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mercoledì 11 febbraio 2015

IL VIOLINO DEL NONNO





Christian entrò in casa e, con un gesto di stizza, appoggiò la custodia del violino per terra, si cambiò in fretta e uscì di nuovo. Stava andando al capannone dove la sua band  lo stava aspettando, quella sera dovevano suonare ad una festa di compleanno e, come facevano di solito, si riunivano per provare.
Diplomato al Conservatorio, il giovanotto a trent’anni non aveva ancora trovato nulla di stabile, l’unica fonte di guadagno erano le serate nelle balere di paese dove ancora si apprezzava la musica dal vivo, o negli alberghi cinque stelle per rallegrare le comitive di turisti giapponesi.  Sempre in conflitto con il pareggio del bilancio, erano rari i mesi in cui le entrate erano maggiori delle uscite, di solito era il contrario e si trovava alla terza settimana senza un soldo, con l’arretrato dell’affitto da pagare, senza contare le bollette di luce e gas inevase.


“Tienilo caro, il nonno prima di morire mi ha fatto giurare che l’avrei dato a te, e a nessun altro”, la donna aveva gli occhi umidi, ma Christian, era rimasto freddo, pur essendo addolorato, aveva sperato di ricevere un’eredità più sostanziosa.

“Quando morirò ti lascerò una cosa preziosa”, gli aveva detto il pover’uomo quando aveva saputo di essere ammalato gravemente. Quelle parole l’avevano ingannato e si aspettava qualcosa di meglio di un vecchio violino. Era pieno di debiti, e pensava di poterli pagare con quel qualcosa di prezioso che gli aveva promesso il nonno.

Dal giorno del funerale lo strumento rimase dimenticato in un angolo della sua camera per diverso tempo, finché in un pomeriggio di noia, in quei momenti in cui vedi tutto nero e la vita ti sembra un’enorme fregatura, aprì quella custodia e, finalmente diede un’occhiata alla sua eredità.
Era un violino come tanti, di vecchia fattura, lo estrasse delicatamente e se l’appoggiò alla spalla, nello stesso istante un fluido caldo lo percorse tutto, fin nelle fibre più nascoste del suo intimo. Prese l’archetto e lo passò sulle corde: ne uscì un suono armonioso, come se il violino fosse stato appena accordato, quasi senza accorgersene il  braccio leggero toccava tutte le note, una melodia dolcissima, struggente riempì l’aria. Come preso da un sacro fuoco Christian continuò a suonare, capiva che stava componendo qualcosa di speciale. Prese la carta da musica e sul pentagramma si affrettò a segnare le note della canzone sgorgata dal suo animo. Finì, stremato e svuotato ma felice: era bella la musica che aveva composto ed era stupito di se stesso: “Sono un genio”, si disse, “vado subito a farla sentire al gruppo, questa volta sfondiamo, ne sono certo”.
E aveva ragione! L’entusiasmo dei ragazzi lo convinse a portare avanti il suo progetto: si presentò alla casa discografica, dove altre volte aveva portato inutilmente i suoi lavori, ed ebbe la conferma che aveva scritto qualcosa che poteva fare successo. La melodia sfondò subito, con orchestrazione e parole adatte, interpretata da lui che era il cantante della band, divenne in breve tempo uno dei brani più richiesti e andò di colpo in cima alla classifica dei dischi più venduti. Capitò tutto in fretta e Christian arrivò alla fama quasi senza accorgersene, aprì un conto in banca: non gli pareva vero di poter disporre con facilità del denaro necessario a pagare tutto ciò che gli serviva, anche il superfluo. Con il violino del nonno, che gli aveva portato fortuna una prima volta, compose altri motivi e divenne un divo, osannato dalle folle di giovani, pieno di soldi che non sapeva più come investire, bei vestiti, belle macchine, e belle donne! Ma c’era anche il rovescio della medaglia: non aveva più un attimo di tempo libero, sempre in tournée da una città all’altra, da una nazione all’altra. Per reggere al quel ritmo cominciò ad assumere delle sostanze stimolanti:

“Come fai a resistere?”, chiedevano gli amici. Non poteva rispondere perché non lo sapeva nemmeno lui, doveva solamente ringraziare la cocaina che lo aiutava a reggere. Capiva che stava rovinandosi, ma non poteva farne a meno. Ormai era entrato nel vortice del possesso, non gli bastava più quello che guadagnava, ne voleva ancora, sempre di più.

Una notte, dopo lo spettacolo, sentì bussare in camerino. Entrò una ragazza con i capelli corti e gli occhi grandi:

“Ciao, sono Serena”, disse, “mi fai un autografo?”.

Lui restò perplesso, la guardò e sorrise:

“Come sei carina”, affermò guardandola da capo a piedi, “certo, vieni più vicina”.

La giovane avanzò di un passo intimidita: Christian la incoraggiò:

“Vieni qui, non avere paura, non sono solito mangiare le belle ragazze”, scherzò.

Aveva conosciuto tante donne ma non aveva mai provato quel piacere segreto di essere accanto ad una come quella che aveva davanti, era un’alchimia di fluidi che emanava da lei e che si fondeva con le emozioni che provava guardandola. Serena si accostò e il turbamento si fece più forte:

“Posso incontrarti ancora?”, le chiese improvvisamente, la giovane lo guardò stupita:

“Se vuoi, ne sarei felice”, sussurrò

 Da quel momento Serena gli entrò nel cuore e anche l’amore fece l’ingresso dalla porta principale della sua vita: tutto gli stava andando bene, i giorni neri di quando tirava la cinghia, erano lontani. Ogni tanto pensava a quando aveva imbracciato il violino del nonno: quel momento gli sembrava così lontano! Ormai si era abituato a essere ricco, ad avere tutto, senza nessuna difficoltà, nulla gli sembrava insormontabile. Aveva Serena ed era felice, il tempo passava e non si risparmiava mai, accettava tutti i contratti, era perennemente in viaggio. Cominciò anche a trascurare la sua donna, ormai era diventata un’abitudine, una cosa scontata, nessuno poteva portargliela via, era sicuro dell’amore della sua ragazza. 

Dopo gli spettacoli spesso riuniva gente nella sua villa in collina, e si lasciava andare al suo vizio segreto, sprofondando sempre più nel baratro profondo della droga. E i soldi non bastavano più, il conto in banca stava lentamente calando, cominciò a vendere le proprietà che aveva acquistato, continuando su quella strada stava dando un calcio alla fortuna, ben presto si sarebbe trovato al punto di partenza.

“Me li rifaccio subito”, pensava quando sperperava il denaro, “scrivo una canzone e guadagno un sacco di soldi, ormai sono celebre”.

Mai ipotecare il futuro! E’ un buco nero dove non si vede la via d’uscita. Quella notte c’era stata una specie di orgia in casa sua, si svegliò intontito, aveva un feroce mal di testa e la bocca impastata, si alzò barcollando e fece fatica ad arrivare alla doccia. Il getto violento di acqua calda gli sferzò il corpo, si svegliò definitivamente e si accinse a prepararsi per lo spettacolo della sera. Si accorse, prima di uscire che il violino del nonno non era nella custodia, cercò per tutta la casa, frenetico e ansioso. Il cellulare fece il suo verso: “Ti vuoi sbrigare? Siamo già in ritardo”, gracchiò la voce di Manuel, il batterista.

“Arrivo! …non trovo il violino, qualcuno stanotte deve avermelo portato via”, rispose affannato.

“Non fa niente, qui c’è quello che usavi prima, dai ti aspettiamo, corri!”.

“Ma sì, dopotutto quel violino era vecchio, ne comprerò un altro”, si disse calmandosi.

Però lo spettacolo fu un disastro, la band era scoordinata, il violino che Christian suonava non aveva l’accordatura, saltò anche il generatore che forniva corrente per gli amplificatori delle chitarre elettriche. La piazza gremita di giovani cominciò a rumoreggiare, dovettero interrompere fra i fischi. Alla fine si guardarono sconcertati, la jella li aveva perseguitati per tutta la serata, non era mai successa una cosa simile, un incidente dopo l’altro, come fossero preordinati da qualcuno che voleva far naufragare il loro spettacolo.

“Non capisco cosa stia accadendo”, disse Christian ai musicisti rimasti senza parole dopo la rappresentazione, “questa sera è andato tutto alla rovescia. Non avevamo la solita intesa, ognuno suonava per proprio conto”. Nelle sue parole c’era del risentimento, non riusciva a capire il perché del naufragio della serata.

“Forse dobbiamo rinnovarci”, affermò Alex che stava alle tastiere, “il nostro repertorio è ormai superato”, il ragazzo lanciò un’occhiata al cantautore: “dovresti pensare a qualcosa di nuovo”, azzardò.

“Hai ragione, bisogna dare al pubblico delle novità, altrimenti rischiamo di arenarci”, rispose Christian rabbuiandosi. Quella notte nessuno di loro dormì bene, durante la serata avevano avuto la sgradita sensazione che da un momento all’altro il successo avrebbe potuto voltar loro le spalle.

Christian si mise all’opera, usando il proprio violino, si isolò e cominciò a far vibrare le corde, dopo laboriosi  tentativi scrisse un motivo, lo suonò tante volte ma capì che aveva fatto una musica priva della scintilla che lo distanziava dalla banalità. Lo propose al gruppo, ma sui loro visi lesse ciò che aveva pensato, non c’era nulla di originale in quelle note.

Cercò in ogni modo di trovare un’ispirazione, ma nel suo animo c’era calma piatta, mancavano le vibrazioni necessarie per scrivere della buona musica. Il successo della band cominciò a declinare, andavano avanti sfruttando le canzoni che li avevano lanciati. Christian era demotivato, non  riusciva a reagire, anzi si stava isolando e dopo qualche mese lasciò il gruppo. E Serena lasciò lui, stanca di combattere con nemici invisibili. Il musicista sprofondò nell’abulia, e aumentò l’uso di stupefacenti, in  poco tempo era diventato una larva umana ai margini della società. Nessuno andava più a trovarlo, solo e disperato trascorreva le giornate sdraiato sul divano, intanto le bottiglie vuote di superalcolici ruzzolavano sul pavimento.

 Non aveva più la forza di alzarsi, una notte piombò in un sonno profondo, come in catalessi. Fece un sogno che pareva realtà: il nonno era lì, davanti a lui, con il violino fra le mani, aveva la faccia scura come quando da piccolo lo sgridava per qualche marachella:

 “Non hai saputo mantenere il tesoro che ti ho lasciato”, gli stava dicendo, “hai buttato via la fortuna, non sei stato in grado di condurre una vita onesta. Sei caduto nel fango e questo mi addolora, cerca di rialzarti, sei ancora in tempo…torneranno fortuna e successo se mi ascolterai”, dopo queste parole la voce del vecchio signore si allontanò e la sua figura scomparve.

Christian si svegliò madido di sudore, spossato, debole, a fatica cercò di reggersi in piedi, intorno a lui la stanza sembrava diventata una giostra, girava tutto. Si appoggiò a una sedia e cercò di ricordare, gli tornò davanti la figura del nonno arrabbiato e ricordò ciò che gli aveva detto. Si mise una mano sulla fronte che scottava, lo sguardo gli cadde sulla custodia del violino aperta. Si avvicinò cauto e confuso, con stupore vide che lo strumento era tornato al suo posto! Con le mani tremanti lo sollevò e lo appoggiò alla spalla, prese l’archetto; le dita come d’incanto cercarono le corde giuste, l’aria si riempì di note dolci e struggenti, una musica che entrava nell’anima e dava un’intensa emozione. Christian suonava trasferendo le sensazioni più toccanti e profonde del suo intimo in quel suono, era un’estasi senza fine.   

Qualcuno suonò alla porta, il giovanotto a fatica smise e andò ad aprire:

“E’ meravigliosa questa musica!”, Serena era lì davanti a lui, sorridente. Christian non ebbe la forza di dire nulla, si fece da parte e la lasciò entrare. La ragazza si guardò intorno: “Come ti sei ridotto!”, esclamò, la smorfia del suo viso era eloquente.

 Si precipitò ad aprire la finestra:

 “Qui dentro deve entrare aria pulita. E anche nella tua vita bisogna fare pulizia, io ti sarò vicina perché nonostante tutto ti amo e non posso stare lontana da te”, gli disse guardandolo dritto in viso. Christian era ancora frastornato dagli eventi: il sogno con il nonno, il violino ritrovato e l’arrivo di Serena che si era allontanata, dopo aver tentato inutilmente di salvarlo. Si avvicinò e l’abbracciò.

 Lei gli accarezzò il viso:

“Non ti lascerò più”, rispose, “devi tornare ad essere quello di prima, la melodia che ho sentito dietro la porta era stupenda…riprendi a suonare, ti prego”.

Dentro di sé Christian sentì una vampata attraversargli il corpo, la mente annebbiata si schiarì e capì tutto in un solo istante: il nonno gli aveva lasciato una grande eredità, in quel violino c’era tutta la sua vita: il talento, la fama, la ricchezza e l’amore…però doveva saperseli conservare.

Riprese a suonare con la sua band, tornò a essere l’idolo delle ragazzine e Serena l’aiutò a risalire la china

                                                                                                        FINE

 


 

 


 

martedì 20 gennaio 2015

HAI FATTO UN PASSO FALSO; AMICO!




L’uomo scendeva i gradini con passo leggero; arrivato alla seconda rampa sentì una voce di donna provenire dal pianerottolo sottostante:

 «Dove sei stato fino a quest’ora ? E’ l’una di notte …ti ho aspettato tutta la giornata». L’uomo tentò di fermarsi, ma ormai l’ombra della sua figura era ben visibile contro i finestroni delle scale e decise di proseguire. La signorina Clotilde, infagottata in una pesante vestaglia azzurra era china ad accarezzare un gatto grigio. Al rumore dei passi alzò la testa, ma l’abbassò subito per continuare a coccolare il micio che miagolava di piacere.

 «Vieni dentro, vagabondo! Lo sai che sono sola e ho paura, sono stufa di alzarmi per venirti ad aprire...la prossima volta ti giuro che stai fuori!».

L’uomo attraversò velocemente i pochi metri davanti alla donna e riprese a scendere precipitosamente le scale. La signorina Clotilde restò sulla soglia sopra pensiero e, quando sentì il tonfo del portone che si chiudeva, rientrò nel suo appartamento con il gatto in braccio. «Strano», pensò, «chissà chi era a quest’ora…».

Sopra di lei abitava il signor  Vincenzo, un vecchio antiquario che viveva solo e non riceveva mai nessuno; se ne stava rintanato nel suo abbaino e usciva raramente. «Mah! In fin dei conti che cosa mi interessa», si disse alzando le spalle. Con calma depose la bestiola per terra, chiuse la porta a chiave e ritornò a piccoli passi in camera. Si infilò sotto le coperte per riprendere il sonno interrotto mentre il gatto con un balzo saltava sul letto e si accoccolava beatamente ai suoi piedi.

La signorina Clotilde era una zitella sui sessant’anni che viveva in quella casa da quando era nata, le mura di quel palazzo le erano così familiari che non avrebbe potuto vivere in nessun altro posto. Alla morte dei suoi genitori era rimasta sola; suo nipote Flavio, agente di pubblica sicurezza, si fermava da lei di tanto in tanto quando era in città per servizio. Per il resto la sua vita scorreva tranquilla, la sua vera compagnia era il gattino; ma qualche volta Pallino la deludeva, spariva per intere giornate e se ne andava per i fatti suoi, ritornava grattando la porta nel cuore della notte sfinito dalle scorribande sui tetti, come quella volta.

 «Devo stare più attenta a non farlo uscire», questo fu l’ultimo pensiero dell’anziana signorina prima di addormentarsi beatamente.

L’uomo inghiottito dal buio della strada si allontanò velocemente dal portone, girò l’angolo e si mise a correre. A quell’ora in quella via angusta di periferia non passava nessuno, la notte era chiara e l’aria pungente. Il respiro dell’uomo si faceva sempre più affannoso. Si fermò appoggiandosi al muro per riprendere fiato, poi continuò la sua fuga. Arrivò stremato davanti a una costruzione bassa, una specie di magazzino abbandonato, spinse la porta di ferro ed entrò. Un tavolo, qualche sedia e una branda costituivano l’arredamento dello squallido locale. L’uomo si buttò sul materasso e chiuse gli occhi: le immagini del vecchio disteso per terra con la testa sanguinante ritornavano insistenti ogni volta che tentava di scacciarle. Si mise le mani davanti al viso in un gesto di disperazione: «Questa volta l’ho fatta grossa!», pensò. Era stato sempre una ‘testa calda’; gioco, donne, cattive compagnie l’avevano trasformato in quello che si dice un cattivo soggetto. Ma non era del tutto colpa sua: era cresciuto sui marciapiedi di una grande città, in un quartiere dove l’odore di povertà trasudava dai muri scrostati delle case, dalla sporcizia accumulata sulle strade, dai vestiti della gente che l’abitava. Fin da ragazzo era stato costretto ad arrangiarsi per racimolare qualche soldo. Molte volte l’avevano pizzicato e messo in galera, la sua faccia era conosciuta negli archivi della questura, ma fino a quel momento si era trattato solo di furti, scippi, vagabondaggio. Solo quando   aveva conosciuto Tiziana aveva messo la testa a posto: quella biondina, con grandi occhi trasparenti , era riuscita ad addormentare la rabbia che aveva dentro, ma quel periodo era durato poco, solo qualche mese: una breve parentesi nella sua vita tormentata, poi la sua indole insofferente ad ogni forma di legame l’aveva sopraffatto e si era ributtato giù per la china sapendo di dover arrivare fino in fondo. E ora c’era arrivato. Aveva ammazzato un uomo per rubargli del  denaro; altre volte aveva rubato, ma non era mai arrivato ad uccidere.

Si accorse che il rimorso si faceva strada dentro di lui e non voleva cedere: «Era ora che morisse», borbottò cinicamente , «tanto era vecchio e solo, tutti quei soldi a chi li avrebbe lasciati? Meglio che li abbia presi io!». Si alzò a sedere e cavò da una borsa i pacchetti di banconote, ben pressati. Erano tanti, si mise a contarli con gli occhi che gli luccicavano: la visione del vecchio steso sul pavimento era svanita, il denaro aveva cancellato tutto!

Quella mattina era andato, come faceva quando era al verde, in una banca per osservare chi prelevava somme notevoli, sceglieva le vittime secondo una sua logica, di solito erano persone che lui giudicava deboli: prevalentemente donne e anziani che ritiravano la pensione, o qualche giovane ragazza che abbordava con qualche complimento. Quel vecchietto che incassava un bel malloppo aveva attirato la sua attenzione: il cassiere aveva posto davanti a lui tanti pacchetti di banconote che l’ometto aveva riposto con cura in un borsone di pelle. L’aveva seguito cercando il momento opportuno per scipparlo, ma per varie ragioni non c’era mai riuscito: quando tentava di strappargli la borsa c’era un imprevisto. Sempre inseguendo la sua preda era arrivato fino a quel maledetto portone, poi fin sulle scale. Ma decisamente  quello non era un giorno fortunato per fare ciò che aveva in testa: nel palazzo troppa gente andava su e giù, qualcuno si sposava e le scale erano troppo frequentate. Aveva sentito una donna chiedere alludendo al vecchio che si accingeva a salire i gradini con la testa bassa cercando di defilarsi  senza farsi notare: «Chi è quello lì che non saluta nessuno?»

«Ah, è il signor Vincenzo, dell’ultimo piano,  poveretto, vive solo, è un po’ scorbutico, ma è una brava persona», aveva risposto la portinaia.

 Quelle parole avevano fatto scattare nella sua mente un’idea; spronato dal pensiero di mettere le mani su tutto quel denaro aveva deciso di agire la notte stessa. Ci aveva pensato  tutto il giorno, non riusciva a togliersi dalla mente quel mucchio di soldi che avrebbero potuto essere suoi, come un automa si era trovato in quel palazzo quando tutto era silenzio per tacitare la voglia che lo possedeva come una febbre. Per uno come lui abituato agli scassi, aprire la porta di quell’abbaino era stato un gioco. Il vecchio non gli faceva paura… l’avrebbe convinto con i suoi metodi a mollare. Ma non aveva fatto i conti con l’imprevedibile vitalità del suo avversario. Quante volte lo minacciò inutilmente? Non se lo ricordava più,  aveva ben chiaro però  il momento in cui il vecchio cercò di colpirlo con un antico pugnale. Il poveretto non aveva fatto in tempo ad alzare il braccio che si era trovato per terra con la testa spaccata da un fermacarte di marmo nero.

 Preso dal panico aveva freneticamente rovesciato i cassetti, sventrato i cuscini, cercato dappertutto, finalmente aveva trovato i soldi nascosti in un cassetto segreto di  un vecchio trumeau. Aveva cacciato tutto nella borsa e si era  precipitato per le scale.

La visione delle banconote sparse sul letto gli dava un’euforia mai provata: «Bel colpo! questa volta mi metto a posto per un bel po’».  Si fregò le mani e cominciò a fantasticare: si guardò intorno: via di qui, subito! In un bell’albergo, magari sulla Costa Azzurra a fare il signore. Il miagolio di un  gatto sul tetto del capannone gli evocò improvvisamente la visione della donna che accarezzava il piccolo soriano e questo pensiero lo gelò. «Accidenti, quella strega mi ha visto! Se la polizia le mostra le mie foto sono fritto! Mi riconoscerà certamente, devo squagliarmela subito prima che trovino il cadavere».

Infilò un giubbotto, afferrò la borsa e si precipitò fuori. Le sue lunghe gambe si muovevano frenetiche, quasi correndo ripassò davanti al portone dal quale era uscito poco prima. Nessuna emozione era dentro di lui, pensava freddamente a come togliersi dai guai. La sua mente lavorava come un computer in cerca della soluzione, l’aria fresca della notte l’aveva rinvigorito. La via più facile da seguire era quella di prendere il primo treno che passava dalla stazione e sparire, allontanarsi il più possibile dalla città. Un gatto nero gli attraversò la strada: «Sempre gatti fra i piedi!», esclamò. Gli allungò un calcio, il poveretto fuggì miagolando di dolore e sparì dietro un bidone della spazzatura. In quell’istante nel cervello dell’uomo scattò qualcosa di perverso. Si girò di colpo e tornò sui suoi passi. Poco dopo si ritrovò davanti alla casa del delitto. Con gesto abituale trasse di tasca un mazzo di chiavi, ne cercò una e aprì il portone. L’atrio era immerso nel buio, salì guardingo le scale illuminate da una luce fioca. Stava attento ad ogni più piccolo rumore pronto a fuggire al primo allarme. Arrivò indisturbato davanti alla porta della signorina Clotilde, con occhio esperto valutò la serratura e un sorrisino increspò le sue labbra. Ricordò le parole: «Lo sai che sono sola ed ho paura», aveva detto la donna al gatto…«Bene», mormorò l’uomo, «adesso ci penso io».   Appoggiò per terra la borsa con i soldi e, prima di mettersi all’opera, lanciò uno sguardo di sopra, verso le scale che salivano all’abbaino, scrollò le spalle e piano piano cercò di aprire la porta che aveva davanti. Per un ladro professionista come lui fu una questione di minuti, infatti poco dopo docilmente l’uscio si aprì.

 Si trovò dentro, al buio; strizzò gli occhi per cercare uno spiraglio di luce. La casa era immersa nel silenzio, stava per muoversi a tentoni ma… il miagolio del gatto che aveva sentito entrare un estraneo, lo bloccò.

«Che succede Pallino?». La voce assonnata della signorina Clotilde lo guidò nella stanza vicina. Ormai i suoi occhi si erano abituati all’oscurità e scorse, nel letto in mezzo alla stanza, la figura della donna coricata.

«Chi è?», chiese la signorina Clotilde con un filo di voce, «Sei tu Flavio?»

L’uomo con mossa fulminea le fu addosso.  «Zitta!…ti farò tacere per sempre così non andrai a spifferare che mi hai visto stanotte…meglio essere prudenti». Le mise una mano sulla bocca mentre la poveretta emetteva un mugolio di terrore. Il suo aggressore prese il cuscino  e lo premette con forza sul viso della donna, ma il gatto con un balzo gli saltò sul collo. Imprecando l’uomo cercò di difendersi dai graffi della bestia infuriata, alzò le mani e perse l’equilibrio. Si aggrappò al comodino rovesciandolo, il rumore ingigantito dal silenzio echeggiò nella stanza. Stava per cadere all’indietro quando sentì la morsa di un braccio che lo afferrava..

«Cosa fai, mascalzone…cosa cerchi qua dentro?», disse una voce concitata.

L’uomo si girò appena in tempo per ricevere un pugno in pieno viso che lo stese sul pavimento.

Intanto la signorina Clotilde si era liberata del cuscino e con voce piagnucolosa andava ripetendo: «Che succede? cosa mi hanno fatto?». Aveva il viso pallido, le sue mani annaspavano nell’aria in un estremo tentativo di difesa senza rendersi conto che ormai era salva.

Flavio, il nipote poliziotto le si avvicinò premuroso: «Stai bene zia? meno male che c’era Pallino…e che io ero appena rientrato!», le disse cercando di calmarla. «Ora stai tranquilla, è tutto finito».  Ma l’anziana signorina continuava a piangere sommessamente. L’uomo steso a terra stava riprendendo i sensi, approfittando della momentanea disattenzione di Flavio, cercò di alzarsi per afferrare la borsa sul pavimento, ma il poliziotto fu più svelto di lui.

«Ma…questa è la borsa del signor Vincenzo!» esclamò sorpreso. L’aprì e : «è piena di soldi!!»

Quella borsa era inconfondibile: di vecchio cuoio nero, un po’ rigonfia, con il manico in ottone lavorato e una singolare serratura a forma di foglia di quercia. Quante volte l’aveva vista in mano all’antiquario!

Prima che l’uomo per terra si rialzasse, con un balzo gli fu sopra, l’ammanettò con le mani dietro la schiena.

Con la punta del piede scostò la borsa: «Cosa significa?», chiese.

L’altro chinò la testa senza rispondere. Flavio lo prese per il mento e l’obbligò a guardarlo in viso:

«Cosa hai fatto, disgraziato!». Nella sua voce c’era tanta rabbia, strinse i pugni per trattenere l’impulso di picchiarlo, con uno spintone lo spinse fuori dalla porta: «Adesso cammina, andiamo di sopra», gli intimò.

   Intanto la signorina Clotilde, sempre più confusa,  abbracciava il gatto che si era rifugiato nel letto spaventato da tutto quel trambusto. I due uomini  salirono i gradini lentamente, la porta dell’abbaino era aperta e il corpo senza vita del vecchio giaceva sul pavimento, quasi davanti all’entrata.  Flavio soffocò un grido d’orrore.
  “Sei stato tu!”, gridò in faccia all’uomo che lo fissava inebetito  Il poliziotto lo prese per le spalle e lo scrollò come un sacco di stracci
“Perché sei entrato in casa di mia zia? Volevi ucciderla…perché ?”
Con la voce roca l’altro urlò: “Quella vecchia e il suo stramaledetto gatto! Mi aveva visto… era sulle scale quando scendevo dopo…”, si interruppe e si guardò intorno.
“Dopo aver ammazzato quel poveraccio…”, concluse Flavio. Poi riprese con voce stanca:” Questa volta hai fatto un passo falso, amico, mia zia non poteva vederti…è cieca! Se tu non fossi tornato forse l’avresti fatta franca.”

Negli occhi dell’uomo in manette passò un lampo di stupore, poi scoppiò in una risata isterica. Flavio estrasse di tasca il cellulare e chiamò i colleghi perché mandassero una vettura per portare via l’assassino.

Ormai albeggiava, le grandi finestre delle scale erano diventate trasparenti; l’uomo, seduto sui gradini aspettava che si compisse il suo destino, mentre il gatto davanti a lui lo fissava con gli occhi verdi socchiusi inarcando la schiena

 

Lucia Baldanchini Gerelli – via Trescore,19 – Milano

Tel. 02 66800154    

«Sei stato tu!», gridò in faccia all’uomo che lo fissava inebetito. Il poliziotto lo prese per le spalle e lo scrollò come un sacco di stracci.

«Perché sei entrato in casa di mia zia? Volevi uccidere anche lei…perché?»

Con la voce roca l’altro urlò: «Quella vecchia e il suo stramaledetto gatto! Mi aveva visto…era sulle scale quando scendevo dopo…»,  si interruppe e guardò il cadavere ai suoi piedi.

«…dopo aver ammazzato questo poveretto».  Concluse Fabio. Poi riprese con voce stanca:

«Questa volta hai fatto un passo falso, amico, mia zia non poteva vederti perché…è cieca. Se tu non fossi tornato forse l’avresti fatta franca»

Negli occhi dell’uomo passò un lampo di stupore, poi scoppiò in una risata isterica. Flavio trasse di tasca il cellulare: «Venite a prendere un assassino…», disse lentamente.

Ormai albeggiava, le grandi finestre delle scale erano diventate trasparenti, l’uomo, seduto sui gradini aspettava che si compisse il suo destino mentre il gatto, davanti a lui lo fissava con gli occhi verdi socchiusi inarcando la schiena.
                                                                                                                                                        

 

FINE


 

martedì 4 novembre 2014

QUEL MALEDETTO GIORNO


 Terminata la faticosa giornata all'Università dove insegnava matematica , il professor Enrico Corsi, come tutte le sere,  rientrava nella sua bella casa nascosta nel verde dove l'aspettava , la moglie americana sposata da poco. Lui era un uomo sulla cinquantina e lei una bella e giovane donna di trent'anni che aveva lasciato la California per amor suo, era stato un matrimonio perfetto fino a quando non era arrivato un affascinante vicino nella villetta accanto. Appena l'aveva visto aveva avuto la sensazione che il suo arrivo gli avrebbe procurato guai, si era accorto di avere una specie di avversione per quell’uomo alto, abbronzato, con i capelli neri e ricci, l'esatto suo contrario: lui era di statura media, portava occhiali con montatura pesante e minacciava una calvizie incipiente.

Non aveva fatto mistero con Susan della sua antipatia nei confronti del nuovo venuto:
 «Sei geloso?», gli aveva chiesto lei con un sorrisetto provocatorio.
«Figurati, mi considero al di sopra di qualsiasi bellimbusto», aveva ribattuto seccato.
  Nella villetta accanto c’era sempre un via vai di persone ad ogni ora del giorno e spesso  i festini andavano avanti fino all’alba. Una notte, infastidito dal chiasso che gli impediva di prendere sonno, Corsi andò a bussare:
« Le sembra l’ora di fare tanto baccano? », aveva chiesto furibondo.
«Scusi…però, non è poi così tardi, sono soltanto le tre»,  aveva risposto l’uomo che era venuto ad aprirgli.
Il professore non riuscì a frenarsi e si mise ad imprecare  a voce alta svegliando il vicinato: «Non può permettersi di disturbare il sonno degli altri, lei è un incivile! la smetta, altrimenti…», urlò fuori di sé. Da quel giorno evitarono di salutarsi.
 
A bordo della sua  Mercedes nera, il docente stava percorrendo la solita strada poco frequentata, guidava a velocità moderata immerso nei propri pensieri , all’uscita di una galleria  notò in lontananza una vettura ferma ai bordi della strada, non c’era nessuno accanto all'auto, ma dopo essersi avvicinato vide una figura femminile china sul cofano aperto del motore,  si fermò:
«Posso aiutarla?», chiese sporgendosi dal finestrino.
La donna sobbalzò, alzò la testa e lo fissò preoccupata; Corsi aprì la portiera e uscì:
«Posso dare un’occhiata?  non me ne intendo molto, ma forse qualcosa più di lei...», sorrise alla ragazza: era carina, bionda e giovane. S’immerse fra candele, cilindri, carburatore cercando di capire dov'era il guasto, ma dopo aver armeggiato sperando in un miracolo, dovette arrendersi:
 «Chiamiamo il soccorso stradale... mi dispiace, non ce l'ho fatta», disse alzando la testa e rivolgendosi  alla giovane sconosciuta.  Ma la ragazza  non era più accanto a lui.... era a bordo della Mercedes e la stava mettendo in moto.
«Ferma...cosa sta facendo!!!», urlò...ciò che vide lo sconvolse, la sua vettura sgommando si stava immettendo sulla carreggiata a tutta velocità. Non gli rimase altro che  fissare l’auto che diventava sempre più piccola fino a scomparire alla sua vista. Si guardò intorno sgomento, cercò di fermare qualche automobilista di passaggio ma  nessuno si arrestava, con quello che si sentiva in giro, la gente non si fidava e aveva paura.
«Accidenti in che guaio mi sono cacciato, mi sono lasciato infinocchiare…sono proprio un imbecille», si insultò, cercò nelle tasche il telefonino, ma si ricordò di averlo lasciato  nella giacca rimasta nell’auto….oltre al portafoglio e ai documenti. Non sapendo cosa altro fare decise di raggiungere il primo punto di soccorso stradale, ma nell’attimo in cui si stava mettendo in marcia, una vettura della polizia si fermò, era tanto agitato che non l’aveva neppure sentita arrivare.
Il poliziotto scese: « Non riparte ?», chiese indicando l’auto con il cofano ancora aperto..
Corsi allargò le braccia:
 «No, non so dov’è il guasto… non è la mia», rispose ancora sotto choc.
«Come non è la sua?», disse l’agente avvicinandosi.
«Le posso spiegare: sono stato vittima di un furto», cominciò, ma l’uomo in divisa non lo stava a sentire. Stava osservando con sospetto l’auto cercando di capire come mai quel tale era fermo ai bordi della carreggiata accanto ad una vettura non sua. Girò attorno e si fermò davanti al baule:
«Vuole aprire?», chiese rivolgendosi al professore.
Questi entrò nell’abitacolo e tirò la leva sotto il cruscotto ; l’esclamazione dell’agente lo fece sussultare, scese e ciò che vide lo sconvolse: nel bagagliaio c’era il cadavere insanguinato di un uomo raggomitolato su se stesso.
«Mio Dio… chi è?» domandò con un filo di voce.
«Questo lo chiedo a lei», disse il poliziotto fissandolo in viso e aspettando una risposta.
 Cominciò a tremare per l’emozione, continuava a fissare quel corpo senza vita:
 «Mi creda, non ne so nulla…le ripeto: questa vettura non è mia, sono stato derubato ….», balbettò, «non sono stato io…sono il professor Enrico Corsi e insegno all’Università, non sarei mai capace di uccidere”.
L’altro non lo lasciò finire:
 «Mi dia i documenti, e poi racconterà la sua versione a chi di dovere», affermò secco.
 Il professore costernato dovette dire che non possedeva nessun documento: si erano involati con la Mercedes.
«Molto bene, ricapitoliamo, la vettura non è sua, lei non sa di chi sia questo cadavere e non mi può fornire i documenti…quante coincidenze!», esclamò sarcastico il poliziotto prendendo il telefono di servizio.
«Manda il medico legale al km 60 della provinciale, c’è un morto nel baule di una macchina», disse al collega che aveva risposto alla sua chiamata.
 Intanto Corsi stava per svenire: aveva riconosciuto nel corpo senza vita il suo vicino di casa. Il sangue gli si era gelato nelle vene: si rendeva conto di essere sempre più in pericolo, era talmente assurda tutta la vicenda che la verità era difficile da credere …era stato coinvolto in un omicidio e non sarebbe stato facile uscirne.
Poco dopo, seduto davanti al commissario Parisi, capo della sezione omicidi, aveva la fronte imperlata da piccole gocce di sudore e il corpo irrigidito… stava vivendo un sogno?
 «Dunque, mi dica dove abita, professore», disse il commissario soffermandosi  ironicamente sull’ultima parola.
Enrico Corsi rispose meccanicamente, Parisi lo fissò sporgendosi dalla scrivania:
 «Abbiamo individuato la vittima, Wladimir  Bosnac che, guarda caso è un suo vicino di casa…cosa mi racconta in proposito?».
Ormai il pover’uomo non sapeva più cosa rispondere, aveva detto troppe volte come erano andate le cose, sul viso di chi l’ascoltava leggeva l’incredulità, era talmente sfiduciato che avrebbe voluto  abbandonarsi al destino avverso senza combattere.
«Lo conoscevo appena, non so niente di lui…credetemi, non l’ho ucciso io!», c’era il pianto nella sua voce.
«Eppure gli abitanti della zona hanno detto di averlo sentito gridare nel cuore della notte contro il suo vicino», incalzò il poliziotto.
«Chiamate mia moglie, voglio vederla», ormai non aveva più risposte da dare e aveva bisogno di avere qualcuno che lo guardasse con altri occhi.
«Siamo costretti a trattenerla finché non abbiamo appurato la sua vera identità…ad avvertire sua moglie ci penseremo poi», affermò il commissario.
Enrico Corsi passò la notte in camera di sicurezza, non avrebbe mai creduto nella sua vita di andare in prigione, le ore non passavano mai, nella sua mente si accavallavano mille pensieri negativi…ormai disperava di uscire da quella situazione così paradossale da sembrare costruita, le cose si erano svolte troppo in fretta per poterci ragionare sopra.
Chi era quella donna che l’aveva così facilmente turlupinato?…Perché aveva scelto proprio lui? Queste domande lo assillavano e… come poteva difendersi dalle accuse se non poteva fornire prove a sua discolpa! Sperava che la polizia indagasse a fondo senza accontentarsi dell’evidenza, forse il commissario che l’aveva interrogato era scrupoloso e non si sarebbe fermato, aveva fiducia in quell’uomo, e la speranza era la sola che lo tenesse in vita.
Anche la notte del commissario Parisi non era stata serena, il caso del cadavere nel bagagliaio, anche se poteva dirsi praticamente risolto, aveva qualche punto oscuro. Doveva proseguire le indagini per appurare la vera identità del presunto assassino, poi per trovare un eventuale movente. La vittima era uno slavo dal passato losco, una specie di avventuriero che aveva avuto problemi con la giustizia per droga e incitamento alla prostituzione. Era da poco ritornato dagli Stati Uniti e aveva preso alloggio nella villetta adiacente a quella dell’imputato. Parisi doveva essere sicuro che non ci fosse qualche legame tra i due, durante l’interrogatorio, molte volte aveva avuto la sensazione che il sedicente professore dicesse la verità.
Susan si presentò in commissariato e venne messa a confronto col marito:
«Finalmente!…», esclamò lui mentre la guardava come si guarda un’apparizione, «diglielo tu che non c’entro niente in tutta questa storia, tu sai benissimo che non  ho mai avuto a che fare con quel tipo», supplicò.
 Il commissario invitò la donna a sedersi:
 «Quest’uomo è Enrico Corsi, suo marito?», chiese.
 Lei assentì, tesa con le labbra serrate.
«Cosa può dirmi dei suoi rapporti con la vittima? è vero che hanno avuto una disputa accesa in cui sono volate minacce e insulti?», incalzò il commissario.
Susan impallidì ancora di più, rimase in silenzio per qualche secondo:
 «E’ vero, mio marito odiava quell’uomo e ha minacciato più volte di ucciderlo per gelosia», rispose infine abbassando lo sguardo per non incontrare quello del professore.
«Nooo…non è vero, lo conoscevo appena! Cosa stai dicendo Susan, perché fai questo?…Mi vuoi distruggere?», urlò Corsi stravolto.
 Parisi guardava ora l’uno ora l’altra, non sapeva a chi credere ma il suo fiuto gli diceva che la verità era ancora lontana.
Aspettò un attimo poi:
 «Corsi…la testimonianza di sua moglie mi costringe ad arrestarla », affermò sinceramente dispiaciuto, in fin dei conti quel poveretto gli faceva pena, forse stava dicendo il vero e nessuno gli credeva.
«Susan…perché…», ripeteva il professore scuotendo il capo senza togliere lo sguardo dal viso della moglie che lo fissava freddamente.
L’uomo si lasciò condurre fuori mentre Susan lasciava il locale in fretta senza voltarsi indietro.
 
Qualche giorno dopo il telefono della villetta del professor Corsi subì un guasto, un uomo in tuta blu si qualificò come tecnico delle linee telefoniche e chiese di entrare, Susan lo condusse all’apparecchio. Passarono pochi minuti e l’operaio si rivolse alla padrona di casa:
«E’ tutto a posto, signora….è stato un guasto alla cabina centrale», disse mettendo in borsa gli arnesi.
A poca distanza dalla casa era fermo un furgone grigio, all’interno il commissario Parisi, con l’agente speciale Loredana Caputo, si accingeva ad ascoltare quello che succedeva nell’abitazione del professore, dopo essersi assicurato che funzionasse  “la pulce” inserita nel telefono dal finto tecnico.
Passò qualche giorno ma dentro la villa non succedeva nulla d’ interessante:
 «Domani sgomberiamo…abbiamo fatto un buco nell’acqua», affermò il commissario stanco di sentire banalità.
«Commissario, aspettiamo ancora qualche giorno….sento che succederà qualcosa», disse la Caputo.
Parisi la guardò :
 « E va bene…oggi è venerdì, passeremo il week-end qui dentro!», brontolò seccato.
  Però, proprio il giorno dopo verso sera Parisi lanciò un’occhiata alla sua assistente:
«Caputo avevi ragione…ci siamo!», esclamò .
 Ascoltò attentamente il dialogo fra due donne al telefono:
 «Stai attenta a venire qui…non voglio che ti vedano, devi essere prudente», diceva la moglie del professore.
«Non ti preoccupare Susan, nessuno si è accorto di me, volevo dirti che i passaporti sono pronti e domani ce ne andremo finalmente!», rispondeva l’altra voce femminile.
«Mi sembra un sogno essermi liberata di quel disgraziato, Wladimir  se l’è cercata…non doveva ricattarmi, il ricordo di quando ero sulla strada a prostituirmi per lui era quasi cancellato, ormai mi ero rifatta una vita, avevo sposato una persona perbene, ma poi si  è rifatto vivo! Ti ricordi com'ero disperata quando l'ho visto venire a piazzarsi proprio nella villa vicina ? Comunque sei stata brava a farlo cadere nella rete, se non c’eri tu ad avere il sangue freddo di accoltellarlo io non ne sarei stata capace. E ti devo fare anche i complimenti per essere riuscita a incastrare mio marito sull’autostrada…a volte mi dispiace, ma non avevo scelta o lui o noi! Non ti pare giusto?»
Il commissario Parisi ascoltava trionfante, fin dal primo momento Susan non gli era piaciuta, aveva lo sguardo falso e lui se n’era accorto…
«Caputo, chiama i rinforzi e vai ad arrestare quella donna !...e trova quell’altra…però hai un buon fiuto…brava!».
Quando le manette scattarono ai polsi delle due assassine, il comandante della sezione omicidi era soddisfatto di se stesso: il caso era chiuso, il professore poteva tornare in libertà.
«Lei può andare a casa», annunciò la sera stessa a Corsi che lo guardava con occhi stupiti.
«Avete preso il colpevole?», chiese l’uomo incredulo, «chi è stato?».
«Si tenga forte…sua moglie Susan con un’amica, e hanno tentato di far cadere la colpa su di lei», concluse Parisi tristemente, si rendeva conto che per quel poveraccio era una notizia sconvolgente.
 Enrico Corsi impallidì:
 «Non ci posso credere, la mia Susan voleva distruggermi…», balbettò,  «quel maledetto giorno lo ricorderò per sempre».
«Coraggio professore…la vita ricomincerà e, me lo lasci dire, quella non era la donna per lei!», esclamò Parisi battendogli una mano sulle spalle.
 L’uomo sorrise mesto:
 «Forse ha ragione, commissario», disse accingendosi ad uscire.
L’aria fresca gli sferzò il viso, guardò in alto, il cielo era sereno senza nubi, s’incamminò con passo svelto verso un nuovo avvenire.
 

                                                                                                                                                FINE

 
 
 
 
 


 




 

 

giovedì 4 settembre 2014

IL SEGRETO DI FRATE MARCELLO


 


Il dottor Malvin non riusciva a prendere sonno. Da qualche ora una strana elettricità era nell’aria: la sentiva sulla pelle e dentro di sé. Si rigirava nel letto cercando tutte le posizioni per addormentarsi; un lampo improvviso, seguito dal tuono, lo fece sobbalzare. “Sta arrivando il temporale, ecco perché sono così nervoso”, pensò. Di lì a poco si scatenò l’inferno, dalle fessure delle tapparelle abbassate filtrava la luce accecante dei fulmini che attraversavano il cielo uno dopo l’altro. Il dottor Malvin mise la testa sotto il cuscino per non sentire e per non vedere: aveva bisogno di dormire, la giornata trascorsa era stata faticosa ed era molto stanco.

Fuori il temporale non accennava a calmarsi e nemmeno il dottore riusciva a trovare pace. Sempre più agitato si alzò dal letto e andò alla finestra. Gli alberi si piegavano sotto le raffiche del vento e la pioggia scendeva incessante; la sua attenzione fu attirata da una cosa bianca che si muoveva fra le foglie di un cespuglio.  “Che notte… ci sono anche i fantasmi…”, scosse la testa e puntò gli occhi in quella direzione cercando di vedere meglio. Malvin era un tipo molto aderente alla realtà, per lui l’uomo era solo materia e, come molti scienziati non credeva al soprannaturale e tantomeno agli spiriti. Tuttavia quella figura bianca che si muoveva nella notte gli metteva una certa inquietudine. Rimase in silenzio a osservare, la sagoma  stava attraversando il giardino e si dirigeva verso la porta di casa sua. Poco dopo il suono del campanello lo colse di sorpresa, “i fantasmi non suonano il campanello” si disse.

 Scese le scale per andare ad aprire: davanti a lui c’era un giovane frate con la tonaca bianca grondante acqua che, con la voce affannata per la corsa disse tutto d’un fiato:

“La prego dottore, venga subito, un nostro confratello sta male, non sappiamo cosa fare, è urgente”.

Il dottor Malvin lo guardò:

“Va bene, si calmi, sarò pronto in pochi minuti.”, poi prima di risalire le scale chiese: “E' nel convento qui vicino?”

“Sì”, rispose il fraticello,  " sulla collina poco distante da qui”.

Arrivati nell’antica abbazia il priore lo accolse con sollievo:

“Meno male che è arrivato, dottore, frate Marcello sta molto male, ha cominciato a lamentarsi, non ci vuole dire nulla, ma con il passare del tempo sta sempre peggio.

“Vediamo”, rispose  Malvin, “mi accompagni da lui”.

 Attraversarono un portico e un cortile, in un caseggiato basso c’erano le celle dei frati. Il priore entrò in una di esse: su una branda un frate era raggomitolato su se stesso.

“Coraggio, frate Marcello, c’è il dottore”, sussurrò l’abate. Si volse verso il medico: “E’ un santo, non esce mai, passa le giornate in preghiera”.

Gli occhi carichi di sofferenza dell’uomo sdraiato sul letto si alzarono sul viso di Malvin:

“La ringrazio di essere venuto”, disse con un filo di voce, “ma credo sia troppo tardi.”

“Questo lo devo dire io”, ribatté il medico, “adesso si lasci visitare”.

Poco dopo Malvin estrasse dalla borsa una siringa e si accinse a fare un’iniezione calmante al poveretto. Dalla sua fronte corrugata si capiva che era preoccupato, non riusciva a fare una diagnosi: apparentemente sembrava non ci fosse nulla di grave, forse solo una colica, ma quello che leggeva negli occhi del frate lo metteva in ansia. Ad un tratto sentì una stretta al braccio:

“Dottore, devo parlarle”, bisbigliò frate Marcello, “si sieda vicino a me”, con la mano fece segno al bordo del letto. Malvin stupito ubbidì.

“E’ stata lei”, disse sbarrando gli occhi.

“Chi?”, chiese il dottore sempre più meravigliato.

“Rosa…è venuta stanotte a prendermi, e io devo andare”, continuò il frate,

Il dottor Malvin si guardò intorno, era rimasto solo con lui, non sapeva cosa fare, era convinto che stesse delirando. “Stia tranquillo”, disse, “ cerchi di controllarsi, fra poco starà  meglio”.

“No, io so che è arrivato il mio momento. Dottore, mi ascolti, devo rivelarle un segreto che mi opprime da tanto tempo.”, il frate strinse ancora di più il braccio di Malvin .

“L’ascolto”, rispose Malvin turbato dall’angoscia di quell’uomo.  

 “Quando ero giovane ho ucciso una donna…”, disse fra’ Marcello con gli occhi bassi, “era la mia ragazza, si chiamava Rosa, l’ho accoltellata per gelosia”.

Il medico ebbe un sussulto e guardò il frate con aria smarrita, l’altro capì che poteva non essere creduto:

“Guardi…”, da sotto la tonaca trasse un orologio, fece scattare il coperchio e apparve un viso dolcissimo di donna, poi faticosamente si alzò, tolse da una pila di libri un mucchietto di fogli ingialliti: erano pagine di giornale, in molte di esse c’era la foto di una ragazza. “è questa”, disse ancora il frate sedendosi sfinito. Malvin riconobbe in quelle immagini la donna del piccolo ritratto.  “Io allora ero un professionista molto conosciuto nella mia città”, proseguì con affanno , “non ho avuto il coraggio di costituirmi per non far scoppiare uno scandalo che avrebbe danneggiato anche la mia famiglia”. L’uomo si coprì il volto con le mani in preda alla disperazione.

 Con gli occhi che gli bruciavano il dottor Malvin cominciò a leggere, man mano che andava avanti si rendeva conto che il frate forse stava dicendo la verità, quel fatto di sangue, accaduto una decina di anni prima aveva fatto scalpore, quella bella ragazza era la figlia di un noto industriale, il cadavere era stato scoperto in un bosco con una sola ferita all’altezza del cuore. Non era stata mai trovata l’arma del delitto, si diceva che poteva essere stato un kriss malese, uno di quei pugnali con la lama ritorta, usati anche come tagliacarte.

“Perché mi dice di essere stato lei, frate Marcello, qui è scritto che il colpevole è stato trovato”, disse il dottor Malvin alzando gli occhi dai fogli di giornale e cercando di capire dall’espressione dell’altro cosa stesse succedendo dentro quell’anima tormentata.

“Quel ragazzo è innocente”, l’uomo aveva la voce debole.

 Malvin gli andò più vicino per sentire quello che diceva.

 “Sono stato io, dottore deve credermi… lei aveva un altro e io non potevo sopportare che qualcuno la toccasse all’infuori di me. Non ho capito più niente, l’ho portata nel bosco e , l’ho uccisa. Poi ero disperato, avevo distrutto con le mie mani la sola ragione della mia vita”, le lacrime cadevano copiose sul volto rugoso del frate, “il mondo non faceva più per me, la giustizia terrena non bastava, sono in convento per espiare ma sono stato un vigliacco, ho lasciato condannare un altro uomo al mio posto, la prego dottore, quando non ci sarò più racconti tutto alla polizia. Ho tenuto dentro di me questo segreto per dieci lunghi anni, aspettavo il momento per togliermi questo peso dal cuore. Rosa mi ha chiamato, ora devo raggiungerla, dottore, mi deve giurare che farà quello che le ho chiesto”. Il dottor Malvin si rese conto che il frate era in fin di vita, vedeva l’uomo impallidire sempre più:

“ Va bene, ma adesso si deve fare coraggio, la porto subito in ospedale, cerchi di resistere”.

Frate Marcello lo attirò a sé:

 “Il pugnale con cui l’ho uccisa …è…”, non finì la frase perché la vita l’aveva abbandonato.

Con orrore il dottore vide formarsi sulla pelle del poveretto, proprio sopra il cuore, il segno rosso di una cicatrice che prima non c’era.

Quando rientrò in casa il medico era sconvolto, aveva assistito a un fatto inspiegabile alla mente umana.

 Non riusciva a capire come mai quella ferita fosse apparsa, dopo che il povero frate era morto, era sicuro di averlo visitato e di non aver visto niente prima, i fraticelli attoniti erano arrivati uno a uno a pregare davanti al loro fratello che reputavano un santo, per loro quello era un segno di Dio. Ma non era così per quel miscredente del dottor Malvin, quel pensiero lo perseguitò per giorni e giorni, e ancor più lo metteva in ansia il fatto di dover tener fede al suo giuramento. Doveva credere al frate oppure, com’ era probabile, era tutto frutto di una mente sconvolta dalla vita reclusa che aveva condotto per tanti anni? E se invece avesse detto la verità?  Un innocente stava scontando una pena che non meritava.  Però, come poteva andare a denunciare il fatto se non aveva nessuna prova? Il frate stava dicendogli dove aveva nascosto il coltello, ma non ne aveva avuto il tempo.  Tutti questi pensieri tormentavano la vita del dottore, non riusciva più a dormire, il suo pensiero fisso era sempre rivolto al segreto di frate Marcello.

Dopo quasi una settimana di angosciosi dubbi decise di andare a rivelare alle autorità ciò che aveva appreso sul delitto del bosco. Quella notte ebbe un incubo: una voce di donna lo chiamava, una figura femminile dai contorni nebulosi gli porgeva un oggetto, lui cercava di afferrarlo, ma non riusciva a  muoversi. ”Vieni…vieni a prendere l’arma che mi ha tolto la vita”, Malvin allungava le mani ma, per quanti sforzi facesse non riusciva ad arrivare a quello strano arnese. Si svegliò in un bagno di sudore con il cuore che gli batteva come un martello. Si alzò, non riusciva a stare coricato, aveva paura di addormentarsi e di sognare ancora. Gironzolò per la casa finché non vide apparire l’alba.

Andò in cucina a prepararsi un caffè, stava armeggiando con la caffettiera quando sentì bussare alla porta, guardò l’orologio: erano le cinque di mattina. “Sarà qualcuno per la solita visita d’urgenza”, brontolò fra sé. In pigiama e pantofole andò alla porta: una giovane donna era sulla soglia.

“Desidera?”, chiese Malvin. Uno strano malessere lo pervase, una sensazione di freddo accompagnata da un lungo brivido. La donna rimase in silenzio, il dottore rifece la domanda, lei senza parlare entrò. Il dottor Malvin la seguì con lo sguardo sempre più disorientato:

“Signorina, la prego, mi dica cosa vuole a quest’ora”, sbottò spazientito.

Il volto della strana visitatrice, rimasto in penombra fino ad allora, s’illuminò alla luce del lampadario, il cuore del medico cominciò a battere più velocemente: aveva riconosciuto il viso della donna del ritratto dell’orologio del frate e delle foto sui giornali. Rosa! Mentre la sconosciuta si aggirava per  la stanza nella mente di Malvin c’era come una tempesta: non voleva cedere alla cosa assurda che stava vivendo. Quella ragazza non era un fantasma, era certamente qualcuno che assomigliava alla donna di frate Marcello…Si avvicinò a lei cercando di metterle una mano sulla spalla, ma in quel preciso istante inciampò nel tappeto e cadde. Quando si rialzò si ritrovò solo nella stanza, non c’era nessun altro all’infuori di lui. La donna che fino a un istante prima era lì, vicina al tavolo e che lo fissava con strani occhi senza sguardo, non c’era più. Si rimise in piedi e si precipitò ad aprire la porta e guardare fuori, solo il frusciare degli alberi e il canto degli uccelli stavano a dimostrare che non stava più sognando, ma non c’era anima viva in giardino.

Rientrò in casa ancora incredulo: era convinto che quella donna dovesse essere da qualche parte, ispezionò la casa da cima a fondo senza risultato, ma non si dava per vinto e cercava un pretesto per non cedere al fatto di aver vissuto qualcosa che non era reale, ma soprannaturale.

“Certamente si era spaventata quando sono caduto, ed è fuggita, nascondendosi fra gli alberi, non me ne sono accorto, ma deve essere stato proprio così”.

Ancora turbato stava ritornando in cucina per cercare di prepararsi il caffè che non era riuscito a bere, passando davanti al tavolo del soggiorno, un oggetto attrasse la sua attenzione: qualcosa di metallico dalla forma strana era posato sulla superficie del mobile.

Si avvicinò, il turbamento che l’aveva colto poco prima si ripresentò: con la mano che tremava afferrò quella cosa. Un pugnale, con la lama ritorta mandava bagliori sinistri, Malvin lo rigirò stupefatto, un pensiero cominciò a frullargli nella mente e ricordò le parole del frate morente: “Il pugnale”. Sì, quello era il pugnale che aveva ucciso Rosa e lei gliel’aveva riportato : era la prova che gli serviva per andare dalle autorità e tenere fede al suo giuramento.  Il segreto di frate Marcello doveva essere rivelato per ridare la libertà a  un innocente, e il dottor Malvin da quel momento entrò in crisi avrebbe dovuto ricredersi su certe sue convinzioni fino ad allora incrollabili.

Avrebbe dovuto ammettere che oltre alla realtà esisteva anche un mondo occulto che non ha spiegazioni, è soltanto mistero.

 

FINE

sabato 9 agosto 2014

UNA STORIA A FUMETTI


Federico, comodamente sdraiato sull’amaca, sprofondato nella lettura del suo fumetto preferito era ansioso di vedere come andava a finire l’ennesima malefica avventura di Demon, il perfido personaggio che affascinava milioni di ragazzini attratti dal brivido dell’horror. “Ecco, sta per colpire…” e il cuore di Federico batteva un po’ più forte,  Demon, con il viso coperto da una maschera, era chino sul corpo di una giovane donna pronto ad affondare la lama…Nella sequenza successiva aveva già compiuto il delitto…nel petto della vittima era conficcato un pugnale con l’impugnatura raffigurante un diavolo che era la firma dei suoi delitti …una scarica di adrenalina scatenò un  brivido nella schiena del ragazzino.


 

Demon era la creatura di David Roman, disegnatore di fumetti, che aveva fatto la sua fortuna con quel personaggio diventato il protagonista di omicidi sempre più atroci, e proprio per questo sempre più richiesti dal pubblico di adolescenti e… dall’editore che aveva scoperto una miniera d’oro.

David subissato dalla domanda incessante dei disegni, aveva lavorato talmente tanto che la testa gli scoppiava…era molto stanco, e sentiva che se non avesse fatto una pausa i nervi sarebbero saltati… da un po’ di tempo si sentiva esaurito, aveva strani malesseri , ormai era talmente immedesimato nelle storie di Demon che era diventato il suo incubo: a volte si sorprendeva a pensare cosa avrebbe fatto al posto suo.

Dopo una notte passata a disegnare, l’uomo aveva deciso di staccare, il suo fisico reclamava un break, aveva uno chalet in montagna e sognava di andarsene lassù per riposare, respirare aria pura e pensare soltanto a godersi quei pochi giorni di vacanza.

 David non aveva mai avuto una famiglia, era cresciuto in un orfanotrofio che era stata la sua casa fino al diciottesimo anno quando aveva iniziato a vivere da solo e ad arrangiarsi per sbarcare il lunario. La mancanza di affetto aveva segnato il suo carattere che era diventato cupo, solitario, sempre in lotta con il genere umano.

 La sua passione era il disegno e aveva un talento naturale che lo portava a creare senza nessuna fatica, con grandi sacrifici si era concesso una scuola dove imparò a disegnare fumetti e da lì era nato Demon, un personaggio che per certi versi rispecchiava la sua rabbia verso l’umanità che non gli aveva dato nulla….ogni delitto commesso era una vendetta contro il mondo…ed era stato subito un successo insperato: il benessere era arrivato con facilità, ma non aveva alleggerito il rancore che teneva dentro..

Arrivò alla casetta verso sera dopo un pessimo viaggio per il traffico e per l’incessante martellamento dentro il cervello che da qualche tempo lo tormentava…si era accorto che per un attimo perdeva il contatto con la realtà e il cerchio alle tempie si faceva sempre più stretto. Si rilassò soltanto quando entrò nel silenzio dello chalet, come sempre spalancò le finestre: il sole stava calando e il tramonto tingeva di rosso le cime ancora innevate, quello spettacolo lo riconciliò con se stesso e con il mondo, la morsa interiore si allentò.

 “Non ce la facevo più”; mormorò fra sé, “meno male che sono venuto via….”. Preparò qualcosa da mangiare poi si buttò sul letto dove aspettò inutilmente il sonno, gli occhi sbarrati fissavano il soffitto di travi, inseguendo le evoluzioni di un ragnetto che intesseva la sua ragnatela…

 “Ho capito, nemmeno qui, riesco a dormire…”, si alzò e cercò nella  borsa il flacone del sonnifero…trangugiò due pillole con un grosso bicchiere d’acqua e si rimise a letto sperando di addormentarsi.

 

Nella casa accanto, anche Federico era sveglio, ma per lui era diverso…non aveva ancora finito di leggere il giornalino e non poteva smettere finché non aveva visto come andava a finire…la notte passò e arrivò un altro giorno: tormentato per David e sereno per il ragazzo…

Il cielo era azzurro e si preannunciava una giornata bellissima: Federico doveva incontrarsi con Matteo per andare alla Grotta del Lupo a raccogliere funghi.

 Si mise d’accordo con l’amico e salutò la mamma:

«Non sono molto tranquilla, voi due ragazzini andate nel bosco da soli, preferirei che aspettaste papà, tornerà fra poco», disse la donna.

«Non ti preoccupare, ha detto il padre di Matteo che ci accompagna lui», rispose pronto Federico cercando di dare alla voce un tono rassicurante (sapeva benissimo che Matteo non aveva detto niente in famiglia e che suo padre non sarebbe andato con loro). Tranquillizzata, la signora Laura mise a tracolla del figlio una borsa:

 «Qui c’è qualcosa da mangiare, ho messo anche il cellulare, per ogni evenienza, divertitevi».

Il ragazzo si allontanò sentendosi grande: stava andando a fare una passeggiata soltanto con un amico … fantastico … potevano fare quello che volevano, senza sentire le raccomandazioni dei grandi!

 

Intanto David Roman si era alzato con  la bocca amara e la testa pesante: non si sentiva molto bene, nonostante l’aria pura e il tempo splendido…

Il cellulare squillò: era l’editore che reclamava l’ultima puntata…..«Aspetterà», borbottò fra sé David senza rispondere. Cancellò con un rapido gesto il  numero dal display e uscì per andare nella boscaglia, fra i rami frondosi degli alberi, dove il sole non riusciva a penetrare e dove si sentiva a suo agio.

 Non era mai stato un amante della luce…nella penombra trovava la sua anima…buia e triste. Arrivò fino alla Grotta del Lupo camminando a fatica…gli sembrò di udire dei rumori e si affacciò alla spelonca, non era raro trovare dentro qualcuno poiché la grotta era una delle mete preferite dai turisti. Le voci infantili di Federico e Matteo gli giunsero smorzate dalla profondità, gli sembrò di udire un grido:

«C’è qualcuno?», urlò a sua volta.

«Aiuto!», la voce spaventata lo indusse ad inoltrarsi…poco dopo raggiunse i ragazzi che erano in difficoltà: uno dei due si era arrampicato sulla parete impervia e non ce la faceva più a tornare indietro, più che altro si era spaventato e, come paralizzato dal terrore, non riusciva a muoversi.

David lo raggiunse facilmente e l’aiutò a scendere:

«Siete soli?», chiese, «come vi siete cacciati in questo guaio?…non dovreste andarvene in giro senza essere accompagnati.».

 Matteo e Federico si guardarono in viso e confessarono di aver detto una bugia alle mamme, volevano esplorare la grotta  inoltrandosi oltre il proibito per provare l’emozione dell’avventura.

«Andate a casa…adesso, ormai si sta facendo tardi,», disse ancora David.

I due amici si prepararono ad uscire…dallo zainetto di Federico spuntava il giornalino con le avventure di Demon…l’uomo sorrise :

«Ti piace leggere i fumetti?», chiese rivolgendosi al ragazzo.

«Tantissimo…questo è il mio preferito», disse indicando il sinistro personaggio con il mantello rosso e la maschera nera.

«Sai chi sono io?», continuò David .

Federico lo guardò con l’aria imbambolata:

«No», rispose poi .

 David, prima di parlare l’osservò a lungo: nella sua mente ormai malata cominciò a delinearsi un desiderio malsano…

«Sono il creatore di Demon cioè, quello che l’ha inventato e lo disegna per te ogni settimana», affermò divertendosi a osservare l’effetto delle sue parole negli occhi dei due ragazzi che lo guardarono con stupore e ammirazione:

    «Davvero sei tu?», chiese infine Federico.

 «Certo, venite a casa mia e vi dimostrerò che sto dicendo la verità», propose e…alle tempie ricominciò a stringere la tenaglia che si era allentata.

I ragazzini lo seguirono incuriositi, non si sarebbero mai persi un’occasione simile da raccontare ai compagni .

Attraversarono il bosco e arrivarono allo chalet di David, poco lontano dalla casa di Federico. L’uomo li invitò ad entrare e chiuse a chiave la porta alle loro spalle. I due non vi fecero caso intenti ad ammirare i disegni sparsi un po’ dovunque che raffiguravano Demon, l’eroe negativo che li affascinava con le sue incredibili storie.

David  sentiva dentro di sé qualcosa che non aveva mai provato, mentre spiegava ai ragazzi come scaturivano le idee per disegnare le strisce, gli venivano alla mente strani pensieri.

Osservava attentamente come erano vestiti i bambini: indossavano indumenti di buona qualità, ricordava che alla loro età aveva dovuto penare per avere un paio di scarpe nuove…e rammentava anche quando la suora lo costringeva a mettere le magliette rammendate scartate da chi ne aveva troppe.

Improvvisamente esplose dentro di lui un odio che non riuscì a reprimere:

 «Venite, vi mostro altri disegni, sono i primi che ho fatto. Li tengo qui dentro», disse ai ragazzini spingendoli in uno sgabuzzino.

Federico e l’amico entrarono ignari di ciò che li aspettava, ma appena entrati la porta si chiuse con un  tonfo sordo e la chiave girò più volte nella toppa.

 Al buio si cercarono:  «Cosa sta succedendo?»; disse spaventato Matteo.

Federico cercò di scrollare l’uscio e si mise a urlare con tutto il fiato che aveva: «Lasciaci uscire…cosa vuoi da noi…non abbiamo fatto niente!!».

Dall’altra parte la voce alterata dell’uomo li fece tremare:

«Adesso siete miei prigionieri e Demon vi ucciderà!».

Terrorizzati i due bambini si abbracciarono:

«Cosa succederà ora?…quell’uomo ci vuole ammazzare», singhiozzò Matteo che era il più fragile dei due.

Federico lo prese per le spalle:

«Non piangere…sono sicuro che ce la caveremo», disse cercando di calmarlo.

 In quell’istante la porta si spalancò, David  balzò in avanti e cercò di legarli con una corda.

I due ragazzi scapparono, ma l’altro, in preda alla follia fu più svelto e riuscì a catturarli, senza curarsi dei loro pianti li legò stretti ad una sedia:

 «Ora non riuscirete più a fuggire…», una risata isterica uscì dalla sua bocca…, «anche Demon sarà felice di sapere che siete nelle mie mani….vado a chiamarlo», disse uscendo dalla stanza.

 

Erano passate parecchie ore, le famiglie dei ragazzi cominciavano a stare in apprensione: era ormai sera e non erano ancora tornati. Le madri si telefonarono e scoprirono che erano andati alla Grotta del Lupo da soli…cominciarono momenti di angoscia, l’attesa si faceva sempre più spasmodica…ogni voce li faceva sperare, ma il tempo implacabile passava senza notizie… quando si resero conto che stava diventando buio, piombarono nella disperazione.

«Vado a cercarli», decise il padre di Federico che non riusciva più a stare fermo.

Si recò nel bosco e passò davanti allo chalet di  David Roman senza sospettare che suo figlio era là dentro, nelle mani di un pazzo furioso che stava architettando di ucciderlo,

Intanto a casa la madre chiamava la polizia.

 

Nello chalet i due ragazzi stavano vivendo momenti di terrore, da quando li aveva minacciati quell’uomo non si era fatto più vedere…si udivano le sue frasi deliranti…le urla folli…questo li gettava  ancor più nel panico, aspettavano da un momento all’altro che mettesse in atto la sua minaccia.

 Si guardavano intorno sperando di trovare una via d’uscita, le sedie dove  erano legati erano poco lontane dagli zainetti.

«Non riesci ad arrivare allo zaino?», chiese Federico a Matteo che era il più vicino.

Facendo uno sforzo disperato e dopo parecchi tentativi il ragazzo riuscì a raggiungere la borsa con i piedi, allungandosi disperatamente l’accostò alla sedia… dalla tasca esterna spuntava il cellulare…

Intanto Federico si era accorto che la corda che gli legava le mani si  stava allentando: dimenò i polsi fino farsi uscire il sangue, con uno strappo finale, con  la forza della disperazione, riuscì a liberarsi.

«Stai calmo, vedrai che ci troveranno», rassicurò l’amico

Sempre tenendo sotto osservazione la porta da dove era uscito David, il ragazzino afferrò il cellulare e compose il numero di casa. La voce della mamma gli diede la forza di resistere.

Il disegnatore nella sua follia stava preparando gli strumenti per uccidere i due ragazzi…ormai agiva come il suo eroe di  carta:

 “Demon avrebbe fatto così”, si diceva cercando dei coltelli appuntiti per attuare la sua vendetta… “Ecco, questo va  bene”, mormorò fissando con occhi sbarrati la lama lucente…

Entrò nella stanza dove c’erano i ragazzi brandendo una mannaia…le urla dei bambini sovrastarono il suo grido mentre una camionetta della polizia stava  frenando in quel momento sullo spiazzo davanti allo chalet.

Gli agenti sfondarono la porta e quando entrarono si trovarono davanti ad una scena terribile : una nuvola di fumo rosso invadeva l’aria e, sul pavimento giaceva il corpo di David Roman con un pugnale conficcato nel petto…i ragazzi terrorizzati erano legati alle sedie…immobili.

Un poliziotto si avvicinò con cautela, sull’impugnatura dell’arma era scolpito un diavolo e…il disegnatore, ormai senza vita  era in un lago di sangue.

«Cosa è successo?», chiese ai bambini atterriti. «Si è suicidato?», continuò.

Federico si fece forza e, con  le lacrime agli occhi rispose:

«So che non mi crederete mai…ma l’ha ucciso Demon…io l’ho visto». Anche Matteo assentì in silenzio.

Nessuno credette alle parole dei ragazzi…ma loro sapevano che avevano detto la verità…l’ombra rossa era entrata e aveva colpito David nell’istante in cui stava per ammazzarli.

 Il loro eroe moriva con il suo creatore, ma li aveva salvati…non lo dimenticarono mai.
                                                                                                              FINE