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giovedì 26 marzo 2015

CI VEDREMO ALL'INFERNO


 


  

 

Lorenzo si tappò le orecchie e mise la testa sotto il cuscino, la voce di Gianna, stridula e petulante, lo chiamava: “Il caffè è pronto! Vieni subito altrimenti si raffredda…”. Tutte le mattine era così, lei si alzava presto, quasi all’alba, andava in cucina, preparava la colazione e cominciava a chiamarlo. Lui se ne starebbe stato volentieri ancora sotto le coperte, ma non c’era niente da fare: finché non si presentava sbadigliando sulla soglia lei non smetteva. Alla vista della moglie spettinata, avvolta in una vecchia vestaglia di un colore indefinito, ogni volta era preso dallo sconforto. Dopo tanti anni di matrimonio non si era ancora abituato a quella visione mattutina che gli rovinava tutta la giornata. Usciva di casa con un peso sullo stomaco, che non era dovuto al caffè troppo forte o alla marmellata di arance che non gli era mai piaciuta, ma proprio al fatto che era arrivato al punto di non sopportare più Gianna. Durante il tragitto per l’ufficio si calmava a poco a poco, e quando entrava era completamente rasserenato: l’aspettava Ramona, la segretaria perfetta, bella, elegante, colta, efficiente, e soprattutto giovane.

La storia con lei era cominciata subito, dapprima si era trattato soltanto di un'infatuazione dovuta al fatto di condividere la giornata con quell’affascinante ragazza sempre impeccabile e carina, poi con l’andare del tempo si era accorto di non poter più fare a meno di lei. Aveva preso una cotta formidabile, era disposto a tutto pur di non perderla.

“Buon giorno avvocato”, lo salutò la ragazza con un sorriso, “le ho preparato sulla scrivania le pratiche da firmare”. Al solo vederla l’avvocato Lorenzo Viviani si riconciliò con la vita. Ramona vestiva un completo gessato, la gonna corta mostrava le gambe ben tornite, la camicetta, sotto la giacca, era scollata quel tanto che bastava per mostrare l’attaccatura del seno. I capelli corvini le cadevano sulle spalle, lisci e lucidi, il trucco sapiente metteva in evidenza il taglio un po’ orientale degli occhi neri e il disegno della bocca carnosa. Come sempre le andò vicino, gli piaceva cominciare la giornata aspirando il suo profumo: “A dopo”, sussurrò. Nello studio non potevano lasciarsi andare a nessun tipo di confidenza, non volevano che gli altri sapessero del loro amore, uscivano ad orari diversi, ma poi si incontravano in casa di lei, prima di cena che Lorenzo consumava regolarmente con la moglie. Qualche volta riusciva a rimanere fuori con la solita scusa dei clienti importanti da portare al ristorante, ma questo non gli bastava più…aveva maturato dentro di lui un’insofferenza verso Gianna che gli annebbiava il cervello. Non la voleva soltanto lasciare, voleva distruggerla, cancellarla, non sentire più parlare di lei… Era bisbetica, petulante, noiosa, gli aveva rovinato la vita, non era riuscita nemmeno a dargli un figlio…non ne poteva più di vedersela girare per casa.

L’aveva sposata quando ancora non si era laureato, era arrivato dal meridione e non aveva una casa, quella donna, più vecchia di lui l’aveva accolto nel suo appartamento, l’aveva aiutato a completare gli studi ed era riuscita ad accalappiarlo senza che lui quasi se ne rendesse conto. Durante quei dieci anni di matrimonio l’aveva tradita, ma era sempre tornato da lei per pigrizia ma questa volta…no, doveva liberarsene definitivamente. In quella bella casa avrebbe portato Ramona per ricominciare a vivere alla grande col bel gruzzolo di Euro che Gianna aveva sul conto corrente e che sarebbero passati a lui in eredità.

Il piano che aveva architettato doveva essere il delitto perfetto.

 Quella domenica restò in casa per fare compagnia a Gianna:

“Il tempo si sta rimettendo al bello”, disse guardando fuori, “le previsioni sono ottime per questa settimana”, continuò volgendosi verso la moglie che stava sferruzzando su una poltrona. La donna alzò gli occhi:
“E’ vero”, confermò apatica.

“In ufficio non ho molto lavoro…che ne diresti di andare allo chalet?”, propose cauto.

Gianna cambiò espressione, divenne più attenta:
“Sai che te lo volevo proporre io?”; rispose, nei suoi occhi brillò un’insolita luce, “ma non sapevo se potevo chiedertelo, sei sempre così occupato…”, concluse abbassando lo sguardo sul lavoro a maglia.

Lorenzo riprese l’argomento con più entusiasmo:
“Benissimo, possiamo andare il prossimo week-end se il tempo non cambia…ma, anche se nevica è ancora meglio, ce ne staremo in santa pace davanti al camino a leggere”, affermò dolcemente.

Gianna si alzò e gli andò vicino: “Sei un tesoro”, sussurrò, “quest’anno non siamo ancora andati in montagna. E’ un vero peccato non utilizzare quella bella casetta fra i boschi”, concluse cercando di abbracciarlo. Lui tentò di scostarsi, ma se ne accorse in tempo, anzi si mostrò più affettuoso del solito.

 “Certo cara…senza contare che lo chalet ha bisogno di manutenzione. Non basta che Franz vada a vedere ogni tanto, c’è sempre qualcosa che si guasta col tempo. Allora prepara i maglioni, io andrò in cantina a recuperare gli sci. Non vedo l’ora di mettermeli ai piedi”, disse allegramente.

La settimana trascorse come al solito, prima di rincasare Lorenzo rimaneva con Ramona un paio d’ore che gli bastavano per avere il coraggio di affrontare la serata con Gianna. L’argomento divorzio era sempre in agguato, anche il venerdì sera la ragazza gli fece una scena di gelosia:
“Te ne vai in montagna con tua moglie…e poi mi dici che non la puoi sopportare…non ci credo, non la lascerai mai”, singhiozzò disperata.

“Ho organizzato questo fine settimana per avere l’occasione di parlarle, quando tornerò avrò chiarito tante cose…la convincerò a divorziare”.

“L’hai detto molte volte…ma sto ancora aspettando “, ribatté lei di malumore, asciugandosi gli occhi.

 “Stai tranquilla…vedrai che fra non molto saremo insieme, per sempre”, affermò abbracciandola stretta: affondò il viso fra i capelli neri, e rimase così per qualche secondo. Senza di lei la vita era vuota, era innamorato pazzo e si voleva convincere che ciò che aveva in mente era la cosa migliore da fare per non perderla.

I coniugi Viviani partirono carichi di valige e di sacchetti di provviste, lo chalet si trovava in una zona lontana dall’abitato ma vicina agli impianti, fra i pini, una posizione stupenda dalla quale si godeva la vista della Marmolada coperta di neve. Arrivarono nel primo pomeriggio, la stradina che portava alla casa era sdrucciolevole, dopo vari tentativi riuscirono a fermare la vettura davanti al portone di legno scolpito. Era una bella giornata ma faceva freddo, appena sceso di macchina Lorenzo si guardò intorno e respirò a pieni polmoni: l’aria frizzante e pulita gli diede una sferzata. Sentiva la necessità di incorporare energia per essere pronto ad attuare ciò che aveva pensato e ripensato nelle lunghe notti insonni. Il suo cervello stava lavorando come un computer: mille pensieri si accavallavano uno sull’altro, mille dubbi l’assalivano.

“Guarda che meraviglia”, esclamò Gianna lasciando vagare lo sguardo. Lo ski- lift portava su gli sciatori con le tute variopinte, il cielo era limpido, senza una nuvola. Lorenzo alzò gli occhi:

“Il tempo è stupendo…quasi vado subito a sciare prima che chiudano gli impianti…vieni anche tu?”, chiese guardingo. Sapeva che la moglie avrebbe detto di no, a lei piaceva andare di mattina:
“No, preferisco rimanere in casa…mentre ti aspetto disfo i bagagli e magari preparo la cena”, rispose infatti tranquilla. Lui prese le valige ed entrò in casa; si accorse subito che era stato attivato il riscaldamento.

“Hai telefonato tu a Franz?”, chiese rivolto a Gianna.

“Non sei contento?…se non l’avessi fatto qui dentro ci sarebbe stato il gelo…”, rispose lei stupita: di solito chiedeva all’uomo che aveva l’incarico di custodire lo chalet di far trovare la casa riscaldata al loro arrivo.

“Va bene…va bene”, borbottò lui.

“Vuoi qualcosa di caldo?”, propose la moglie. Ad un suo cenno affermativo andò in cucina a mettere l’acqua per il te. “Vado a vedere in cantina se la caldaia è a posto:”, disse e si infilò nella botola del sottoscala che portava in un locale dove c’erano gli impianti del riscaldamento e dove si posavano gli sci .

Nel locale male illuminato si diresse verso il bruciatore: “se fosse stato spento avrei lavorato meglio”, pensò contrariato. Doveva collegare un timer all’impianto in modo che al momento giusto scoccasse una scintilla e, di conseguenza, prendesse fuoco il gasolio. Lavorò qualche minuto, dalla cucina gli arrivò la voce di Gianna: “Cosa fai lì sotto?…vieni su, è pronto!”.

“Vengo subito”, rispose. Le mani gli tremavano e non riusciva a finire il lavoro, cercò di calmarsi. “Devo far presto…altrimenti si insospettisce”, pensò. Per la fretta non riusciva ad infilare un maledetto filo nel punto giusto. Finalmente, dopo vario tentativi, il congegno fu sistemato.

“Eccomi! C’è qualcosa che non va nella caldaia…aspettami un attimo, telefono a Franz che venga stasera a dare un’occhiata ”, esclamò uscendo dalla botola. Andò fuori, in macchina a prendere il cellulare:

“Franz? Hai acceso il riscaldamento ma sembra che ci sia qualche problema…no…no, non venire adesso, stiamo uscendo, ti aspetto stasera”. Doveva far sapere a qualcuno che l’incidente era stato provocato per un guasto all’impianto. Dopo la telefonata rientrò e si diresse verso il tavolo dove sua moglie aveva preparato il te. Ingollò la bevanda calda che in qualche modo lo rifocillò: era percorso da brividi che non erano di freddo, ma erano dati dalla tensione nervosa che aveva addosso. Diede un’occhiata all’orologio: “Due ore”, stava pensando, “mancano solo due ore…me ne devo andare al più presto”. Fuori il sole era ancora caldo, gli impianti di risalita funzionavano ancora.

“Allora vado a prendere gli sci”, disse Lorenzo in fretta, si precipitò lungo la scaletta che portava giù, si diresse di corsa verso il ripostiglio, nel passare davanti alla caldaia diede un’occhiata e vide la spia luminosa del congegno elettronico che aveva posizionato poco prima: tutto funzionava alla perfezione. Doveva solo sbrigarsi ad uscire di casa, per la fretta inciampò in una scatola fuori posto e perse l’equilibrio, cadde sul pavimento. “Acc…devo fare più attenzione”, sussurrò spaventato. Si rialzò agilmente scrollandosi di dosso la polvere. Risalì e aprì la botola sotto la scala.

Infilò gli scarponi e prese la giacca a vento: “Ciao ci vediamo fra poco”, salutò la moglie indaffarata davanti al frigorifero. Si avviò per il sentiero che portava alla sciovia, dopo pochi passi si accorse che un uomo veniva nella direzione opposta:
“Buon giorno avvocato”, esclamò il nuovo arrivato.

“Franz…che ci fai qui?”, chiese con la voce tremante Lorenzo.

“Mi ha chiamato lei…c’è qualcosa che non va?”, domandò l’uomo, “vado subito a controllare non si sa mai…può essere pericoloso”.

“Ti ho detto di venire stasera, adesso stiamo uscendo…”replicò irritato Lorenzo. In quel momento Gianna apparve sulla porta dello chalet. Franz sorrise: “La signora è in casa”, disse sollevato.

 Lorenzo era nel panico, guardava Franz, la moglie, l’orologio…

“No…sta uscendo anche lei, torna dopo ti ho detto, ora non abbiamo tempo”, sbottò innervosito. Il giovanotto guardava senza capire, credeva di aver fatto una gentilezza correndo subito dopo la telefonata.
“Vuoi che venga con te?”, intervenne Gianna che aveva sentito . “Mi vado a preparare, vuoi andare a prendermi gli sci, per favore?”. Lorenzo stravolto, rientrò in casa, si infilò nella botola rapidamente…se non poteva attuare il suo piano almeno avrebbe messo in salvo la vita. Il tempo trascorreva implacabile, le lancette giravano senza fermarsi, il congegno elettronico inesorabilmente si avvicinava alla scintilla fatale. Non c’era altro da fare che allontanarsi il più presto possibile. Con gli sci in spalla si accinse a salire le scale di legno, il rumore secco di una porta che si chiude lo fece sobbalzare: il chiarore che proveniva dalla botola che prima era aperta ora non c’era più. Qualcuno l’aveva chiusa: arrivò in cima e spinse, ma per quanto facesse forza non riusciva ad aprirla, il chiavistello da fuori l’aveva inchiodata.

“Gianna apri!”, urlò disperato. La voce tranquilla della moglie gli rispose:
“No…ora rimani dove sei, io me ne vado e tu salterai in aria…cosa credevi che non avessi capito? Sono più brutta della tua amante, più vecchia…ma non più scema.”

Lorenzo sentiva il sudore colare sulla pelle:
“Ti scongiuro…apri… c’è poco tempo…perdonami…non voglio morire”, la voce era disperata.

Dalla parte opposta silenzio, lui urlò ancora fino ad avere la voce rauca . Gianna intanto stava infilandosi il giaccone di pelliccia e tornò a prendere le valige:

“Ti ho fatto seguire, Lorenzo, sapevo che avevi acquistato quella cosa diabolica e aspettavo che tu la mettessi in opera…non hai perso un momento. So che mi odi, devi sapere che ti odio anch’io…addio caro, ci vedremo all’inferno…Ah, dimenticavo, ho assicurato la casa per parecchi milioni, ne comprerò un’altra meno isolata”. Si infilò i guanti e il berretto di lana e uscì; sul sentiero l’aspettava Franz.

“Andiamo”, disse gelida, “facciamo presto…”.

“E l’avvocato?”, chiese il giovanotto stupito.

“Sta ancora cercando gli sci…non ti preoccupare verrà dopo”, affermò la donna allungando il passo.

Erano arrivati quasi agli impianti quando una detonazione risuonò nella valle, una nube di fumo nero invase l’aria. Poco dopo tutti correvano verso lo chalet in fiamme. Franz era annichilito, balbettava continuamente:

“L’aveva detto che c’era un guasto…”. Gianna finse il dolore per la perdita del marito e, per non cadere in deliquio si appoggiò al braccio di Franz: quel bel giovanottone biondo non le dispiaceva.

“Cosa fai nella vita oltre che accendere la caldaia?”, chiese alzando lo sguardo, osservando attentamente il metro e novanta del ragazzo.

“Sono perito elettronico”, rispose lui meravigliato dalla disinvoltura della signora Gianna, “e vorrei diventare ingegnere”, concluse.

“Ti piacerebbe studiare in città?”, propose lei sorridendogli insinuante. “Vieni a trovarmi, posso aiutarti se vuoi”. Lui la guardò e annuì: era una cosa che si poteva fare.

 

                                                                                                                                   FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 11 febbraio 2015

IL VIOLINO DEL NONNO





Christian entrò in casa e, con un gesto di stizza, appoggiò la custodia del violino per terra, si cambiò in fretta e uscì di nuovo. Stava andando al capannone dove la sua band  lo stava aspettando, quella sera dovevano suonare ad una festa di compleanno e, come facevano di solito, si riunivano per provare.
Diplomato al Conservatorio, il giovanotto a trent’anni non aveva ancora trovato nulla di stabile, l’unica fonte di guadagno erano le serate nelle balere di paese dove ancora si apprezzava la musica dal vivo, o negli alberghi cinque stelle per rallegrare le comitive di turisti giapponesi.  Sempre in conflitto con il pareggio del bilancio, erano rari i mesi in cui le entrate erano maggiori delle uscite, di solito era il contrario e si trovava alla terza settimana senza un soldo, con l’arretrato dell’affitto da pagare, senza contare le bollette di luce e gas inevase.


“Tienilo caro, il nonno prima di morire mi ha fatto giurare che l’avrei dato a te, e a nessun altro”, la donna aveva gli occhi umidi, ma Christian, era rimasto freddo, pur essendo addolorato, aveva sperato di ricevere un’eredità più sostanziosa.

“Quando morirò ti lascerò una cosa preziosa”, gli aveva detto il pover’uomo quando aveva saputo di essere ammalato gravemente. Quelle parole l’avevano ingannato e si aspettava qualcosa di meglio di un vecchio violino. Era pieno di debiti, e pensava di poterli pagare con quel qualcosa di prezioso che gli aveva promesso il nonno.

Dal giorno del funerale lo strumento rimase dimenticato in un angolo della sua camera per diverso tempo, finché in un pomeriggio di noia, in quei momenti in cui vedi tutto nero e la vita ti sembra un’enorme fregatura, aprì quella custodia e, finalmente diede un’occhiata alla sua eredità.
Era un violino come tanti, di vecchia fattura, lo estrasse delicatamente e se l’appoggiò alla spalla, nello stesso istante un fluido caldo lo percorse tutto, fin nelle fibre più nascoste del suo intimo. Prese l’archetto e lo passò sulle corde: ne uscì un suono armonioso, come se il violino fosse stato appena accordato, quasi senza accorgersene il  braccio leggero toccava tutte le note, una melodia dolcissima, struggente riempì l’aria. Come preso da un sacro fuoco Christian continuò a suonare, capiva che stava componendo qualcosa di speciale. Prese la carta da musica e sul pentagramma si affrettò a segnare le note della canzone sgorgata dal suo animo. Finì, stremato e svuotato ma felice: era bella la musica che aveva composto ed era stupito di se stesso: “Sono un genio”, si disse, “vado subito a farla sentire al gruppo, questa volta sfondiamo, ne sono certo”.
E aveva ragione! L’entusiasmo dei ragazzi lo convinse a portare avanti il suo progetto: si presentò alla casa discografica, dove altre volte aveva portato inutilmente i suoi lavori, ed ebbe la conferma che aveva scritto qualcosa che poteva fare successo. La melodia sfondò subito, con orchestrazione e parole adatte, interpretata da lui che era il cantante della band, divenne in breve tempo uno dei brani più richiesti e andò di colpo in cima alla classifica dei dischi più venduti. Capitò tutto in fretta e Christian arrivò alla fama quasi senza accorgersene, aprì un conto in banca: non gli pareva vero di poter disporre con facilità del denaro necessario a pagare tutto ciò che gli serviva, anche il superfluo. Con il violino del nonno, che gli aveva portato fortuna una prima volta, compose altri motivi e divenne un divo, osannato dalle folle di giovani, pieno di soldi che non sapeva più come investire, bei vestiti, belle macchine, e belle donne! Ma c’era anche il rovescio della medaglia: non aveva più un attimo di tempo libero, sempre in tournée da una città all’altra, da una nazione all’altra. Per reggere al quel ritmo cominciò ad assumere delle sostanze stimolanti:

“Come fai a resistere?”, chiedevano gli amici. Non poteva rispondere perché non lo sapeva nemmeno lui, doveva solamente ringraziare la cocaina che lo aiutava a reggere. Capiva che stava rovinandosi, ma non poteva farne a meno. Ormai era entrato nel vortice del possesso, non gli bastava più quello che guadagnava, ne voleva ancora, sempre di più.

Una notte, dopo lo spettacolo, sentì bussare in camerino. Entrò una ragazza con i capelli corti e gli occhi grandi:

“Ciao, sono Serena”, disse, “mi fai un autografo?”.

Lui restò perplesso, la guardò e sorrise:

“Come sei carina”, affermò guardandola da capo a piedi, “certo, vieni più vicina”.

La giovane avanzò di un passo intimidita: Christian la incoraggiò:

“Vieni qui, non avere paura, non sono solito mangiare le belle ragazze”, scherzò.

Aveva conosciuto tante donne ma non aveva mai provato quel piacere segreto di essere accanto ad una come quella che aveva davanti, era un’alchimia di fluidi che emanava da lei e che si fondeva con le emozioni che provava guardandola. Serena si accostò e il turbamento si fece più forte:

“Posso incontrarti ancora?”, le chiese improvvisamente, la giovane lo guardò stupita:

“Se vuoi, ne sarei felice”, sussurrò

 Da quel momento Serena gli entrò nel cuore e anche l’amore fece l’ingresso dalla porta principale della sua vita: tutto gli stava andando bene, i giorni neri di quando tirava la cinghia, erano lontani. Ogni tanto pensava a quando aveva imbracciato il violino del nonno: quel momento gli sembrava così lontano! Ormai si era abituato a essere ricco, ad avere tutto, senza nessuna difficoltà, nulla gli sembrava insormontabile. Aveva Serena ed era felice, il tempo passava e non si risparmiava mai, accettava tutti i contratti, era perennemente in viaggio. Cominciò anche a trascurare la sua donna, ormai era diventata un’abitudine, una cosa scontata, nessuno poteva portargliela via, era sicuro dell’amore della sua ragazza. 

Dopo gli spettacoli spesso riuniva gente nella sua villa in collina, e si lasciava andare al suo vizio segreto, sprofondando sempre più nel baratro profondo della droga. E i soldi non bastavano più, il conto in banca stava lentamente calando, cominciò a vendere le proprietà che aveva acquistato, continuando su quella strada stava dando un calcio alla fortuna, ben presto si sarebbe trovato al punto di partenza.

“Me li rifaccio subito”, pensava quando sperperava il denaro, “scrivo una canzone e guadagno un sacco di soldi, ormai sono celebre”.

Mai ipotecare il futuro! E’ un buco nero dove non si vede la via d’uscita. Quella notte c’era stata una specie di orgia in casa sua, si svegliò intontito, aveva un feroce mal di testa e la bocca impastata, si alzò barcollando e fece fatica ad arrivare alla doccia. Il getto violento di acqua calda gli sferzò il corpo, si svegliò definitivamente e si accinse a prepararsi per lo spettacolo della sera. Si accorse, prima di uscire che il violino del nonno non era nella custodia, cercò per tutta la casa, frenetico e ansioso. Il cellulare fece il suo verso: “Ti vuoi sbrigare? Siamo già in ritardo”, gracchiò la voce di Manuel, il batterista.

“Arrivo! …non trovo il violino, qualcuno stanotte deve avermelo portato via”, rispose affannato.

“Non fa niente, qui c’è quello che usavi prima, dai ti aspettiamo, corri!”.

“Ma sì, dopotutto quel violino era vecchio, ne comprerò un altro”, si disse calmandosi.

Però lo spettacolo fu un disastro, la band era scoordinata, il violino che Christian suonava non aveva l’accordatura, saltò anche il generatore che forniva corrente per gli amplificatori delle chitarre elettriche. La piazza gremita di giovani cominciò a rumoreggiare, dovettero interrompere fra i fischi. Alla fine si guardarono sconcertati, la jella li aveva perseguitati per tutta la serata, non era mai successa una cosa simile, un incidente dopo l’altro, come fossero preordinati da qualcuno che voleva far naufragare il loro spettacolo.

“Non capisco cosa stia accadendo”, disse Christian ai musicisti rimasti senza parole dopo la rappresentazione, “questa sera è andato tutto alla rovescia. Non avevamo la solita intesa, ognuno suonava per proprio conto”. Nelle sue parole c’era del risentimento, non riusciva a capire il perché del naufragio della serata.

“Forse dobbiamo rinnovarci”, affermò Alex che stava alle tastiere, “il nostro repertorio è ormai superato”, il ragazzo lanciò un’occhiata al cantautore: “dovresti pensare a qualcosa di nuovo”, azzardò.

“Hai ragione, bisogna dare al pubblico delle novità, altrimenti rischiamo di arenarci”, rispose Christian rabbuiandosi. Quella notte nessuno di loro dormì bene, durante la serata avevano avuto la sgradita sensazione che da un momento all’altro il successo avrebbe potuto voltar loro le spalle.

Christian si mise all’opera, usando il proprio violino, si isolò e cominciò a far vibrare le corde, dopo laboriosi  tentativi scrisse un motivo, lo suonò tante volte ma capì che aveva fatto una musica priva della scintilla che lo distanziava dalla banalità. Lo propose al gruppo, ma sui loro visi lesse ciò che aveva pensato, non c’era nulla di originale in quelle note.

Cercò in ogni modo di trovare un’ispirazione, ma nel suo animo c’era calma piatta, mancavano le vibrazioni necessarie per scrivere della buona musica. Il successo della band cominciò a declinare, andavano avanti sfruttando le canzoni che li avevano lanciati. Christian era demotivato, non  riusciva a reagire, anzi si stava isolando e dopo qualche mese lasciò il gruppo. E Serena lasciò lui, stanca di combattere con nemici invisibili. Il musicista sprofondò nell’abulia, e aumentò l’uso di stupefacenti, in  poco tempo era diventato una larva umana ai margini della società. Nessuno andava più a trovarlo, solo e disperato trascorreva le giornate sdraiato sul divano, intanto le bottiglie vuote di superalcolici ruzzolavano sul pavimento.

 Non aveva più la forza di alzarsi, una notte piombò in un sonno profondo, come in catalessi. Fece un sogno che pareva realtà: il nonno era lì, davanti a lui, con il violino fra le mani, aveva la faccia scura come quando da piccolo lo sgridava per qualche marachella:

 “Non hai saputo mantenere il tesoro che ti ho lasciato”, gli stava dicendo, “hai buttato via la fortuna, non sei stato in grado di condurre una vita onesta. Sei caduto nel fango e questo mi addolora, cerca di rialzarti, sei ancora in tempo…torneranno fortuna e successo se mi ascolterai”, dopo queste parole la voce del vecchio signore si allontanò e la sua figura scomparve.

Christian si svegliò madido di sudore, spossato, debole, a fatica cercò di reggersi in piedi, intorno a lui la stanza sembrava diventata una giostra, girava tutto. Si appoggiò a una sedia e cercò di ricordare, gli tornò davanti la figura del nonno arrabbiato e ricordò ciò che gli aveva detto. Si mise una mano sulla fronte che scottava, lo sguardo gli cadde sulla custodia del violino aperta. Si avvicinò cauto e confuso, con stupore vide che lo strumento era tornato al suo posto! Con le mani tremanti lo sollevò e lo appoggiò alla spalla, prese l’archetto; le dita come d’incanto cercarono le corde giuste, l’aria si riempì di note dolci e struggenti, una musica che entrava nell’anima e dava un’intensa emozione. Christian suonava trasferendo le sensazioni più toccanti e profonde del suo intimo in quel suono, era un’estasi senza fine.   

Qualcuno suonò alla porta, il giovanotto a fatica smise e andò ad aprire:

“E’ meravigliosa questa musica!”, Serena era lì davanti a lui, sorridente. Christian non ebbe la forza di dire nulla, si fece da parte e la lasciò entrare. La ragazza si guardò intorno: “Come ti sei ridotto!”, esclamò, la smorfia del suo viso era eloquente.

 Si precipitò ad aprire la finestra:

 “Qui dentro deve entrare aria pulita. E anche nella tua vita bisogna fare pulizia, io ti sarò vicina perché nonostante tutto ti amo e non posso stare lontana da te”, gli disse guardandolo dritto in viso. Christian era ancora frastornato dagli eventi: il sogno con il nonno, il violino ritrovato e l’arrivo di Serena che si era allontanata, dopo aver tentato inutilmente di salvarlo. Si avvicinò e l’abbracciò.

 Lei gli accarezzò il viso:

“Non ti lascerò più”, rispose, “devi tornare ad essere quello di prima, la melodia che ho sentito dietro la porta era stupenda…riprendi a suonare, ti prego”.

Dentro di sé Christian sentì una vampata attraversargli il corpo, la mente annebbiata si schiarì e capì tutto in un solo istante: il nonno gli aveva lasciato una grande eredità, in quel violino c’era tutta la sua vita: il talento, la fama, la ricchezza e l’amore…però doveva saperseli conservare.

Riprese a suonare con la sua band, tornò a essere l’idolo delle ragazzine e Serena l’aiutò a risalire la china

                                                                                                        FINE

 


 

 


 

martedì 20 gennaio 2015

HAI FATTO UN PASSO FALSO; AMICO!




L’uomo scendeva i gradini con passo leggero; arrivato alla seconda rampa sentì una voce di donna provenire dal pianerottolo sottostante:

 «Dove sei stato fino a quest’ora ? E’ l’una di notte …ti ho aspettato tutta la giornata». L’uomo tentò di fermarsi, ma ormai l’ombra della sua figura era ben visibile contro i finestroni delle scale e decise di proseguire. La signorina Clotilde, infagottata in una pesante vestaglia azzurra era china ad accarezzare un gatto grigio. Al rumore dei passi alzò la testa, ma l’abbassò subito per continuare a coccolare il micio che miagolava di piacere.

 «Vieni dentro, vagabondo! Lo sai che sono sola e ho paura, sono stufa di alzarmi per venirti ad aprire...la prossima volta ti giuro che stai fuori!».

L’uomo attraversò velocemente i pochi metri davanti alla donna e riprese a scendere precipitosamente le scale. La signorina Clotilde restò sulla soglia sopra pensiero e, quando sentì il tonfo del portone che si chiudeva, rientrò nel suo appartamento con il gatto in braccio. «Strano», pensò, «chissà chi era a quest’ora…».

Sopra di lei abitava il signor  Vincenzo, un vecchio antiquario che viveva solo e non riceveva mai nessuno; se ne stava rintanato nel suo abbaino e usciva raramente. «Mah! In fin dei conti che cosa mi interessa», si disse alzando le spalle. Con calma depose la bestiola per terra, chiuse la porta a chiave e ritornò a piccoli passi in camera. Si infilò sotto le coperte per riprendere il sonno interrotto mentre il gatto con un balzo saltava sul letto e si accoccolava beatamente ai suoi piedi.

La signorina Clotilde era una zitella sui sessant’anni che viveva in quella casa da quando era nata, le mura di quel palazzo le erano così familiari che non avrebbe potuto vivere in nessun altro posto. Alla morte dei suoi genitori era rimasta sola; suo nipote Flavio, agente di pubblica sicurezza, si fermava da lei di tanto in tanto quando era in città per servizio. Per il resto la sua vita scorreva tranquilla, la sua vera compagnia era il gattino; ma qualche volta Pallino la deludeva, spariva per intere giornate e se ne andava per i fatti suoi, ritornava grattando la porta nel cuore della notte sfinito dalle scorribande sui tetti, come quella volta.

 «Devo stare più attenta a non farlo uscire», questo fu l’ultimo pensiero dell’anziana signorina prima di addormentarsi beatamente.

L’uomo inghiottito dal buio della strada si allontanò velocemente dal portone, girò l’angolo e si mise a correre. A quell’ora in quella via angusta di periferia non passava nessuno, la notte era chiara e l’aria pungente. Il respiro dell’uomo si faceva sempre più affannoso. Si fermò appoggiandosi al muro per riprendere fiato, poi continuò la sua fuga. Arrivò stremato davanti a una costruzione bassa, una specie di magazzino abbandonato, spinse la porta di ferro ed entrò. Un tavolo, qualche sedia e una branda costituivano l’arredamento dello squallido locale. L’uomo si buttò sul materasso e chiuse gli occhi: le immagini del vecchio disteso per terra con la testa sanguinante ritornavano insistenti ogni volta che tentava di scacciarle. Si mise le mani davanti al viso in un gesto di disperazione: «Questa volta l’ho fatta grossa!», pensò. Era stato sempre una ‘testa calda’; gioco, donne, cattive compagnie l’avevano trasformato in quello che si dice un cattivo soggetto. Ma non era del tutto colpa sua: era cresciuto sui marciapiedi di una grande città, in un quartiere dove l’odore di povertà trasudava dai muri scrostati delle case, dalla sporcizia accumulata sulle strade, dai vestiti della gente che l’abitava. Fin da ragazzo era stato costretto ad arrangiarsi per racimolare qualche soldo. Molte volte l’avevano pizzicato e messo in galera, la sua faccia era conosciuta negli archivi della questura, ma fino a quel momento si era trattato solo di furti, scippi, vagabondaggio. Solo quando   aveva conosciuto Tiziana aveva messo la testa a posto: quella biondina, con grandi occhi trasparenti , era riuscita ad addormentare la rabbia che aveva dentro, ma quel periodo era durato poco, solo qualche mese: una breve parentesi nella sua vita tormentata, poi la sua indole insofferente ad ogni forma di legame l’aveva sopraffatto e si era ributtato giù per la china sapendo di dover arrivare fino in fondo. E ora c’era arrivato. Aveva ammazzato un uomo per rubargli del  denaro; altre volte aveva rubato, ma non era mai arrivato ad uccidere.

Si accorse che il rimorso si faceva strada dentro di lui e non voleva cedere: «Era ora che morisse», borbottò cinicamente , «tanto era vecchio e solo, tutti quei soldi a chi li avrebbe lasciati? Meglio che li abbia presi io!». Si alzò a sedere e cavò da una borsa i pacchetti di banconote, ben pressati. Erano tanti, si mise a contarli con gli occhi che gli luccicavano: la visione del vecchio steso sul pavimento era svanita, il denaro aveva cancellato tutto!

Quella mattina era andato, come faceva quando era al verde, in una banca per osservare chi prelevava somme notevoli, sceglieva le vittime secondo una sua logica, di solito erano persone che lui giudicava deboli: prevalentemente donne e anziani che ritiravano la pensione, o qualche giovane ragazza che abbordava con qualche complimento. Quel vecchietto che incassava un bel malloppo aveva attirato la sua attenzione: il cassiere aveva posto davanti a lui tanti pacchetti di banconote che l’ometto aveva riposto con cura in un borsone di pelle. L’aveva seguito cercando il momento opportuno per scipparlo, ma per varie ragioni non c’era mai riuscito: quando tentava di strappargli la borsa c’era un imprevisto. Sempre inseguendo la sua preda era arrivato fino a quel maledetto portone, poi fin sulle scale. Ma decisamente  quello non era un giorno fortunato per fare ciò che aveva in testa: nel palazzo troppa gente andava su e giù, qualcuno si sposava e le scale erano troppo frequentate. Aveva sentito una donna chiedere alludendo al vecchio che si accingeva a salire i gradini con la testa bassa cercando di defilarsi  senza farsi notare: «Chi è quello lì che non saluta nessuno?»

«Ah, è il signor Vincenzo, dell’ultimo piano,  poveretto, vive solo, è un po’ scorbutico, ma è una brava persona», aveva risposto la portinaia.

 Quelle parole avevano fatto scattare nella sua mente un’idea; spronato dal pensiero di mettere le mani su tutto quel denaro aveva deciso di agire la notte stessa. Ci aveva pensato  tutto il giorno, non riusciva a togliersi dalla mente quel mucchio di soldi che avrebbero potuto essere suoi, come un automa si era trovato in quel palazzo quando tutto era silenzio per tacitare la voglia che lo possedeva come una febbre. Per uno come lui abituato agli scassi, aprire la porta di quell’abbaino era stato un gioco. Il vecchio non gli faceva paura… l’avrebbe convinto con i suoi metodi a mollare. Ma non aveva fatto i conti con l’imprevedibile vitalità del suo avversario. Quante volte lo minacciò inutilmente? Non se lo ricordava più,  aveva ben chiaro però  il momento in cui il vecchio cercò di colpirlo con un antico pugnale. Il poveretto non aveva fatto in tempo ad alzare il braccio che si era trovato per terra con la testa spaccata da un fermacarte di marmo nero.

 Preso dal panico aveva freneticamente rovesciato i cassetti, sventrato i cuscini, cercato dappertutto, finalmente aveva trovato i soldi nascosti in un cassetto segreto di  un vecchio trumeau. Aveva cacciato tutto nella borsa e si era  precipitato per le scale.

La visione delle banconote sparse sul letto gli dava un’euforia mai provata: «Bel colpo! questa volta mi metto a posto per un bel po’».  Si fregò le mani e cominciò a fantasticare: si guardò intorno: via di qui, subito! In un bell’albergo, magari sulla Costa Azzurra a fare il signore. Il miagolio di un  gatto sul tetto del capannone gli evocò improvvisamente la visione della donna che accarezzava il piccolo soriano e questo pensiero lo gelò. «Accidenti, quella strega mi ha visto! Se la polizia le mostra le mie foto sono fritto! Mi riconoscerà certamente, devo squagliarmela subito prima che trovino il cadavere».

Infilò un giubbotto, afferrò la borsa e si precipitò fuori. Le sue lunghe gambe si muovevano frenetiche, quasi correndo ripassò davanti al portone dal quale era uscito poco prima. Nessuna emozione era dentro di lui, pensava freddamente a come togliersi dai guai. La sua mente lavorava come un computer in cerca della soluzione, l’aria fresca della notte l’aveva rinvigorito. La via più facile da seguire era quella di prendere il primo treno che passava dalla stazione e sparire, allontanarsi il più possibile dalla città. Un gatto nero gli attraversò la strada: «Sempre gatti fra i piedi!», esclamò. Gli allungò un calcio, il poveretto fuggì miagolando di dolore e sparì dietro un bidone della spazzatura. In quell’istante nel cervello dell’uomo scattò qualcosa di perverso. Si girò di colpo e tornò sui suoi passi. Poco dopo si ritrovò davanti alla casa del delitto. Con gesto abituale trasse di tasca un mazzo di chiavi, ne cercò una e aprì il portone. L’atrio era immerso nel buio, salì guardingo le scale illuminate da una luce fioca. Stava attento ad ogni più piccolo rumore pronto a fuggire al primo allarme. Arrivò indisturbato davanti alla porta della signorina Clotilde, con occhio esperto valutò la serratura e un sorrisino increspò le sue labbra. Ricordò le parole: «Lo sai che sono sola ed ho paura», aveva detto la donna al gatto…«Bene», mormorò l’uomo, «adesso ci penso io».   Appoggiò per terra la borsa con i soldi e, prima di mettersi all’opera, lanciò uno sguardo di sopra, verso le scale che salivano all’abbaino, scrollò le spalle e piano piano cercò di aprire la porta che aveva davanti. Per un ladro professionista come lui fu una questione di minuti, infatti poco dopo docilmente l’uscio si aprì.

 Si trovò dentro, al buio; strizzò gli occhi per cercare uno spiraglio di luce. La casa era immersa nel silenzio, stava per muoversi a tentoni ma… il miagolio del gatto che aveva sentito entrare un estraneo, lo bloccò.

«Che succede Pallino?». La voce assonnata della signorina Clotilde lo guidò nella stanza vicina. Ormai i suoi occhi si erano abituati all’oscurità e scorse, nel letto in mezzo alla stanza, la figura della donna coricata.

«Chi è?», chiese la signorina Clotilde con un filo di voce, «Sei tu Flavio?»

L’uomo con mossa fulminea le fu addosso.  «Zitta!…ti farò tacere per sempre così non andrai a spifferare che mi hai visto stanotte…meglio essere prudenti». Le mise una mano sulla bocca mentre la poveretta emetteva un mugolio di terrore. Il suo aggressore prese il cuscino  e lo premette con forza sul viso della donna, ma il gatto con un balzo gli saltò sul collo. Imprecando l’uomo cercò di difendersi dai graffi della bestia infuriata, alzò le mani e perse l’equilibrio. Si aggrappò al comodino rovesciandolo, il rumore ingigantito dal silenzio echeggiò nella stanza. Stava per cadere all’indietro quando sentì la morsa di un braccio che lo afferrava..

«Cosa fai, mascalzone…cosa cerchi qua dentro?», disse una voce concitata.

L’uomo si girò appena in tempo per ricevere un pugno in pieno viso che lo stese sul pavimento.

Intanto la signorina Clotilde si era liberata del cuscino e con voce piagnucolosa andava ripetendo: «Che succede? cosa mi hanno fatto?». Aveva il viso pallido, le sue mani annaspavano nell’aria in un estremo tentativo di difesa senza rendersi conto che ormai era salva.

Flavio, il nipote poliziotto le si avvicinò premuroso: «Stai bene zia? meno male che c’era Pallino…e che io ero appena rientrato!», le disse cercando di calmarla. «Ora stai tranquilla, è tutto finito».  Ma l’anziana signorina continuava a piangere sommessamente. L’uomo steso a terra stava riprendendo i sensi, approfittando della momentanea disattenzione di Flavio, cercò di alzarsi per afferrare la borsa sul pavimento, ma il poliziotto fu più svelto di lui.

«Ma…questa è la borsa del signor Vincenzo!» esclamò sorpreso. L’aprì e : «è piena di soldi!!»

Quella borsa era inconfondibile: di vecchio cuoio nero, un po’ rigonfia, con il manico in ottone lavorato e una singolare serratura a forma di foglia di quercia. Quante volte l’aveva vista in mano all’antiquario!

Prima che l’uomo per terra si rialzasse, con un balzo gli fu sopra, l’ammanettò con le mani dietro la schiena.

Con la punta del piede scostò la borsa: «Cosa significa?», chiese.

L’altro chinò la testa senza rispondere. Flavio lo prese per il mento e l’obbligò a guardarlo in viso:

«Cosa hai fatto, disgraziato!». Nella sua voce c’era tanta rabbia, strinse i pugni per trattenere l’impulso di picchiarlo, con uno spintone lo spinse fuori dalla porta: «Adesso cammina, andiamo di sopra», gli intimò.

   Intanto la signorina Clotilde, sempre più confusa,  abbracciava il gatto che si era rifugiato nel letto spaventato da tutto quel trambusto. I due uomini  salirono i gradini lentamente, la porta dell’abbaino era aperta e il corpo senza vita del vecchio giaceva sul pavimento, quasi davanti all’entrata.  Flavio soffocò un grido d’orrore.
  “Sei stato tu!”, gridò in faccia all’uomo che lo fissava inebetito  Il poliziotto lo prese per le spalle e lo scrollò come un sacco di stracci
“Perché sei entrato in casa di mia zia? Volevi ucciderla…perché ?”
Con la voce roca l’altro urlò: “Quella vecchia e il suo stramaledetto gatto! Mi aveva visto… era sulle scale quando scendevo dopo…”, si interruppe e si guardò intorno.
“Dopo aver ammazzato quel poveraccio…”, concluse Flavio. Poi riprese con voce stanca:” Questa volta hai fatto un passo falso, amico, mia zia non poteva vederti…è cieca! Se tu non fossi tornato forse l’avresti fatta franca.”

Negli occhi dell’uomo in manette passò un lampo di stupore, poi scoppiò in una risata isterica. Flavio estrasse di tasca il cellulare e chiamò i colleghi perché mandassero una vettura per portare via l’assassino.

Ormai albeggiava, le grandi finestre delle scale erano diventate trasparenti; l’uomo, seduto sui gradini aspettava che si compisse il suo destino, mentre il gatto davanti a lui lo fissava con gli occhi verdi socchiusi inarcando la schiena

 

Lucia Baldanchini Gerelli – via Trescore,19 – Milano

Tel. 02 66800154    

«Sei stato tu!», gridò in faccia all’uomo che lo fissava inebetito. Il poliziotto lo prese per le spalle e lo scrollò come un sacco di stracci.

«Perché sei entrato in casa di mia zia? Volevi uccidere anche lei…perché?»

Con la voce roca l’altro urlò: «Quella vecchia e il suo stramaledetto gatto! Mi aveva visto…era sulle scale quando scendevo dopo…»,  si interruppe e guardò il cadavere ai suoi piedi.

«…dopo aver ammazzato questo poveretto».  Concluse Fabio. Poi riprese con voce stanca:

«Questa volta hai fatto un passo falso, amico, mia zia non poteva vederti perché…è cieca. Se tu non fossi tornato forse l’avresti fatta franca»

Negli occhi dell’uomo passò un lampo di stupore, poi scoppiò in una risata isterica. Flavio trasse di tasca il cellulare: «Venite a prendere un assassino…», disse lentamente.

Ormai albeggiava, le grandi finestre delle scale erano diventate trasparenti, l’uomo, seduto sui gradini aspettava che si compisse il suo destino mentre il gatto, davanti a lui lo fissava con gli occhi verdi socchiusi inarcando la schiena.
                                                                                                                                                        

 

FINE


 

martedì 4 novembre 2014

QUEL MALEDETTO GIORNO


 Terminata la faticosa giornata all'Università dove insegnava matematica , il professor Enrico Corsi, come tutte le sere,  rientrava nella sua bella casa nascosta nel verde dove l'aspettava , la moglie americana sposata da poco. Lui era un uomo sulla cinquantina e lei una bella e giovane donna di trent'anni che aveva lasciato la California per amor suo, era stato un matrimonio perfetto fino a quando non era arrivato un affascinante vicino nella villetta accanto. Appena l'aveva visto aveva avuto la sensazione che il suo arrivo gli avrebbe procurato guai, si era accorto di avere una specie di avversione per quell’uomo alto, abbronzato, con i capelli neri e ricci, l'esatto suo contrario: lui era di statura media, portava occhiali con montatura pesante e minacciava una calvizie incipiente.

Non aveva fatto mistero con Susan della sua antipatia nei confronti del nuovo venuto:
 «Sei geloso?», gli aveva chiesto lei con un sorrisetto provocatorio.
«Figurati, mi considero al di sopra di qualsiasi bellimbusto», aveva ribattuto seccato.
  Nella villetta accanto c’era sempre un via vai di persone ad ogni ora del giorno e spesso  i festini andavano avanti fino all’alba. Una notte, infastidito dal chiasso che gli impediva di prendere sonno, Corsi andò a bussare:
« Le sembra l’ora di fare tanto baccano? », aveva chiesto furibondo.
«Scusi…però, non è poi così tardi, sono soltanto le tre»,  aveva risposto l’uomo che era venuto ad aprirgli.
Il professore non riuscì a frenarsi e si mise ad imprecare  a voce alta svegliando il vicinato: «Non può permettersi di disturbare il sonno degli altri, lei è un incivile! la smetta, altrimenti…», urlò fuori di sé. Da quel giorno evitarono di salutarsi.
 
A bordo della sua  Mercedes nera, il docente stava percorrendo la solita strada poco frequentata, guidava a velocità moderata immerso nei propri pensieri , all’uscita di una galleria  notò in lontananza una vettura ferma ai bordi della strada, non c’era nessuno accanto all'auto, ma dopo essersi avvicinato vide una figura femminile china sul cofano aperto del motore,  si fermò:
«Posso aiutarla?», chiese sporgendosi dal finestrino.
La donna sobbalzò, alzò la testa e lo fissò preoccupata; Corsi aprì la portiera e uscì:
«Posso dare un’occhiata?  non me ne intendo molto, ma forse qualcosa più di lei...», sorrise alla ragazza: era carina, bionda e giovane. S’immerse fra candele, cilindri, carburatore cercando di capire dov'era il guasto, ma dopo aver armeggiato sperando in un miracolo, dovette arrendersi:
 «Chiamiamo il soccorso stradale... mi dispiace, non ce l'ho fatta», disse alzando la testa e rivolgendosi  alla giovane sconosciuta.  Ma la ragazza  non era più accanto a lui.... era a bordo della Mercedes e la stava mettendo in moto.
«Ferma...cosa sta facendo!!!», urlò...ciò che vide lo sconvolse, la sua vettura sgommando si stava immettendo sulla carreggiata a tutta velocità. Non gli rimase altro che  fissare l’auto che diventava sempre più piccola fino a scomparire alla sua vista. Si guardò intorno sgomento, cercò di fermare qualche automobilista di passaggio ma  nessuno si arrestava, con quello che si sentiva in giro, la gente non si fidava e aveva paura.
«Accidenti in che guaio mi sono cacciato, mi sono lasciato infinocchiare…sono proprio un imbecille», si insultò, cercò nelle tasche il telefonino, ma si ricordò di averlo lasciato  nella giacca rimasta nell’auto….oltre al portafoglio e ai documenti. Non sapendo cosa altro fare decise di raggiungere il primo punto di soccorso stradale, ma nell’attimo in cui si stava mettendo in marcia, una vettura della polizia si fermò, era tanto agitato che non l’aveva neppure sentita arrivare.
Il poliziotto scese: « Non riparte ?», chiese indicando l’auto con il cofano ancora aperto..
Corsi allargò le braccia:
 «No, non so dov’è il guasto… non è la mia», rispose ancora sotto choc.
«Come non è la sua?», disse l’agente avvicinandosi.
«Le posso spiegare: sono stato vittima di un furto», cominciò, ma l’uomo in divisa non lo stava a sentire. Stava osservando con sospetto l’auto cercando di capire come mai quel tale era fermo ai bordi della carreggiata accanto ad una vettura non sua. Girò attorno e si fermò davanti al baule:
«Vuole aprire?», chiese rivolgendosi al professore.
Questi entrò nell’abitacolo e tirò la leva sotto il cruscotto ; l’esclamazione dell’agente lo fece sussultare, scese e ciò che vide lo sconvolse: nel bagagliaio c’era il cadavere insanguinato di un uomo raggomitolato su se stesso.
«Mio Dio… chi è?» domandò con un filo di voce.
«Questo lo chiedo a lei», disse il poliziotto fissandolo in viso e aspettando una risposta.
 Cominciò a tremare per l’emozione, continuava a fissare quel corpo senza vita:
 «Mi creda, non ne so nulla…le ripeto: questa vettura non è mia, sono stato derubato ….», balbettò, «non sono stato io…sono il professor Enrico Corsi e insegno all’Università, non sarei mai capace di uccidere”.
L’altro non lo lasciò finire:
 «Mi dia i documenti, e poi racconterà la sua versione a chi di dovere», affermò secco.
 Il professore costernato dovette dire che non possedeva nessun documento: si erano involati con la Mercedes.
«Molto bene, ricapitoliamo, la vettura non è sua, lei non sa di chi sia questo cadavere e non mi può fornire i documenti…quante coincidenze!», esclamò sarcastico il poliziotto prendendo il telefono di servizio.
«Manda il medico legale al km 60 della provinciale, c’è un morto nel baule di una macchina», disse al collega che aveva risposto alla sua chiamata.
 Intanto Corsi stava per svenire: aveva riconosciuto nel corpo senza vita il suo vicino di casa. Il sangue gli si era gelato nelle vene: si rendeva conto di essere sempre più in pericolo, era talmente assurda tutta la vicenda che la verità era difficile da credere …era stato coinvolto in un omicidio e non sarebbe stato facile uscirne.
Poco dopo, seduto davanti al commissario Parisi, capo della sezione omicidi, aveva la fronte imperlata da piccole gocce di sudore e il corpo irrigidito… stava vivendo un sogno?
 «Dunque, mi dica dove abita, professore», disse il commissario soffermandosi  ironicamente sull’ultima parola.
Enrico Corsi rispose meccanicamente, Parisi lo fissò sporgendosi dalla scrivania:
 «Abbiamo individuato la vittima, Wladimir  Bosnac che, guarda caso è un suo vicino di casa…cosa mi racconta in proposito?».
Ormai il pover’uomo non sapeva più cosa rispondere, aveva detto troppe volte come erano andate le cose, sul viso di chi l’ascoltava leggeva l’incredulità, era talmente sfiduciato che avrebbe voluto  abbandonarsi al destino avverso senza combattere.
«Lo conoscevo appena, non so niente di lui…credetemi, non l’ho ucciso io!», c’era il pianto nella sua voce.
«Eppure gli abitanti della zona hanno detto di averlo sentito gridare nel cuore della notte contro il suo vicino», incalzò il poliziotto.
«Chiamate mia moglie, voglio vederla», ormai non aveva più risposte da dare e aveva bisogno di avere qualcuno che lo guardasse con altri occhi.
«Siamo costretti a trattenerla finché non abbiamo appurato la sua vera identità…ad avvertire sua moglie ci penseremo poi», affermò il commissario.
Enrico Corsi passò la notte in camera di sicurezza, non avrebbe mai creduto nella sua vita di andare in prigione, le ore non passavano mai, nella sua mente si accavallavano mille pensieri negativi…ormai disperava di uscire da quella situazione così paradossale da sembrare costruita, le cose si erano svolte troppo in fretta per poterci ragionare sopra.
Chi era quella donna che l’aveva così facilmente turlupinato?…Perché aveva scelto proprio lui? Queste domande lo assillavano e… come poteva difendersi dalle accuse se non poteva fornire prove a sua discolpa! Sperava che la polizia indagasse a fondo senza accontentarsi dell’evidenza, forse il commissario che l’aveva interrogato era scrupoloso e non si sarebbe fermato, aveva fiducia in quell’uomo, e la speranza era la sola che lo tenesse in vita.
Anche la notte del commissario Parisi non era stata serena, il caso del cadavere nel bagagliaio, anche se poteva dirsi praticamente risolto, aveva qualche punto oscuro. Doveva proseguire le indagini per appurare la vera identità del presunto assassino, poi per trovare un eventuale movente. La vittima era uno slavo dal passato losco, una specie di avventuriero che aveva avuto problemi con la giustizia per droga e incitamento alla prostituzione. Era da poco ritornato dagli Stati Uniti e aveva preso alloggio nella villetta adiacente a quella dell’imputato. Parisi doveva essere sicuro che non ci fosse qualche legame tra i due, durante l’interrogatorio, molte volte aveva avuto la sensazione che il sedicente professore dicesse la verità.
Susan si presentò in commissariato e venne messa a confronto col marito:
«Finalmente!…», esclamò lui mentre la guardava come si guarda un’apparizione, «diglielo tu che non c’entro niente in tutta questa storia, tu sai benissimo che non  ho mai avuto a che fare con quel tipo», supplicò.
 Il commissario invitò la donna a sedersi:
 «Quest’uomo è Enrico Corsi, suo marito?», chiese.
 Lei assentì, tesa con le labbra serrate.
«Cosa può dirmi dei suoi rapporti con la vittima? è vero che hanno avuto una disputa accesa in cui sono volate minacce e insulti?», incalzò il commissario.
Susan impallidì ancora di più, rimase in silenzio per qualche secondo:
 «E’ vero, mio marito odiava quell’uomo e ha minacciato più volte di ucciderlo per gelosia», rispose infine abbassando lo sguardo per non incontrare quello del professore.
«Nooo…non è vero, lo conoscevo appena! Cosa stai dicendo Susan, perché fai questo?…Mi vuoi distruggere?», urlò Corsi stravolto.
 Parisi guardava ora l’uno ora l’altra, non sapeva a chi credere ma il suo fiuto gli diceva che la verità era ancora lontana.
Aspettò un attimo poi:
 «Corsi…la testimonianza di sua moglie mi costringe ad arrestarla », affermò sinceramente dispiaciuto, in fin dei conti quel poveretto gli faceva pena, forse stava dicendo il vero e nessuno gli credeva.
«Susan…perché…», ripeteva il professore scuotendo il capo senza togliere lo sguardo dal viso della moglie che lo fissava freddamente.
L’uomo si lasciò condurre fuori mentre Susan lasciava il locale in fretta senza voltarsi indietro.
 
Qualche giorno dopo il telefono della villetta del professor Corsi subì un guasto, un uomo in tuta blu si qualificò come tecnico delle linee telefoniche e chiese di entrare, Susan lo condusse all’apparecchio. Passarono pochi minuti e l’operaio si rivolse alla padrona di casa:
«E’ tutto a posto, signora….è stato un guasto alla cabina centrale», disse mettendo in borsa gli arnesi.
A poca distanza dalla casa era fermo un furgone grigio, all’interno il commissario Parisi, con l’agente speciale Loredana Caputo, si accingeva ad ascoltare quello che succedeva nell’abitazione del professore, dopo essersi assicurato che funzionasse  “la pulce” inserita nel telefono dal finto tecnico.
Passò qualche giorno ma dentro la villa non succedeva nulla d’ interessante:
 «Domani sgomberiamo…abbiamo fatto un buco nell’acqua», affermò il commissario stanco di sentire banalità.
«Commissario, aspettiamo ancora qualche giorno….sento che succederà qualcosa», disse la Caputo.
Parisi la guardò :
 « E va bene…oggi è venerdì, passeremo il week-end qui dentro!», brontolò seccato.
  Però, proprio il giorno dopo verso sera Parisi lanciò un’occhiata alla sua assistente:
«Caputo avevi ragione…ci siamo!», esclamò .
 Ascoltò attentamente il dialogo fra due donne al telefono:
 «Stai attenta a venire qui…non voglio che ti vedano, devi essere prudente», diceva la moglie del professore.
«Non ti preoccupare Susan, nessuno si è accorto di me, volevo dirti che i passaporti sono pronti e domani ce ne andremo finalmente!», rispondeva l’altra voce femminile.
«Mi sembra un sogno essermi liberata di quel disgraziato, Wladimir  se l’è cercata…non doveva ricattarmi, il ricordo di quando ero sulla strada a prostituirmi per lui era quasi cancellato, ormai mi ero rifatta una vita, avevo sposato una persona perbene, ma poi si  è rifatto vivo! Ti ricordi com'ero disperata quando l'ho visto venire a piazzarsi proprio nella villa vicina ? Comunque sei stata brava a farlo cadere nella rete, se non c’eri tu ad avere il sangue freddo di accoltellarlo io non ne sarei stata capace. E ti devo fare anche i complimenti per essere riuscita a incastrare mio marito sull’autostrada…a volte mi dispiace, ma non avevo scelta o lui o noi! Non ti pare giusto?»
Il commissario Parisi ascoltava trionfante, fin dal primo momento Susan non gli era piaciuta, aveva lo sguardo falso e lui se n’era accorto…
«Caputo, chiama i rinforzi e vai ad arrestare quella donna !...e trova quell’altra…però hai un buon fiuto…brava!».
Quando le manette scattarono ai polsi delle due assassine, il comandante della sezione omicidi era soddisfatto di se stesso: il caso era chiuso, il professore poteva tornare in libertà.
«Lei può andare a casa», annunciò la sera stessa a Corsi che lo guardava con occhi stupiti.
«Avete preso il colpevole?», chiese l’uomo incredulo, «chi è stato?».
«Si tenga forte…sua moglie Susan con un’amica, e hanno tentato di far cadere la colpa su di lei», concluse Parisi tristemente, si rendeva conto che per quel poveraccio era una notizia sconvolgente.
 Enrico Corsi impallidì:
 «Non ci posso credere, la mia Susan voleva distruggermi…», balbettò,  «quel maledetto giorno lo ricorderò per sempre».
«Coraggio professore…la vita ricomincerà e, me lo lasci dire, quella non era la donna per lei!», esclamò Parisi battendogli una mano sulle spalle.
 L’uomo sorrise mesto:
 «Forse ha ragione, commissario», disse accingendosi ad uscire.
L’aria fresca gli sferzò il viso, guardò in alto, il cielo era sereno senza nubi, s’incamminò con passo svelto verso un nuovo avvenire.
 

                                                                                                                                                FINE