragazzo rimase in attesa, trepidante.
Lei si passò una mano sugli occhi arrossati, un lungo respiro uscì dalle labbra:
"So come ti senti dentro...anch'io sto provando la stessa cosa e...non so come fare", la sua mano si posò sui capelli neri di Tommaso in una lunga carezza, "è qualcosa che si è scatenato dentro di me e...me ne vergogno, ma la passione è più forte di qualsiasi altro sentimento. In vita mia non l'ho mai provata e ho sempre pensato che fosse il frutto della fantasia degli scrittori, ma devo ricredermi: esiste e ci sto dentro fino al collo...  L'amore per mio marito è una cosa diversa col tempo si è tramutato in affetto, quello che provo per te è un fuoco che mi brucia dentro.  Ho fatto tanti buoni propositi,  sono troppi gli anni che ci dividono....se l'amico di mio figlio!  Sono andata in crisi e avevo messo in dubbio anche la mia onestà: non era possibile che una donna si innamorasse di un ragazzo che aveva vent'anni meno di lei...Però mi tornavi sempre in mente e avrei voluto baciarti, stringerti come un'amante appassionata., ho avuto vergogna di me stessa e quando mi sono accorta che mi guardavi in un certo modo, ho cercato di dare un taglio netto a questo sentimento che mi stava sconvolgendo la vita, non vedendoti più ce l'avevo quasi fatta...ma oggi sei qui, vicino a me...". Tommaso si avvicinò ancor di più:
"Adesso taci...", le sussurrò sulla bocca, un lungo bacio mise fine a tutte le parole...Poi, nella casa a picco sul mare il rumore incessante della risacca cullò la loro notte d'amore.
Il mattino dopo Giselle si svegliò, si stirò fra le lenzuola e allungò una mano dall'altra parte del letto: il posto vicino a lei era vuoto, sul cuscino un biglietto. " Vado a prendere quel treno che non ho preso ieri sera.  E' giusto così. Addio Giselle, non potrò mai dimenticarti, questa notte l'ho passata in paradiso.  Tommaso".
Una lacrima scese lentamente sulle guance della donna, "Addio Tom", mormorò, "hai ragione tu...ci siamo incontrati negli anni sbagliati".
Non si videro più, ma nel loro cuore rimase per sempre il ricordo di quella passione vissuta soltanto una notte ma che sarebbe potuta diventare  un grande amore.
                                                                                                                                            FINE













domenica 14 maggio 2017

L'AMORE IMPOSSIBILE

 

 


Si erano appena svegliati dopo aver trascorso la notte insieme, fra le lenzuola c’era il tepore dei loro corpi abbracciati, la mano dell’uomo accarezzò il volto della sua donna e:
“Mi vuoi sposare?”; sussurrò guardandola negli occhi ancora languidi di sensualità.
Sara rimase in silenzio, si aspettava da tempo quelle parole ma un conto è sognare di ascoltarle e un altro è sentirsele dire e capire che Paolo faceva sul serio. Il “sì” sussurrato fra due baci suggellò la promessa di appartenersi per sempre.
Lui prese una piccola scatola, lei l’aprì e rimase attonita a guardare l’anello con diamante che brillava sul velluto blu : “…da oggi sei mia ...”, e un istante dopo sull’anulare di Sara splendeva il gioiello.
“E’ meraviglioso….”, riuscì a dire lei rimirandosi la mano sottile impreziosita dalla gemma.
Da quel momento cominciarono a fare progetti per il matrimonio: dalla chiesa dove celebrarlo, al ristorante per il rinfresco…fino agli invitati e alle bomboniere.
La loro storia durava da due anni, si erano conosciuti nel modo più banale: in casa di amici comuni, entrambi erano avvocati e frequentavano lo stesso ambiente. Si erano piaciuti subito e avevano cominciato a uscire insieme, in seguito l’attrazione era diventato amore, ma non avevano mai parlato di nozze. Abitavano in due appartamenti diversi ma questo non era un ostacolo alla loro felicità: anzi, quando decidevano di trascorrere qualche giorno insieme uno dei due si trasferiva nella casa dell’altro.
Per Sara iniziarono giorni frenetici di preparativi, ma era felice, non avrebbe mai pensato che Paolo, scapolo per vocazione, la chiedesse in moglie…era un tipo che amava la propria libertà fino all’ossessione.
Avevano deciso di sposarsi in primavera , il tempo che occorreva per sistemare la casa di Paolo che avevano scelto come loro nido d’amore.
Un giorno, a pranzo in casa dei futuri suoceri, Sara avvertì un momento di disagio: stavano parlando di Walter, il fratello maggiore di Paolo che lei non conosceva. Qualche volta aveva sorpreso il suo fidanzato confabulare con la madre a proposito di quel figlio che non vedeva da tempo. Sapeva che era all’estero, un mistero circondava la sua persona, nessuno ne parlava volentieri.
“Dovremo dirlo anche a tuo fratello…”, si lasciò sfuggire Sara in un momento di pausa, fra una portata e l’altra.
La ragazza si sentì puntare addosso gli occhi:
“Non ce n’è bisogno…mi ha telefonato che sarà qui per la fine del mese”, rispose pronta la signora Alda.
“Bene…così finalmente lo conoscerò”, ribatté la ragazza.
Paolo la guardò di sbieco e non disse una parola, si alzò e andò in cucina a prendere il piatto dell’arrosto, già pronto da portare in tavola:
“Deve essere squisito”, affermò con il tono di voce di chi vuole voltare pagina.
Sara capì e non insistette, però le rimase la curiosità di sapere: in fin dei conti quella doveva diventare anche la sua   famiglia e  aveva diritto di conoscerne anche i segreti, belli o brutti che fossero.
Il giorno dopo cercò di incontrare Linda, una cugina di Paolo che lavorava  in una ditta che aveva la sede a pochi passi dal suo studio:
“ E’ un po’ che non ci vediamo”, esordì serafica, “vorrei un consiglio sull’abito da sposa… prendiamo un caffè insieme?”
  Così Sara, fra una chiacchiera e l’altra, pilotò il discorso in modo da farlo cadere proprio su Walter, il misterioso fratello lontano.
“Come…non lo sai?”, chiese meravigliata Linda.
“Cosa devo sapere?”, ribatté Sara sulle spine.
“Walter è dovuto andarsene perché coinvolto in un traffico illecito di denaro…era stato indagato ed era fuggito prima che lo condannassero a quattro anni di carcere…ora può tornare, con l’indulto la sua pena è estinta, ma la famiglia non lo perdona, specialmente Paolo che con la sua professione di avvocato ha una reputazione da difendere…capisci adesso perché non ne vogliono parlare?”.
Sara rimase di stucco: Paolo le aveva  tenuto nascosto una cosa così importante riguardante la sua famiglia....non ci poteva credere!
 L’occasione per conoscere il misterioso cognato capitò quando una sera decise di andare a ritirare le bomboniere a casa dei genitori di Paolo. La porta si aprì e  sull’uscio non c’era il sorriso della signora Alda ma un tipo che la stava fissando interrogativamente.
“Sono Sara…c’è la signora?”, chiese.
Lo sguardo dell’uomo si soffermò con insistenza su di lei:
“Vieni”, le disse poi scostandosi, “entra, chiamo subito mia madre”.
Eccolo lì la pecora nera della famiglia, quello del quale non si doveva sapere l’esistenza, era un bell’uomo, più alto della media, aveva le tempie grigie e il viso abbronzato con la fronte solcata da qualche ruga: insomma uno di quei tipi che si dicono interessanti e che di solito piacciono alle donne.
“Sei Walter?”, si decise a chiedere Sara dopo averlo squadrato da capo a piedi.
“”E tu sei la ragazza di Paolo…la mia futura cognata …”, disse lui scoprendo in un leggero sorriso i denti bianchissimi, “dovrò fare i complimenti a mio fratello”, continuò  “ha fatto un’ottima scelta “, concluse osservandola con cura.
 Sara si sentì scrutare da quegli occhi chiari, quasi magnetici, era a disagio e si affrettò a  concludere la visita, uscì con la sensazione di avere incollato addosso lo sguardo di Walter.
Tornò a casa leggermente turbata da quell’incontro. “Ho conosciuto tuo fratello”, disse a Paolo quella sera stessa.
Lui  la guardò sorpreso e sembrava che la notizia non gli facesse molto piacere.
“Meglio così”, disse infine, “mi hai evitato una presentazione difficile”, concluse aggrottando le sopracciglia.
In seguito Sara ebbe modo di incontrare spesso Walter e si accorse che cercava il pretesto per vederlo, subiva il suo fascino e quando era sola non poteva fare a meno di pensarlo. Aveva anche scoperto che i preparativi per le nozze la entusiasmavano di meno e che seguiva distrattamente i lavori di ristrutturazione dell’appartamento in cui sarebbe dovuta andare ad abitare.
Quella sera uscì presto dall’ufficio, arrivata in strada si accorse che pioveva, “quattro gocce non fanno male a nessuno”, pensò e s’incamminò svelta verso la fermata dell’autobus, ma non fece tempo a fare nemmeno qualche metro che un acquazzone si rovesciò sulla strada già lucida di pioggia.
Si riparò sotto un cornicione, una vettura accostò il marciapiede e una testa si sporse dal finestrino:
“Ciao Sara…vuoi un passaggio?”, era Walter.
La pioggia era così insistente che accettò.
Lui  la guardava quasi divertito: “Sembri un gattino bagnato”, le disse sorridendo.
Lei si lisciò i capelli fradici: “In effetti ho fatto una bella doccia….devo essere un mostro”, si scusò.
L’altro scosse la testa: “Sei ancora più carina invece”, il suo sguardo aveva qualcosa di tenero…di protettivo.
Sara si sedette accanto a lui rigida, Walter guidava in silenzio, c’era molto traffico ed erano obbligati a fermarsi spesso, fra di loro si era creata una certa tensione, sembrava che ognuno dei due avesse timore dell’altro.
“Sei innamorata di mio fratello?”; chiese lui improvvisamente. Sara si sorprese della domanda:
“Certo…altrimenti non lo sposerei”, affermò decisa.
Walter, sempre con il viso rivolto verso la strada, ribatté:
“Tu non sei la donna per lui…ne sono sicuro”.
Sara sempre più stupita si emozionò:
 “Cosa te lo fa pensare?”; rispose dopo una pausa per cercare di calmare il cuore che aveva cominciato a galoppare.
Walter girò di scatto per una strada solitaria, fermò la vettura e finalmente la guardò in viso.
“Conosco Paolo, è un bravo ragazzo ma non è capace di slanci…tu hai bisogno di un amore più forte, più appassionato…”, aveva gli occhi lucidi, avvicinò il volto a quello di lei che si sentì morire e non seppe sottrarsi al bacio che li unì .
Sara si riprese, aprì la portiera e si allontanò sconvolta… corse sotto la pioggia senza curarsi dei vestiti fradici e dell’acqua che le correva a rivoli sul viso. Arrivata a casa chiuse l’uscio dietro di sé, quasi non era capace di respirare. “Cosa mi sta succedendo?…quell’uomo mi ha stregata, io amo Paolo…e lo sposerò”, si disse…
Con le mani tremanti compose il numero del fidanzato: “Vengo da te stasera?”; chiese, quasi pregando.
Ma la risposta la deluse: “Non posso, ho una cena con un cliente…ci vediamo domani”, rispose Paolo frettolosamente. Lei rimase in casa da sola, proprio quella sera aveva bisogno di avere vicino l'uomo che voleva sposare ma lui non l'aveva capito. 
. Dopo una notte in bianco, decise di vedere  Walter per chiarire definitivamente quella strana situazione che si era venuta a creare fra di loro. Ma appena lo vide riprovò il turbamento che la prendeva ogni volta che l’aveva davanti: quegli occhi azzurri e quel sorriso particolare le facevano venire un groppo alla gola, il ricordo di quel bacio così dolce ritornò prepotente. 
Però  fece violenza su se stessa e riuscì a dire tutte le parole che aveva preparato durante la notte senza pace.
.“Devi dimenticare quello che è successo ieri sera…io amo Paolo…è stato solo un attimo di debolezza”, sbottò dopo aver preso un bel respiro.
Walter la fissò con l’aria di chi sta ascoltando una bambina che non sa quello che dice:
 “Non dire sciocchezze, quel bacio era ricambiato e anche tu non puoi negare l’evidenza”.
“Non è vero!”, quasi gridò lei… “non ti amo….voglio sposare Paolo…lo capisci?”, ma nei suoi occhi erano spuntate le lacrime.
Lui l’abbracciò e la tenne stretta a sé:
 “Mi sono innamorato di te appena ti ho vista…”, le sussurrò fra i capelli.
Sara respirò il suo profumo, sentiva le sue braccia accoglierla sul suo petto, avrebbe voluto cedere alla tentazione ma ebbe la forza di reagire.
“Lasciami andare…torno da Paolo, vedo il futuro solo con lui… mi dà fiducia… invece tu”, si fermò perché si accorse di aver detto qualcosa di troppo. Walter si staccò da lei:
 “ So quello che pensi…sono un imbroglione e la mia famiglia te l’ha fatto credere…ma non è così.  Ho sbagliato volta sola, e ti assicuro che mi è bastata, all’estero mi sono rifatto una vita e una buona posizione…tornerò presto in Messico, ma voglio portarti con me”, affermò seriamente.
Sara si scosse : “ Non verrò mai…non pensi a tuo fratello?”, chiese con la voce che le tremava.
“…se ne farà presto una ragione…lo conosco…”, continuò Walter prendendole le mani, “tu non sei la donna per lui, è troppo razionale, tu hai la passione dentro…lo vedo dai tuoi occhi…”..
Lei stava male…tutto quello che diceva era vero…in quel momento avrebbe lasciato tutto per andarsene anche in capo al mondo con lui. Era questa la passione improvvisa, quella che ti fa perdere la testa e non capire più niente? Certamente sì… ma capì che se fosse rimasta ancora un attimo avrebbe ceduto:
“Mi dispiace”, sussurrò e se ne andò lasciando Walter in mezzo alla strada  sconcertato.
La tempesta di sentimenti la perseguitò per tutta la settimana anche perché Paolo, ignaro di tutto, era partito per un convegno di lavoro e lei era rimasta sola e indifesa . Per di più Walter continuava a telefonarle,  dopo aver  resistito, infine, stressata dalla sua insistenza Sara decise di incontrarlo, ma mentendo anche a se stessa, gli disse che voleva  salutarlo prima che partisse.
Si incontrarono in un piccolo locale: “Sono venuta a dirti addio…”, disse con un filo di voce.
“Dimmi che potrò sperare…non ti sposare…e raggiungimi”, propose lui accarezzandole il viso, “non ti posso dimenticare, sei la donna che ho sempre sperato di incontrare…è stato un colpo di fulmine e  il mio cuore non sbaglia…non ti sposare, vieni via con me…parto domani mattina con l’aereo delle nove…”, i suoi occhi lucidi la fissavano intensamente.
“Non posso…ti prego, non farmi del male, non insistere”, Sara gli buttò al collo le braccia e lo strinse disperatamente. “Addio”, sussurrò. Si alzò e uscì dal locale seguita dalla voce concitata  di Walter:
 “Sara…non te ne andare!”,
Si mise a letto con il capo sotto il cuscino, il cervello era in ebollizione…e anche il suo cuore…”..non devo…non posso…Paolo mi vuole sposare…”. Si alzò disperata…passeggiò per l’appartamento tutta la notte.

Walter chiuse le valige, salutò tutti e chiamò un taxi…aveva un’infinita tristezza, aveva sperato fino all’ultimo di poter convincere Sara, anche se si sentiva un verme nei confronti di suo fratello…ma era più forte di lui, era come un fuoco che gli bruciava dentro, non poteva farci niente, sognava Sara, il suo viso, i suoi occhi il suo corpo morbido che aveva soltanto abbracciato…e aveva capito che anche lei provava gli stessi sentimenti…partiva perciò con l’angoscia di non poterla più rivedere…Uscì dal portone trascinando il trolley, l’auto era già accostata al marciapiede:
“All’aeroporto”, disse salendo…ma il cuore ebbe un sussulto: Sara stava aprendo la portiera dalla parte opposta.
“Ciao…posso venire con te…”, la piccola pausa mise in agitazione Walter, “…in Messico?”.
Lui la trascinò dentro e …il bacio che seguì fu così appassionato che anche il tassista non sapeva dove guardare, mise in moto e sorrise scuotendo il capo “Ah.. l’amore… beati loro!”, sussurrò.


FINE